Il contatore dei morti palestinesi gira, senza pietà

articoli, video, disegni di Alberto Negri, Scott Ritter, Alessandro Orsini, Miguel Martinez, Chris Hedges, Gianni Lixi, Davide Malacaria, Giacomo Gabellini, Paolo Barnard, Max Blumenthal, Amanda Gelender, Roberto Iannuzzi, Zena Al Tahhan, Alastair Crooke, Ted Rall, Jonathan Cook, Alessandra Ciattini, Raniero La Valle, Triestino Mariniello, Christian Elia, Francesca Albanese, Ilan Pappé, Chiara Cruciati, Carlos Latuff, Francesco Masala, Notangelo

Alberto Negri – Netanyahu non si ferma: c’era una volta Gaza

SECONDO ATTO. Deve finire presto, con un cessate il fuoco permanente, ma i nostri governi qui in Italia e in Europa (e tanto meno gli Usa) non hanno il coraggio di chiederlo

Ma che sorpresa… Alla fine spunta il documento che aspettavamo: come riportava ieri il New York Times il governo israeliano da oltre un anno sapeva dei piani di Hamas persino nei dettagli (40 pagine esaustive denominate “Muro di Gerico”). Ma li hanno ignorati.

È così particolareggiato da sembrare fabbricato ex post. In sintesi: la guerra ad Hamas Netanyahu poteva farla prima ma hanno lasciato che cominciassero gli altri. E ora, come ci informa il Wall Street Journal, inizierà anche la campagna all’estero per uccidere i leader di Hamas ospitati in Qatar, Libano, Turchia, così come sono stati eliminati in questi decenni leader dei palestinesi, dei libanesi Hezbollah e ufficiali dei pasdaran iraniani. Useranno tutti i mezzi, da quelli più sofisticati ad altri tradizionalmente insidiosi: nel 1997 il Mossad, ad Amman, tentò di far fuori con il veleno il capo Hamas Khaled Meshal. «Hanno i giorni contati», aveva avvisato il premier Netanyahu il 22 novembre riferendosi a loro e anche ai tre capi di Hamas a Gaza (Yahya Sinwar, Mohammed Deif e Marwari Issa).

Cosa significa questo? Che il futuro di Gaza e del Medio Oriente potrebbe essere ancora peggiore di questo tragico presente.

In mezzo alle tregue, l’offensiva israeliana ora riprende – « la guerra deve continuare», insiste il gabinetto di guerra a Tel Aviv – puntando decisamente su Gaza Sud dove sono affluiti capi e militanti di Hamas insieme a oltre un milione e mezzo di profughi dal Nord della Striscia.

Significa, scrive il Financial Times, citando fonti israeliane, che continueranno le operazioni militari – un eufemismo per dire i bombardamenti – almeno fino all’inizio del 2024, se non oltre.

Sarà una strategia «flessibile», sostengono i vertici militari di Tel Aviv, dettata da molteplici condizionamenti: l’andamento delle operazioni sul terreno, i negoziati per la liberazione degli ostaggi, le pressioni internazionali, soprattutto americane perché le altre contano ben poco.

E anche le pressioni di Washington sono accompagnate dalla usuale e mortale ambiguità: nelle ultime settimane il Pentagono ha inviato un flusso costante di armi e munizioni a Israele, cui la Casa Bianca ha promesso 14 miliardi di dollari di aiuti.

Insomma siamo alle solite: qui si prendono lupi per agnelli. «Niente ci fermerà», ha detto il premier Netanyahu, alle prese con i suoi guai giudiziari, nel suo ultimo incontro con il segretario di stato Usa Antony Blinken.

La guerra sarà lunga, secondo i generali israeliani, perché non sono stati raggiunti «neppure la metà degli obiettivi». Ma alla fine, tentano di rassicurare, arriverà una fase di «transizione e stabilizzazione» i cui obiettivi non sono ben chiari ma tra questi ci potrebbe essere anche una pulizia etnica di Gaza su larga scala, oltre allo sbandierato «sradicamento» di Hamas, un piano che l’ex capo del Mossad Efraim Halevy ha definito «mal consigliato» e che potrebbe ulteriormente radicalizzare Gaza e la Cisgiordania con scenari ancora peggiori degli attuali.

