El Salvador: economia, politica e violenza. Tre sfide per il futuro

di David Lifodi


Pochi mesi fa in El Salvador sono stati celebrati gli accordi di pace firmati il 16 gennaio 1992 a Chapultepec, che misero fine alla guerra scatenata dalla dittatura militare sotto l’egida del partito di estrema destra Arena (Alianza Republicana Nacionalista) contro la guerriglia del Frente Farabundo Martí para la liberación nacional (Fmln). Tuttavia, a distanza di anni, la contrapposizione tra la destra lacerata e in crisi, ma mai doma, di Arena e il Fmln, saldamente alla presidenza del paese dal 2009, è tutt’altra che cessata. La visione del mondo e i progetti politici di queste due forze contrapposte restano antagonisti e, in più, il Frente si trova nella situazione di dover coniugare sviluppo e progresso del paese con gli ideali che lo hanno sempre contraddistinto fin da quando era una formazione guerrigliera.

Tre sono le sfide principali su cui si gioca il futuro di El Salvador e del suo presidente, lo storico comandante efemelista Salvador Sánchez Ceren.

La prima. Se alla fine della guerra il Frente si proponeva di sovvertire il modello di economia capitalista rimasto comunque ben saldo sotto le presidenze neoliberiste “democratiche” areneras di Francisco Flores e Tony Saca, oggi il compito principale dell’Fmln è quello di poter assicurare un futuro ad una popolazione costretta quotidianamente a dover fare i conti con una serie di privazioni dovute al Cafta, il trattato centroamericano di libero commercio ratificato da El Salvador quasi dieci anni fa. Promosso dagli Stati Uniti (e firmato anche da Costarica, Nicaragua, Honduras e Guatemala, non a caso in condizioni simili a El Salvador), il Cafta provocò un vertiginoso aumento delle importazioni provenienti dagli Stati Uniti, dove attualmente vivono circa un milione e mezzo di salvadoregni. Il modello economico del paese, come era stato escluso dai negoziati di pace al termine della guerra, è rimasto fuori anche quando il paese è tornato in democrazia, senza che nessuno imponesse un reale cambio di rotta, da cui è scaturita la facile applicazione del trattato di libero commercio. In precedenza, ad assestare un altro colpo economico ad un paese già in estrema difficoltà fu la Ley Monetaria, varata nel 2000 dal presidente arenero Francisco Flores, che sancì l’abbandono della moneta nazionale colón per il dollaro.

In secondo luogo, il pulgarcito (il pollicino) d’America, così chiamava affettuosamente il suo paese il poeta Roque Dalton, è costretto a fare i conti con la dilagante violenza delle pandillas, le bande della criminalità giovanile che imperversano in tutto il paese. In questo caso, ciò che può fare lo Stato è riaffermare la sua presenza tramite l’erogazione di servizi adeguati nel campo dell’istruzione, della sanità e promuovere un modello di sviluppo sociale inclusivo che chiuda le porte all’esclusione, alla povertà e al degrado, terreno fertile per le pandillas. A questo proposito, il presidente Salvador Sánchez Ceren, contrariamente a paesi come il Guatemala, dove proliferano vere e proprie operazioni di pulizia sociale nei confronti dei giovani, ha cercato di adottare una serie di misure in grado di riaffermare legami di solidarietà e giustizia sociale nelle comunità.

La terza sfida, forse quella più impegnativa, riguarda il consolidamento politico del Frente Farabundo Martí para la liberación nacional. Nonostante El Salvador, ubicato nell’istmo centroamericano, abbia sempre gli occhi di Washington puntati addosso per via della sua posizione strategica, l’Fmln è riuscito nell’arduo compito di democratizzare la vita politica di un paese che, fin dalla ribellione di Farabundo Martí e dei suoi compagni soffocata nel sangue nel 1932 e passando poi per l’assassinio di monsignor Romero (il 24 marzo 1980) e dei gesuiti dell’Universidad Centroamericana (16 novembre 1989), solo per fare qualche esempio, ha dovuto sempre chinare la testa di fronte ai despoti sostenuti dalla Casa Bianca. Fa riflettere la recente sostituzione dell’ambasciatrice Usa Mari Carmen Aponte con Jean Manes, donna di polso proveniente dall’Afghanistan, abituata alla militarizzazione della sicurezza e probabilmente inviata appositamente per tenere sotto controllo ogni minimo movimento dell’America centrale. Ad esempio, è evidente che tra i compiti della nuova ambasciatrice vi sarà quello di perorare, in maniera aggressiva, l’Alianza para la Prosperidad e fare in modo che El Salvador aderisca a quell’Alianza del Pacífico promossa dagli Stati Uniti con il principale scopo di indebolire il Venezuela. Su quest’ultimo punto, Jean Manes potrà contare sull’appoggio di Arena, che nonostante le forti contraddizioni interne mantiene comunque la maggioranza qualificata all’Assemblea legislativa ed è in grado di bloccare o comunque tenere sotto controllo l’esecutivo efemelista.

Di fronte alle legislative e municipali del 2018 e alle presidenziali del 2019, l’Fmln dovrà cercare di non scivolare verso posizioni più socialdemocratiche, che hanno caratterizzato anche altre esperienze in America latina con risultati non sempre confortanti, a partire dalla troppa (e poco digerita dalla base) vicinanza con il partito di destra Gana (Gran Alianza por la Unidad Nacional). Questo è l’auspicio delle organizzazioni popolari salvadoregne in uno scenario geopolitico che da anni, in America centrale, non è dei più favorevoli.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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