«Il complotto contro l’America»

Una mini-serie dall’omonimo romanzo fantapolitico di Philip Roth

di Renato Caputo (*)

Credits: https://www.cinematographe.it/recensioni-serie/il-complotto-contro-lamerica-recensione-serie-tv-sky/

 

Miniserie tratta dall’omonimo romanzo fantapolitico di Philip Roth, affronta tematiche politiche sostanziali garantendo al contempo un significativo godimento estetico

Il complotto contro l’America, miniserie televisiva in sei episodi, Usa 2020, regia di Minkie Spiro e Thomas Schlamme, tratta dall’omonimo romanzo fantapolitico del 2004 di Philip Roth (autore anche del soggetto), resa disponibile il 24 luglio 2020 su Sky Box Sets e in streaming su Now TV e trasmessa il giorno stesso su Sky Atlantic, voto: 8; miniserie intrigante, godibile e che lascia non poco da riflettere allo spettatore, in grado di raccontare una vicenda particolarmente avvincente sullo sfondo di grandi avvenimenti storici. Questi ultimi sono riattualizzati in modo verosimile, per rendere l’opera d’arte superiore alla mera narrazione di una vicenda storica, per quanto significativa. Davvero interessante la capacità dello scrittore e soggettista Philip Roth di intuire il disastro che stava per travolgere il proprio paese con l’inaspettata vittoria alle presidenziali dell’outsider radicale di destra Donald Trump. Significativo anche come questa tragedia sia vista attraverso una famiglia qualunque e attraverso gli occhi di un bambino, di una minoranza religiosa che diverrà, dopo i comunisti, la principale vittima del nuovo regime di estrema destra. Significativa la reazione delle vittime predestinate, che vanno da chi – non a caso il più proletario membro della famiglia – rinuncia alle concessioni sul piano etico-morale necessarie per assicurarsi una tranquilla vita piccolo borghese e si arruola in un paese straniero, pur di contrastare il fascismo internazionale; a chi come il padre di famiglia rappresentante del ceto medio sinceramente democratico, che si rende conto del rischio che si corre con l’affermarsi del fascismo a livello internazionale, ma non è in grado di contrastarlo efficacemente per la sua incapacità di assumere una posizione critica verso la propria classe, di cui condivide le illusioni; per arrivare alla madre di famiglia, che cerca di evitare che gli animi si scaldino troppo per questioni politiche, di cui non avverte la rilevanza; fino alle vittime predestinate che per ribellismo giovanile e necessità di emanciparsi dal proprio padre, o per paura di non riuscire a sposarsi, finiscono per sostenere il candidato filo-fascista alla presidenza. Significativa anche la rappresentazione della comunità culturale-religiosa scelta, in quanto minoranza, come capro espiatorio dinanzi alla crisi strutturale del modo di produzione capitalistico, che si schiera nella grande maggioranza dei casi contro il fascismo, ma al contempo è prigioniera del settarismo: motivo per cui le appare più conveniente fidanzarsi con un membro di rilievo della propria comunità – anche se si vende come foglia di fico necessaria a nascondere gli aspetti più nefasti del fascismo – piuttosto che a un uomo non appartenente alla propria comunità.

Il terzo episodio è ambientato dopo la vittoria alle presidenziali del filo-nazista Charles Lindbergh che si congratula con Hitler per l’aggressione all’Unione sovietica, in quanto debellerà il comunismo, e inserisce nella propria squadra di governo imprenditori interessati a fare affari con la Germania nazista, fino a nominare segretario agli interni il noto antisemita Henry Ford. Per gli ebrei le cose si mettono male. La vittoria di Lindbergh scatena le pulsioni razziste e antisemite, i bambini ebrei sono angosciati da incubi, mentre i genitori cercano rifugio in Canada. D’altra parte, il rabbino collaborazionista fa carriera e porta avanti un programma per l’assimilazione delle minoranze, cui aderisce entusiasta il figlio primogenito del protagonista che, per differenziarsi dal padre coraggiosamente antifascista, sembra condividere le ingenue speranze della zia fidanzatasi con il religioso collaborazionista. Evidentemente con gli Stati Uniti neutrali e con diversi industriali che continuano a finanziare la politica bellica tedesca, per i nemici della Germania si mette davvero male, tanto che il giovane e coraggioso nipote, arruolatosi per combattere i fascisti, rimane mutilato dopo la prima azione bellica. Nel frattempo negli Stati Uniti cresce la discriminazione verso gli ebrei, cui cerca di opporsi come può il protagonista del film, in cui riprendono vigore i propri giovanili ideali socialisti.

