Futurologia? Cos’è… e al servizio di chi?

       Un dossier di Antonio Caronia ripreso da «Scienza esperienza» (perché oggi è un “Marte-dì” non del tutto martediano)

AlvinToffler

C’era una volta, diciamo fra gli anni ’60 e ’80, un movimento di critica della scienza: una ragionevole, seria contestazione del sistema storicamente determinato e degli interessi/scelte di classe che si aggrovigliano attorno alle scienze. Tutt’altra cosa che quell’ignoranza scientifica vantata da molte/i grazie alla quale rischiamo di ri-piombare nell’ignoranza… lasciando scienza e tecnologia nelle mani dei potenti di sempre.

Dentro la critica della scienza c’era la critica della futurologia: perché Alvin Toffler e altr* avevano provato a costruire una griglia per capire e “guidare” i futuri possibili ma ovviamente anche questo strumento – parlare di scienza sarebbe troppo – poteva essere usato nell’interesse di gran parte dell’umanità o invece per parare il culo ai soliti pochi.

E dentro la critica della futurologia “storicamente data” si colloca un saggio, anzi un dossier, di Antonio Caronia che sono riuscito – grazie a Giuliano Spagnul – a ripescare. Sono 9 paginette del 1987: invecchiate ovviamente nei riferimenti immediati ma sempre valide per le indicazioni di fondo; furono pubblicate su «Se-Scienza esperienza», un’ottima rivista e anche di quella sarà bene riparlare con calma. Qui sotto vi propongo un assaggio del testo di Caronia; se il vostro palato/cervello apprezza sotto c’è il link per leggere tutto.

Da poco è morto Alvin Toffler e oggi di futurologia – ma anche di futuro – si parla sempre meno… non per caso. Io però sono convinto che sia importante recuperare questa “griglia” di pensiero. Mi riprometto dunque di tornarci sopra ma nel frattempo ogni contributo è graditissimo. (db)

AlvinToffler-ChocFUTURO

Siamo 5 miliardi sulla terra. Le previsioni dell’ONU del 1958, riportate nel rapporto del MIT al Club di Roma The Limits of Growth del 1972 (NOTA 1) (e che al suo apparire si attirò accuse di catastrofismo da destra e da sinistra), stimavano che questa cifra si sarebbe raggiunta attorno al 1995. Siamo in anticipo di 8 anni, e con l’attuale tasso di crescita il tempo di raddoppiamento è sceso sui 25 anni: abbiamo una ragionevole sicurezza di diventare 10 miliardi prima del 2020. Forse nulla quanto le stime di aumento della popolazione (ma anche altri indici relativi all’andamento delle risorse energetiche, o all’inquinamento, o ai consumi alimentari) caricano di angoscia le nostre aspettative sul futuro, e al tempo stesso possono farci capire quanto siano importanti le previsioni attendibili. Senza una conoscenza precisa non «del futuro», che è ovviamente inconoscibile, ma «dei futuri possibili» in relazione all’andamento di certi parametri demografici, economici, sociali, culturali, è molto difficile pianificare interventi razionali, che guidano con sicurezza verso gli obiettivi desiderabili.

Futurologia, mutamento, decisione

L’aspirazione a conoscere il futuro, la speranza o l’angoscia per avvenimenti non ancora verificatisi che incombono o minacciano, non è certo tipica della nostra società, al contrario. Nelle grandi civiltà del mondo antico, d’Oriente e d’Occidente, si sono delineati sistemi di divinazione affidati a specifiche figure di specialisti, a corpi di dotti che fungevano da consulenti del potere politico e religioso, e lavoravano sulla base di regole generali di decifrazione dei segni che la divinità (sola a poter conoscere un destino dell’uomo già scritto ma a lui sconosciuto) disseminava nel mondo (NOTA 2). Nelle società in cui la divinazione occupa un posto di questo tipo la sua funzione, come hanno mostrato gli antropologi, è quella di un «organo ufficiale di legittimazione», capace di sottrarre la scelta al gioco degli interessi dei gruppi sociali contrapposti e garantirle un consenso sociale generale (NOTA 3). La situazione comunque, al di là del posto diverso che le tecniche di divinazione hanno nelle società antiche, appare connessa a un atteggiamento generale della specie homo sapiens. La fabbricazione degli utensili e la loro conservazione implicano già una nozione di «futuro» e delle aspettative su di esso, e più ancora l’insieme di atteggiamenti e operazioni legate all’agricoltura (semina, cura, attesa, raccolta).

