Greene fra Dante, Freud, Green e “Harry Lime”

«Il terzo uomo»: era il 31 marzo 1949 quando…

di Fabio Troncarelli

Era il 31 marzo 1949. Quel giorno fu girata l’ultima scena de «Il terzo uomo». La guerra era finita da poco. Tutti volevano rifarsi una vita. Volevano solo dimenticare, gettare dietro le spalle la morte, il dolore, la disperazione; tornare a essere giovani, come prima, innamorarsi un’altra volta, sognare, sperare. Per questo «Il terzo uomo» è stato un uragano. Da quando per la prima volta è apparso nelle sale, il primo settembre 1949. Tutti si sono riconosciuti negli occhi innocenti di Joseph Cotten, negli occhi pieni di lacrime di Alida Valli, soli e angosciati in una Vienna piena di macerie e sconvolta dalla guerra. Tutti hanno tremato di paura ritrovandosi, come in incubo, davanti agli occhi diabolici, crudeli, beffardi di Orson Welles, che spuntava dall’ombra solo per impedire agli uomini di sognare.

«Il terzo uomo» è un film di Carol Reed, basato su un racconto di Henry Graham Greene, che ha lavorato gomito a gomito con il regista e ha detto esplicitamente di aver “suggerito” quasi tutte le modifiche necessarie per la messa in scena del racconto, al punto che: «il film … rappresenta l’ultima versione, l’ultima manifestazione, la più perfetta del racconto1».

Anche se a nostro parere il ruolo psicologico e artistico di Carol Reed non è secondario come suggerisce Greene, considereremo, ai fini della nostra analisi, «Il terzo uomo» come un’opera di Greene che ha un doppio volto: quello di un racconto e insieme di un film, un film-racconto che ha affascinato gli spettatori dal 1949. In effetti il meccanismo della storia è tipico di Greene, proprio come tipicamente “greeniani” sono i personaggi, nel racconto e nel film.

La storia è questa: Rollo (Joseph Cotten) è uno scrittore fallito che sopravvive scrivendo storiacce western: nel film si chiama Holly, che significa “Agrifoglio”, cioè Camomilla, visto che l’infuso di Agrifoglio fa lo stesso effetto della Camomilla.
Chiamato dal suo vecchio amico Harry Lime (Orson Welles) che gli offre un lavoro, arriva a Vienna occupata dagli Alleati nell’immediato dopoguerra. Ma Harry è morto misteriosamente e Holly assiste al suo funerale, dove conosce Anna Schmidt (Alida Valli) la sua ex-fidanzata. Holly non riesce ad accettare la morte dell’amico e sospetta che sia stato assassinato. Insieme ad Anna svolge un’inchiesta rischiosa, che gli fa scoprire che il suo amico era in realtà un gangster.
Holly s’innamora di Anna ma la ragazza resta fedele alla memoria di Harry e lo rifiuta. E si rifiuta perfino di condannare le sue imprese criminali. Ed ecco, all’improvviso, Harry ricomparire. Ha finto di essere morto per sfuggire alla polizia e ride beffardo delle preoccupazioni dell’amico e degli scrupoli della sua ragazza. Pieno di amarezza, Holly decide di collaborare con il maggiore Calloway della polizia militare (Trewor Howard) ma Anna non condivide i suoi sentimenti.
Dopo un inseguimento mozzafiato nelle fogne di Vienna, Harry viene raggiunto da Holly che lo uccide. Il film finisce come era iniziato: con il funerale di Harry. Ma questa volta il morto è veramente nella bara.

Il meccanismo narrativo del racconto-film è senza dubbio perfetto e in apparenza tutto sembra logico e inevitabile. Però le cose non stanno così.

Perché, a esempio, Holly si innamora della fidanzata del suo amico? Nella situazione dell’inizio del racconto-film, la ragazza è tormentata dal profondo lutto per la morte del suo amante. Questo dolore è troppo recente e troppo intenso per permettere l’amore. Holly sembra cieco e nella sua ossessione amorosa è prigioniero di una coazione all’amore a prima vista, nonostante la realtà.

E Anna, la ragazza, non ha niente a che fare con le emozioni di Holly? Nel suo lutto è seduttiva?

Un altro problema è il rapporto fra Holly e Harry, l’amante di Anna. Entrambi sono vecchi amici. Ma fra loro c’è un conflitto sottostante fin dai tempi della scuola. Holly sottolinea ripetutamente che Harry era “migliore” di lui: più adulto, più intelligente, più svelto, mentre lui si sentiva sempre ridicolo.

Ma Harry era troppo intelligente. Poteva essere cinico e diverrà molto cinico e crudele nello svolgersi della storia. Holly è turbato dall’ambivalenza dei suoi sentimenti: quando scopre che il suo amico è davvero un criminale sarà diviso tra rabbia e angoscia, tra fedeltà alla vecchia amicizia e orrore del presente.