Contrariamente a quanto avviene in generale con le serie, in cui si tende ad allungare il brodo a detrimento dell’opera, ne Il complotto contro l’America assistiamo, al contrario, a un crescendo fino all’ultimo episodio. Da un lato emerge come un governo nelle mani della destra radicale, espressione diretta del padronato, tenda a far venir fuori dagli individui privi di saldi valori etici e morali il peggio di loro, gli aspetti più irrazionali e bestiali. Da tale piaga non si salva neppure una delle categorie maggiormente prese di mira, come la stessa comunità ebraica. Così, al di là degli aperti collaborazionisti, tratteggiati nel modo migliore, abbiamo l’altrettanto realistica rappresentazione della borghesia ebraica che, puntando esclusivamente al profitto, finisce per valutare positivamente un governo dell’estrema destra, antisemita. Significativo come anche in una famiglia sinceramente democratica, con un padre che accentua sempre di più la propria coraggiosa resistenza al governo della destra radicale, il primo figlio, per un malinteso spirito ribelle, finisce per assumere posizioni inconsapevolmente collaborazioniste. Il ribellismo anarcoide risulta fatale anche al giovane nipote del protagonista il quale, per quanto fra i pochi coraggiosi disponibili ad arruolarsi per contrastare il fascismo, finisce ben presto per perdere una gamba, in quanto non si dimostra in grado di controllare razionalmente il proprio genuino odio per i nazisti. Per altro viene preso di mira dal F.B.I. di Hoover che, realisticamente, gli fa terra bruciata intorno, in quanto accusato di essere filocomunista, per essersi arruolato in Canada contro il nazismo. I metodi sporchi utilizzati dal F.B.I. sono, a ragione, denunciati in tutta la loro brutalità. Emerge, inoltre che, per quanto discriminata, la minoranza religiosa ebraica non lo è tanto quanto lo sono i sospetti simpatizzanti comunisti. Tanto che su pressione del F.B.I., per non perdere i propri profitti, lo stesso zio licenzia l’invalido nipote, non certo in quanto ebreo, bensì in quanto accusato, per altro in modo ingiustificato, di essere un “rosso”.

Nel quinto episodio se, sullo sfondo della storia universale, c’è la dirimente controffensiva sovietica nella decisiva battaglia di Stalingrado, nelle vicende particolari ambientate negli Stati Uniti inizia la deportazione delle minoranze religiose, segnatamente degli ebrei, tanto più nel caso in cui abbiano dato asilo a un sospetto filo-comunista, sebbene si tratti di un parente molto giovane e seriamente ferito. I federali non danno tregua nemmeno all’amico apprendista criminale del presunto “rosso”, che è costretto con quest’ultimo a riparare in provincia. Nel frattempo l’eroico padre di famiglia non cede alle sirene di diversi suoi amici della comunità ebraica e della sua stessa moglie che lo spingono a espatriare. Il protagonista, da sincero democratico e antifascista, non vuole cedere e lasciare il proprio paese nelle mani dell’estrema destra. Ma ormai ha contro il rabbino, a capo dei vertici collaborazionisti della comunità ebraica, che ha sposato l’arrivista cognata, la quale ha conquistato alla causa del governo filofascista lo stesso ingenuo primogenito del protagonista. Quest’ultimo cerca in primo luogo di reagire facendo denunciare la caccia alle streghe degli ebrei lavoratori salariati alla stampa di opposizione, con il risultato che il coraggioso giornalista che denuncia il fatto viene immediatamente fatto licenziare dal rabbino capo dei collaborazionisti ebrei. Anche la via legale, naturalmente, non porta a risolvere il problema, visto che anche la magistratura risente ormai del nuovo clima affermatosi con il governo della destra radicale. A questo punto non resta al protagonista che decidersi, finalmente, a schierarsi politicamente con le forze antifasciste. Ma ormai sembra troppo tardi, il comizio della sinistra antifascista, per quanto faccia costantemente professione di pacifismo, viene sgomberato con la forza da infiltrati nazisti in combutta con la polizia, che malmenano i manifestanti pacifici. Ancora più grave è la reazione dei mezzi di comunicazione di massa che rovesciano letteralmente la realtà, incolpando delle violenze le vittime pacifiste, facendo così il gioco della violenza fascista. D’altra parte il nostro eroe, che intende reagire, non solo è sempre più lasciato solo dagli altri membri salariati della comunità, che preferiscono darsi alla fuga, ma appare isolato anche all’interno della sua stessa famiglia, dove è avversato non solo dal primogenito, ma dalla stessa moglie che lo minaccia, nel caso intendesse proseguire con la resistenza, di lasciarlo, portando con sé i figli in esilio in Canada. Molto interessante è che ad attivarsi nella resistenza siano principalmente gli ebrei non osservanti o atei, che sono anche i più tartassati dagli apparati repressivi dello Stato borghese, mentre a capo dei collaborazionisti vi è un rabbino decisamente religioso e ortodosso.

