I robot ribelli di Nathan Never

Un altro dei «nizioleti» (*) di Fabrizio «Astrofilosofo» Melodia

nathanNever
Ebbene sì. Adoro la figura del robot. Per me è da considerarsi come uno dei capisaldi delle idee della fantascienza. Amo sviscerare questa tematica in molte forme. Qui vorrei portare all’attenzione la figura del detective Nathan Never, personaggio dell’omonima serie a fumetti di casa Bonelli, creato dal dinamico trio sardo Michele Medda, Antonio Serra e Bepi Vigna per i testi, da Claudio Castellini e altri per i disegni, in edicola ormai ininterrottamente dal 1991 in particolare segnalando l’uscita dell’albo «Agente Speciale Alfa».
Il poliziotto privato Nathan Never è un uomo cupo e tormentato come il mondo violento dominato dalle multinazionali, martoriato dall’insensatezza umana colpevole della devastazione ecologica del pianeta. Le sue vicende s’incrociano strettamente con quelle di altre persone, formando una sinfonia cyberpunk del futuro non troppo lontano e neppure improbabile che ci attende.
In uno di questi multiformi sentieri che si biforcano e si riuniscono – nella migliore tradizione più da romanzo picaresco che da romanzo fantascientifico – Nathan conosce un robot, C-09, il quale ha assistito a un omicidio ed è quindi l’unico testimone chiave per inchiodare l’assassino.
Nel corso della vicenda C-09 si affrancherà sempre di più dalle «Tre Leggi della robotica» (“inventate” da Isaac Asimov) arrivando, grazie all’aiuto di Nathan, a ottenere la libertà e un aspetto umano.
Nathan saluta l’uomo nuovo che è diventato, ma la vicenda non si esaurisce in modo così idilliaco. Altri robot stanno facendo in modo di ottenere diritti e libertà: il movimento di liberazione prende piede. A questo punto C-09 viene catturato inspiegabilmente. Riesce a liberarsi grazie all’intervento del detective per scoprire con amarezza che a rapirlo sono stati i suoi simili, determinati a non subire le tassazioni che sarebbero conseguite alla concessione dei diritti che gli altri esseri meccanici tentavano tanto affannosamente di ottenere.
C-09 deve confrontarsi con un fatto che ormai neppure uno dei più grandi scienziati robotici può continuare a negare: lui è una forma di vita cosciente e autosufficiente, che si nutre di energia come gli esseri umani si nutrono di cibo, in grado di riprodursi costruendo una copia di se stesso.
E’ vivo, solo in modo differente, né migliore né peggiore: non è composto di carne e sangue, ma di metallo e circuiti. Nel finale, il robot rivelerà la verità alla donna con cui aveva stretto una tenera relazione ma lasciata all’oscuro della sua reale natura. Le dichiara il suo amore e la donna in lacrime ribadisce che lo ricambia… ma non si sente pronta per un rapporto così diverso.
Le conseguenze del decadimento delle «Tre Leggi della robotica» portano a concepire una forma di vita che esula dai concetti relativamente umani di bene e male, per entrare in un universo più variegato.
L’androide si è completamente evoluto: da burattino di legno a bambino buono, dalla forgia del bozzolo a splendida farfalla. Il mondo degli umani è oramai costretto a riconoscere i diritti dei robot, a guardare in faccia la (triste?) verità per cui l’umanità non è più la sola forma di vita privilegiata nel creato. Ci sono anche loro: non pretendono di sovvertire l’ordine costituito né tanto meno di sterminare gli esseri umani ma vogliono un posto nel mondo per convivere in pace e armonia. La primitiva paura nei confronti del diverso trova lo scoglio su cui infrangersi duramente.
Sarà accettata l’idea che una macchina è diversa dalla carne ma non per questo migliore o peggiore? O è troppo presto per ritenere che l’umanità superi questa linea di confine concettuale e fisica per vivere la differenza in modo sereno e attivo, confrontandosi con le creature meccaniche come farebbe con altri umani, offrendo rispetto e amicizia? Il finale di questa vicenda neveriana sembra avvalorare un’ipotesi simile ma il problema maggiore consiste nell’aggressività, ipocrisia e stupidità che caratterizza molti umani o che – secondo alcuni – è da sempre “scritta” nella nostra natura.
L’atto d’amore spontaneo fra C-09 e la donna è aiutato dall’ignoranza riguardo alla vera natura del robot. L’amore, condizione necessaria allo sviluppo della conoscenza dell’Altro, non è ostacolato dalla diversa costituzione fisica: è l’essere umano a porre barriere oggettivamente inesistenti.
Voi che dite? Fare l’amore con un androide suscita ribrezzo? Una creatura artificiale può amare un essere umano? L’amore ha solo un modo per manifestarsi? Domande che mettono in gioco diverse visuali del sapere e dell’etica ma che convergono tutte sui bisogni primari dell’uomo. Sembra di affrontare le stesse domande che gli psicologi “classici” pongono quando parlano di sessualità «deviata»… ma in realtà è solo diversa.
Si potrebbe vivere un rapporto pieno con un robot se esso fosse solo un oggetto sessuale, qualcosa con cui trastullarsi? Il discorso di fondo cambia quando la mano umana accarezza una pelle robotica, quando si spinge sempre più nell’intimità?
Amare un “Altro da sé” è l’impresa più eroica delle ultime frontiere della conoscenza, ma anche il dovere più grande per abbattere le barriere e i pregiudizi che oscurano maggiormente la ragione: è un pungolo costante al risveglio dal sonno dogmatico e l’inizio della vita illuminata.
In questa prospettiva ha senso parlare di sessualità? Di maschile e femminile?
Nella storia di «Nathan Never» il robot C-09 rappresenta una grande anomalia persino per la sua specie: è un automa che non solo si comporta come un essere umano ma che si sente un maschio eterosessuale. Possiamo dirlo per deduzione visto che prova attrazione per una donna.
La diversità consiste nell’amare indipendentemente dalla sessualità: C-09 ama l’anima della persona non essendo ottenebrato dalla pura carnalità.
C-09 – come Data (nota 1) – ha figli perché può riprodurre se stesso ma con altri schemi: non si riproduce in serie come un prodotto industriale o clonazioni particolari ma per un atto che potremmo considerare decisamente umano, la paternità.
Le difficoltà non si pongono se C-09 vuole una compagna. Anche se – come si è visto con la Creatura di Frankenstein – questo costituisce un problema di sicurezza per la “conservazione della specie”: se un robot, liberato dalle pastoie delle «Tre Leggi», potesse accoppiarsi e creare altri suoi simili, chi garantirebbe alla sospettosa umanità di non vedersi schiacciata da questa nuova forma di vita artificiale? Il rischio sembra grande, principalmente perché – una volta sviluppate le emozioni con il solo freno della ragione – concepiamo su base umana la terribile difficoltà di non arrendersi alla rabbia, al rancore e alla vendetta di coloro i quali fino a non molto tempo addietro avevano trattato i robot come schiavi.
Anche l’essere umano ha le sue giustificazioni: quanti di noi si rivolgono con gentilezza all’aspirapolvere, al frullatore, al computer che hanno davanti quotidianamente? Quasi nessuno si sogna di farlo. Siamo troppo abituati a considerare vivo solo ciò che corrisponde al nostro concetto di antropomorfismo – o al massimo si include una parte del mondo animale e vegetale – ma la filosofia e la scienza sanno anche troppo bene, da molto tempo, che la vita è più larga e più complessa rispetto al mettere certi “bipedi” al centro di tutto.
Tutto è kami (
nota 2): tutto il mondo è costituito da divinità e animato da vita, tutte le cose sono vive e meritano rispetto e attenzione: l’unica via di salvezza potrebbe essere il modo ascetico.
Si aprono orizzonti fecondi e degni di essere esplorati: non solo con la fantasia ma fisicamente.
Quanto a C-09 il suo innamoramento e il desiderio di paternità ricorda da vicino le potenzialità e difficoltà delle convivenze, degli amori omosessuali in una società dominata dai valori borghesi e dalla chiusura di chi ritiene di avere l’ultima parola per quanto riguarda la definizione di vita e di persona. Il riconoscimento legale s’impone come il primo passo verso un’accettazione dell’Alterità: rendere almeno possibile la scelta è il passo fondamentale dei diritti universali, sottoscritti da tutte (o quasi) le nazioni.
Noi fatti di carne e sangue non potremo sapere come ama un robot. Forse la vita di un “cavaliere elettrico” è un po’ come l’anima: una gara continua a superare lo scetticismo che ci sia qualcosa oltre i corpi.
Quanto al dubbio se un robot (o un gay) possa crescere con amore, educare “al mondo” un bambino … certo la strada è irta di difficoltà ma davvero siete convinti che la maggioranza degli eterosessuali ami e beneduchi figli e figlie? Tutto indica che si tratta di una minoranza…
Dunque la strada è già irta, irtissima.