Il conflitto si risolve a favore dell’orrore. Holly tradirà l’amico e questo sarà giustificato come un maldestro tentativo di “salvare” Anna. La cavalleria copre l’odio inconscio con il suo nobile mantello. Sembra che Holly stia cercando una buona opportunità per mostrare la sua ostilità. In questa prospettiva, persino l’ostinazione di Holly, l’ineluttabile perseveranza a conoscere la “verità” sul suo amico è sospetta. Sembra quasi che egli non voglia sapere se il suo amico è stato assassinato, ma piuttosto se ci sono stati motivi per farlo.

Nonostante l’apparenza c’è qualcosa di oscuro, inspiegabile dietro la superficie di questo film perfettamente costruito. Per svelare i numerosi enigmi de «Il terzo uomo» credo che sia necessario un lungo viaggio, come quello di Dante. Dobbiamo scendere agli Inferi della psiche dei personaggi per tornare al Paradiso della psiche dell’autore. Il nostro compagno di viaggio, il nostro Virgilio, sarà naturalmente Freud. La nostra Beatrice, l’affascinante signora che rappresenta Amore, Intelligenza e Saggezza, è “Madonna Psicoanalisi”, quella contemporanea, divisa tra diverse scuole2. La molteplicità dei loro volti, che cambiano come i volti di Beatrice, mostra quanto sia difficile e prismatica la conoscenza dell’individuo.

Avviamoci verso l’Inferno. Questo oscuro territorio è costituito dai sentimenti contrastanti dei personaggi del racconto-film: quelle che potrebbero essere definite “strutture psicologiche elementari” dell’opera.

Greene ci ha detto che la prima manifestazione della storia de «Il terzo uomo» è stata una frase, che ha trascritto con una sorta di scrittura automatica del suo inconscio. «Ho detto addio! per l’ultima volta a Harry, una settimana fa, quando la sua bara si tuffò nel terreno di quel gelido febbraio. Quindi, non credevo ai miei occhi quando l’ho visto strofinarmi senza riconoscermi tra la folla di estranei sullo Strand…3».

Secondo me questa frase è una reminiscenza di un passo da «The Waste Land» di Eliot:

Unreal city

under the brown fog of a winter dawn

a crowd flowed over London Bridge, so many

I had no thought death had undone so many…

There I saw one I knew and stopped him crying: ‘Stetson!

You who where with me in the ships at Mylae!

That corpse you planted last year in your garden

has it begun to sprout? Will it blow this year?

Or has the sudden frost disturbed its bed?

Ο keep the Dog far hence, that’s friend to men

or with his nails he’ll dig it up again…

(I, 60-63 at 69-75)

Città irreale

Sotto la nebbia bruna di un’alba d’inverno,

Una gran folla fluiva sopra il London Bridge, così tanta,

Ch’io non avrei mai creduto che morte tanta n’avesse disfatta.

Sospiri, brevi e infrequenti, se ne esalavano,

E ognuno procedeva con gli occhi fissi ai piedi. Affluivano

Su per il colle e giù per la King William Street,

Fino a dove Saint Mary Woolnoth segnava le ore

Con morto suono sull’ultimo tocco delle nove.

Là vidi uno ch e conoscevo, e lo fermai, gridando: Stetson!

Tu che eri con me , sulle navi a Milazzo!

Quel cadavere che l’anno scorso piantasti nel giardino,

Ha cominciato a germogliare? Fiorirà quest’anno?

Oppure il gelo improvviso ne ha danneggiato l’aiola?

Oh, tieni il Cane a distanza, che è amico dell’uomo,

Se non vuoi che con l’unghie, di nuovo, lo metta allo scoperto!

(traduzione di Roberto Sanesi)

Tutti gli elementi di Greene sono già in Eliot: la folla di estranei vicino alla City (lo Strand è molto vicino al London Bridge); il cadavere sepolto durante l’inverno nella fredda terra e il ghiaccio; l’incontro con un “fantasma” del passato; l’atmosfera da incubo.

Il motivo del “fantasma” ha un’antica tradizione letteraria: i versi di Eliot (lo conosciamo attraverso la sua testimonianza diretta) sono stati ispirati dal Brunetto Latini di Dante e da un famoso poema di Baudelaire4.

L’orrore dell’uomo medievale e dell’uomo moderno di fronte alla presenza inquietante del fantasma di un passato che non è passato, di qualcuno che è ancora lì, un cadavere dal quale non si può sbarazzarsi: questa è l’emozione che spinge Greene a scrivere «Il terzo uomo».

Questa sensazione di non essere solo, ma ossessionato dalla presenza di un’assenza, ha una sfumatura allucinatoria. In «The Waste Land» c’è un altro passaggio in cui Eliot allude a un misterioso “terzo uomo”, sempre invisibile ma sempre presente fra due persone che parlano5 Non c’è solo il Sé e l’Altro: c’è un Super-Altro – terrorizzante – che potrebbe essere uomo o donna, un’ipoteca sulla nostra vita.

