I trattori sono brutti?

  Una recensione – in gran ritardo – a «Urupia» di Giuseppe Aiello ovvero «A casa di persone che non erano in cerca dell’isola felice, e infatti non l’hanno trovata» (*)

Urupia

Mannaggia il tempo come vola e (mi) divora. Nell’aprile 2014 vado a Urupia; mi piace – di più: mi entusiasma – e strada facendo mi leggo anche «Urupia» di Giuseppe Aiello che è stato pubblicato nel 2012 da Candilita (www.candilita.it): 64 pagine con molte foto per un prezzo intorno ai 4 euri, ma è creativecommons. Mi riprometto di parlare subito di entrambi (la comune e il libretto) al più tardi all’inizio del 2015 per annunciare-festeggiare i 20 anni di Urupia. Ed eccomi qua, in ritardissimo.

Il libretto di Aiello è controcorrente e rifiuta ogni retorica. Per di più è ben scritto. Vale dunque seguirne il filo.

«Innanzitutto Urupia è una comune, una grande casa, tanta campagna, un luogo sperduto in fondo alla penisola abitato da persone che vivono, o cercano di vivere, secondo alcuni princìpi che loro stesse chiamano di libertà».

Vi par poco?

Ma è anche «un progetto, un insieme di relazioni, una storia; un fiume di idee, di attività, di risorse, alimentato da tantissime altre persone che a Urupia non vivono ma che in quel progetto credono e sono innamorate delle stesse idee – che anche loro chiamano di libertà».

Parlando di chi abita Urupia – sulla strada provinciale 52 fra Otranto e Francavilla, insomma Salento, terra di Puglia – Aiello utilizza sempre l’espressione «comunarde» anche se qualche maschietto c’è. Infatti, sin dal ’93, chi intendeva dar vita a Urupia ha deciso che vista «l’inadeguatezza della lingua italiana»…. piuttosto che parlare al maschile «di scrivere i presenti punti tutti al femminile, anche per sottolineare l’ingiustizia rappresentata da una lingua (e da un mondo) che “parla” quasi sempre e quasi ovunque al maschile». Comunarde dunque.

«A Urupia non esiste la proprietà privata […] Non esistono maggioranze e minoranze […] Tutto funziona su base volontaria: le relazioni, il lavoro, i ritmi, le scelte». Non sono telepatico ma forse indovino cosa state pensando: “forse è il caso di andare a vedere”. Sì-sì-sì, ve lo consiglio: che queste prime info vi facciano gongolare o che siate seguaci di san Tommaso il dubitoso… sempre meglio verificare. Ma – osserva giustamente Aiello – «se non fate i turisti di un giorno e mezzo, è meglio». Le critiche sono ben accette (anche le lodi) e «le parole in libertà sono come lo spulciarsi dei bonobo: fanno parte delle relazioni umane, le costruiscono, le rinsaldano, dunque servono di per sé».

Naturalmente i super-scettici abbondano e infatti il libro di Aiello inizia così: «Ah sì, la comune anarchica, la comune agricola… aspetta non mi ricordo bene, che sono? Primitivisti, luddisti, insurrezionalisti, vegani? Fanno sesso libero o c’hanno le famiglie? Dicono che lavorano tantissimo. Mah, non lo so, a me questa cosa di andarsi a chiudere nell’isola felice se devo dire la verità non mi convince proprio…».

Abbondano anche quelli che adorano Urupia… ma non ci vanno: «Perché rovinare una così alta passione con un contatto ravvicinato?».

Sulle «mitologie», sulle «domande», sul «non potreste?» conviene seguire Aiello. E anche i fili ironici come quando si chiede perché nell’area libertaria si mostrino foto di Urupia senza trattori: «sembrerebbe che a Urupia si viva innaffiando e zappando a mano». Sono brutti i trattori? O il primitivo fa più fico?

Droghe libere? Aiello mette in guardia: «se escludiamo caffè, tabacco e vino, Urupia è uno dei posti in cui si droga meno al mondo». E spiega il perché. Quanto al vino prodotto a Urupia se devo credere ad amici/amiche (io sono praticamente astemio) all’inizio era mediocre, ora è ottimo.

Lavoro? Sì.

