Floribert è anche un bel nome…

… ricorda la delicatezza di un fiore e simboleggia il coraggio della giustizia.

di Donata Frigerio  

In questi giorni, mentre i grandi analizzano la spartizione dell’Africa tra Cina, India e Brasile e Amnesty International festeggia i 50 anni di attività, ricorre un triste anniversario, sconosciuto ai più. L’anno scorso, il 2 giugno, veniva ucciso a Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo, Floribert Chebeya. 47 anni. Chebeya era presidente di Voix des sans Voix (VSV, Voce dei senza voce), organizzazione congolese in difesa dei diritti umani, e membro dell’OMCT, Organizzazione Mondiale Contro la Tortura. Chebeya è stato ritrovato morto, in auto, alla periferia di Kinshasa. La sera precedente avrebbe dovuto rientrare a casa da un appuntamento mancato con il generale John Numbi, capo della polizia, ma è scomparso insieme al suo collaboratore, Fidèle Bazana, il cui corpo non è stato mai ritrovato.

Chebeya è stato visto l’ultima volta all’ispettorato di polizia ed è stato ritrovato il giorno dopo dalla stessa polizia, che più volte lo aveva arrestato negli ultimi anni. Secondo i suoi parenti, da anni Floribert Chebeya era oggetto di intimidazioni e minacce da parte di alcune autorità congolesi.

In un discorso al consiglio dei diritti dell’uomo dell’Onu a Ginevra, Philip Alston, relatore speciale dell’Onu sulle esecuzioni extragiudiziali, non ha esitato ad affermare che le circostanze in cui Floribert Chebeya è stato ucciso lasciano pensare ad una responsabilità ufficiale.

L’Unione Europea, gli Stati Uniti, la Francia, il Regno Unito, il Belgio, la Svizzera e numerose ONG, fra cui Human Rights Watch, Global Witness, Amnesty International, Protection International, la Rete delle ONG europee per l’Africa Centrale-Eurac e molte altre hanno richiesto alle autorità congolesi una “inchiesta internazionale e indipendente”, “imparziale e trasparente”, che non c’è stata.

Diversi moventi potrebbero essere alla base dell’assassinio di Floribert Chebeya. Egli aveva intenzione di depositare un’inchiesta e di costituirsi parte civile a proposito della repressione condotta nel 2007 dalla polizia nazionale, contro il movimento politico religioso Bundu dia Kongo, nel Bas Congo. Chebeya aveva criticato molto vivamente le operazioni militari condotte congiuntamente con l’esercito rwandese contro i ribelli hutu rwandesi delle Fdlr nel 2009, nelle regioni dell’Est. In occasione del 30 giugno, festa dell’indipendenza del Paese, stava preparando un’iniziativa per richiedere l’amnistia di 51 detenuti politici, condannati a morte dopo essere stati giudicati colpevoli dell’assassinio di Laurent Désiré Kabila (Presidente della Repubblica ucciso nel gennaio 2001).

 Il processo per la morte di Chebeya e Bazana si è chiuso il 19 maggio e dovrebbe rendere a breve il suo verdetto. Il principale imputato, il colonnello Daniel Mukalay, insieme ad altri, rischia la pena capitale, ma la difesa sostiene che i mandanti dell’omicidio sono a livelli più alti, facendo in particolare il nome del generale John Numbi, sospeso dal suo incarico poco dopo l’uccisione.

Pensiamo che la verità verrà a galla prima o poi” è la dichiarazione di Dolly Ibefo, l’attuale direttore esecutivo di VSV, in occasione di questo primo anniversario della morte del suo predecessore.

La morte di Chebeya non ha interrotto o rallentato le attività di VSV, che continua il suo lavoro come nel passato. E ce n’è bisogno, perchè, in Congo, i diritti umani continuano ad essere calpestati, soprattutto nelle regioni dell’Est del paese. Il 2 luglio dello scorso anno un altro attivista dei diritti umani è stato assassinato a Beni, in Kivu. Diversi giornalisti sono stati intimiditi ed arrestati, altri attivisti dei diritti umani sono stati minacciati più o meno velatamente di morte.

A Rutshuru, nella provincia nordorientale del Nord-Kivu, è tornata la normalità dopo una protesta della popolazione contro i militari delle Forze armate regolari (le Fardc) e i caschi blu della Monusco (la locale missione dell’Onu) accusati di non garantire la sicurezza. La popolazione è continuamente vessata dagli stessi militari regolari sbandati e malpagati, da bande di ribelli e da militari di origine rwandese integrati nell’armata, dalle tensioni politiche in preparazione delle elezioni presidenziali previste per il prossimo mese di novembre.

Floribert è, per molti, il simbolo del coraggio, della tenacia della giustizia, della speranza che rinvigorisce nonostante le avversità, della luce nel buio, come ben scritto da Hannah Harendt:

“Anche nei tempi più bui abbiamo il diritto di attenderci una qualche illuminazione la quale potrebbe giungere non tanto da teorie e nozioni astratte quanto dalla incerta, tremolante e spesso flebile luce che alcuni uomini e donne, nella loro vita e con il loro operato, accenderanno pressochè in qualsiasi circostanza e diffonderanno durante il tempo che è stato loro concesso in terra” Hannah Arendt Men in dark Times -New York, 1995

Donata Frigerio

Un commento

  • ginodicostanzo

    Quando i coraggiosi si muovono e lottano all’interno di un sistema marcio, spesso vengono ammazzati. La tortura è parte integrante del sistema, è praticata anche da noi, chi è stato in galera per motivi politici in Italia ce l’ha raccontato… lo stesso sistema si premura poi di stendere una coltre di silenzio. Denunciare la tortura deve essere tutt’uno con la denuncia del sistema di cui la tortura è solo un atroce strumento. Grazie per il post, per la memoria.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.