Gaza, il ritorno, la strage

articoli e video da “al Jazeera” e da “Il fatto quotidiano”.
Gaza, ritorno a casa: vestiti, libri, fiori tra le macerie
Scherzo del destino. “Trovo il coraggio di andare e poi l’Idf ci attacca di nuovo”
***
di Aya Ashour (*)

Rientro nell’asse di Netzarim dopo mesi proprio mentre Israele riprende i suoi attacchi. Da giorni evitavo di andare alle rovine della mia casa. La tregua ha reso possibile la visita alla mia città natale, al-Mughraqa.
Dal giorno in cui è stato permesso il ritorno, tutta la mia famiglia è andata a vedere le macerie della nostra casa, tranne me e mia sorella Noor. Non riuscivamo a trovare il coraggio di rivedere la nostra città distrutta. Sono passati più di cinquanta giorni dal cessate il fuoco e solo venerdì scorso ho finalmente trovato la forza e il coraggio di preparare questa visita. Mia madre, le mie sorelle Noor, Jana e Rola, mio fratello Ahmed e io sabato partiamo alle nove del mattino. Come mezzo di trasporto troviamo solo un carretto trainato da un asino, che dalla mia attuale sede di sfollamento a Deir al-Balah, nel centro della Striscia, ci avvicina ad al-Mughraqa, sei chilometri di distanza. Il carretto ci lascia a metà strada, nel punto in cui il passaggio è vietato ai veicoli. Camminiamo poi per altri tre chilometri.
Per tutto il viaggio guardo con sgomento la strada che porta alla mia città. Se questa è solo la strada, come deve essere la città stessa?
Il mio cuore si spezza quando raggiungiamo il bivio che da Wadi Gaza porta al centro: non riconosco i punti di riferimento. Cammino su un sentiero sabbioso che ricordavo asfaltato. Mio fratello Ahmed, di nove anni, mi tiene per mano. Ci è già stato sei volte con mio padre. Mi indica i punti di riferimento: “Qui c’era la clinica al-Mughraqa, qui la farmacia, qui la moschea, qui la casa di tal dei tali, qui la strada che portava ad al-Zahraa, qui la fabbrica di pietra, qui il distributore di benzina”. Cammino stordita. Mia sorella Noor dice a mia madre che riconoscerà subito le rovine della nostra casa, che non gli servirà l’aiuto di Ahmed.
Invece, non ci riesce neppure lei. Siamo arrivati. Mio fratello mi tiene ancora per mano e mi guida, mentre io sotto choc chiedo ripetutamente: “Dov’è la nostra casa? Dov’è…?”. Mi lascia, corre in un punto e raccoglie dei pantaloni tra le macerie: “Ecco, Israele ti ha lasciato i tuoi pantaloni”.
Giro intorno ai resti di casa e mi scorre davanti la mia vita. Il muro della mia camera da letto, riconosco il colore delle pietre. Altri brandelli dei miei abiti: il mio vestito estivo preferito, la borsa che mi regalarono al diciannovesimo compleanno, la teglia per le torte, i pantaloni di mio padre, i miei libri universitari, pagine strappate sparse per terra. Recupero tre libri rimasti interi. Spazzo via la polvere e li stringo al petto.
Fatico a comprendere il peso dei ricordi ridotti a un silenzioso mucchio di pietre. Noor e io alterniamo lacrime e risate. Lei vuole andare a vedere cosa è rimasto della sua scuola media. Nonostante il rischio di mine antiuomo, camminiamo per altri dieci minuti. Altre macerie. Sentiamo il ronzio dei droni israeliani sopra di noi.
Noor cerca qualcosa, qualsiasi cosa, ma non trova nulla della scuola: l’amore per il teatro, la passione per la scrittura e la recitazione di poesie, i concorsi. Ora solo macerie e quel ronzio nemico dove gli studenti cantavano l’inno nazionale palestinese.
Camminando ancora in un punto scorgo dei fiori gialli selvatici farsi spazio tra le macerie. La bellezza cerca di imporsi sulla distruzione, come se questo luogo stesse cercando di guarirsi le ferite coi fiori della sua terra.
Poi ritorniamo a Deir al-Balah. È la notte di lunedì, mi sveglio al suono dei missili che ci sorprendono ancora una volta nel sonno, finalmente capisco: sono ritornata ad al-Mughraqa perché temevo di perdere la possibilità di rivedere la mia città e le rovine di casa. Una voce mi diceva: “Vai, perché potresti non avere un’altra opportunità”.
Se non fossi andata me ne sarei pentita per sempre, credo sia stata l’ultima volta.
I carri armati potrebbero tornare a spianare anche le macerie, cancellando pure i frammenti dei ricordi. Potrei non vedere più le pietre della mia camera da letto.
Io e la mia famiglia siamo di nuovo sotto la minaccia della morte. A essere sincera, se questa guerra continuasse, preferirei morire piuttosto che sopportare ancora. Israele sostiene di colpire Hamas, ma siamo noi a pagarne il prezzo.
E la verità è che nessuno si preoccupa di noi: né Hamas, né Israele, né gli arabi, né l’Occidente. Stiamo morendo qui nell’oscurità, con tutta la forza militare di Israele che ci schiaccia in una vendetta implacabile e spietata. Noi, che un tempo avevamo sogni, ricordi o almeno rovine a cui tornare.

