El Salvador: storie di donne al di là…

…  delle ricorrenze: un mese di lotte, rivendicazioni e storie al femminile

di Maria Teresa Messidoro (*)

Prima di terminare l’articolo, arriva la notizia che la tormenta Amanda si è abbattuta violentemente su El Salvador e Guatemala: almeno 20 morti e migliaia di persone hanno perso la casa e tutto ciò che possedevano, creando una ulteriore emergenza nell’ emergenza della pandemia. Il sindacato delle collaboratrici domestiche, SITRADOMES, di cui si parla nell’articolo, ha lanciato una campagna di raccolta materiali e fondi a sostegno di un’ottantina delle affiliate, tra le più colpite. L’associazione Lisangà culture in movimento aderisce a questa campagna, raccogliendo fondi; chi volesse contribuire, scriva agli indirizzi di posta elettronica in fondo all’articolo, per informazioni sulla campagna e sulle modalità di sottoscrizione.

 

  1. Tutti i 30 aprile dal 2010

Il 30 aprile del 2010 Manuela (nome simbolico scelto per proteggere la sua identità e la sua famiglia), a 33 anni, muore sola, lontana anche dai figli, nel padiglione riservato ai carcerati nell’Hospital Nacional Rosales di San Salvador; prima di morire, Manuela aveva sofferto un lungo calvario, che incominciò quando, nel 2006, visitò un centro di salute lamentandosi di nausea, mal di testa e una grande stanchezza.

I medici considerarono questi sintomi come delle conseguenze di una influenza non ben curata e le prescrissero degli analgesici: in realtà era un cancro linfatico, “scoperto” soltanto molto tempo dopo. Intanto, nel 2008, rimase in cinta e a causa delle sue precarie condizioni di salute ebbe un aborto spontaneo; i medici dell’ospedale dove si precipitò non la aiutarono ma la denunciarono, e Manuela, ancora convalescente, venne trasportata in carcere, ammanettata al letto. Dopo un processo sommario, fu condannata a trenta anni di prigione, e per questo fu costretta a vivere in una cella dove non aveva accesso all’acqua potabile, dormiva per terra e non poteva recarsi in infermeria, perché questa non esisteva nel penale dove era stata rinchiusa. Morirà il 30 aprile del 2010.

Da quel 30 aprile, tutti gli anni, Manuela viene ricordata; quest’anno, causa COVID 19, c’è stata una conferenza virtuale dal titolo “10 años sin Manuela”, durante il quale Carmen Martínez, del Centro Reproductivo ricorda che “il caso di Manuela è un caso doloroso, emblematico, che ben rappresenta la sfida  che devono affrontare quotidianamente le donne salvadoregne, dovuta alla proibizione totale dell’aborto nel paese centroamericano, con una legge che è tra le più restrittive al mondo”. Angélica Rivas, femminista e avvocata, sempre nella conferenza virtuale, ha voluto sottolineare che El Salvador continua a criminalizzare selettivamente le donne, perché le più vulnerabili sono quelle che non hanno un lavoro, né hanno studiato e quindi vivono in povertà. Secondo l’ultima indagine attualizzata della Agrupación Ciudadana por la Despenalización del aborto, tra il 1998 e il 2019 in El Salvador si sono criminalizzate 181 donne, che hanno sofferto aborto spontaneo o emergenza ostetrica; l’età delle giovani coinvolte oscilla tra i 14 e i 24 anni, tre hanno meno di 14 anni; il 41% ha studiato soltanto alle elementari, il 9% non sa né leggere né scrivere; dal punto di vista lavorativo, il 53% non ha mai avuto un lavoro fisso, il 38% sono casalinghe.

La depenalizzazione dell’aborto è una richiesta sostenuta da organizzazioni femministe dal 1998, quando riformando l’articolo 133 del Codice Penale, furono definitivamente proibiti gli unici tre tipi di aborto fino ad allora permessi: quando la vita della madre è in pericolo, quando il feto presenta delle malformazioni e quando la gravidanza è frutto di una violazione o di un incesto.