Se chiediamo al nostro Virgilio di illuminarci su questo “compagno segreto”, ci dirà che siamo nel cerchio del Complesso di Edipo: come Amleto, l’uomo moderno e, in particolare, Greene è in preda al conflitto fra devozione filiale e aggressività nei confronti del Padre. Il fantasma che ritorna è la manifestazione allucinatoria della rimozione dei sentimenti inconsci, ambivalenti, verso la figura del Padre.

In effetti Virgilio ha ragione: i rapporti fra i personaggi de «Il terzo uomo» possono essere definiti come edipici. Holly dice più volte, apertamente, che Harry è stato un padre per lui. Ma anche Calloway, il poliziotto, si comporta come un padre con Holly: padre duro e severo, sempre pronto a dare consigli, a intervenire, a dirigere la vita di un Altro. Va sottolineato, a questo proposito, che nel film Calloway è un moralizzatore,più deciso del personaggio che ha lo stesso nome nel racconto. Si può dire, in fondo, che nella pagina scritta egli è soprattutto la Ragione; nel film è piuttosto la Legge.

Quindi se i rapporti di Holly con Harry e/o Calloway sono simili a quelli con il Padre cattivo e/o severo è naturale che Anna – l’amante del Padre cattivo e/o severo la ragazza rimproverata e allo stesso tempo blandamente protetta dal Padre Severo – sia un oggetto di desiderio edipico. Holly si innamora della ragazza, necessariamente, perché il suo destino è il destino di Edipo.

Il nostro Virgilio ci dirà anche che Holly e Anna condividono da versanti opposti lo stesso conflitto fra Desiderio e Colpa.

In Holly ciò determina una perpetua oscillazione tra fedeltà all’amicizia e aggressività. Il povero Holly è sempre in preda all’ansia: si sente disperato per la morte di un amico, però è anche deluso per la sua risurrezione. E si sente in colpa per la sua ostilità. In breve: è tormentato e turbato da sé stesso.

Il conflitto di Anna è di altra natura. Vorrebbe dimenticare il suo amante, abbandonarsi a un nuovo amore, a livello inconscio: ma il suo Super-Io la rimprovera. Per questo la ragazza sottolinea con forza che non vuole innamorarsi di nuovo e vorrebbe solo essere “morta” come Harry6.

Anna è preda della Malinconia e del Lutto. Il desiderio è proibito dall’inibizione della malinconia. Come diceva Freud a proposito del Lutto: «L’Io può uccidere sé stesso … quando … riesce a trattare sé stesso come un oggetto e può dirigere l’ostilità per un oggetto su di sé 7».

Questo è l’Inferno in cui si svolge il dramma de «Il terzo uomo». Il regno della sofferenza, dell’amarezza. Non conosco nella storia del cinema una scena in cui l’amore è così crudelmente soffocato come quella in cui Holly rivela la sua passione con dolorosa tenerezza e Anna si rivela prigioniera delle sue lacrime.

Ma dopo l’amarezza dell’Inferno, ecco il Purgatorio.

Come sapete, nel Purgatorio Virgilio diventa più umano e incontra altri poeti, “colleghi” che lo accompagnano insieme a Dante e compiono, in fondo, lo stesso viaggio. Questa comunità di esseri fuori dal comune accomunati dal somigliare agli altri esseri “comuni” in un viaggio senza fine verso la Redenzione angosciosa e amara, mi fa pensare a una sorta di Destino, il Destino dell’uomo e dei suoi fratelli, accomunati dal peccato e dalla ricerca di una Terra Promessa nella quale si riconcilieranno col “Padre”. Il Padre fa capolino di nuovo nel racconto-film, ma in un modo nuovo. Appunto per questo, per l’esigenza di una salvezza che tarda al di là degli sforzi degli uomini, risalta ancora di più la miseria di coloro che sono alla fine della processione, rimasti indietro, sbandati e soli come il povero Holly, come Anna, come lo stesso Harry.

Penso a Lacan e alla sua famosa teoria del Nome del Padre. Nel «Terzo uomo» nessuno sembra avere il diritto di portare il Nome del Padre e ha invece un nome simbolico che mormora con orrore, denunciando così la sua condizione di dannato.

Il nome di Harry è Lime: Lime significa fango ma anche trappola. La “trappola” piena di “fango” è rappresentata da Harry stesso: un Padre che è un falso Padre, assente e morto quando il suo Figlio-amico ha bisogno di Lui. Ma allo stesso tempo il falso Padre è anche un falso morto: non muore mai e ritorna, diabolicamente vivo, impedendo al Figlio-suo amico di dimenticarlo per provare a vivere senza di lui.

Il nome di Holly è altrettanto significativo: si tratta di un nome ridicolo, come Anna sottolinea con crudeltà. Anche il suo cognome è una fonte di problemi: si chiama (nel racconto, non nel film) Baxter, nome simile a quello di un famoso scrittore (si allude a Edward Forster) e tutti si rivolgono a lui credendo sia quell’altro. Holly non ha diritto alla dignità di un Nome, né al rispetto della sua identità. Del resto, dall’inizio della storia esiste in quanto è subordinato al suo amico: gli altri si interessano a lui solo in virtù della sua relazione con Harry. Anna lo chiama addirittura “Harry” e Calloway gli parla solo per arrivare ad Harry. Solamente un poliziotto ingenuo conosce i romanzi scritti da Holly però mal gliene incoglie: il suo destino è di essere essere assassinato da Harry Lime, il distruttore dell’identità di Holly.