(*) Tratto da Il Fatto Quotidiano.


Bambini, un medico: ecco alcune delle persone uccise a Gaza

Israele ha lasciato le famiglie in lutto e sconvolte in tutta la Striscia di Gaza con una nuova ondata di attacchi brutali.

della redazione di Al Jazeera   (*)

L’esercito israeliano ha bombardato Gaza dalle prime ore del mattino, uccidendo oltre 400 palestinesi e ferendone più di 500. Con molti bambini e donne tra i morti, le cifre delle vittime dovrebbero solo aumentare. Intere famiglie sono state ancora una volta spazzate via e le autorità locali fanno appello per le donazioni di sangue.
La campagna di bombardamenti di Israele è arrivata senza preavviso, a meno che i palestinesi non si svegliassero per assistere all’estensione di ciò che le Nazioni Unite hanno chiamato “inferno sulla terra”.
Decine di video circolanti martedì hanno mostrato civili alla ricerca di persone care agli obitori e sotto le macerie delle case distrutte. Ecco alcune delle vittime degli ultimi attentati di Israele.

La famiglia massacrata a Gaza

Lian e Omar  [Screen grab/X/@RamAbdu].

Ramy Abdu, presidente dell’Euro-Mediterran Human Rights Monitor, ha perso sua sorella e tutta la sua famiglia dopo che la loro casa è stata bombardata a Gaza City nella parte settentrionale dell’enclave intorno alle 4:30 (2:30 GMT). Ha detto che Nesreen, suo figlio e le sue figlie, Ubaida, Omar e Lian, sono stati tutti uccisi, insieme alla moglie di Ubaida, Malak, e ai loro bambini piccoli, Siwar e Mohammed.
La famiglia era sopravvissuta a molti attacchi aerei israeliani precedenti per diversi anni e aveva avuto la casa e l’intero quartiere distrutto dalle bombe israeliane all’inizio della guerra.
“Israele può ucciderci a volontà, bruciarci vivi e farci a pezzi, ma non riuscirà mai a sradicarci dalla nostra terra”, ha scritto Abdu sul suo racconto X. “Aspettiamo giustizia e obbligo di risponderne, non importa quanto tempo ci voglia”.

Sempre a Gaza City, i filmati trasmessi dai palestinesi su Instagram, verificati da Al Jazeera, hanno mostrato scene di feriti sul terreno a seguito di un attacco israeliano che ha colpito un gruppo di persone vicino all’ospedale pediatrico di al-Rantisi.

Uccisa una dottoressa con tutta la sua famiglia

Circa mezz’ora dopo l’uccisione della famiglia di Abdu a nord, una dottoressa di Gaza e la sua famiglia sono stati spazzati via nel sud. La dottoressa Majda Abu Aker, specialista di ostetricia-ginecologia in una clinica dell’UNRWA a Rafah, e più di una dozzina di altri sono stati massacrati da un attacco aereo israeliano sulla loro casa nel quartiere di al-Jenaina a Rafah. Almeno 10 dei palestinesi uccisi erano membri della stessa famiglia, tra cui diverse donne e i loro figli. La più giovane era una bambina di tre giorni.

La martire, dottoressa Majda Abu Aker. I seguenti martiri sono stati identificati dopo il massacro della famiglia Aker a Rafah: Khaled Abu Riash (Abu Mohamed), Dr Majda Abu Aker, Kholoud Khaled Abu Riash e i suoi figli, Osama Abu Marzouq, Seham Abu Marzouq, Nour Osama Abu Marzouq e sua figlia di tre giorni, Dina Osama Abu Marzouq, Mohamed Osama Abu Marzouq.