  1. Il primo maggio giorno dei lavoratori, ma anche delle lavoratrici

Sandra Yanira T ha 54 anni, e da quando ne aveva 25 si dedica al lavoro domestico per mantenere i propri figli; sua madre si occupava di loro mentre lei lavorava, ma ora che è morta Sandra deve pagare una ragazza perché si occupi di loro per non lasciarli soli. Prima che scoppiasse la pandemia, Sandra lavorava in due case del quartiere Escalón, uno dei quartieri più esclusivi di San Salvador; guadagnava 10 dollari al giorno, troppo poco per mantenere la famiglia: per questo era costretta ad integrare il salario vendendo come ambulante riviste e prodotti per la casa.

La pandemia ha acutizzato i problemi economici di Sandra, che ha dovuto abbandonare il lavoro per strada, mentre il suo compagno, che guadagnava qualcosa riparando scarpe e cartelle nel Mercato Centrale di San Salvador, ora non può più lavorare, e nemmeno le loro figlie più grandi hanno ancora un’occupazione remunerata, anche solo precaria. Sandra ha manifestato in una intervista concessa alla Revista Brujula la propria preoccupazione: le spese sono rimaste inalterate, come l’affitto per la casa dove vive insieme a figli e nipoti, affitto che è di 60 dollari al mese. Invece, la sua situazione lavorativa è quanto mai incerta.

Proprio il primo maggio, il giorno dedicato ai lavoratori, il Sindicato de Trabajadoras Domesticas de El Salvador (SITRADOMES), ha emesso un comunicato, in cui si richiedono maggiori garanzie per le donne, soprattutto in questa emergenza sanitaria. Dall’inizio della quarantena, in El Salvador, la maggioranza delle collaboratrici domestiche come Sandra sono state rimandate a casa, senza nessun pagamento del salario dovuto. “Molte sono a casa, aspettando invano di essere richiamate nei propri luoghi di lavoro e di ricevere finalmente il sospirato stipendio.” afferma SITRADOMES. Occorre ricordare che El Salvador non ha mai ratificato la Convenzione 189 sulle lavoratrici e lavoratori domestici dell’OIL, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (l’Italia lo ha firmato nel 2013, quarto stato aderente all’OIL  a farlo e primo in Europa), e per questo le lavoratrici del settore sono già normalmente poco tutelate.

Le donne impiegate come domestiche rappresentano il 10,6% della popolazione economicamente attiva, secondo l’inchiesta Hogares y Propósitos Múltiples dela DIGESTYC, effettuata nel 2018.

Inoltre è urgente l’aumento del salario minimo delle collaboratrici domestiche, un salario non adeguato al costo della vita, aumentato in modo considerevole all’inizio di quest’anno, quando incominciarono a scarseggiare soprattutto i fagioli, fondamentali nell’alimentazione salvadoregna, e per questo hanno subito un forte rincaro del prezzo sul mercato. L’ultimo aumento del salario minimo è stato decretato nel 2017 durante il secondo governo di sinistra del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional (FMLN), guidato da Salvador Sánchez Cerén, con una percentuale che variava tra il 20 e il 141% dello stipendio, a seconda della categoria considerata. 1

Infine, il SITRADOMES ha voluto ricordare anche le donne lavoratrici del settore informale che non hanno accesso al bonus di 300 dollari emanato dal governo salvadoregno per le famiglie in difficoltà dopo lo scoppio della pandemia: la loro situazione diventa dunque sempre più precaria. 2

 

  1. “Noi, lavoratrici sessuali vendiamo fantasia, non vendiamo amore né il nostro corpo