Mentre a Gaza Nord si prevede nei documenti israeliani una sorta di «fascia di sicurezza» senza entrate e uscite, lo «svuotamento» del sud della Striscia, almeno dei militanti e delle famiglie, dipende dai negoziati dietro le quinte con l’Egitto che finora ha respinto ufficialmente e con forza l’insediamento di una parte dei gazawi in Sinai…

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Usa e Israele, nazioni gemelle – Francesco Masala *

Quando Israele fu creato dall’Onu il vero motivo, da parte di Usa e GB, era quello di avere un controllo su quel mare di petrolio che stava sotto i deserti del Medio Oriente (o Proche-Orient, come lo chiamano i francesi). Pensavano di controllare quello stato nato terrorista, cresciuto colonialista, invecchiato genocida, tutto il cursus honorum dell’Occidente concentrato in un unico stato, in così poco tempo.

In realtà, come dice Scott Ritter, sono gli (ebrei) israeliani quelli che controllano il parlamento degli Usa.

Quando gli Usa hanno imparato la lezione Israeliana, i sei milioni di morti della Shoah che gli davano il via libera per fare quello che avessero voluto, qualche Think Tank neocon avrà pensato che con le Torri gemelle in diretta tv in tutto il mondo avrebbero conquistato il diritto, al modico costo di tre o quattromila morti e due grattacieli, di conquistare il Mondo (poi le cose non sono andate al meglio, ma qualche milione di morti e qualche stato in macerie gli Usa e la Nato, i volenterosi per la libertà li hanno lasciati sul terreno), Adesso è stato il turno di Israele, con un’operazione stile Torri Gemelle, il Muro di Gerico l’hanno chiamato, al prezzo di qualche centinaio di civili israeliani ammazzati avrebbero conquistato il diritto di espellere tutti i Palestinesi da quella terra che il loro padrone aveva promesso ai loro antenati tremila anni prima, dicono loro.

Cossiga fra qualche anno ci avrebbe raccontato la verità, era sempre Kossiga, ma di Gladio, Ustica e delle Torri gemelle era stato lui a parlarne.

Ridateci Cossiga!

 

Alessandro Orsini – “L’Occidente non è un’orrenda civiltà razzista e criminale?”

Vorrei spiegare, precisamente, le ragioni per cui reputo che i media italiani siano stracorrotti e in che senso.

Ursula von der Leyen, Stoltenberg e Biden, che insieme prendono il nome di “blocco occidentale”, hanno causato la distruzione dell’Ucraina con le loro politiche sciagurate. Il numero degli ucraini morti inutilmente in guerra è spaventoso e la controffensiva è stata un fallimento colossale. Mi fa rabbia che il blocco occidentale si vanti delle sue politiche in Ucraina anziché scusarsi.

Penso che i media italiani siano stracorrotti perché dovrebbero svolgere una funzione di controllo e di critica del potere politico. Dovrebbero incalzare i potenti affinché si scusino per le loro politiche in Ucraina, ma non possono perché gli stessi media italiani le hanno promosse. Il che dà un’idea della compenetrazione tra potere politico e potere mediatico in Italia che produce tutta la corruzione del sistema dell’informazione. Quando utilizzo l’espressione “corruzione”, come ho spiegato nei miei articoli, mi riferisco non alle “bustarelle”, bensì al comportamento di una categoria professionale che viola le proprie regole di condotta etica. I conduttori televisivi e i direttori di giornali non dovrebbero parlare come se fossero un’agenzia della Nato diffondendo la sua propaganda, né dovrebbero distorcere i fatti per creare consensi intorno alle politiche mortifere del blocco occidentale. In questo senso affermo che il sistema dell’informazione in Italia è “corrotto”. A giudicare dal modo in cui stanno coprendo il massacro a Gaza – “coprendo” in tutti i sensi – direi che i media italiani sono diventati ancora più corrotti.

