Honduras: Rommel Valdemar Herrera Portillo in carcere

Prigioniero politico, il giovane maestro è in carcere dal 31 maggio 2019 per aver gettato alcuni copertoni nei falò sorti di fronte all’ambasciata Usa nel corso delle manifestazioni che reclamavano sanità e istruzione pubblica.

di David Lifodi

Il 31 maggio 2019 Rommel Valdemar Herrera Portillo viene arrestato dalla polizia hondureña nei pressi dell’ospedale San Felipe, nella capitale Tegucigalpa. Il giovane maestro stava tornando a casa dopo aver partecipato ad una manifestazione organizzata dalla Plataforma de Defensa por la Salud y la Educación pública, che si era conclusa con l’incendio della facciata dell’ambasciata statunitense.

Nel giro di due giorni il giovane si è trovato rinchiuso nel carcere di massima sicurezza La Tolva, nella zona orientale del paese, con l’accusa di aver appiccato l’incendio alla sede diplomatica Usa. Già dall’aprile del 2019 in tutto il paese erano cresciute le mobilitazioni a favore dell’istruzione e della sanità pubblica, spesso caratterizzate dalla violenta repressione della polizia contro la , a cui avevano aderito oltre 70 organizzazioni sociali.

Nonostante il tentativo di far liberare il giovane da parte del Comité Nacional por la Liberación de Presos Políticos en Honduras, il giovane continua ad essere un prigioniero politico. Nemmeno la “Campaña mundial por la libertad de las presas y los presos políticos”, che ha fatto appello al governo dell’Honduras, è riuscita ad ottenere la liberazione di Rommel Valdemar Herrera Portillo, costretto per mesi a non poter vedere nemmeno i suoi familiari a causa dell’emergenza sanitaria. Secondo il Partido Libertad y Refundación (Libre), nato a seguito del colpo di stato che nel 2009 spodestò Manule Zelaya con il sostegno attivo degli Stati uniti, Rommel sarebbe stato torturato. Il giovane rischia 17 anni di carcere, oltre al pagamento di 47 milioni di lempiras per ripagare la porta dell’ambasciata Usa distrutta dall’incendio del quale è accusato.

Il 31 maggio di quest’anno, per ricordare i primi 365 giorni di reclusione di Rommel, il Comité Nacional por la Liberación de Presos Políticos en Honduras e la piattaforma Convergencia contra el Continuismo hanno dato vita ad una manifestazione per reclamare ancora una volta la sua liberazione, ricordando che il governo dell’Honduras aveva vietato ai suoi familiari di incontrarlo ben prima della diffusione del Covid-19

In realtà Rommel Valdemar Herrera Portillo, che ha soltanto 23 anni, non aveva appiccato il fuoco all’ambasciata Usa, come invece sostiene il regime di Juan Orlando Hernández, ma si era limitato, come altri manifestanti, a gettare nei falò già accesi di fronte alla sede diplomatica, alcuni copertoni, prima di riprendere la marcia. Del caso si è occupato anche il Comité de Familiares de Detenidos Desaparecidos en Honduras (Cofadeh), che ha espresso preoccupazione per la probabile detenzione del ragazzo in un centro di tortura, tuttavia il governo hondureño ha fatto orecchi da mercante anche di fronte alle raccomandazioni dell’Onu affinché fossero rimessi in libertà tutti i prigionieri politici incarcerati soltanto per dissentire dal regime di Juan Orlando Hernández.

Dopo aver trascorso 5 mesi in un carcere di massima sicurezza insieme a detenuti ritenuti di ‘elevata pericolosità’, lo scorso mese di ottobre Rommel è stato trasferito all’ospedale psichiatrico “Mario Mendoza”. “La decisione è stata presa dal giudice a seguito di una perizia psichiatrica in cui si rilevava “un danno psichiatrico condizionato dalla comparsa di ansia mista a depressione”, ha scritto su Peacelink Giorgio Trucchi, sottolineando come “in diverse occasioni, gli avvocati incaricati della difesa di Rommel hanno chiesto una revisione delle misure cautelari e la concessione degli arresti domiciliari, in modo da permettere al giovane maestro di difendersi in libertà. Hanno anche sollecitato una riclassificazione del reato e il rito abbreviato. Nessuna delle richieste è stata finora accolta e Rommel Herrera è ancora rinchiuso nell’ospedale psichiatrico, mentre le sue condizioni peggiorano giorno dopo giorno”.

I genitori del ragazzo sono convinti che l’accanimento contro loro figlio rappresenti un chiaro messaggio del governo per intimidire i movimenti sociali. Il vice direttore dell’Istituto nazionale penitenziario, German McNeil non perde occasione per insultare i detenuti politici e definirli come vandali. Sembra l’Argentina di Videla, ma invece è l’Honduras del “democratico” Juan Orlando Hernández, ritenuto dagli Stati uniti un “partner affidabile”.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

Un commento

  • Gravi le violazioni dei diritti umani in Honduras, giusto denunciarle. In Nicaragua ci sono decine e decine di prigionieri politici in condizioni analoghe. Potreste dedicare loro qualche approfondimento, magari 5-6 al giorno, così ne avete per quel che resta dell’estate.

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