«Femme fatale»: il De Palma che non t’aspetti

di Fabio Troncarelli

Il 30 aprile 2002 gli spettatori francesi videro per la prima volta «Femme fatale» di Brian De Palma. Il film fu ripresentato poco dopo (il 25 maggio) a Cannes, fuori concorso. Fu un clamoroso insuccesso, che si ripeté quando cominciò circolare nelle sale, nonostante i giudizi positivi di qualche critico più sveglio come Roger Ebert del «Chicago Sun». Col tempo, l’opera è stata rivalutata e considerata in modo molto diverso. Eppure né l’insuccesso né il successo sembrano pienamente motivati. Vale la pena dunque riparlare del film e porsi qualche domanda sul suo rifiuto acritico e sulla sua acritica accettazione. Già perché Femme fatale ha deluso o entusiasmato gli spettatori acriticamente, solo perché alcuni l’hanno considerato degno e altri indegno del De Palma, che si aspettavano di ritrovare. Quello di prima, quello di sempre, a volte amato, a volte odiato, ma sempre sugli scudi. Ha fatto un capolavoro? Si è giocato la carriera? Tutti si sono chiesti che cosa era successo e non hanno saputo rispondere. Ma come – hanno detto molti – De Palma non era quello degli «Intoccabili» con Kevin Costner e Sean Connery, che prese l’Oscar per la sua interpretazione? Non era quello di «Mission Impossible» con Tom Cruise, campione di incassi e di riconoscimenti, a un punto tale da generare cinque sequel? E adesso il regista che cosa fa? Un pasticcio snob, fatto di citazioni, incasinatissimo e cervellotico? Ma certo, hanno risposto altri: De Palma mica è quello che credete. Ha fatto film raffinatissimi, come «Omicidio a luci rosse» o «Il Fantasma del palcoscenico»; ha scoperto De Niro; è stato uno dei protagonisti della corrente della New Hollywood, paragonabile alla Nouvelle Vague; è stato definito il “Godard americano”. Non è un regista di cassetta: è un artista. Perché non dovrebbe osare, sperimentare, sconvolgere lo spettatore?

Molto bene. Adesso mettiamo da parte tutto questo e ricominciamo da capo, valorizzando le osservazioni intelligenti e motivate di qualche critico più attento.. Vi risparmio un riassunto di una vicenda ingarbugliata e complessa, che somiglia a quella di «La donna che visse due volte» di Hirchcock, film-totem di De Palma, che ha sempre dichiarato di avere scoperto la sua vocazione di regista dopo averlo visto. Ecco, finalmente dopo tanto tempo, il ragazzino che era rimasto folgorato dalla diabolica storia di Kim Novak, che rivive dopo la morte, è riuscito a girare un suo mostruoso remake, altrettanto diabolico, che parla di una donna che rivive due volte, spiazzando lo spettatore e lasciandolo confuso, atterrito. Se si dimentica questo rapporto preferenziale con un regista amato e rispettato come un padre, non si capisce più nulla. Il fascino e il significato del film sta proprio qui: in quest’attenta, trepidante imitazione, che produce qualcosa di nuovo partendo da qualcosa di antico. Proprio quello che ha disgustato i francesi, già seccati perché qualcuno aveva osato chiamare De Palma “ il nuovo Godard”, visto che Godard è roba loro (che poi, tecnicamente, Godard sia svizzero è una bazzecola!). I critici d’oltralpe, più consapevoli di tanti altri, avevano subito detto: questo film è copiato da Hitchkock! E non avevano capito niente. Il film non è una “copia”. E’ un rifacimento, consapevole, attento, intelligente: la mimesis di un classico, per diventare classici a nostra volta. Un’operazione degna di un autore dell’Umanesimo, anche se si tratta di un film destinato al grande pubblico, non privo di un certo “gigantismo”, di effetti speciali e spettacolarità .

Ora, il vero problema non è giustificare questo tipo di operazioni, di cui abbiamo decine e decine di esempi, siano essi film, quadri, poemi e romanzi. Il problema è rinfrescare la memoria ai critici sapientoni e agli spettatori ignorantoni, spiegando loro che l’imitazione del passato non è un fenomeno strano, assurdo, noioso. E’ l’essenza di quello che possiamo chiamare Storia della Cultura, ammesso che concepiamo la cultura come “storia” e non come “aneddoto”. La storia del cinema, come ogni altra, è un sistema organico che si svolge davanti ai nostri occhi, che ha un passato, un presente e un futuro. Se io faccio un film sul Vampiro, prendendo spunto dai romanzi gotici ottocenteschi, non è strano che poi altri facciano film sui vampiri e non è neppure strano che si formi una catena ininterrotta di rappresentazioni del« vampiro che parte da capolavori espressionisti come «Nosferatu» di Murnau e arriva fino a «Per favore non mordermi sul collo» di Polanski. Allo stesso modo, se io, a partire da altri romanzi ottocenteschi, faccio un film sulla Vamp (che sarebbe alla lettera la “donna-vampiro” in senso allegorico non letterale) decretando il trionfo di un’attrice come Theda Bara in «La vampira» (A Fool There Was) di Frank Powell (1915), non posso meravigliarmi se poi compaiono una marea di Vamp e di Femmes fatales, di tutti i tipi possibili e immaginabili, dall’«Angelo azzurro» di Von Stemberg alla «Fiamma del peccato» di Billy Wilder. Nè posso meravigliarmi se chi partecipa a questa catena di remakes e rifacimenti di un Mito si possa sentire figlio spirituale di chi lo ha preceduto e riparta da dove il suo “padre spirituale” si è fermato. Con questo metodo (i critici lo hanno chiamato “metodo mitico”) Joyce ha scritto l’«Ulisse», prendendo come punto di partenza Omero e il suo l’eroe, che si reincarna in un antieroico, miserabile, meschino ometto del suo tempo: un’antitesi vivente dell’eroismo, ridotto nel mondo moderno a puro squallore, perché, come dice Eliot: «E’ questo il modo in cui finisce il mondo. Non con uno schianto, ma con un piagnisteo» (Gli uomini vuoti).