Sempre nella giornata del Primo maggio, in alcuni mezzi di comunicazione alternativi salvadoregni, si è voluto dare spazio ai racconti delle donne, includendo le trans, che per necessità o per scelta, si dedicano al lavoro sessuale. E’ indispensabile ed urgente richiedere allo stato salvadoregno la garanzia dei loro diritti, perché la pandemia ha messo ancora più a nudo la vulnerabilità sociale del settore. In tutto il mondo, anche all’interno dei movimenti femministi, c’è un grande dibattito sul tema del lavoro sessuale, dividendosi tra le sostenitrici dell’abolizionismo, che ritengono che le prostitute lavorando sempre, in maggior o minor misura, forzatamente, sono sottoposte ad una  forma di violenza contro le donne che va necessariamente abolita, e chi invece è fautrice del regolazionismo, difendendo la prostituzione come lavoro, reclamando di conseguenza per chi lo esercita gli stessi diritti di qualsiasi lavoratore o lavoratrice, con il riconoscimento delle specifiche necessità, come ad esempio una attenzione medica adeguata (vedere http://www.labottegadelbarbieri.org/tag/giulia-crivellini/) Non bisogna dimenticare che in El Salvador la situazione legale delle lavoratrici sessuali è incerta, perché questo lavoro non è regolato da nessuna norma attinente al mondo lavorativo, ma contemporaneamente non è penalizzato dal Codice Penale. Ricade invece sotto la giurisdizione della Legge relativa alla Tratta delle Persone, quando però è esercitata da minorenni o comunque non volontariamente.

Karen Rivas, avvocata dell’Associazione Las Mélidas, afferma che “in El Salvador le lavoratrici sessuali sono più di 50.000, e proprio per loro sarebbe necessario una omologazione di normative nazionali ed internazionali che ne tutelino il rispetto, la non discriminazione e l’accesso al diritto ad una vita libera di violenza”. In questo contesto, ancora più vittime sono le donne trans, la cui identità non è ancora riconosciuta e proprio per questo troppo spesso il lavoro sessuale è l’unica loro possibilità di sostegno economico per sé e per la propria famiglia. In un articolo della rivista digitale La Brújula, molte sono le storie di donne che raccontano perché si dedicano al lavoro sessuale. Sono le storie di Patricia, 66 anni, Karla, 49 anni e Daniela di 38 anni; tutte trans, tutte costrette a scappare, molto giovani, dai villaggi contadini dell’interno del paese e a rifugiarsi in capitale, dedicandosi a questo lavoro come l’unica forma possibile di sostentamento; ora che il sindaco di San Salvador Ernesto Muyshondt ha chiuso il centro storico della capitale, sono disperate perché non possono più esercitare nemmeno questa attività. Una di loro, con lucidità e con un pizzico di dignità, afferma che “Noi, lavoratrici sessuali, vendiamo fantasia, non vendiamo amore né il nostro corpo”.  Inoltre, da quando governa Nayib Bukele, la Secretaria de Inclusión Social è stata definitivamente chiusa, e per questa ragione gli abusi e le discriminazioni  che subiscono le persone sessualmente diverse non sono più né denunciati né stigmatizzati. Così, ad esempio, le persone con diversità sessuale, a cui è stato diagnosticato l’AIDS, hanno enormi difficoltà ad accedere all’assistenza medica di cui avrebbero diritto: lo stato di emergenza nazionale, per loro, è doppiamente penalizzante e la paura cresce ogni giorno di più. “Le persone sieropositive hanno un rischio alto di contrarre il COVID 19 perché hanno basse difese immunitarie e si alimentano in modo carente, diventando estremamente vulnerabili” afferma Concepción Raymundo dell’organizzazione Orquidea del Mar. Joseline M è una trans honduregna, di 28 anni, residente nella regione orientale di San Miguel; ha dovuto sopperire alla mancanza di una vera famiglia nella sua infanzia e grazie al commercio informale ha potuto completare la scuola obbligatoria, fino alla nona classe.  “La polizia e le autorità abusano delle persone LGBT; ancora di più quando si accorgono che patiscono anche di AIDS; soltanto per questo ci discriminano, e per questo loro atteggiamento noi abbiamo paura a uscire in strada” racconta Joseline. 3