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Ostaggi di noi stessi

Scusate se non sono bravo a fare i calcoli. Mi pare che la vita di un uomo bianco occidentale valga la vita di circa 1000 palestinesi con la pelle più scura e musulmani. L’Occidente non è un’orrenda civiltà razzista e criminale?

Lo è, lo è.

Hitler è ancora tra noi.

I valori politici che hanno consentito l’ascesa del nazismo sono ancora vivi nell’Unione europea.

Un tempo i Paesi dell’Unione europea sterminavano gli ebrei.

Oggi sterminano i palestinesi.L’Europa passa da uno sterminio all’altro, ma non perde il vizio di sterminare i popoli.

*Post Facebook del 28 novembre 2023

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“E i bambiniiii?!!!!” – Miguel Martinez

…In tutto il Medio Oriente, esiste un’unica Democrazia. E avrà pure qualcosa da insegnarci.

Qui vediamo uno Sfratto Esecutivo in corso in questi giorni a Gaza:

Tra la notifica di sfratto (peraltro comunicata impeccabilmente sui telefoni privati degli inquilini, mica con raccomandate che si perdono) e l’esecuzione, non passano i lunghi mesi, se non gli anni, cui siamo abituati in Italia.

Il calvario dei ricorsi, che fanno perdere anni di reddito a un aspirante affitta-Airbnb, si evita del tutto.

Poi guardate bene questa foto: vedete cartelli di protesta, gente che si mette provocatoriamente davanti ai poliziotti?

No.

Quando una Democrazia agisce con mano ferma, gli inquilini, anziché lamentarsi, partecipano attivamente al proprio sgombero.

E mentre in Italia, frignano subito “perché c’era un bambino“, nell’Unica Democrazia del Medio Oriente, i bambini li rimuovono gli stessi inquilini.

Vivi o morti.

Il ministro della cultura del nostro paese, Gennaro Sangiuliano, l’altro giorno, ha dichiarato:

“Israele è l’avamposto della democrazia e dell’Occidente, è la patria del meraviglioso popolo ebraico. Difendere Israele equivale a tutelare i nostri principi di civiltà.”

Facile applaudire a un paese in guerra, dalle retrovie dell’Occidente.

Vorremmo invece che il ministro iniziasse a seguire l’esempio dell’avamposto della democrazia, applicando i “nostri principi di civiltà” anche ai recalcitranti che non vogliono andarsene per fare posto alla Firenze del Futuro.

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Pappé: «Deriva messianica, il sionismo verso la sua fine»