Se le cose stanno così, non ci sono dubbi che il tentativo di De Palma sia pienamente legittimo e che il risultato sia degno delle sue ambizioni: il film è semplicemente magnifico, in senso visivo e in senso drammatico e porta alla ribalta il viso e il corpo di una poco conosciuta modella di professione, Rebecca Romijn, che avrebbe potuto divenire un’ altra icona nella galleria delle grandi donne fatali, come Marlene Dietrich o Joan Crawford, se solo avesse trovato produttori, sceneggiatori e registi che avessero fiducia in lei.

Tutto questo non è avvenuto, anzi è accaduto il contrario: l’affascinante Rebecca è stata immediatamente trascinata dalle stelle alle stalle e sbattuta senza complimenti in mezzo a film orrendi e serie televisive ancora più orrende, appioppandole spesso il ruolo coatto di transessuale e imprigionando l’ambiguità della sua figura fisica in uno stereotipo degno dei nostri orrendi contemporanei. Allo stesso modo, vittima della stessa feroce incomprensione, De Palma è stato costretto per sopravvivere a gettarsi a capofitto in film di cassetta. Film sontuosi, strabilianti, magari perfino impegnati e “un sacco di sinistra”. Ma pur sempre di cassetta. Tra questi metto pure «Black Dahlia» che non è un brutto film, per carità, ma non ha niente di sperimentale, a cominciare dal pallosissimo script, derivato dall’ancor più palloso, logorroico, allucinato romanzo di James Ellroy, una delle “sòle” più clamorose che ci abbiano inflitto nell’ultimo disgraziato ventennio.

Qual è il motivo di simili voltafaccia o piuttosto “crolli”, che fanno piombare nell’abiezione chi era destinato al cielo, scaraventandolo a terra, come Icaro? A mio parere questo è l’effetto di un vero e proprio “golpe” che nell’ultimo ventennio ha distrutto il Cinema in quanto storia del cinema e lo ha ridotto a cronaca di aneddoti, di stupidaggini mirabolanti e di eventi mondani, equiparando perfettamente il nostro ventennio a quello esecrato del Puzzone. Golpe che non riguarda solo il cinema, ma anche la storia della cultura e della politica, insomma la “storia” pura e semplice, che è stata cacciata via con orrore dal nostro orizzonte mentale, con un processo di “rottamazione” degna – come dice la parola stessa – di uno sfasciacarrozze, non di un uomo civile. Il golpe, come tutti i colpi di stato che si rispettino, ha introdotto forzatamente un nuovo lessico, altre parole d’ordine, inediti slogan: se una volta si diceva «Libro e moschetto, fascista perfetto», adesso si dice “se un film non è un blockbuster non vale la pena farlo”. Cosa significa esattamente blockbuster? Significa che un film deve far “saltare il botteghino” o se preferite il significato etimologico, deve “rompere ogni barriera”, intendendo la parola “barriera” nel senso più caro al capitalismo rampante, cioè distruggere la concorrenza e instaurare il monopolio, alla faccia dei perenni richiami retorici alla libertà di impresa e magari pure alla Libertà, con la “L” maiuscola del già menzionato capitalismo rampante. Il ruggente capitalismo di oggi vuole solo il monopolio assoluto: vuole solo comandare, spadroneggiare, imporre il Potere Unico e il Pensiero Unico. Quindi: niente storia, niente passato, niente obblighi, niente morale. Domani è un altro giorno e dopo di me il Diluvio!

A dire la verità, il “golpe” che ha imposto simile slogan (come tanti altri) non è avvenuto per caso nell’ultimo ventennio e affonda le sue radici nel riflusso del ventennio precedente. Ma mentre all’inizio un’involuzione del genere è stata, almeno in parte, contrastata e a volte bloccata, oggi ha vinto dovunque. E questo fa la differenza.