Altri civili uccisi in attacchi a sud di Gaza

Altre 15 persone, la maggior parte dei quali membri della famiglia Barhoum, sono state nominate fra quelle uccise ad al-Mawasi nel sud di Gaza. L’area era stata designata come una cosiddetta “zona umanitaria” dall’esercito israeliano durante la guerra, ma ciò non ha impeditp agli aerei da guerra israeliani di attaccare ripetutamente al-Mawasi con effetto mortale.
Nelle vicinanze, nella città di Abasan, situata a est di Khan Younis, una famiglia di sei persone è stata uccisa mentre fuggivano dalle bombe israeliane.
Il loro veicolo è stato direttamente colpito e distrutto da un attacco aereo, uccidendo tutte e sei le persone, hanno riferito i corrispondenti di Al Jazeera sul terreno.

Sempre a Khan Younis, nel sud, un’altra famiglia è rimasta scioccata e in lutto dopo che i due suoi bambini sono stati uccisi dalle bombe israeliane. Heba al-Hindi, la zia dei bambini, ha annunciato la notizia su Facebook:
“Cari figli, che Dio abbia pietà di voi e dia pazienza a vostra madre e a vostro padre”, hanno scritto, piangendo Bisan e suo fratello Ayman.

Traduzione: Ayman e Bisan sono martiri, con Dio. Dio concedici la forza, Dio concedi la forza a mia sorella, Soad, concedile forza e pazienza.

“I miei figli sono morti affamati”

Un video di Khan Younis, verificato da Sanad – l’agenzia di fact-checking  di Al Jazeera- ha mostrato una donna palestinese che collassava in lacrime mentre salutava i suoi figli e il marito.
“I miei figli sono morti affamati, giuro su Dio che non hanno trovato cibo per il Suhoor, mia figlia è morta a digiuno senza Suhoor”, ha detto la donna, riferendosi al pasto che si consuma prima dell’alba durante il mese sacro musulmano del Ramadan. Al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ha detto: “Sono una madre con il cuore che brucia, che Dio bruci il tuo cuore sui tuoi figli”.

Una famiglia trova il corpo dopo ore di ricerca

A Jabalia, nel nord, le famiglie sono state costrette a cercare ore per trovare i resti di una persona cara che è stata brutalmente uccisa dall’impatto devastante di una bomba israeliana. I filmati raccapriccianti verificati da Al Jazeera hanno mostrato edifici distrutti da un grande cratere lasciato dalla bomba e parti di un corpo gettato su un albero. Jabalia e il suo campo profughi sono stati sottoposti ad alcuni degli attacchi israeliani più distruttivi dall’inizio della guerra a Gaza il 7 ottobre 2023.
Nelle settimane precedenti all’attuazione del cessate il fuoco con Hamas, che Israele ha ora di nuovo infranto, gran parte di Jabalia è stata distrutta.

L’esercito israeliano ha ucciso almeno 48.577 palestinesi e ferito altri 112.041 dall’inizio della guerra. Altre migliaia di persone sono scomparse sotto le macerie e presunte morte, portando il totale a più di 61.000 morti.

(*) Tratto da Al Jazeera.
***

***

alexik

4 commenti

  • manifestazione a GHILARZA
    DOMENICA 23 MARZO – ORE 10

    Cento anni fa, quando quando cominciava a predisporsi l’annichilimento della Palestina, terminava nel Nord America il genocidio dei popoli nativi: ciò avveniva sotto gli occhi della Statua della Libertà, come fosse una specie di assoluzione; ma erano occhi di pietra.
    Ottanta anni fa, quando il dramma palestinese aveva ormai assunto le dimensioni della catastrofe, terminava in Europa il genocidio degli Ebrei: ciò avveniva sotto lo sventolio liberatorio delle bandiere dell’Armata Rossa e poi di quelle dei Marines, rimesse a nuovo dopo Wounded Knee: come una duplice assoluzione, ma restò al vento.
    Da allora la catastrofe palestinese è diventata genocidio: non vi è stato bisogno di riserve indiane o campi di sterminio: tutta la Palestina è stata ripianificata come lager; non vi è Statua della Libertà ad annunciare “mai più”, né bandiere di liberazione a consolare i sopravvissuti e ad assolvere la cecità: la Palestina è sola e il genocidio del suo popolo procede ormai con ferocia aperta: la scena quotidiana è ormai quella del tiro a segno sui bambini per strada e delle bombe intelligenti sui reparti di ostetricia ancora in piedi, e il dettato finale è che ogni feto diventi polvere prima di essere partorito. È primavera.
    È PRIMAVERA: COME NEGLI ANNI SCORSI EFFETTUANDO LA MARCIA DI NEWROZ DI ATTRAVERSAMENTO DELLA TERRA SARDA,