INTERVISTA ALLO STORICO ISRAELIANO, di Chiara Cruciati

Fuori dalla Biblioteca Universitaria di Genova la fila è lunghissima: centinaia di persone aspettano l’incontro con uno dei massimi esponenti dell’accademia israeliana, lo storico Ilan Pappé, organizzato sabato scorso da Bds Genova, Assopace e Tamu Edizioni.
«La storia insegna che la decolonizzazione non è un processo semplice per il colonizzatore – così Pappé chiude il lungo dibattito – Perde i suoi privilegi, deve restituire le terre occupate, rinunciare all’idea di uno Stato-nazione mono-etnico. I pacifisti israeliani pensano di svegliarsi un giorno in un paese democratico. Non sarà così semplice, i processi di decolonizzazione sono dolorosi: la pace inizia quando il colonizzatore accetta di stravolgere le proprie istituzioni, la costituzione, le leggi, la distribuzione delle risorse. Il giorno in cui finirà la colonizzazione della Palestina, alcuni israeliani preferiranno andarsene, altri resteranno in un territorio libero in cui non sono più i carcerieri di nessuno. Prima lo capiranno e meno questo processo sarà sanguinoso. In ogni caso la storia è sempre dalla parte degli oppressi, ogni colonialismo è destinato è finire». Con il professore abbiamo discusso a margine dell’iniziativa.
Per anni si è parlato di «gazafication» della Cisgiordania, l’assedio di Gaza come modello per gestire le isole palestinesi in cui Israele ha suddiviso la West Bank. Ora accadrà il contrario? Gaza come la Cisgiordania?
Credo che nemmeno Israele abbia ancora un piano. Ci sono varie opzioni. Una è la creazione a Gaza di una sorta di Area A- o B+: l’idea dei “moderati”, come Gantz e Gallant, è affidare un pezzo di Striscia all’Autorità nazionale palestinese e creare una zona cuscinetto di 5-7 chilometri. Un’idea ridicola: nella sua parte più ampia Gaza è larga appena 12 chilometri. L’altra opzione, quella dell’ultradestra al governo, è una pulizia etnica più consistente possibile, espellendo i palestinesi in Egitto o comunque nel sud di Gaza e riportando i coloni a nord. Cosa accadrà è presto per dirlo, come è presto per dire come reagirà il mondo o se questo provocherà un’Intifada in Cisgiordania.
Dopo aver negato la Nakba per 75 anni, il governo israeliano oggi la invoca, parla di necessità storica di espulsione. Da cosa deriva la perdita di qualsiasi freno, anche verbale, nell’identificare la soluzione nella pulizia etnica?
A negare la Nakba erano il centro e la sinistra. La destra non l’ha mai negata, anzi ne andava fiera. Non sorprende che usi questo termine. L’altra ragione è che Israele tratta il 7 ottobre come un evento che ha cambiato tutto, non ritiene di dover più essere prudente nel suo discorso razzista, nel parlare di genocidio e pulizia etnica. Percepisce il 7 ottobre come il via libera ad agire.
La crescita inesorabile dell’ultradestra israeliana porta a parlare di un’evoluzione del sionismo in chiave religiosa. Le dichiarazioni di esponenti del governo, a partire da Netanyahu, che si rifanno alla Torah per giustificare le barbarie e le politiche di Ben Gvir e Smotrich ne sono l’esempio. Cos’è oggi il sionismo?
Già prima del 7 ottobre non avevamo più a che fare con il sionismo. Si è andati oltre, verso un giudaismo messianico. Alla pari del fanatismo islamista, crede di avere dio dietro di sé. È uno sviluppo ideologico pericolosissimo che, superando il sionismo pragmatico e liberale, lo trascina via con sé. Oggi siamo di fronte a un’ideologia ebraica messianica, razzista e fondamentalista che non solo ritiene che la Palestina appartenga solo al popolo ebraico (come ha fatto Netanyahu con la legge dello Stato-nazione del 2018), ma che pensa di avere la licenza morale di uccidere ed espellere tutti i palestinesi. Prima del 7 ottobre la società israeliana viveva già uno scontro aperto tra sionismo laico e sionismo religioso. Quello scontro riemergerà e dimostrerà che a tenere insieme gli israeliani è solo il rigetto dei palestinesi. Per il sionismo è l’inizio della fine che in termini storici significa un processo di 20 o 30 anni. Accadrà perché si tratta di un’ideologia colonialista in un mondo che ormai va in un’altra direzione. Se il sionismo fosse nato due o tre secoli fa, probabilmente avrebbe ottenuto lo scopo di eliminare la popolazione indigena, come accaduto in Australia e negli Stati uniti. Ma è apparso quando ormai il mondo aveva già rifiutato il concetto di colonialismo e il popolo palestinese aveva già maturato la propria identità nazionale.
A cosa è dovuto lo spostamento a destra della società dopo l’uccisione di Rabin e la spinta pacifista di un grande segmento della popolazione?
Essere sionisti liberali è sempre stato problematico. Devi mentire a te stesso di continuo, perché non puoi essere allo stesso tempo socialista e colonizzatore. La società si è stancata, ha capito che doveva scegliere tra essere democratica ed essere ebraica. Ha scelto la natura ebraica. Ha deciso che la priorità era affermare uno stato razzista piuttosto che condividerlo con i palestinesi. Era inevitabile, la logica conseguenza del progetto sionista. L’Israele di oggi è molto più autentico di quello degli anni Novanta.
Il 7 ottobre rappresenta una rottura traumatica per la società israeliana. La questione palestinese era stata rimossa, «gestita» come ha spesso detto Netanyahu. Da questo choc potrebbe nascere la consapevolezza della necessità di una soluzione politica?
Ci vorrà tempo. L’immediato futuro sarà segnato da odio e senso di vendetta. Sarà difficile parlare di soluzione che sia a due stati o a uno. Sul lungo periodo è invece possibile che Israele capisca che i palestinesi non se ne andranno da nessuna parte e non resteranno in silenzio, qualsiasi cosa Tel Aviv faccia. Molto dipenderà da Europa e Stati uniti: se continueranno a non fare pressioni, sarà difficile che le voci più ragionevoli in Israele siano ascoltate. Non basta la società civile, serve che i decisori politici cambino. Questo tipo di processi richiede tempo ma è possibile che da questa orrenda tragedia nasca qualcosa di positivo. Dipenderà anche dai palestinesi, se riusciranno a unirsi, se l’Olp rinascerà. Ci sono differenze anche tra di loro: chi vive in Cisgiordania vuole vedere la fine dell’occupazione e dell’oppressione, pensa di meno allo stato unico. Chi vive dentro Israele, invece, lo desidera, così come i rifugiati in diaspora per cui lo stato unico significherebbe il ritorno.
La durissima campagna contro Gaza ha provocato una reazione imponente delle piazze di tutto il mondo e dei paesi del sud globale, in contrasto con le posizioni degli stati occidentali.
Stiamo assistendo a un processo di globalizzazione della Palestina, una Palestina globale che è composta di società civili, cittadinanze, movimenti come quelli indigeni, Black Lives Matter, i femminismi, ovvero tutti i movimenti anti-coloniali che magari conoscono poco della questione palestinese ma che sanno bene cosa significa oppressione. Questa Palestina globale deve sapersi opporre all’Israele globale, che invece è fatto di governi occidentali e industria militare. Come si fa? Collegando in una rete le lotte alle ingiustizie in giro per il mondo. Qui in Italia significa combattere il razzismo.

