Fantasy e femminismo?

di Romano Giuffrida (*)
Il potere ha sempre avuto un rapporto ambiguo con la fantasia: da un lato,

avvalendosi di molte riflessioni filosofiche che nei secoli si sono interrogate al riguardo (giusto per fare un esempio, Gianbattista Vico in «La scienza nuova»: “La fantasia tanto è più robusta quanto è più debole il raziocinio”) l’ha considerata una sorta di depravazione indegna dell’uomo razionale; dall’altra, in modi diversi ma sempre con l’unico fine di “distrarre le masse” dalla realtà, l’ha sempre usata a piene mani creando miti “fondativi”, leggende e quant’altro potesse essere funzionale al “disinnesco” di tensioni sociali che potessero mettere in discussione il primato del potere stesso.
La fantasia, dunque, usata come i “giochi da circo” ricordati dal poeta latino Giovenale: «(il popolo) due sole cose ansiosamente desidera: pane e i giochi circensi» (duas tantum res anxius optat panem et circenses).
Non è un caso forse che l’esercito più potente a disposizione del potere, almeno dal XX secolo in avanti, sia rappresentato dalle industrie culturale e spettacolare: a parte la repressione armata, poco altro ha infatti avuto la capacità di orientare l’immaginazione collettiva quanto a esempio una certa cinematografia hollywoodiana o una certa letteratura d’intrattenimento.
Forse è anche per questi motivi che non sono mai stato un frequentatore del genere fantasy: se si escludono «Il Signore degli anelli» di J. R. Tolkien e poco altro, ho sempre preferito narrazioni, anche di fantasia, che avessero però agganci con la realtà, del presente o di tempi remoti, ma in ogni caso sempre una realtà “verificabile” storicamente.
I voli in mondi fantastici di supereroi, draghi e malefiche streghe (così come quelli su pianeti distanti anni luce…) mi hanno sempre lasciato abbastanza indifferente (allo stesso modo mi ha lasciato “freddino” anche quella cinematografia dello stesso genere che, grazie soprattutto alle tecnologie informatiche, ha conosciuto negli ultimi anni un vero e proprio boom di produzioni e di estimatori).
Questione di gusti e probabilmente di età. Però, mai dire mai. Già l’instancabile e meritevole lavoro di Daniele Barbieri nel corso degli ultimi anni mi aveva fatto osservare con uno sguardo diverso e sicuramente più interessato il mondo della fantascienza (Philip Dick in modo particolare) che, appunto, non aveva goduto di mie particolari simpatie.
Recentemente però mi sono imbattuto in un libro a firma Jessie James edito dalla casa editrice Sensibili alle foglie dal titolo, inequivocabilmente fantasy: «L’ambasciatrice dei draghi», primo capitolo di una saga intitolata “Le leggende della mezzaluna”.
Dato quanto detto poc’anzi, è normale che qualcuno si domandi il perché mi sia trovato a leggere un libro così intitolato (oltre a tutto di ben 518 pagine) e soprattutto come mai ne scriva in una rubrica intitolata «Caratteri scomposti».
Riguardo alla prima domanda, la risposta è semplice; già in passato, cioè nel 2011 – un po’ incuriosito dallo pseudonimo scelto dall’autrice e dalla motivazione di tale scelta specificata nelle note della quarta di copertina: «(l’Autrice) Ha scelto il suo pseudonimo quale tributo al bandito Jesse W. James» ma, soprattutto colpito dallo scoprire che “Jessie” è nata nel 1996 – volli leggere il suo «La leggenda di Aang», primo volume di una trilogia ispirata al cartone animato «Avatar. The Last Airbender». Il libro mi divertì e colsi in esso, pur se frutto dell’esperienza letteraria di una quindicenne (all’epoca), diverse qualità che, se nutrite da buone letture, in un futuro promettevano possibili sorprese interessanti.