Il paradosso è che Harry si impone sul “figlio spirituale” come un maestro, mentre è un criminale. Il Nome del Padre di Holly non può essere pronunciato. Il figlio è prigioniero di una maledizione: non può rispettare suo padre ma è costretto a farlo se non vuole essere un criminale come lui. Per questo è condannato a soccombere alla seduzione materna: orfano di padre com’è non riesce a rispettare la figura simbolica che lo ha abbandonato e che ritorna a perseguitarlo.

Ho parlato di seduzione. Apparentemente, Anna sembra rifiutare le avances di Holly: come si può dire che sia seduttiva? Dominata dal Lutto, la ragazza non può essere seduttiva come le altre: la sua seduzione è quella dell’assenza, di cui ha parlato Julia Kristeva a proposito delle raffigurazioni della Vergine nei quadri di Giovanni Bellini (Roma Congresso Internazionale IPSA, 1989). Il freddo distacco e il disdegno di Anna mascherano la sua seduzione. La donna invita l’uomo cacciandolo via. Dice “Mai!”. Però nel suo inconscio questa parola significa “Forse”. Non a caso Anna invita Holly a prendere il posto di Harry, chiamandolo con il nome dell’amico e dicendo: «Ti ho sentito arrivare e ho pensato per un momento che si trattasse di Harry8». Il povero Holly è sempre vittima degli altri. Non può essere libero: la sua ombra è l’ombra dell’amico. Ecco un’altra trappola: quella della seduzione spettrale!

La reazione di Holly, l’uomo senza identità, può essere compresa grazie a Winnicott ed Erikson9: non potendo avere un’identità positiva, essendo cioè “deprivato” della sua identità, finirà per sceglierne “negativa”, quella identità tipica di chi è “antisociale”. Harry ha insegnato a Holly a sfuggire alle regole della moralità? Bene, Holly, da bravo studente, seguirà l’esempio del maestro. Tradirà il suo amico. Trasformandosi lo trasformerà: Harry potrà finalmente morire e non sarà più un “fantasma persecutore” ma solo un nome su una tomba di pietra.

Però la liberazione attraverso il parricidio non è felice. Holly, spaventato e disorientato, ha la sensazione, avendo vinto, di aver perso.

Il Purgatorio è finito: eccoci in Paradiso. Virgilio ci lascia e Beatrice ci accoglie. E possiamo porci finalmente un’ultima domanda: qual è il cuore del «Terzo uomo»? Abbiamo parlato del complesso di Edipo, del Lutto, del nome del Padre, dell’identità negativa, della deprivazione affettiva, però non abbiamo ancora capito come e perché tutti questi problemi e conflitti si coordinino nell’equilibrio squilibrato che ci viene offerto dallo spettacolo a cui assistiamo. La combinazione dei diversi elementi che abbiamo esaminato non è automatica. Siamo di fronte a un arcipelago che raccoglie diverse isole. Qual è il suo nome? Secondo me c’è una parola chiave: gosthline. Questa parola, introdotta da Cristopher Bollas, designa una costellazione psichica, come la parola borderline10. Con una certa approssimazione possiamo tradurla: vita da spettro.

Tutti i personaggi de «Il terzo uomo», a eccezione di Holly, sono spettri. Harry, inafferrabile, è sempre al confine, tra il mondo dei vivi e il regno della morte. Quest’uomo con un sorriso enigmatico afferma che i morti hanno una vita migliore dei mortali11. Anche Anna, angelo custode del Regno del Lutto, è una personalità spettrale: la vita è respinta, lontano dalla sua anima scolpita nel ghiaccio. E Calloway, l’allegoria della legge – duro e cinico, proprio come Harry – è in una certa misura opposto e complementare al criminale che combatte: sempre giusto, è vero; ma non ha pietà per coloro che sono al di fuori della legge. Anche la sua anima è morta: non ha niente a che fare con coloro che vivono, soffrono, sbagliano, perdono, così stupidi con i loro sentimenti!

Ma ciò che è più interessante nella vita spettrale di tutti è che si nutrono dello slancio vitale di Holly, come i vampiri si nutrono del vigore dei vivi. Il giovane scrittore è, senza dubbio, ridicolo e ingenuo. Ma è vivo: soffre, ama, prova rabbia, si sente in colpa. Mentre gli altri – impassibili, invisibili – restano in silenzio nel pallido cerchio della loro vita senza vita, nella corazza che copre il loro cuore come la fredda terra copre i morti. Questa impassibilità si trasforma rapidamente in eccitazione e avidità ogni volta che la vita si avvicina troppo agli spettri. Se Holly chiede qualcosa a qualcuno, se dona agli altri sentimenti come fiori, il Vampiro si eccita e cerca di nutrirsi immediatamente dell’offerta sacra dei sentimenti, del dolore, della tenerezza, come le ombre dell’Ade chiamate da Ulisse si nutrono del sangue delle vittime immolate.