 

  1. Il 10 maggio festa della mamma

 

 

“Mi mamá me enseñó a luchar” (mia mamma mi insegnò a lottare) è la scritta apparsa sui muri di una anonima città messicana il giorno in cui 128 paesi al mondo hanno festeggiato il giorno della mamma.  In un articolo, pubblicato sempre nella Revista La Brújula, la giornalista Fátima Cruz afferma che “Le donne, quando vivono il processo di essere madre, sono costrette ad affrontare sistemi di salute precari, leggi che criminalizzano il loro corpo, gravidanze con rischi di emergenze sanitarie, spesso come ragazze madri. In questo modo l’essere madre è strumentalizzato da un sistema violento nei confronti delle donne, un sistema patriarcale. Ed è per questo che, a partire dal femminismo, si cerca di vivere senza l’imposizione dell’esperienza della maternità, che deve essere una scelta personale con la possibilità di poter decidere come eventualmente esercitarla. Quindi, non dobbiamo idealizzare bensì rompere il destino di essere madre. A partire da una rivendicazione individuale, la condizione del rapporto genitore figli deve essere gestita su un piano pubblico, sociale e politico, creando un ambiente sano e dignitoso per tutti”.

Nello stesso articolo, Amanda Castro, antropologa e lesbofemminista, madre di una adolescente, parla della necessità di una educazione collettiva, in cui un gruppo di persone di ambo i generi si assuma la responsabilità della crescita comunitaria di bambine/i, con responsabilità condivise, anche grazie all’appoggio che si costruisce attraverso la rete dei social. “Dobbiamo non solo pensare ma iniziare a mettere in pratica delle esperienze che si basino su cure collettive, compresa la maternità, e compresa l’attenzione ed il rispetto nei confronti delle altre specie, dell’acqua e della terra, insegnando poi questo atteggiamento ai propri figli e figlie” conclude Amanda. Un altro modo per vivere la festa della mamma, come esprime Gilda Murillo: “Io aspiro e lavoro ogni giorno perché El Salvador sia un paese dove le madri possano vedere risolte le proprie necessità, come donne prima che come madri, con l’autonomia necessaria per poter sviluppare i propri progetti, veder compiersi i propri sogni e godere delle proprie passioni”.

 

  1. Il 26 maggio continua allerta per le difenditrici private di libertà

Alerta defensoras” è lo slogan con cui la Iniciativa Mesoamericanas de mujeres defensoras de derechos humanos (IM Defensoras) si fa nuovamente carico di due casi salvadoregni.

L’11 marzo di quest’anno, quando già vigevano in El Salvador le misure di emergenza per il COVID 19, Sara Benítez uscì molto presto per acquistare i prodotti che vende informalmente in casa e per approvvigionarsi di alimenti. Vicino ad un parco infantile di San Salvador, la Policia Nacional la fermò, egli agenti le dissero che avrebbero dovuto trattenerla qualche ora per un test relativo al COVID. Sara fu portata in uno dei tanti centri di contenzione creati per l’emergenza, il polisportivo di Merliot, dove le notificarono che si sarebbe invece fermata lì per i trenta giorni di quarantena obbligatoria.

Sara è una defensora di diritti dei lavoratori  ed è l’unica fonte di sostegno per i suoi due figli piccoli.