Nella nostra civiltà l’attesa del futuro è collegata alla concezione lineare del tempo tipica della tradizione giudaico-cristiana. Ma proprio l’affermarsi e il diffondersi del cristianesimo, con la conseguente condanna delle pratiche divinatorie come sopravvivenze del paganesimo, determinava nella cultura ufficiale uno iato fra la divinazione profetica del mondo antico e la nascita di un atteggiamento razionale nei confronti del futuro nell’era moderna. Iato che è stato ampiamente coperto, sia nel mondo del potere sia fra le classi subalterne, da una sopravvivenza delle pratiche divinatorie, l’astrologia soprattutto, che hanno conosciuto fortune alterne senza mai però scomparire, fino ai nostri giorni.

L’atteggiamento della cultura moderna nei confronti del futuro è compendiato nella nozione di «progresso», che da Bacone a Condorcet ha preso corpo nella visione di un procedere per accumulo del sapere, del benessere, delle qualità morali dell’umanità. Questa visione, che doveva poi irrigidirsi nell’uso che il positivismo avrebbe fatto del concetto di «evoluzione», induceva a concepire il futuro come un’estensione delle tendenze operanti nel presente. Il riduzionismo meccanicista scivolava nel determinismo, per cui un problema di previsione del futuro si poneva, semmai, nella determinazione dei tempi di un processo che era già tutto inscritto nelle premesse.

Occorreva che la società rivelasse la sua natura di sistema complesso, caratterizzato da un numero di interazioni fra i suoi elementi così elevato da richiedere una integrazione di conoscenze senza precedenti per assicurarne la governabilità. E occorreva l’emergere di un problema di accelerazione dei ritmi del mutamento (tecnologico, in primo luogo) al punto tale da rendere impossibile l’assimilazione dei suoi effetti con i normali tempi della riflessione scientifica e della gestione politica (NOTA 4). Occorreva tutto questo, occorreva insomma l’emergere del problema della «decisione» come centrale per le società sviluppate e per il sistema mondo nel suo complesso, perché maturasse l’esigenza di uno specifico campo di ricerca sul futuro. È solo nel secondo dopoguerra, negli anni cinquanta, che il ritmo del mutamento impone la formulazione di ipotesi sul futuro (perlomeno a breve termine), che consentano la scelta di alternative diverse in funzione di diverse situazioni future. Il «futurologo» (astratta combinazione di scienziato sociale, economista, matematico) diventa una figura insostituibile di consulente che attraverso le estrapolazioni, le proiezioni, gli scenari, fornisce al potere politico ed economico gli elementi in base ai quali operare le sue scelte. Scelte, va da sé, che continuano a essere influenzate da un intreccio di propensioni individuali, convincimenti di gruppo, interessi, pressioni. La futurologia non risolve di per sé il problema della razionalità della decisione politica, anche perché, dato e non concesso che le tecniche di previsione di cui fa uso siano «neutrali» o «oggettive», l’insieme di dati a cui vengono applicate non possono in nessun caso esserlo. Una scelta di valori (a posteriori, forse, per quanto riguarda la sua formazione, ma a priori per quanto riguarda la sua successiva applicazione) guida comunque il futurologo nel suo lavoro. Ciò non toglie che […]

https://www.academia.edu/344482/Dossier_Futurologia

 

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