Holly – manipolato da Harry e Calloway, prigioniero nella gabbia di seduzione di Anna – è spogliato della sua identità e derubato dei sentimenti che servono ad alimentare una legione di morti: il suo amore, la sua abnegazione, la sua tenerezza, sono offerte a divinità crudeli che hanno invaso la sua vita. Se vuole mantenere il ricordo del suo amico deve soffocare la sua dignità; se desidera mantenere la presenza della donna amata deve umiliarsi, soffocare la delusione, l’amore, la spontaneità – se vuole la stima del guardiano della Legge – deve soffocare l’amicizia, la fedeltà al passato.

Credo che Holly sia una vittima di ciò che Bollas chiama «introiezione estrattiva»: tutti i vampiri succhiano la sua vitalità estraendola dall’anima a cui possono accostarsi sfruttando il momento in cui l’anima del vivo si accosta troppo a quella del morto . Gli uomini possono uccidere la parte vivente del Sé e possono rivivere essendo fantasmi nel corpo di un vivo, che viene invaso, posseduto diabolicamente. I vampiri di anime imprigionano gli altri nella stessa tela d’aria che li cattura, al centro del quale c’è un enigma, un vuoto.

Ovviamente non siamo obbligati a cadere in questa trappola. Ma – ahimè – quando si è fragili, feriti dall’ambiguità di un Edipo non risolto e di un Amore sempre tradito, si diventa facilmente preda del Vampiro!

Come avviene esattamente questo maleficio? È importante sottolineare che la trappola scatta più facilmente se si rimane abbagliati da una sorta di trompe-l’oeil psicologico.

Bollas ha detto a questo proposito che le vittime di questa seduzione «cadono in un errore che somiglia a uno scambio di persone. Forse vivono un’esperienza che tutti hanno vissuto: camminare in una strada, tra la folla, e vedere qualcuno, lontano … Lui! Un vecchio amico d’infanzia che non conosciamo da trent’anni! Il cuore inizia a battere. Stiamo camminando più velocemente. Stiamo cercando le parole per questo incontro speciale. Ma ecco, quando lo chiami con il suo nome … Non è lui! La stessa esperienza che sperimentiamo se qualcuno ci ricorda inconsciamente qualcun altro che abbiamo amato, qualcun altro che è morto»12.

Vedere quelli che sono morti … trafigge il cuore! Questo è esattamente ciò che ha detto Dante a proposito di Brunetto Latini; quel Dante, che ha ispirato i versi di Eliot citati all’inizio. Quando Dante ritrova il suo vecchio maestro Brunetto all’inferno, maledetto dalla sua sodomia, mormora con doloroso stupore che rivedere la «cara e buona immagine paterna» del vecchio maestro lo «accora» cioè – intendo alla lettera la parola secondo il lessico italiano trecentesco – “trafigge il cuore”13.

Ecco la parola per definire la relazione fra il Padre maledetto e il Figlio disperato: il cuore spezzato. Come Orfeo, chi cerca l’amore per un’ombra è destinato a essere fatto a pezzi.

Ci si potrebbe chiedere se in questa sofferenza ci siano sfumature autobiografiche. Nella sua autobiografia Greene ha ricordato con parole accorate il rimpianto per la morte del padre. Lo scrittore confessa di aver sempre avuto odio nei confronti del padre e probabilmente ha sempre provato un senso di colpa per quell’odio. E sognava di “resuscitare” suo padre, come se fosse stato vittima del suo odio. Per questo più di una volta lo rivide in sogno, ancora vivo e felice.

Eppure suo padre, Charles Henry Greene, era molto lontano dal figlio: autoritario, pieno di sé, invadente, esigente, arruffone, non sapeva capire il lato bohémien degli artisti14 e aveva un vero e proprio terrore della fragilità psichica del figlio. Quest’uomo – un relitto dell’età vittoriana, trombone, gigione, sessuofobo, omofobo, fanatico, sadico, manesco, militaresco15 – costrinse il figlio adolescente ad iscriversi alla scuola di Berkhamsted che egli stesso dirigeva con pugno di ferro e petulante retorica, incurante dei rischi a cui avrebbe esposto il cocco di papà, timidissimo e balbuziente, immediatamente perseguitato con violenza da tutti i compagni, per vendicarsi delle angherie e dei soprusi dell’irreprensibile, implacabile, incrollabile, inossidabile, inqualificabile, insopportabile testa-di-minchia-signor-preside.