    INVITIAMO TUTTE LE PERSONE SENSIBILI DEI NOSTRI PAESI A CONVENIRE A
    Ghilarza – località SU CÀNTARU
    DOMENICA 23 MARZO – dalle 10
    PER TESTIMONIARE LA SOLIDARIETÀ E LA FRATELLANZA COL POPOLO PALESTINESE.
    – COBAS SCUOLA SARDEGNA
    – Associazione per Antonio Gramsci – Ghilarza
    – ASCE (Ass. Sarda contro l’emarginazione).

  • riceviamo questa poesia da Carlo Bellisai.
    NASCERE A GAZA

    Sono nato a Gaza
    Forse in un giorno di tregua
    Polvere grida silenzio
    La voce di mia madre
    Mi ha accolto con un suono dolce
    Quando ho aperto gli occhi
    Sul suo viso magro e dolente
    Ho visto lo sforzo di un sorriso.

    Poi ho potuto vedere più in là
    Il volto di mia sorella di un cugino
    Tutta la mia famiglia viva
    Quelli che avrei potuto conoscere
    Quelli che avrebbero tentato
    Di allevarmi educarmi proteggermi
    Ma nell’aria sentivo le forme
    Di tutta la mia famiglia morta.

    Mia madre li teneva nascosti
    In una tasca segreta i nostri morti
    Le fotografie di mio padre della nonna
    Dei miei fratelli mai conosciuti
    Li guardavo e capivo che avevo due famiglie:
    una famiglia di morti ed una di sopravvissuti
    ma non potevo capire la catastrofe
    che mi aveva preceduto.

    Quando ho potuto allargare lo sguardo
    Ero in un mondo di macerie
    Quando ho dovuto fare i primi passi
    Li ho fatti come tutti bambini
    Cadendo e rialzandomi non su un tappeto
    Ma sulle macerie
    Quando sono ripresi i bombardamenti
    Ho subito imparato a correre.

    Quando ho cominciato a parlare
    Conoscevo poche parole:
    Acqua pane latte frutta mamma dammi
    Ma poi ne ho imparate anche altre
    Bomba missile drone Israele invasore
    Le ho imparate correndo fra le rovine
    Nascondendomi per non farmi vedere:
    Attenzione sionista solidarietà resistenza.

    Crescendo ho cominciato a capire
    D’essere nato nel posto sbagliato
    In quella striscia rinnegata dal mondo
    Dove si può solo morire o sopravvivere a stento
    Dove non sarai mai attore ma comparsa
    Un altro bambino morto
    Un altro chiamato terrorista
    Per una pietra lanciata alla sfinge del mondo.

    Perché chi nasce a Gaza ha un nome
    Come chi nasce in Italia o in America
    Ma il suo nome verrà cancellato
    Dal lugubre elenco dei morti
    Perché i nomi devono essere israeliani
    Su tutti i giornali su tutti gli schermi
    I bambini come me sono una parte
    Di un ammasso di corpi indistinguibili.

    Là dove sono nato voglio però restare
    La mia famiglia viva la mia famiglia morta
    L’ultimo olivastro che mio cugino ha innestato
    Mi raccontano che non ce ne andremo mai
    Perché siamo argilla di questa terra
    Siamo sale del nostro mare
    Siamo nati come suoi figli
    Resisteremo!

    Carlo Bellisai, marzo 2025

  • Domenico Stimolo

    Catania domenica 30 marzo grande corteo contro il genocidio del popolo palestinese, oltre mille i partecipanti.
    Il ” canto” che ha aperto il grande corteo che ha attraversato il centro cittadino.
    https://youtu.be/rbbzJ8-_dBE?si=izJApWaTrbxHgrlR

    VIDEO corteo
    https://youtu.be/aCs1872RzjA?si=j34CmsYCZgbRRVr4

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *