I Tamariani parlano per immagini

Nuova voce per la Eai (Enciclopedia aliena intergalattica) di Fabrizio “Astrofilosofo” Melodia   

Strano essere un enciclopedista, soprattutto per quanto riguardo l’immaginario.

Come si può parlare infatti di «enciclopedia», di “sapere concluso”, di un orto dove regna solo il principio ordinatore o se preferite di un armadio ben incasellato e qui regna il caos? Nell’ipotetico armadio chiunque può trovare ciò che gli serve, fare abbinamenti inusuali, rimanere nella sobrietà, stravolgere ogni tipo di vestiario, senza che ciò turbi il rigore della catalogazione.

Se appunto paragoniamo la Cultura a un armadio ben sistemato, esattamente come ordinato e delimitato chiaramente risulta essere il linguaggio, poi però dobbiamo fare i conti con un armadio a muro, anzi itinerante, da cui tutti attingono: i vestiti sono a disposizione di tutti ma non di proprietà. L’uso diverso dei capi di vestiario – alcuni fatti a mano, altri prodotti industrialmente – genera quello che noi chiamiamo scambio di parole, ovvero discorso, il rapporto dialettico con noi stessi (lo specchio) e l’altra persona che riveste se stesso in modo diverso ma sempre su un registro comune.

Persino i gothic, i punk o i metal si muovono su registri di linguaggio strutturati e condivisi, anche se in modo diverso dal concetto (abituale) di perfezione, proporzione e chiarezza.

Il linguaggio è un armadio che permette di vestirsi in modo diverso ogni giorno senza nemmeno la fatica di spendere denaro: è di tutti, per tutti e ci rende differenti anche nella totale e reciproca comprensione.

Cosa accadrebbe con una specie che non condivide il medesimo armadio? Che non usa camicie, scarpe, sciarpe, pantaloni o che altro, ma addirittura non ha l’abitudine di vestirsi?

E’ l’esperienza accaduta al capitano Jean Luc Picard, comandante della nave stellare Uss Enterprise D, durante una delle sue più difficili missioni diplomatiche (avvenuta nel 1° episodio della quinta stagione della serie televisiva «Star Trek: The Next Generation»).

Una razza aliena, meglio nota come “i figli di Tama”, ha lanciato un segnale continuo captato dalla Federazione dei Pianeti Uniti: immediatamente viene inviata l’Enterprise per stabilire un incontro con questa specie, dopo che un primo tentativo era andato a vuoto a causa dell’incomprensibilità del linguaggio dei Tamariani.

Dove ha fallito l’avanzatissimo software di traduzione, ecco arrivare l’Enterprise. Jean Luc Picard, coadiuvato dai suoi compagni, tenta in tutti i modi di comunicare con il comandante tamariano, di nome Dathon.

I tamariani hanno una vaga forma rettiloide ma senza squame con occhi profondi ed espressivi, dita lunghe e vestono molto sobriamente, oltre ad avere un avanzatissimo grado di progresso tecnologico.

Al linguaggio articolato degli umani, i Tamariani rispondono con frasi come «Raj e Jiri a Lounga», «Temark, il fiume, durante l’inverno», «Shaiza, la corte del silenzio», «Mirab, le sue vele spiegate» rimanendo assolutamente incomprensibili e lasciando frustrati gli interlocutori.

Alla fine, il comandante Dathon, rivolgendosi al suo primo ufficiale, ha un’idea e la illustra dicendo: «Darmok e Jalad a Tanagra».

Nonostante la fiera opposizione del preoccupatissimo primo ufficiale tamariano, un’onda di teletrasporto trasferisce istantaneamente Picar e Dathon sul pianeta El Adrel, un luogo molto simile alla Terra e particolarmente ricco di vegetazione boschiva e di strane creature. A niente valgono i tentativi del primo ufficiale William Riker di riportare Picard a bordo, in quanto i Tamariani hanno stabilito uno scudo in grado di bloccare i raggi del teletrasporto.

Sul pianeta Picard e Dathon devono collaborare fianco a fianco per sopravvivere, contro una creatura fatta di pura energia e particolarmente aggressiva.

Durante un primo scontro con la creatura, Dathon dice a Picard: «Uzani, il suo esercito a Laskmir», aggiungendo poi «Uzani, il suo esercito con la mano aperta» e successivamente, indicando la creatura, rimarca affermando «Uzani, il suo esercito dal pugno chiuso».

Picard finalmente comprende, i Tamariani non hanno un linguaggio strutturato grammaticalmente e sintatticamente, come un’espressione matematica, ma possiedono un avanzatissimo linguaggio fatto per immagini attinte alla cultura mitologica comune.

Anche sull’Enterprise l’androide Data, coadiuvato bene dal consigliere betazoide Deanna Troi, comprende questa verità ma a loro la comprensione è preclusa poiché non sono assolutamente a conoscenza delle leggende e delle favole dei figli di Tama.

Picard invece ha a disposizione Dathon, che gli spiega il contenuto di quelle immagini così evocative e affascinanti.

Picard conferma il piano di Dathon di attirare in trappola la creatura e il comandante tamariano esclama al colmo della gioia: «Sukat, i suoi occhi non più coperti».

Nello scontro, il comandante tamariano rimane gravemente ferito, Picard ora è solo ad affrontare il mostro.

Durante la notte, Dathon illustra a Picard la sua idea per valicare gli ostacoli alla comprensione. Darmok era un valoroso guerriero che affrontò una tremenda bestia nell’isola di Tanagra, insieme alla sua amata compagna Jalad.

Picard comprende finalmente il significato dell’immagine, narrando a Dathon la storia di Gilgamesh e del suo amato Enkidu, che insieme sconfissero il toro selvaggio; purtroppo Enkidu morì durante lo scontro, lasciando sola e disperata Gilgamesh.

Mitologie aliena e mesopotamica si uniscono a formare una nuova immagine per la reciproca comprensione: solo affrontando il nemico della paura e degli schemi precostituiti, può avvenire la vera comunicazione.

«La comunicazione è una questione di pazienza e immaginazione» riflette Picard.

Nello scontro finale, Picard viene teletrasportato fuori fuori dal pianeta, mentre l’Enterprise attacca i Tamariani per mettere al sicuro il loro comandante.

Picard ordina immediatamente di cessare le ostilità e stabilisce una comunicazione con il primo ufficiale tamariano.

«Shaka, quando caddero le mura» afferma Picard, nell’intendere il fallimento del salvataggio di Dathon.

Poi: «Darmok e Jalad a Tanagra» affermando di aver compreso l’unione con il defunto capitano.

«Tembah, le sue braccia aperte» facendo il gesto di restituire il pugnale del valoroso guerriero.

«Tembah, a riposo» risponde il primo ufficiale, aggiungendo subito: «Picard e Dathon a El Adrel» rendendo concreta la nuova immagine mitologica di alleanza e comprensione con gli umani.

Davvero diverso il linguaggio degli alieni dal nostro ma alla fine immaginazione, pazienza e buona volontà hanno prevalso su ogni ostacolo.

La nostra storia insegna invece che ha sempre prevalso il contrario. Purtroppo si ritiene che il linguaggio sia una prerogativa di proprietà e appartenenza, che sia esclusivo e non inclusivo; soprattutto che la lingua madre sia l’unico idioma possibile e degno di nota, contrariamente agli altri, considerati “barbari”, termine greco onomatopeico indicante il balbettio delle lingue non greche (o per meglio dire come venivano percepiti perché anche il greco ovviamente appariva un balbettio agli altri popoli).

Invece ognuno di noi condivide armadi diversi, magari ordinati in modi per noi incomprensibili. Oppure sono quadri appesi alle pareti: affiancati costituiscono un meraviglioso racconto per immagini che trasmette molto più di mille parole ben strutturate sintatticamente.

Gli indigeni australiani usavano un simile linguaggio, che non venne inteso: l’arrivo di James Cook e dei suoi uomini provocò uno sterminio senza precedenti.

E ci si meraviglia se gli alieni, nel caso conoscano la storia terrestre, non abbiano voglia di stabilire un contatto con noi?

 

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