Come avviene generalmente nei prodotti dell’industria culturale a stelle e strisce la conclusione, sostanzialmente reazionaria, rischia di rovinare anche le opere potenzialmente migliori. Così il sesto e ultimo episodio, pur partendo bene, e mostrando in modo consequenziale con l’assassinio del candidato presidente antifascista ed ebreo che la via democratico-borghese contro l’antifascismo rischia di essere impotente, vira nella seconda parte decisamente a destra. L’ex giovane combattente antifascista, intento ormai a costruirsi in modo opportunistico la propria carriera, viene reclutato da agenti canadesi, inglesi ed ex democratici statunitensi a collaborare, senza esserne informato, a un attentato contro il presidente filofascista. L’attentato terrorista favorisce l’estrema destra che, con l’appoggio del vicepresidente, parla di un complotto ebraico e scatena pogrom in tutto il paese. La first lady che si oppone, viene rinchiusa in manicomio e persino il rabbino a capo dei collaborazionisti viene arrestato come complice del complotto. Così, con la copertura degli apparati repressivi dello Stato, si scatena il Ku Klux Klan. A questo punto interviene, vero e proprio deus ex machina, la ex first lady, liberata dai settori dello Stato contrati alla deriva fascista. La vedova di Lindbergh si appella agli uomini dell’esercito e della guardia civile affinché pongano fine ai pogrom, sostenendo che la questione sarà risolta con nuove elezioni “democratiche”. Come per incanto l’incubo scompare e si torna sostanzialmente alla situazione antecedente alla vittoria delle presidenziali del candidato filo-fascista. Roosevelt e Truman si candidano contro il rappresentante della destra repubblicana. Nel frattempo il protagonista si scontra nuovamente con il nipote ribelle, ormai divenuto un mero opportunista. Quest’ultimo lo accusa di non esser passato all’azione diretta antifascista quando era necessario, ma di essere rimasto ingenuamente fedele alla “democrazia” borghese. E proprio quest’ultima finisce per essere indicata come unica reale via di salvezza dai pericoli del fascismo. Così la famiglia protagonista si lancia nella campagna a favore di Roosevelt e Truman che, nonostante i brogli organizzati dalla destra repubblicana, sono destinati a una vittoria che riporterà nel suo binario storico il brillante dramma fantapolitico apertosi con la vittoria del candidato filo-fascista. In tal modo la parentesi fascista sembra chiudersi secondo la celebre mistificazione liberal-crociana, per cui la conquista del potere da parte del fascismo sarebbe assimilabile all’inspiegabile conquista dell’Egitto da parte degli Hyksos: si tratterebbe, in altri termini, di una pura parentesi del tutto irrazionale, che non avrebbe nulla a che fare con lo Stato liberale, con la cui mera restaurazione sarebbe ripresa la storia come progressiva affermazione della libertà. In tal modo, evidentemente, non si apprende nulla dai drammatici eventi vissuti e, così, il rischio che si possano ripetere rimane sempre in agguato. Tanto più che tale rischio può essere utilizzato come spauracchio per spacciare l’esistente regime liberale come il migliore dei mondi possibili, ossia favorendo un’apologia indiretta del governo maggiormente funzionale al dominio del modo capitalistico di produzione.

(*) ripreso da www.lacittafutura.it. Grazie a Gianni per la segnalazione; il ritardo invece è della “bottega” che ogni tanto perde i files (e la testa … forse).

 

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