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Chris Hedges – Come si sviluppa la censura antipalestinese negli Stati Uniti

  • Dylan Saba, avvocato di Palestine Legal, ha parlato della censura di coloro che difendono i diritti dei palestinesi e condannano il genocidio di Israele a Gaza.

I furgoni che girano per i campus della Columbia University e dell’Università di Harvard elencano pubblicamente i nomi e mostrano i volti degli studenti che hanno firmato una lettera in cui si chiede all’università di tagliare i legami con Israele. Questi furgoni sono ora parcheggiati davanti alle case degli studenti. Un altro furgone si trova all’Università della Pennsylvania e chiede al presidente dell’università Liz Magill di dimettersi, in seguito alle denunce che l’università ha favorito l’antisemitismo permettendo un festival pro-palestinese a settembre.

I principali donatori di queste università, tra cui il miliardario Marc Rowan, capo del gigante del private equity Apollo Global Management, che ha donato 50 milioni di dollari alla scuola di economia dell’Università della Pennsylvania, hanno annunciato di voler trattenere le donazioni e chiedere le dimissioni dei rettori delle università. L’importante studio legale Davis Polk ha revocato tre offerte di lavoro fatte a studenti sospettati di aver firmato la dichiarazione di Harvard e una dichiarazione simile alla Columbia University.

Queste molestie pubbliche sono solo un piccolo esempio della campagna diffusa per mettere a tacere chiunque denunci l’assedio di Gaza e chieda un cessate il fuoco. Centinaia di account dei social media sostengono che le maggiori piattaforme di social media del mondo – Facebook, Instagram, X, YouTube e TikTok – stiano censurando gli account o riducendo attivamente la portata dei contenuti pro-Palestina, una pratica nota come shadowbanning.