Burocrazia, bilanci e tasse? «Le comunarde» han deciso di farci i conti. «Gli avversatori di Urupia (in genere intransigenti anarcofunerari – intransigenti verso le contraddizioni altrui, assai comprensivi verso le proprie)» parlano di «un’azienda» e Aiello commenta: «Potete non essere d’accordo, potete criticare, soprattutto potete elaborare modelli alternativi […] Se chiedete vi sarà spiegato e potrete verificare se siete d’accordo o no: e se riuscite a essere più bravi e fare meglio, cioè se fate un’altra comune dove si vive meglio che a Urupia e pure senza commercialista, può essere che vengo pure io». E comunque i bilanci sono pubblici.

Compagne/i? Sì.

Internazionale? Abbastanza anche se Urupia «di fatto da tedesco-pugliese la comune è diventata italo-pugliese».

Tecnologie eco-compatibili? Certo. Ma tenendo presente quanto «le comunarde» scrivevano nei «Primi punti consensuali della comune» (risalgono addirittura al settembre 1993) ovvero: «Nella scelta di tecnologie di uso collettivo, la Comune considera l’utilità solo uno dei criteri per decidere […] Sono rifiutate anche tecnologie suscettibili di attribuire posizioni di potere alle persone che ne fanno uso».

In generale però state attente/i alla «nota smania nomenclaturale di una cultura che cerca di catturare la realtà battezzandola»: a Urupia funziona ancora meno che altrove.

Rispetto al bel libro di Aiello aggiungo solo che l’idea di una «scuola libertaria» è poi partita (l’anno scorso).

Considerazioni mie? Ve le racconterò al mio secondo soggiorno. Per ora “sposo” quello che ha scritto Aiello. Compresa la quarta di copertina: «Quando sei a Urupia spartire il pane non è un obbligo, è una condizione determinata da ciò che si è scelto e costruito. Non sempre ciò si rivela semplice o comodo, ma qui entriamo nel campo delle cose che il viandante, se vuole e se è capace, scoprirà da solo».

         (*) Questa sorta di recensione va a collocarsi nella rubrica «Chiedo venia», nel senso che mi è capitato, mi capita e probabilmente continuerà a capitarmi di non parlare tempestivamente in blog di alcuni bei libri pur letti e apprezzati. Perché accade? A volte nei giorni successivi alle letture sono stato travolto (da qualcosa, qualcuna/o, da misteriosi e-venti, dal destino cinico e baro, dalla stanchezza, dal super-lavoro, dai banali impicci del quotidiano +1, +2 e +3… o da chi si ricorda più); altre volte mi è accaduto di concordare una recensione che poi rimaneva sospesa per molti mesi fino a “morire di vecchiaia”. Ogni tanto rimedio in blog a questi buchi, appunto chiedendo venia. Però, visto che fra luglio e agosto ho deciso di recuperare un bel po’ di queste letture e di aggiungerne altre, mi sa che alla fine queste recensioni recuperate e fresche terranno un ritmo “agostano” quasi quotidiano, così da aggiornare in “un libro al giorno toglie db di torno” quel vecchio detto paramedico sulle mele. D’altronde quando ero piccino-picciò e ancora non sapevo usare bene le parole alla domanda «che farai da grande?» rispondevo «forse l’austriaco (intendevo dire “astronauta” ma spesso sbagliavo la parola) oppure «quello che gli mandano a casa i libri, lui li legge e dice se van bene, se son belli». Non sono riuscito a volare oltre i cieli, se non con la fantasia; però ogni tanto mi mandano i libri … e se no li compro o li vado a prendere in biblioteca, visto che alcuni costano troppo per le mie attuali tasche. «Allora fai il recensore?» mi domandano qualche volta. «Re e censore mi sembrano due parolacce» spiego: «quel che faccio è leggere, commentare, cercare connessioni, accennare alle trame (svelare troppo no-no-no, non si fa) nel caso di fiction, tentando di vedere perché storia, personaggi e stile mi hanno catturato». Altra domanda: «e se un libro non ti piace, ne scrivi lo stesso?». Meditando-meditonto rispondo: «In linea di massima ne taccio, ci sono taaaaanti bei libri di cui parlare perché perder tempo a sparlare dei brutti?». (db)

 

danieleB
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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