Figura 1: Charles Henry Greene, padre di Henry Graham Greene

Anche la madre di Greene – cugina in primo grado di Charles, algida, eterea, eternamente depressa – era molto lontana dal suo bambino.16

Fig. 2: Marion Raymon Greene, madre di Henry Graham Greene

Questa condizione di frustrazione perenne ha reso Greene estremamente vulnerabile e incapace di reagire di fronte a chi si approfittava della sua debolezza, a cominciare dai compagni di scuola come il diabolico Lionel Carter17 e il viscido Arthur Wheeler (ribattezzato Watson dallo scrittore) che lo perseguitavano con tale crudeltà da fargli confessare, sgomento, cinquant’anni dopo, che aveva avuto la rivelazione dell’esistenza dell’inferno e del demonio proprio allora, a 13 anni,nel dormitorio della scuola18. L’inferno… Come ogni dannato cacciato dall’Eden, come ogni Faust respinto da Margherita, anche Greene ha finito con lo sviluppare una sinistra “sindrome di Stoccolma” che lo ha portato a subire la fascinazione del Male, come se identificarsi con i suoi persecutori – a cominciare dai bulli che lo riducevano a uno straccio fisicamente e moralmente – fosse l’unica via di scampo per sopravvivere nel regno dei morti. Su questa base, così elementare, nasce la fascinazione per personaggi come Harry Lime, l’ennesima replica del compagno di scuola strafottente e aggressivo.

Fig. 3: Uno dei compagni di scuola di Graham Greene e Orson Welles nel «Terzo uomo»

Traumatizzato dalle sue esperienze scolastiche, Geene tentò più di una volta di suicidarsi. Poi fuggì di casa scrivendo alla madre che non sarebbe tornato mai più, ma fu riportato a casa dalla sorella Molly che lo ritrovò mentre vagabondava. I genitori ebbero uno shock però non capirono che cosa stava succedendo: la madre fu ovviamente spaventata ma non si azzardò ad intervenire; il padre invece non ebbe paura di sproloquiare e si comportò, tanto per cambiare, come un elefante in un negozio di bicchieri. «Mi pare di rivedere mio padre seduto sul mio letto che mi interrogava con tenera apprensione e con grande serietà e da quest’interrogatorio nacque tutta una commedia degli errori. Penso di essermi lamentato di quello che succedeva nella scuola… ma lui capì tutto al contrario e pensò che io ero vittima del circolo vizioso delle masturbazioni tra studenti e il resto dell’interrogatorio fu una raffica di domande sugli innocenti allievi della scuola. La verità era che io non avevo ancora scoperto i piaceri della masturbazione e, per essere più precisi, non sapevo neppure che cosa volesse dire questa parola, benché mio padre, ad ogni buon conto, usasse, se non ricordo male, misteriose allusioni, che potevano benissimo riferirsi al vento quando soffia forte. A quell’epoca mio fratello Raimond aveva cominciato a studiare medicina a Oxford… e fu subito richiamato a casa per un consulto: mio padre sentiva che quello che succedeva era troppo per lui e poi, a parte l’idea tradizionale che la masturbazione alla fine fa impazzire, che condivideva in pieno, era terrorizzato dalla minaccia della follia atavica che incombeva sulla famiglia paterna e materna. Suo padre… era stato un maniaco depressivo e quanto al padre di mia madre, un pastore anglicano, egli era divorato da un senso di colpa ai limiti della sanità mentale… Noi non avevamo parlato mai in famiglia di questo nonno scandaloso e io credevo addirittura che fosse morto da un pezzo e rimasi di stucco quando seppi più tardi che era morto solo nel 1924… Mio fratello… suggerì di spedirmi da uno psicoanalista e mio padre – cosa incredibile nel 1920 [in realtà :192119] – disse di sì!».

Così, il ragazzino fu deportato a Londra, a casa del dottor Kenneth Richmond, uno pseudo psicoanalista autodidatta, alcoolizzato, influenzato da Jung, grande esperto di parapsicologia e spiritismo. Parte integrante della cura era essere sottoposto alle cure della moglie di Kenneth, la bellissima, seducente teosofa e medium a tempo perso Zoe.

Fig. 4: il dottor Kenneth Richmond

Fig. 5: Zoe Blanche Richmond

Alloggiato e spupazzato a casa dei Richmond, Greene fu sottoposto a ripetute sedute di terapia “selvaggia” per sei mesi, esortato a scrivere poemi e racconti e a rivelare i suoi sogni che a volte il ragazzino inventava di sana pianta. Era una farsa ma a fin di bene, recitata da persone stravaganti, un po’ matte, ma quanto meno affettuose20, che ebbe almeno l’effetto di spingere Greene a scrivere e lo mise in contatto con altri scrittori e letterati che frequentavano la casa dei Richmond, come il poeta Walter De la Mare. A detta di Greene, questa benevole commedia fu più felice della tragedia greca rappresentata dalla scuola e dai suoi genitori21 e gli permise di ritornare a casa più sicuro di sé: magari solo maggiormente spavaldo, recitando la commedia di sé stesso, senza però risolvere nessuno dei suoi problemi.

Credo che Greene abbia vissuto un aspro conflitto fra le sue parti istintive e la fredda onestà di suo padre e sua madre. Come Holly, egli sembra essere stato svuotato da chi avrebbe dovuto colmarlo di amore e, per evitare questa tragedia22, ha vissuto come un commediante, a volte ironico, a volte sarcastico, a volte disperato, da pagliaccio che ride per non piangere.