(*) beh se non sapete cosa sono i «nizioleti»… guardate le puntate precedenti. Oppure andate a Venezia (è il momento giusto) e chiedete.

NOTA 1: Anche l’androide Data della nota serie tv «Star Trek: The Next Generation» ha lottato duramente per ottenere diritti e riconoscimenti, ma di questo parlerò compiutamente in un altro «nizioleto».

NOTA 2: Kami è parola giapponese indicante gli oggetti di venerazione nella fede shintoista. Sebbene la parola sia talvolta tradotta con «dio» o «divinità», i teologi shintoisti specificano che tale tipo di traduzione può causare un grave fraintendimento del termine. In alcune circostanze (come Izanagi e Izanami) i kami sono identificati come vere e proprie divinità, simili agli dèi dell’antica Grecia o dell’antica Roma. In altri casi invece – come per il fenomeno della crescita, gli oggetti naturali, gli spiriti che dimorano negli alberi, o le forze della natura – tradurre kami così sarebbe una cattiva interpretazione.

 

L'astrofilosofo
Fabrizio Melodia,
Laureato in filosofia a Cà Foscari con una tesi di laurea su Star Trek, si dice che abbia perso qualche rotella nel teletrasporto ma non si ricorda in quale. Scrive poesie, racconti, articoli e chi più ne ha più ne metta. Ha il cervello bacato del Dottor Who e la saggezza filosofica di Spock. E' il solo, unico, brevettato, Astrofilosofo di quartiere periferico extragalattico, per gli amici... Fabry.

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