Honduras: la gente in piazza contro la frode elettorale

A due settimane dalle elezioni Juan Orlando Hernández rimane alla guida del Paese grazie alla repressione ma alcuni militari appartenenti alle forze speciali antisommossa hanno rifiutato di aprire il fuoco contro i concittadini.

di David Lifodi

L’Honduras non è il Venezuela e Juan Orlando Hernández non è Nicolás Maduro, per cui non c’è alcun mostro da sbattere in prima pagina. Al contrario, ciò che sta accadendo nel Paese centroamericano meriterebbe davvero i titoli indignati di quei giornali che da anni attaccano senza argomenti convincenti la rivoluzione bolivariana. In Honduras si è verificato un nuovo colpo di stato, dopo quello che, a fine giugno 2009, aveva deposto Manuel Zelaya. Allora il golpe avvenne manu militari, lo scorso 27 novembre si è concretizzato nelle urne con l’avvallo del Tribunale Supremo Elettorale in occasione del voto per eleggere il nuovo presidente del paese.

Morti, feriti, scioperi e mobilitazioni hanno trasformato, una volta di più, il Paese in una polveriera. Due le motivazioni che hanno spinto il Tribunale Supremo Elettorale a fare carte false, sospendendo lo scrutinio per un mai chiarito, finora, problema elettronico, consentendo a Joh di ritrovarsi improvvisamente con un consistente vantaggio percentuale sullo sfidante Salvador Nasralla, dell’Alianza de Oposición contra la Dictadura. In primo luogo, alle mafie che indirizzano l’economia honduregna conviene che Juan Orlando Hernández resti alla guida del Paese se vogliono continuare a beneficiare della più totale impunità. In secondo luogo, l’Honduras riveste un ruolo geopolitico e strategico di primo piano nello scacchiere centro e latinoamericano, come ha ricordato su Brecha Carlos Fazio. Il Paese ospita la base aerea di Soto Cano, dove alloggiano circa 500 militari statunitensi nell’ambito della Fuerza de Tarea Conjunta Bravo. Fu qui che vennero gettate le basi per il colpo di stato contro Manuel Zelaya, il quale intendeva cacciare la base dal territorio nazionale, consapevole che avrebbe rappresentato una zona franca da cui gli Usa avrebbero potuto far alzare in volo i loro aerei per colpire in un qualsiasi paese dell’America latina.

Ciò che sconcerta, ma non sorprende, è stato il silenzio totale dell’Organizzazione degli stati americani (Osa) e del suo segretario Luis Almagro, acerrimo antichavista che solo 11 giorni dopo la frode elettorale ha deciso di emettere un comunicato in cui denuncia la mancanza di trasparenza nello scrutinio, ma si guarda bene dal rilasciare dichiarazioni incendiarie come aveva fatto contro il Venezuela. Al tempo stesso, preoccupano le motivazioni che stanno dietro alla farsa che ha permesso a Joh, per ora, di rimanere al potere. Il suo avversario, Salvador Nasralla, giornalista ed ex dirigente di Pepsi Cola che ha scelto di entrare in politica solo da pochi anni non è un acceso rivoluzionario, ma il suo guanto di sfida lanciato all’esponente del Partido Nacional, di ultradestra, è stato comunque percepito come un pericolo dalla reazionaria e corrotta oligarchia honduregna. Il blocco dello scrutinio, avvenuto quando Nasralla godeva di un vantaggio di 5 punti percentuali sul rivale con il 57% delle schede scrutinate, è durato 72 ore, quanto bastava per far trovare il suo avversario magicamente in vantaggio. L’attuazione dello stato d’assedio e il divieto di libera circolazione non è servito a sedare la rivolta. Addirittura, alcuni militari appartenenti alle forze speciali antisommossa hanno rifiutato di prestarsi alla repressione contro i loro stessi concittadini. “Non siamo né macchine né robot, non vogliamo esporci alla morte scendendo in strada e nemmeno reprimere il nostro popolo” hanno spiegato.

Secondo il giornalista Carlos Dada, del sito web salvadoregno El Faro, ciò che ha convinto l’oligarchia a percorrere la strada della frode è stata la volontà di Nasralla di abolire le zone di impiego e sviluppo economico (Zede), più volte sbandierataa in campagna elettorale. Le zede (zonas de empleo y desarrollo económico), sono delle zone franche dove vige l’extraterritorialità fiscale. Attualmente, l’Honduras rappresenta il principale centro operativo per quanto riguarda il traffico di droga in Centroamerica e, non caso, esponenti delle mafie vicini a Juan Orlando Hernández si trovano sotto processo a New York per i loro legami con il crimine organizzato, a partire dal figlio dell’ex presidente a sua volta golpista Porfirio Lobo, predecessore di Joh e anch’egli divenuto presidente a seguito di elezioni farsa per scongiurare la vittoria di Xiomara Castro, moglie di Manuel Zelaya. Inoltre, ciò che sta accadendo in Honduras potrebbe influenzare anche un altro paese della regione, il Messico, dove la prossima estate si terrano le presidenziali. Gli ultimi sondaggi indicano tra i favoriti Andrés Manuel López Obrador, già in passato vittima di una frode elettorale che gli è costata Los Pinos. Se in Honduras, come avvenuto a seguito del colpo di stato del 2009, la situazione si stabilizza, chi regge i fili del golpe avrebbe buon gioco a riproporre la stessa trama in Messico, che peraltro a Washington riveste assai maggiore importanza del piccolo paese centroamericano, ma se i golpisti fallissero difficilmente le elites potrebbero ripresentare lo stesso scenario solo pochi mesi dopo.

Finora, però, contro la cosiddetta puercada del Tribunale Supremo Elettorale si sono fatti sentire quasi in solitudine Bolivia e Venezuela, mentre lo stesso Messico, Argentina, Colombia, Guatemala, Paraguay, Cile e Perù appoggiano il modo di procedere del Tse, senza contare che gli Stati uniti, solo pochi mesi fa, hanno certificato i progressi dell’Honduras per quanto riguarda la tutela dei diritti umani: un’ulteriore farsa in un paese sotto la tutela diretta della Casa Bianca.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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