Fig. 6: Henry Graham Greene da bambino

L’attrazione perversa per il Male, l’identità deliberatamente e provocatoriamente negativa di chi ha subìto una deprivazione affettiva di base non è che la maschera di chi sembra aver sempre inviato messaggi che non sono stati ascoltati: le grida di dolore di un orfano di fronte alla tomba della madre. Un misto di rabbia, sofferenza, apatia, amarezza che si ritrova in molti personaggi delle storie di Greene (basta ricordare il caso di Raven in «Una pistola in vendita»). Una costellazione di sentimenti che lo psicoanalista André Green (dal nome curiosamente simile a quello di Graham Greene) ha definito il complesso della Madre Morta.23 A proposito delle conseguenze più comuni per chi ha subìto questa terribile esperienza, lo psicoanalista ha affermato: «Si possono notare due tratti rilevanti. Il primo è quello del mancato addomesticamento delle pulsioni: il soggetto non ha imparato a rinunciare all’incesto e in conseguenza ad accettare il lutto della perdita della madre. Il secondo è che… quando l’analista è riuscito a toccare un elemento importante del complesso nucleare della madre morta, il soggetto si sente… vuoto, bianco, come se fosse stato privato di un oggetto che funge… da parapetto. In effetti, dietro il complesso della madre morta, dietro il lutto bianco della madre irraggiungibile, s’intravede la passione folle di cui ella è e rimane l’oggetto e che fa del suo lutto un’esperienza impossibile. Tutta la struttura del soggetto mira a una fantasia fondamentale: nutrire la madre morta per conservarla eternamente imbalsamata… Perché il soggetto si pone come la stella polare della madre morta, il bambino ideale che prende il posto del padre morto, un morto idealizzato, rivale inevitabilmente invincibile perché non vivente»24.

Per questo motivo, nonostante il funerale finale, «Il terzo uomo» non si conclude con un sentimento di sconfitta ma con una strana, allucinata speranza di redenzione, anche se si tratta della redenzione folle di chi è convinto di risuscitare la madre morta e di divenire il suo oggetto d’amore. L’abbiamo detto, no? Siamo in Paradiso, il luogo della redenzione. Anche se nell’opera di Greene e in particolare in «Il terzo uomo» la parola “redenzione” sembra fuori luogo, penso che sia possibile pronunciarla, a bassa voce, come l’autore l’ha sussurrata nel racconto. Alla fine del racconto (molto meno nel film), Greene suggerisce che l’amore tra Holly e Anna forse potrebbe nascere, forse nascerà. Un miracolo, senza dubbio. Ma un miracolo a cui Greene crede, che a volte si ripete, come ad esempio alla fine di «In viaggio con la zia», dove la Madre, il Padre e il Figlio sono riconciliati al ritmo di un lento valzer. Penso che ciò sia implicito anche nel dramma de «Il terzo uomo»: c’è un ritmo misterioso nascosto nel caos, un’armonia segreta camuffata da disarmonia.

Facciamo attenzione al titolo: «Il terzo uomo». Questo è Harry Lime, senza dubbio: arriviamo a lui attraverso una catena di testimonianze che formano una sorta di cerchio. Ma la catena potrebbe essere rovesciata … «Il terzo uomo» potrebbe essere un altro … Perché, sapete, «Il terzo uomo» (Der dritte Man) è il nome di una vecchia danza tedesca, in cui gli uomini sono disposti in cerchio e una ragazza cammina intorno a loro. Respinge, con cortesia, il primo, poi il secondo e sceglie il terzo. Così Anna – seguendo il ritmo cosmico dell’armonia celeste, il ritmo magico del sitar di Anton Karas che sentiamo nel film – forse darà il ben servito ad Harry e Calloway, il Peccato e la Morale, scegliendo Holly, ridicolo sulla terra, come l’albatros di Baudelaire, ma meraviglioso nel cielo azzurro: scegliere l’Arte, quel misterioso Sole capace di nobilitare le cose più vili e di riportare in vita i poveri morti.

NOTE

1 G. Greene, Il terzo uomo, Milano, Mondadori, 1989, p. 9. La parola “racconto” è stata sostituita con la parola soggetto” nell’autobiografia dell’autore. Successiva al testo che abbiamo citato: G. Greene, Vie di scampo, Milano, Mondadori, 1991, pp. 122-23.,

2 Il tentativo di interpretare le opere di Greene grazie alla psicoanalisi è stato fatto più volte, ma mai con un risultato veramente soddisfacente: si veda a questo rigurado R. Pierloot, Psychoanalytic Patterns in the Work of Graham Green, Amsterdam, Rodopi, 1994. Ridicoli sono poi i tentativi di biografi improvvisati che parlano di malattia bipolare di Greene e altre sciocchezze, infiorettando le psedudo-biografiue con aneddotti morbosi e pettegolezzi, come purtroppo è d’uso ai nostri giorni.

