I vel-ENI nostrani nelle Afriche

Un dossier di Elisabetta Tramonti e le domande di «Valori», Radiopopolare, «Africa» e «Altreconomia» all’ENI (*)

Il “meglio” del blog-bottega /103…. andando a ritroso nel tempo: si conclude oggi la serie 2016 (**)

 

gasFlaring-ilmeglio

di Elisabetta Tramonto

Ormai va di moda. Rivolgere domande ai “potenti” attraverso i giornali (quando ai quesiti non viene data risposta per altre vie). Soprattutto a uomini politici e a rappresentanti delle istituzioni, ma anche ad aziende. In questo caso il destinatario delle domande è l’Eni. A porle, in coro, sono quattro testate giornalistiche indipendenti: Valori, Radiopopolare, Africa e Altreconomia, che hanno lanciato una campagna congiunta per chiedere a voce alta a Eni risposte, finora negate, su un tema specifico. Sulle conseguenze ambientali e sociali dell’intervento di Eni in Congo Brazzaville per l’esplorazione delle sabbie bituminose (terreno impregnato da quantità, anche ridotte, di petrolio, la cui estrazione è molto costosa e necessita tecniche ad alto impatto ambientale), la produzione di bio-combustibili e la realizzazione di una centrale a gas da 350-400 megawatt di capacità. Un intervento che vale 3 miliardi di dollari e che copre il periodo 2008-2012, frutto di un accordo siglato tra Eni e il governo congolese nel 2008, i cui dettagli non sono mai stati resi noti al pubblico, né tanto meno alle comunità locali. A rivelare queste informazioni è stato, invece, un rapporto realizzato dalla Fondazione tedesca Heinrich Boell e dall’italiana Campagna per la Riforma della Banca Mondiale (Crbm), presentato lo scorso novembre, prima a Berlino e poi a Milano (Valori di novembre 2009). Le due organizzazioni hanno espresso forti preoccupazioni in particolare su alcuni punti: la devastazione dell’ambiente naturale causata dall’estrazione di petrolio dalle sabbie bituminose; l’inquinamento dell’aria e dell’acqua provocato dal gas flaring (bruciare a cielo aperto gas naturale derivante dall’estrazione del greggio); i danni provocati dalla coltivazione di palma da olio su larga scala per la produzione di biocombustibili.

Tentativi di confronto

Il convegno di Milano di presentazione del Rapporto avrebbe dovuto essere un’occasione per confrontarsi su questi aspetti con Eni, che era stata invitata e che, da un mese, aveva accettato di partecipare. All’ultimo momento, però, ha fatto marcia indietro e, il giorno prima, ha annunciato che non sarebbe intervenuta (ma ad ascoltare tra il pubblico c’erano 3 rappresentanti della Compagnia). Probabilmente non è stato gradito un ar ticolo sul Rapporto, uscito il giorno precedente sul Wall Street Journal. Sui quotidiani italiani, invece, nessuna traccia, a parte sul Sole 24 Ore, dove è stata pubblicata la smentita di Eni alle dichiarazioni contenute nel Rapporto, senza però prima averne spiegato il contenuto.

Ma, dopo l’assenza al convegno, un momento di confronto con Eni c’è stato. Dal momento che tra la fine di novembre e i primi di dicembre si trovavano in Italia Sara Wykes, curatrice del rapporto della Heinrich Boell Foundation, e Christian Mounzeo, uno degli esponenti della società civile del Congo, Crbm ha chiesto un incontro con Eni, che ha accettato (merito, forse, anche della richiesta di chiarimenti sulla presenza di Eni nel Dow Jones Sustainability, l’indice londinese che raggruppa le società considerate sostenibili da un punto di vista sociale e ambientale avanzata dalla Fondazione Culturale Responsabilità Etica all’agenzia che decide quali aziende meritino di rientrare nell’indice).

Il 2 dicembre alla sede Eni di Cologno Monzese (Milano) erano presenti, da una parte, Crbm, la Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Heinrich Boell Foundation e il rappresentante della società civile del Congo Brazzaville; dall’altra, diversi dirigenti della compagnia petrolifera. È stato affrontato il tema delle sabbie bituminose: Eni ha dichiarato che non ci sono valutazioni di impatto sociale e ambientale perché non sono ancora state identificate le eventuali zone in cui potrebbe procedere allo sfruttamento delle sabbie bituminose. Quindi la questione del gas flaring: Eni ha sostenuto che lo stesso gas non presenta caratteristiche di tossicità o pericolosità. E alla richiesta, da parte di Crbm, di rendere pubbliche la composizione e la quantità di gas emesso con il gas flaring, l’azienda ha sostenuto di avere un contratto con il ministero degli Idrocarburi del Congo, senza la cui autorizzazione non è possibile pubblicare dati. Autorizzazione che Eni, dietro insistente richiesta dei presenti, si è impegnata a chiedere. Vedremo.

Infine il tema dei biocarburanti, che l’azienda ha liquidato sostenendo che il progetto è ancora alle primissime fasi: l’ipotesi è quella di creare un consorzio per coltivare palme per produrre olio a fini alimentari e, solo nel medio-lungo periodo, potrebbe considerare l’acquisto di parte di questo olio per realizzare bio-combustibili.

Trasparenza cercasi

Risposte parziali, quindi, in alcuni casi evasive o prive di fondamento (che il gas flaring sia tossico è provato da numerosi studi). Se da un lato non si può che apprezzare la disponibilità a un primo incontro da parte di Eni, dall’altro restano molte preoccupazioni e domande senza risposta. Da qui ha origine la campagna portata avanti da Valori, Radiopopolare, Africa e Altreconomia. E, soprattutto, dall’esigenza di trasparenza e di vedere mantenute le promesse fatte. In un’intervista comparsa il 25 gennaio su Affari e finanza di Repubblica l’amministratore delegato Paolo Scaroni, parlando delle attività dell’azienda in Africa, ha dichiarato: «Lì abbiamo sviluppato un nostro rapporto con i Paesi petroliferi, che è diverso da tutti gli altri: ci sediamo al loro fianco e non di fronte. (…) Ci mettiamo dalla loro parte. Promuoviamo grandi progetti sociali». E più volte la Compagnia ha affermato di voler condurre una politica di rispetto dei diritti umani delle comunità locali promuovendo una consultazione libera, informata e continua. È il momento di passare dalle parole ai fatti.

ENI IN CONGO BRAZZAVILLE: 5 DOMANDE SENZA RISPOSTA

1. ENI HA EFFETTUATO VALUTAZIONI DELL’IMPATTO AMBIENTALE DELL’INTERVENTO NELLA REPUBBLICA DEL CONGO (IN PARTICOLARE DELLO SFRUTTAMENTO DELLE SABBIE BITUMINOSE)? PERCHÉ NON SONO STATE RESE PUBBLICHE?

2. QUAL È LA COMPOSIZIONE E LA QUANTITÀ DEI GAS BRUCIATI CON IL GAS FLARING (COMBUSTIONE DEI GAS CHE FUORIESCONO DURANTE L’ESTRAZIONE DEL PETROLIO) NEL GIACIMENTO DI M’BOUNDI? È CERTO CHE NON SIANO NOCIVI PER LE PERSONE E PER L’AMBIENTE?

3. ENI HA DICHIARATO CHE L’ACCORDO CON IL GOVERNO CONGOLESE POTREBBE PERMETTERE DI PRODURRE DI 2,5 MILIARDI DI BARILI DI GREGGIO, MENTRE LE AUTORITÀ LOCALI PARLANO SOLO DI BITUME PER REALIZZARE STRADE. QUAL È LA VERITÀ?

4. ENI AVEVA DICHIARATO CHE AVREBBE PROMOSSO “UNA CONSULTAZIONE LIBERA, INFORMATA E CONTINUA” CON LE COMUNITÀ LOCALI PRIMA DELL’APPROVAZIONE DEI PROGETTI. INVECE I DETTAGLI DEGLI ACCORDI, FIRMATI CON IL GOVERNO CONGOLESE (NEL 2008) PER I NUOVI INVESTIMENTI (3 MILIARDI DI DOLLARI), NON SONO PUBBLICI NÉ DISPONIBILI PER LE POPOLAZIONI LOCALI. PERCHÉ?

5. AMNESTY INTERNATIONAL HA PUBBLICATO RECENTEMENTE UN RAPPORTO MOLTO CRITICO SULLE COMPAGNIE PETROLIFERE CHE OPERANO IN NIGERIA, CHE EVIDENZIA “LA POVERTÀ, IL CONFLITTO, LE VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI E LA DISPERAZIONE” CHE HANNO PORTATO ALLA POPOLAZIONE DEL DELTA DEL NIGER. QUALI INIZIATIVE STATE PORTANDO AVANTI PER IMPLEMENTARE LE RACCOMANDAZIONI DI AMNESTY SULLA NIGERIA E PER EVITARE CHE IL CONGO DIVENTI COME IL DELTA DEL NIGER?

DAL CONGO ALL’UGANDA: IL CANE A SEI ZAMPE HA FAME DI PETROLIO

Scheda di Elena Gerebizza e Elisabetta Tramonto

E’ il fratello minore del vicino ex Congo Belga, oggi Repubblica Democratica del Congo. Il Congo Brazzaville è cruciale per le compagnie petrolifere, come la francese Total e l’italiana Eni, presenti nel Paese dagli anni Sessanta. Ora l’affare è quello delle sabbie bituminose, petrolio in forma solida a qualche centinaia di metri sotto la superficie. Un affare costosissimo e ad alto rischio, visti gli impatti che le stesse operazioni hanno in Canada, unico luogo al mondo dove già avviene l’estrazione delle sabbie su scala industriale. I primi a mettere le mani sull’affare sono stati gli italiani, con l’accordo firmato nel 2008 con il governo locale. A 40 chilometri da Pointe Noire, dove Eni detiene il diritto di esplorazione, è attivo il giacimento di Mboundi. Tutto attorno risuonano i boati di due enormi fuochi a cielo aperto, dove ogni giorno il gas naturale che esce assieme al petrolio brucia ventiquattro ore su ventiquattro, rendendo rende l’acqua piovana, unica risorsa di acqua dolce nel villaggio limitrofo, non potabile. Ma questo sembra non interessare alla compagnia italiana, che vede nell’Africa un terreno di conquista. Già oggi è il primo produttore di petrolio del Continente nero. L’ultima “preda” per Eni, è l’Uganda, contesa al leader libico Gheddafi che promette di costruire ospedali e scuole in cambio di una fetta di ricavi dal petrolio. Ma in prima fila c’è anche Eni, che punta alle concessioni che la canadese Heritage Oil ha messo in vendita nella regione. A gennaio l’irlandese Tullow Oil (socia di Heritage) ha chiesto di esercitare il suo diritto di prelazione. La decisione finale spetta al governo di Kampala, ma l’amministratore delegato Scaroni è ottimista.

 

BRICE MAKOSSO: «VOGLIAMO LA VERITÀ»

(intervista di Stefano Vergine e Federico Simonelli)

LA POPOLAZIONE HA SETE DI RISPOSTE. Da Eni non arrivano o differiscono dalle dichiarazioni del governo. Brice Makosso della Commissione Giustizia e Pace del Congo Brazzaville, chiede verità.

Che cosa vi preoccupa dell’intervento di Eni in Congo Brazzaville?

«Non ci sono studi di impatto ambientale. Eni afferma di averli realizzati, ma non sono mai stati resi pubblici. Quando chiediamo informazioni ci rispondono che non è una loro responsabilità divulgare gli studi e che dovrebbe essere il governo a farlo, ma noi sappiamo che la classe dirigente presente in Congo non permetterà al governo di divulgare questi dati».

Secondo il Rapporto della Boell Foundation Eni produrrà 2,5 miliardi di barili di petrolio. Il governo congolese invece parla solo di bitume per le strade…

«Continuiamo a non sapere chi dice la verità e quindi non sappiamo che cosa verrà prodotto».

I progetti sono già partiti, che cosa avete potuto vedere finora con i vostri occhi?

«Sono in corso dei terrazzamenti nella zona delle sabbie bituminose, il che significa che il progetto è ad uno stadio già avanzato, contrariamente a quanto affermato dalla compagnia. È un altro segnale che non ci stanno raccontando la verità».

Secondo il Rapporto le sabbie saranno cercate in una zona coperta al 70% da foresta. Paolo Scaroni lo ha negato, dicendo che si tratta di savana.

«È una foresta tropicale – mi spiace se i responsabili non conoscono bene il terreno – e i permessi entrano anche in una parte di foresta protetta».

 

Scheda: AZIONARIATO CRITICO, TERZO ANNO IN ASSEMBLEA

Anche per il 2010 la Fondazione Culturale Responsabilità Etica intende partecipare attivamente all’assemblea di Eni. L’appuntamento è fissato per il 29 aprile. Dando continuità agli interventi degli scorsi anni, la Fondazione vuole sollevare alcune criticità riguardanti gli investimenti di Eni nel Sud del mondo, in collaborazione e in solidarietà con reti della società civile attive che operano in quei Paesi. Una delle questioni centrali riguarderà gli investimenti in Congo e i loro potenziali impatti sociali, ambientali e sui diritti umani. In particolare la Fondazione intende anche chiedere alla dirigenza di Eni quali passi in avanti siano stati compiuti dall’anno scorso su alcuni temi di forte criticità. In primo luogo il gas flaring – la pratica che consiste nel bruciare a cielo aperto il gas associato all’estrazione petrolifera – che prosegue nello stesso Congo o in Nigeria, malgrado sia stato dichiarato illegale da decenni in quest’ultimo Paese. Sarà poi importante verificare cos’è cambiato dagli anni scorsi, quando il bilancio consolidato della compagnia mostrava la presenza di filiali e controllate in diversi territori considerati veri e propri “paradisi fiscali”.

(*) Questa inchiesta è uscita sul numero 77 della rivista «Valori» (marzo 2010); la riproduco con l’autorizzazione di Elisabetta Tramonto. Aggiungo solo che, per strane alchimie, ho spesso il Congo (i due Congo) nel cuore e nella testa. Chi volesse saperne di più – dell’alchimia ma soprattutto del Congo – può leggere su questo blog un mio vecchio reportage del 2006. DAL 2011 DI CONGO E DI vel-ENI SI E’ PIU’ VOLTE PARLATO IN CODESTO BLOG.

(**) Come l’anno scorso, per tutto agosto la “bottega” – che prima dell’11 gennaio 2015 fu blog – ha recuperato vecchi post che a rileggerli, anni dopo, sono sembrati interessanti. Il motivo? Un po’ perché 10mila (avete letto bene: 10 mila) articoli sono taaaaaaaanti e si rischia di perdere la memoria dei più vecchi. E un po’ perché nel pieno dell’estate qualche collaborazione si liquefà: viva&viva il diritto alle vacanze che dovrebbe essere per tutte/i. Vecchi post dunque… all’incirca di 5 anni fa: recuperati con l’unico criterio di partire dalla coda ma valutando quali possono essere più attuali o spiazzanti. Il “meglio” è sempre soggettivo ma l’idea è soprattutto di ritrovare semi, ponti, pensieri perduti… in qualche caso accompagnati dalla bella scrittura, dall’inchiesta ben fatta, dalla riflessione intelligente: con le firme più varie, stili differenti e quel misto di  rabbia e speranza, di serietà e ironia che carattterizza – si spera – caratterizza codesto blog/bottega. Oggi si chiude la serie 2016: con “il meglio” ci vediamo l’anno prossimo. (db)

 

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