Importanti conferenze sul Medio Oriente sono state annullate. La Camera di Commercio Ebraica Ortodossa, ad esempio, è riuscita a fare pressioni sugli hotel Hilton affinché cancellassero l’evento della Campagna statunitense per i diritti dei palestinesi a Houston, in cui la deputata Rashida Tlaib doveva essere la relatrice principale, definendolo “una conferenza per sostenitori di Hamas” e “odiatori degli ebrei”. La Camera sta conducendo una campagna per costringere Starbucks a chiudere i negozi e a licenziare migliaia di lavoratori “che sostengono Hamas” dopo che il loro sindacato ha pubblicato su X una dichiarazione di “Solidarietà con la Palestina”. Ha lanciato un boicottaggio della catena di caffè con lo slogan: “Bere una tazza di Starbucks è bere una tazza di sangue ebraico”.

Il Council on American-Islamic Relations (Cair) è stato costretto a cancellare il suo banchetto annuale ad Arlington, in Virginia, dopo aver ricevuto minacce di bomba. Le rare voci palestinesi che riescono a superare il blocco mediatico, come quella di Noura Erakat, avvocato palestinese-americano per i diritti umani, che è apparsa in diretta sulla CBS e sulla ABC, vengono spesso cancellate.  Erakat ha visto i segmenti in cui ha parlato rimossi dalle riproduzioni degli spettacoli online.

La fiera del libro di Francoforte è stata accusata di “spegnere” le voci palestinesi dopo che è stata annullata la cerimonia di premiazione di un romanzo della scrittrice palestinese Adania Shibli. Nel frattempo, i portavoce ufficiali e i politici israeliani, così come i sostenitori dell’assedio israeliano di Gaza, hanno ampio spazio per accusare chiunque si opponga al massacro dei palestinesi a Gaza da parte di Israele di essere apologeti o portavoce dei terroristi.  A discutere di questa censura è Dylan Saba, avvocato del Palestine Legal. Incaricato da un redattore del quotidiano The Guardian di scrivere sulla campagna per mettere a tacere le voci critiche nei confronti dell’aggressione israeliana, poco prima della pubblicazione del pezzo è stato informato che il giornale non lo avrebbe pubblicato.

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Liberata con la figlia, una donna israeliana lascia una lettera ad Hamas

Danielle Aloni e sua figlia Emilia di 5 anni sono state tenute in ostaggio da Hamas per 49 giorni nella Striscia di Gaza assediata.

In base all’accordo per il cessate il fuoco tra Israele e Hamas, mediato dal Qatar, Danielle ed Emilia sono state rilasciate venerdì scorso.

Danielle, prima di lasciare Gaza, ha scritto una lettera ad Hamas: “Vi ringrazio dal profondo del mio cuore per la vostra straordinaria umanità dimostrata nei confronti di mia figlia Emilia”.

Il braccio armato di Hamas, le Brigate al Qassam, ieri, hanno pubblicato la lettera sul loro canale Telegram alle ore 17:49 ora italiana.

Originariamente scritta in ebraico, la lettera è stata accompagnata da una traduzione in arabo, con una foto che ritraeva madre e figlia.

Si legge nella lettera scritta a mano in ebraico: “Lei (Emilia) riconosce di sentirsi come se tutti voi foste suoi amici, non solo amici, ma veramente buoni e gentili”.

Danielle ha ringraziato anche per l’assistenza e le cure ricevute: “Grazie per le molte ore trascorse come badanti”.

Ha inoltre ribadito che sua figlia non solo ha legato con i combattenti di Hamas, ma si è anche sentita una regina.

“I bambini non dovrebbero essere in prigione, ma grazie a voi e alle altre persone gentili che abbiamo incontrato lungo la strada, mia figlia si è sentita una regina a Gaza”.

“Nel lungo viaggio che abbiamo fatto, non abbiamo incontrato nessuno che non sia stato gentile con lei, l’avete trattata con gentilezza e compassione”, ha aggiunto.