Ed ecco la risposta alla seconda domanda. Al di là della storia narrata (dalla quarta di copertina: «Nella mezzaluna, una terra in cui regna l’equilibrio fra natura e magia…l’impero prospera sotto la guida di un saggio re… I maghi, chiusi nella loro Fortezza, ordiscono trame e complotti…Quando il Libro viene rubato e una Creatura evocata, l’apparente armonia si spezza, sprofondando l’Impero nel terrore… Cora, giovane contadina coinvolta nel cataclisma che scuote l’Impero, si trova a dover compiere difficili scelte. Senna, maga della Fortezza, dovrà misurarsi con il proprio lato oscuro…»), resa comunque avvincente da un susseguirsi di eventi e avventure mai incoerenti tra di loro, ciò che fa sì che ne accenni in queste pagine ha tutt’altra origine.
Jessie infatti lascia trasparire nelle pagine del suo libro uno sguardo “al femminile” sulla realtà del Potere, sulle sue assurdità, sulla violenza delle guerre combattute sulla pelle di uomini e donne innocenti che il Potere lo subiscono e, ultimo ma non ultimo, sulla violenza e assurdità del potere maschile derivatogli dalla cultura patriarcale imperante.
Colpisce infatti come, tra combattimenti, tradimenti, pozioni magiche e quant’altro fa parte dell’armamentario del genere fantasy, si intreccino riflessioni che mettono in evidenza la contrapposizione fra il modus operandi maschile e quello femminile: il primo, spesso rozzo o comunque incapace di uscire dagli schemi mentali rigidi di chi si sente da sempre depositario di saperi e dogmi; il secondo, certo più libero, almeno nel pensiero, e quindi disposto a mettersi in discussione, a negare gli assunti “indiscutibili” del potere maschile, a confrontarsi con essi e ad accettare le sfide che l’affermazione di sé pone quando tale scelta sia in contrasto con le scale gerarchiche imposte dallo status quo.
Sia chiaro che tutto ciò, pur se inequivocabilmente “centellinato” dalle parole e dalle azioni dei protagonisti del racconto, si coglie più come un discorso in filigrana tra le pagine del libro e ciò rende questo aspetto ancora più interessante in quanto, non diventando facile slogan “ad effetto”, mette in evidenza quanto esso faccia parte del sentire dell’autrice, oggi diciassettenne.
Ed è curioso come, sicuramente in maniera involontaria ma non per questo meno significativa, nel cogliere queste caratteristiche – marginali rispetto allo sviluppo della narrazione ma sicuramente, positivamente caratterizzanti la creatività immaginativa dell’autrice – nei contenuti espressi, abbia sentito echi che mi hanno rimandato alle parole di due testi fondamentali di Christa Wolf e del pensiero femminile dell’ultimo scorcio del XX secolo, ossia «Cassandra» e «Medea-Voci».
Si è trattato ovviamente solo di echi, di un sentore, delicato ma non superficiale, di consapevolezza femminile che sa situare in momenti storici precisi (il passaggio violento e traumatico dalla cultura matriarcale a quella patriarcale) lo “scarto” attraverso il quale il Potere maschile (e quindi il Potere tout-court) si è affermato ai danni del mondo femminile.
Esordire così con «un ciclo di avventure ambientate nel mondo fantastico della Mezzaluna interamente frutto della immaginazione» (sempre dalla quarta di copertina – ndr) ci fa quindi ben sperare non solo sugli sviluppi creativi delle future fatiche di Jessie James ma anche sul fatto che nonostante tutto (e quindi nonostante la cultura sessista imperante anche in questo inizio di millenni) le “menti migliori” delle nuove generazioni abbiano preso e portino avanti il testimone di tante battaglie femminili del secolo scorso.
E’ un augurio per tutti noi ma soprattutto per loro, per le giovani generazioni in procinto di costruirsi il mondo e quindi la vita che vorranno vivere.
(*) Riprendo questo testo dal penultimo numero del mensile «Pollicino Gnus» (il 226 di aprile). Non ho ancora letto (lo farò al più presto) i libri di Jessie James ma le considerazioni di Romano mi sembrano molto interessanti; e non lo dico perché in qualche modo mi loda. Colgo l’occasione per segnalarvi che «Pollicino Gnus» è una delle poche riviste controcorrente; e non lo dico perché ne sono il direttore ir/responsabile. Scusa non richiesta è accusa manifesta? Mica sempre… (db)

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