La storia di Ana Cristina Barahona, anche lei defensora riconosciuta nel paese, è analoga: è stata arrestata dalla Policia Nacional il 13 aprile, mentre si dirigeva a comprare delle medicine per suo figlio di tre anni, ospedalizzato per bronchite. In quel momento Ana Cristina non aveva con sé la carta d’identitá né telefono, né il certificato medico che comprova il suo diabete. Ana è stata trasportata in un centro di detenzione insalubre, dove si ritrova con altre donne, una trentina, che erano state fermate in situazioni simili, anche se avevano le giustificazioni previste dal decreto legge per potersi spostare in città. Successivamente le comunicarono che avrebbe soggiornato presso il Centro Merliot per la quarantena obbligatoria, durante la quale non le hanno mai consegnato né la mascherina, né il gel disinfettante, né le medicine per curare il suo diabete. Ana Crisitna è una defensora di Diritti Umani, lavoratrice sessuale, appartenente alla Red de Mujeres Mesoamericanas en Resistencia por una Vida Digna, alla Organización de Trabajadoras Sexuales de El Salvador e alla Red Salvadoreña de Defensoras de Derechos Humanos. Alla data del 26 maggio, Sara e Ana sono ancora rinchiuse nel centro di detenzione.

Per questo, IM Defensoras chiede urgentemente all’Instituto Salvadoreño para el Desarrollo de la Mujer (ISDEMU) affinché si pronunci di fronte ai molteplici casi di detenzioni arbitrarie nei confronti di donne madri di famiglia, che erano dovute uscire per comprare prodotti di prima necessità e i cui figli minorenni si trovano in una situazione di estrema vulnerabilità. Inoltre l’associazione esige che gli organi competenti giudiziari salvadoregni investighino le situazioni che hanno portato alla detenzione di Sara e Ana, così come di molte altre donne. Infine l’associazione si appella allo stato salvadoregno perché si astenga dal continuare durante la crisi del COVID 19 con questa pratica delle detenzioni arbitrarie, considerate da molte organizzazioni nazionali e internazionali come una violazione dei fondamentali diritti umani.  Il 29 maggio una cinquantina di organizzazioni salvadoregne ha reso pubblico un documento in cui si chiede che la permanenza nei Centri di Contenzione sia limitata a 15 giorni, sia soggetta a revisione e valutazione da parte di un gruppo multidisciplinare di medici, psicologi e professionisti delle scienze sociali; solo in questo modo potranno essere ridimensionate le elevate possibilità di contagio oggi frequenti nei centri, si sopperirà all’attuale mancanza di trasparenza nelle informazioni ai parenti dei fermati, oltre all’ingiustificato prolungamento del periodo di quarantena, la mancanza di igiene e i trasferimenti in luoghi lontani come punizione di fronte alle proteste manifestate da diversi reclusi.

 

  1. Il 28 Maggio: un giorno per la salute delle donne

La Red de Salud de las Mujeres Latinoamericanas y del Caribe (RSMLAC) nel 1987 lanciò l’idea di definire il 28 maggio di ogni anno come il Dia Internacional de Acción por la Salud de las Mujeres: una occasione in più per sensibilizzare la popolazione mondiale sull’importanza della salute sessuale e riproduttiva delle donne. 4

La lotta per la depenalizzazione dell’aborto non è mai disgiunta  dalla denuncia delle gravidanze infantili, fenomeno purtroppo diffuso in El Salvador: secondo i dati ufficiali del Portal de Transparencia dell’Hospital Nacional de la mujer Rodriguez, di San Salvador, nel primo trimestre del 2020 si sono registrate 17500 gravidanze, di cui 144 sono bambine tra i 10 e 14 anni, e ben 3835 sono adolescenti tra i 15 e i 19 anni.

L’anno passato L’Instituto de Medicina Legal di San Salvador ha registrato 2900 casi di violenza sessuale, cioè 8 casi al giorno: il 75% degli abusi è stato commesso si bambine ed adolescenti con meno di 17 anni, includendo 848 casi di bambine con meno di 11 anni. L’Observatorio de violencia contra la mujer (ORMUSA) in uno dei suoi ultimi rapporti afferma che “gli aggressori sono persone conosciute, spesso familiari stretti, o persone che cicono vicino o addirittura nella stessa casa”.

Le organizzazioni femministe hanno avvertito che la quarantena espone le giovani a maggiori rischi: infatti, purtroppo, le violenze sessuali sono già aumentate nei primi mesi di quest’anno del 9% e la tendenza sarà sicuramente maggiore alla fine del primo semestre del 2020.

Contemporaneamente, proprio a causa dell’epidemia, a partire dal 15 marzo, il Ministero di Salute salvadoregno ha sospeso in tutti gli ospedali e unità di salute le visite esterne, escluse quelle relative a pazienti con malattie croniche. Per questa ragione, unita alle misure di restrizione del trasporto pubblico, c’è una difficoltà di accesso ai metodi di pianificazione familiare. Lisseth Alas, della Agrupación Ciudadana por la despenalización del aborto, sottolinea  la mancanza di una attenzione di genere nelle misure adottate, dimostrando che la salute sessuale e riproduttiva non è una priorità in El Salvador. Inoltre, l’impossibilità di accesso ai metodi di pianificazione familiare avrà anche ripercussioni sull’economia delle donne: soltanto chi ha i soldi potrà accedere ai servizi prima garantiti dal sistema di salute pubblico; chi non li ha, correrà maggiori rischi di gravidanze indesiderate e di trasmissione di malattie sessuali.

Purtroppo, la situazione registrata in El Salvador non è un caso isolato in Latinomaerica: sempre il 28 maggio, in Uruguay, associazioni femministe in collaborazione con Gozarte hanno voluto mettere in scena una rappresentazione teatrale ispirata basata su “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood

Nel racconto, tutti i meccanismi di dominazione patriarcale nei confronti delle donne, dissidenze di genere e diversità sessuali vengono reintrodotti , radendo al suolo tutti i diritti conquistati da anni di lotte femministe. Le donne tornano ad essere un oggetto di sfruttamento e controllo riproduttivo al servizio di interessi meschini e ambiziosi di uomini potenti.

Il collegamento con la realtà attuale è evidente, quando, in Uruguay o in El Salvador, o in molti altri paesi latinoamericani, il rischio della violazione dei diritti delle donne è enorme.

Quando, in piena emergenza sanitaria, si promulgano misure di confinamento familiari senza tener conto dei livelli di violenza di genere che maggiormente colpiscono bambine, ragazze e donne.

Quando non sono previsti dei sussidi statali per le maggiori incombenze che ricadono sulle donne per la cura dei minori o degli anziani in questa pandemia.

Quando non ci si preoccupa di garantire il lavoro del personale sanitario, in maggioranza donne.

Quando le donne sono le più colpite dalla disoccupazione, in quanto sono la maggioranza delle persone impiegate in lavori informali.

Quando le disuguaglianze di genere continuano, aumentando invece di essere ridotte.

Fino a quando tutto ciò?

Non vorremo aspettare fino al prossimo 28 maggio, per una nuova accorata denuncia.

 NOTE

  1. http://www.labottegadelbarbieri.org/una-mirada-su-el-salvador/
  2. https://revistalabrujula.com/2020/05/01/sindicato-de-trabajadoras-domesticas-exigen-garantias-laborales-ante-despidos-por-pandemia/
  3. Testimonianze qui https://www.contrapunto.com.sv/sociedad/salud/comunidad-lgbt-con-vih-respira-el-miedo-del-estado-de-emergencia-nacional/13714
  4. Lo stesso giorno è anche la giornata mondiale dell’hamburger….
  5. Racconto e fotografie della rappresentazione teatrale in Uruguay qui https://www.resumenlatinoamericano.org/2020/05/30/uruguay-dia-internacional-de-accion-por-la-salud-de-las-mujeres-performance-artistica-basada-en-la-novela-de-margaret-atwood-fotos/

 

(*) Vicepresidente Associazione Lisangà culture in movimento, www.lisanga.org

Per informazioni e sottoscrizioni per la campagna di SITRADOMES scrivere a terri.messi@tiscali.it o lisanga.cim@tiscali.it

 

 

Teresa Messidoro

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