Aloni ha mostrato comprensione per Hamas con queste parole: “Ricorderò il vostro comportamento gentile dimostrato nonostante la difficile situazione che avete affrontato e le gravi perdite che avete subito qui a Gaza”.

Ha concluso la sua lettera con un auspicio di pace: “Vorrei che in questo mondo potessimo essere davvero buoni amici”, oltre a fare i suoi auguri ai palestinesi: “Auguro a tutti voi salute e benessere… salute e amore a voi e ai figli delle vostre famiglie”.

AGGIORNAMENTO
Sulla spontaneità della lettera sono stati sollevati giuste critiche e dubbi. In particolare rimandiamo a questo articolo del New York Post per un’informazione completa che riporta la testimonianza del cugino della donna.

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Antisemitismo, quella sacra parola così vandalizzata – Gianni Lixi

Sto leggendo (rileggendo) “Se questo è un uomo”- di Primo Levi. Non riesco a considerarlo un libro. Per me è una specie di Bibbia. Cioè ci sono i libri e poi c’è “Se questo è un uomo”. Un libro che parla dell’ “arte” della deumanizzazione. Un pugno nello stomaco a cui non possiamo sottrarci. Non c’è scampo, quelli siamo noi. Siamo noi, appartenenti al genere umano,  che abbiamo studiato a tavolino tutti i percorsi più cinici per arrivare al risultato finale che non è la morte ma la deumanizzazione. Dalle parole di Levi: “Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice.” “L’ultima traccia di civiltà era sparita intorno a noi e dentro di noi. L’opera di bestializzazione…era stata portata a compimento…”. Il successo del progetto antisemita.

Ogni anno l’uomo cerca di ricordare perché queste cose non abbiano più ad accadere. Ed ogni anno cerco di vedere se in qualche angolo del pianeta ci sono situazioni che possono avvicinarsi alle atrocità di quel periodo storico. Penso ai Rohingya, ai margini della società in tutti i paesi in cui si sono rifugiati costretti in campi profughi deumanizzanti. Penso ai mussulmani in India cacciati e bastonati per le strade contro i quali si fanno leggi che li costringono  a vivere sempre più in uno stato di marginalizzazione. Penso ai mussulmani Uyghuri in Cina internati in campi di rieducazione. Penso ai nostri migranti che lavorano per noi, super sfruttati e che vivono in campi fatiscenti e deumanizzanti e che non possono neanche avere lo stato giuridico di  profughi a causa di una legge fatta da un governo italiano presieduto da Giuseppe Conte e sostenuto da Matteo Salvini e Luigi di Maio. Penso alle decine e decine di campi profughi dove i Palestinesi sono costretti a vivere in condizioni di assoluta precarietà. Penso alla disumanizzazione scientifica perpetrata dagli occupanti israeliani che si manifesta nelle forme più svariate: dall’incursione notturna dei terroristi dell’esercito israeliano nelle case palestinesi , svegliando di soprassalto tutti,  e terrorizzando i bambini  con il solo scopo di incutere paura e di deumanizzare (qui in italiano) (qui in inglese). Penso alle attese di ore nei check point disseminati in tutta la Palestina occupata. Attese di ambulanze con feriti, di ambulanze con  donne gravide che costringono la giovane donna e suo marito ad implorare di farli passare. Penso all’insegnante palestinese che con la scusa della perquisizione è costretto a denudarsi davanti ai suoi alunni. Penso a tutte queste situazioni deumanizzanti ed ad altre simili, ma non riesco ad avvicinargli il termine antisemita. E non perché non siano altrettanto drammatiche o perché il termine non sia corretto da un punto di vista linguistico (nel caso dei Palestinesi tra l’altro lo sarebbe anche essendo un popolo semita) ma perché quella parola ha assunto per me un significato sacro e credo vada utilizzata con  molto rispetto e prudenza. Rispetto per il ricordo del sangue e dell’abbruttimento spirituale che per moltissime persone ha rappresentato. Prudenza perchè la forza che si porta appresso non deve essere sminuita da un uso superficiale e propagandistico. Chi è invece che usa con molta disinvoltura quella parola? Sono proprio gli israeliani e gli ebrei che fanno gli interessi degli israeliani in occidente. C’è un disegno propagandistico che mira ad etichettare tutto quello che è antisraeliano come antisemita.