3 G. Greene, Il terzo uomo, p. 7; Id., Vie di scampo, p. 121.

4 T. S. Eliot, La terra desolata, a cura di A. Serpieri, Milano,Rizzoli, 1982, p. 82, n. 23.

5 Ibid., p. 119, c. 359-65.

6 G. Greene, Il terzo uomo, pp. 54-82.

7 S. Freud, Lutto e melanconlia, in Opere, 8, a cura di C. Musatti, Torino, Boringhieir, 1989, p. 111.

8 G. Greene, Il terzo uomo, p. 80.

9 D. Winnicott, La tendenza antisociale, in Dalla pediatria alla psicoanalisi, Firenze, Giunti, 1985, pp.
364-381; E. Erikson, Gioventù e crisi d’identità, Roma, Armando, 1974, pp. 203-206.

10 C. Bollas, Forze del destino, Roma, Borla, 1991, pp. 127-154; Id., L’ombra dell’oggetto, Roma, Borla, 1989, pp. 90-104.

11 G. Greene, Il terzo uomo, p. 141: «I morti sono morti felici. Non è che perdano un granché…».

12 C. Bollas, L’ombra, p. 103.

13 Dante, Comedia, Inferno, XV, vv.. 82-84. Il verbo “accorare” signiifcava originariamente “colpire al cuore” e solo in seguito il suo significato slitta nel senso di “stringere il cuore”.

14 Charles Greene incontrò per caso Oscar Wilde e lo scambiò per un barbone: G. Greene, A sort of life (1971), London, Vintage books, 1999, p. 22.

15 N. Sherry, The Life of Graham Greene , I, 1904-1939, London, Penguin Books, 1990, pp. 88-103.

16 Ibidem, pp. 19-20.

17 «Carter esercitava il terrore a distanza come una nuvola miacciosa sui campi con l’erba fresca. Dio ha trovato solo una volta il modo di incarnarsi perfettamente in un corpo umano e questo non si ripeterà mai più. Ma il Male può sempre trovare alloggio a tra gli uomini: la natura umana non è bianca e nera; è bianca e grigia» : The Lost Childhood , in G. Greene, Collected Essays, London, Vintage Books, 2010, p. 17. Cfr. N. Sherry, The Life of Graham Greene, I, pp. 79-80: «Carter…era sempre capace di distruggere tutti i rapporti di Graham con gli altri, di impedirgli di avere qualunque amicizia, di imprigionarlo in un isolamento permanente e come un giovane Satana di costringerlo a tradire il padre e il fratello».

18 «Quando lessi il sermone sull’inferno di Dedalus di Joyce, riconobbi subito in quale terra avevo abitato. Avevo abbandonato il mondo civile ed ero entrato in una terra selvaggia piena di abitudini strane, di crudeltà inspiegabili. Una terra in cui io ero uno straniero, un individuo sospetto, una preda, letteralmente, di chi volesse cacciarmi…» G. Greene, A sort of life, (1971), p. 54.

19 N. Sherry, The Life of Graham Greene, I, p. 89: «[Greene’s]earliest surviving letter to his mother from Kenneth Richmond’s house is dated by her 1 July 1921.».

20 Intervistata dal biografo ufficiale di Greene, Zoe Richmond ha affermato a questo riguardo:«La gente spesso ha pensieri suicidi e diventa squilibrata quando ha genitori impossibili. Gli esseri umani devono essere amati e quando un figlio non è amato dai genitori, incominciano i guai. Alcuni sono più sensibili degli altri. Graham era più sensibile e anche più intelligente degli altri. Il padre invece era letteralmente terrorizzato dall’omosessualità. Graham non era omosessuale. Ma era sensibile. E essere sensibile equivale spesso aessere considerato “una femminuccia”.Quanto ai tentativi di suicidio, per dirla tutta, Graham voleva uccidersi perché non poteva amare sé stesso, né nessun altro e non era mai stato amato da nessuno apertamente. Era terrorizzato dalla sua stessa sensibilità. E’ la mancanza di amore che aveva reso Graham un vero disabile. Il padre di Graham vedeva tutto in chiave negativa. Era stato educato così. Il fatto che pensasse che Graham fosse impantanato nel circolo vizioso della omossessualità, invece di ammettere che era stato aggredito dai bulli della scuola , mostra quanto  fosse fuori di testa»: N. Sherry, The life of Graham Greene, I, p. 103.

21 « Sono stati i sei mesi più felici di tutta la mia vita»: G. Greene, A sort of life, p. 98

22 Si vedano le interessanti osservazioni dello piscoanalista Michael Brearley sulla “coazione alla fuga” di Greene: un meccanismo di difesa per sfuggire alla depressione e nello stesso tempo alla pseudo-ebrezza di alternative basate sulla perversione: M. Brearley, Graham Greene and a Burnt-out case: A psychoanalitic reading, in Dangerous edges of Graham Greene: Journeys with saints and sinners, a cura di D. Gilvar -D. J. N. Middleton, New York-London, Continuum, 2011, pp. 166-180.

23 A. Green, Narcisismo di vita e narcisismo di morte, Roma, Borla,1992, pp. 273-288.

24 Ibid., p. 290.

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

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