Elisabetta Maltese – Una fine

by Fernando Dinis

Ormai erano mesi che languiva in un letto.
La malattia era progredita velocemente, privandolo dell’azione ma non del pensiero.
Per ogni respiro uno sforzo, in ogni sguardo la rabbia per un corpo prigioniero di cellule impazzite che ormai stavano ledendo anche il suo io, smanioso per l’impotenza.
Conosceva il suo futuro.
Il dolore si riacutizzava insopportabile quando la medicina cessava il suo effetto.
«Non possiamo fare di più, lo sa. La prossima dose stasera.»

Entrai, e lo trovai nella solita posizione, lo sguardo verso la finestra.
Mi sedetti sul letto, per stargli più vicino, e mi sorrise.
Nei suoi occhi dolore, collera, stanchezza.

«Cosa hanno detto i medici?»
Glielo chiesi tanto per distoglierlo dai suoi pensieri.

«Lo sai, sei medico anche tu. Non farmi domande inutili. Ormai manca poco.»
E mi fissò, in silenzio.
Sapevo cosa voleva e quel pensiero continuava a lacerarmi, ma era mio padre.

«Hai promesso!»
Lo disse con disperazione, quasi temesse il mio tirarmi indietro.

«Oggi?»
Annuì.

L’osservai meglio: un corpo contratto, lo sguardo determinato. Era lui, libero e testardo.
Il tumore si era preso la sua vita ma papà non gli avrebbe concesso altro.
Era stato chiaro: avrebbe deciso lui quando morire.

Ricordai le discussioni sulla scelta del liceo, quanto avevo dovuto combattere per studiare Medicina mentre lui avrebbe preferito Giurisprudenza.
Mi costrinsi a non andare indietro negli anni, troppo doloroso.

Mi ribellavo al dolore, al distacco, alla sua ostinazione. Lo odiavo perché aveva scelto me e il tempo che mi aveva dato non era bastato, non sarebbe mai bastato.
Presi la sua mano. La strinsi, in silenzio, con forza crescente.
Rimanemmo così, non so quanto.
Poi un cenno, come già mi avesse detto addio.
Espirai profondamente.

«Aspetta. Parlami di quando avevo i cavalli. Parlami di Musotorto!»
Sorrisi dentro di me e annuii, con un cenno del capo.

«Eh, sì, lo scovasti per caso, passando di fronte al macello comunale e ce lo facesti trovare nella scuderia, tutto pelle e ossa e con quel muso storto che gli dava un’aria un po’ buffa. Alla mia sorpresa tu m’indicasti i garretti.»

«…Garretti da campione!»

«Sì, papà, e senza ascoltare le urla di mamma incominciammo a curarlo. Ricordi come correva veloce quando finalmente fu in forze per andare sulla spiaggia? E quanto era lucido e morbido il suo pelo dopo che si era rotolato nella sabbia e lo avevo spazzolato.»

«Musotorto…» e il padre voltò il viso verso la finestra, quasi a guardarlo passare, nascondendo l’emozione.

Il bip del monitor si faceva sempre più pressante, ma in quel momento non ci feci attenzione, immersa anch’io in quei ricordi, belli e di condivisione, forse gli unici nella nostra diversità.
«…E avevi ragione tu, papà: vinse. Con il suo muso storto tagliò il traguardo davanti a tutti di una lunghezza. Ricordo ancora come tremavo nel sentire i suoi muscoli fremere mentre lo accarezzavo e, con lo sguardo, ti cercavo fra la gente accorsa a festeggiare.»

«Signorina! Perché non ci ha chiamato subito! Suo padre ha un attacco cardiaco. Esca dalla stanza, e vada a chiamare gli altri familiari.»

Mi trovai fra due medici e l’infermiera mi accompagnò, rapida, alla porta, richiudendola al mio sguardo ancora stordito.
Pronta, si avvicinò una suora.

«Ci penso io a chiamare, non si preoccupi, signorina. Si sieda, venga. Sta arrivando il prete: parli con lui, le darà un sostegno.»

Dalla porta chiusa arrivavano le voci concitate dei dottori e io non riuscivo a smettere di ripetermi che non era questa la fine che lui voleva, che non avrebbe mai voluto essere rianimato, che non avevo fatto quello che desiderava.

Non mi accorsi quando arrivarono mamma e Bruno, mio marito.
Ci fecero rientrare nella stanza: papà se n’era andato.
Accanto a lui il prete, che nemmeno avevo visto arrivare, e mia madre in lacrime silenziose che stringeva la mano al suo compagno di una vita.
Bruno mi prese sottobraccio e mi allontanò dal letto, forzandomi dolcemente. Mi abbracciò e tenendomi stretta mi sussurrò all’orecchio:

«Lo hai fatto?»
Scossi la testa.

«Ma lo avresti fatto?»
A quella domanda, mi scrollai dalle sue braccia che sentivo come una morsa che non mi lasciava respirare, e guardai mia madre, china su mio padre, il prete, il medico con il suo camice non più immacolato e Bruno.

Poi mi voltai verso la finestra: stava passando Musotorto.

Il nostro ringraziamento a Elisabetta Maltese
casidadellarosa

Clelia

17 commenti

  • Elisabetta è sempre Elisabetta. Una scrittura delicatissima…

  • I miei comlimenti all’autrice del racconto. Quando si toccano temi con risvolti religiosi/sociali si rischia troppo spesso di divenire banali.
    Invece Elisabetta riesce a trasportare il lettore in un viaggio che va al di la del racconto stesso, ponendo domande ma senza forzare le risposte, lasciando al lettore il libero arbitrio di giudicare.
    Ottima l’allegoria del cavallo (musostorto).
    Buona anche la forma, mai rietitiva ma sempre molto fluida, tanto da farsi leggere tutto di un fiato.
    Brava !

  • Sono io che ringrazio questa “sporca dozzina” nuova di zecca per aver avuto il coraggio di accogliermi.

    elisabetta

  • Mi è piaciuto molto il tuo racconto.
    Grazie

  • Lo sento molto come”vissuto” questo racconto. Un anno e mezzo fa ho avuto un’ esperienza parallela a quella che hai descritto. Complimenti!
    il falconiere

  • due lucciconi agli occhi mentre leggevo di quel cavallo e percepivo la tensione teneramente drammatica
    grazie

  • Mi hai commosso oltre ogni dire.
    Tu sai come coinvolgere il lettore.

    Un caro saluto a te, e un rigraziamento per la bella proposta al padrone di casa.

    frantzisca

  • Ho apprezzato questo tuo brano, ma soprattutto ho ammirato l’equilibrio che sei riuscita a mantenere nell’affrontare un tema delicato come l’eutanasia.
    Grazie, Elisabetta, a rileggerti presto.
    clelia

  • Difficile definire “bellissimo” un racconto che affronta questo tema, ma… sì, sei stata davvero brava! Mi hai ricordato la fine di mio papà, che non aveva un tumore ma problemi cardiaci che ormai erano diventati irrisolvibili. Quando ebbe l’ultimo attacco, di notte, chiamò mia madre e le disse di non svegliarmi perché altrimenti avrei chiamato l’ambulanza… ma lui voleva andarsene in casa sua, era stanco di ospedali. Così si tennero mano nella mano fino a quando lui rovesciò la testa e morì. Devo dire però che il segno che lasciò a mia madre fu davvero indelebile e difficile da sopportare. Mia madre se ne andò a sua volta tre anni più tardi, lei sì per un tumore. Ho spesso nutrito il sospetto che iniziò ad ammalarsi proprio in quel periodo. Ma a dire la verità non ne sono più così convinto…

  • Un grazie a ladoni, frantzisca e a te, clelia.
    Non aggiungo altro perchè è sincero.

    betta

  • Non dispongo sicuramente dei mezzi necessari ad esprimere un giudizio… ma le emozioni che mi hai fatto provare sono state profonde ed intense.

    Un abbraccio

    Marco

  • Oddio Betta, che momenti atroci. Difficilissimo parlarne. Non ne sarei mai capace, io. Sono troppo emozionata. Ti dico soltanto: eccezionale.
    Un abbraccio, Rossella

  • Ecco a che serve credere in Dio…
    serve per lasciare a Lui la responsabilità
    di curarsi di mia figlia Marialidia….
    http://mikemcold.splinder.com/post/17476630/marialidia-e-marianne
    e perchè sia sempre Lui a decidere se e quando…!
    ***
    Faccio l’allevatore di pasori tedeschi da 30 anni
    e anche in un caso estremo con questi,lascio decidere
    a Lui…comodo no??!!!

  • …E infatti, Simone de Beauvoir diceva che la difficoltà di chi non crede in un dio sta proprio nella totale assunzione della responsabilità delle proprie scelte senza il conforto di alcun perdono.
    Ma credo che l’eutanasia sia un tema che tocchi anche i credenti.

    betta

  • Mi è costato molto arrivare in fondo a questo racconto, ho rivissuto attimi di sgomento simile alla morte di mia madre.
    Tutto come descritto, i suoi dolori cui non si poneva mai abbastanza sollievo.
    Il suo sguardo di richiesta muta.
    Non potevo assecondarla, non ne avevo il coraggio.
    Per fortuna perse conoscenza forze, e in qualche ora se ne andò, senza più dovermi chiedere.
    “Lo avrei fatto?”
    Non so, per fortuna non so.
    Ma per me vorrei che qualcuno ci pensasse, e mi aiutasse a finire dolcemente.
    Grazie, Betta.

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