Il primo grande successo di questa Restaurazione in salsa capitalistica, che ha spianato la via del trionfo attuale del neoliberismo, è stata la capitolazione di tutti quei sedicenti progressisti che non hanno retto alla prova dei tempi e si sono calati le braghe, magari con qualche scusa che poteva imambolare i sempliciotti. Tipo l’idea perversa della “vocazione maggioritaria” di chi è all’avanguardia. Vi ricordate Veltroni, che diceva proprio la stessa cosa dei produttori che vogliono “sbancare il botteghino”. Non basta fare cose splendide, restando in minoranza: girare film a basso costo, che hanno lo stesso un grande successo; scoprire registi originali come Martin Scorsese, George Lucas, Sidney Pollack, Sidney Lumet; o attori straordinari come Dustin Hoffmann, Bob De Niro, Al Pacino. Non basta essere bravi, impegnati, seri, onesti; dire pane al pane e vino al vino e sperare che questo schifo di mondo abbia un sussulto di dignità e cambi. Macché. Bisogna sbancare il botteghino… Avere sempre la maggioranza… Eliminare ogni opposizione. Vivere finalmente in un mondo felice senza contrasti… Che importa se lo dicono pure i padroni? Se questo significa sacrificare la propria identità, il patrimonio di lotte e di passione accumulato da generazioni di uomini onesti? Che importa se, restando alla storia del cinema, significa assassinare tutti i migliori e ridurre splenidi purosangue al rango di asinelli che portano la soma? Cioè, tanto per capirci, costringere registi sensibili come il Lucas di «American graffiti» a soffocare in un lunapark come «Guerre stellari»? Che importa se lo Scorsese di un film amaro e disperato come «Taxi driver» viene schiaffato in gabbia (pur dorata) e sia costretto a sfiancarsi in kolossal senz’anima come «Gangs di New York». E che ci importa di tutti gli altri? Devono mordere il freno, essere puniti, emarginati, dimenticati, rottamati, a meno che non si convertano alla nuova fede, abiurando il loro passato e diventando autori “di cassetta”. Che ci frega a noi di «M. A. S. H.», di «Cinque pezzi facili», di «Gangster story», di «»Nashiville», di «Soldato blu», del «Piccolo grande uomo», di «Oltre il giardino», perfino di «Pomodori verdi fritti alla stazione» che fu un successo clamoroso, pur essendo un film a basso costo? Chi non sbanca al casinò non è degno di considerazione. Anche se magari riesce a sopravvivere magnificamente, come per esempio Robert Altman. Un uomo così è solo un fastidio. L’ideale è Spielberg, che comincia con le velleità autoriali di «Duel» ma poi getta alle ortiche ogni aspirazione e squaderna uno dopo l’altro “blockbusters” come «Lo squalo», «E. T.», la saga di Indiana Jones.

Che c’entra tutto questo con De Palma? O con lo squallido ventennio che viviamo? Sì che c’entra, perché tutti i progressisti folgorati sulla via di Damasco negli anni ottanta-novanta e hanno spasimato per un successo impossibile dal loro punto di vista – ma graditissimo ai padroni del vapore – hanno spianato la strada alla vittoria irresistibile (?) del Pensiero Unico, avvenuta fra 2000 e 2020, portando alla rovina coloro che cercavano ancora di barcamenarsi tra film di cassetta e di avanguardia. Come De Palma. Il suo amore per Hitchcock; il suo sentimento di appartenenza al sistema-cinema, che prevede l’imitazione non passiva e il rifacimento creativo; il sano rapporto fra Tradizione e Talento Individuale; insomma, proprio tutto quello che aveva contribuito alla sua affermazione come autore, alla fine è divenuto un boomerang e lo ha travolto. A nulla è valso che egli abbia tentato un compromesso, realizzando un film come «Femme fatale», che aveva gli stessi requisiti delle opere di Hitchcock ed era, pur essendo un film d’autore, anche adatto per il grande pubblico. Per chi voleva il blockbuster un simile compromesso non era abbastanza. E per chi rimpiangeva l’avanguardia era un tradimento.

Alla fine chi ne ha fatto le spese è stato un film bellissimo ma inutile: il canto del cigno del cinema d’autore. Rivisto oggi appare struggente e poetico, ma allora sembrò solo vecchio e noioso agli uni, deludente agli altri.

Ma chi si è francamente rotto i cabbasisi di essere costretto a sorbirsi film coi pupazzi animati, storiacce fantasy che non hanno capo né coda, fesserie di maghi e maghetti, violenza a gogo-go con strippamenti e grand-guignol, tanto il pomodoro per fare il sangue costa poco; per chi non ne può più della coazione ad assumere come antidoto chili e chili di pellicole orientali, medio-orientali o centro-sud americane, perché sono le sole in cui ci sia un po’ di Cinema; per chi crede ancora si possa fare un film d’autore nonostante tutto; per questo esercito delle tenebre costretto a vivere nelle tenebre, anche un film come «Femme fatale», pur viziato da una buona dose di gigantismo e spettacolarità, può dare comunque un po’ di sollievo.

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

La Bottega del Barbieri

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