Qualche mese fa con cinismo ed in spregio al suo sacro significato, sono riusciti, utilizzando questa parola a decretare la fine di Corbyn, il leader laburista in UK, ed a fare eleggere un nuovo segretario, sionista dichiarato. Se volete approfondire come vengono artatamente e scientificamente portate avanti queste accuse di antisemitismo vi consiglio questo bell’articolo di Miko Peled (in inglese qui). Un’altra interessante fonte  su come venga utilizzata a sproposito dai sionisti la parola antisemita è in questa bellissima inchiesta di Al Jazeera (qui).

La Hasbara, l’istituto di propaganda israeliana, ha tra i suoi scopi quello di cercare di influenzare l’opinione pubblica mondiale sulla percezione che questa ha di israele. Uno dei sistemi che utilizza è cercare di occupare quante più testate giornalistiche per ammorbidire molte notizie su israele a danno dei palestinesi. Gli ebrei sono una minoranza nel pianeta, però sono presenti in percentuale elevatissima nei media. Dire questo, secondo gli israeliani e gli ebrei filo israeliani significa dire una cosa antisemita. Cioè dire che dei signori super potenti e super pagati indirizzano artatamente l’informazione su israele, è antisemita. Ma che cosa c’entra? Cosa c’entra questo con l’antisemitismo? Solo una persona cinica e bara può usare con sfrontatezza questo termine alto e grondante di sangue ad uso propagandistico. Se dici che per cercare di interrompere l’occupazione della Palestina e le angherie che i Palestinesi sono  costretti a subire, è meglio il boicottaggio di israele piuttosto che la lotta armata, allora sei antisemita. Cioè se boicotti uno dei paesi più potenti del pianeta, sorretto dalla quasi totalità dei  governi del pianeta, prevalentemente di destra, sei un antisemita. Ma come può anche solo minimamente essere accostabile la parola antisemita ad una iniziativa di lotta pacifica? Come possono molti paesi produrre leggi contro il BDS (Boycott, Disinvestment and Santions) tacciandolo di antisemitismo? La risposta è solo una : propaganda. Qui non c’è solo un utilizzo improprio di una parola ma lo svillaneggiamento  della parola che condensa in se il significato più atroce per l’essere umano: la sua “bestializzazione”.

da qui

 

 

Il NYT commenta così il numero delle morti a Gaza – Davide Malacaria

…segnaliamo un articolo di Lauren Leatherby pubblicato sul New York Times del 25 novembre con il titolo: “I civili di Gaza, sotto il fuoco di sbarramento israeliano, sono uccisi a un ritmo di portata storica”.

Così il sottotitolo: “Anche con una valutazione prudente del numero delle vittime di Gaza si rileva che il tasso di morti causato dall’attacco israeliano ha pochi precedenti in questo secolo, dicono gli esperti”.

Nell’articolo si legge: “Non si tratta solo della quantità degli attacchi: Israele ha affermato di aver colpito più di 15.000 obiettivi […]. È anche la natura delle armi” usate.

Infatti, “l’uso indiscriminato da parte di Israele di armi molto potenti in aree urbane densamente popolate, tra cui le bombe da 2.000 libbre di fabbricazione americana che possono radere al suolo un condominio, è sorprendente, dicono alcuni esperti”.

“Tutto ciò va oltre qualsiasi cosa abbia mai visto nella mia carriera”, ha affermato Marc Garlasco, esperto di problematiche militari dell’organizzazione olandese PAX ed ex analista dell’intelligence del Pentagono.

“[…] Stanno usando armi estremamente potenti in aree densamente popolate”, ha detto Brian Castner, un esperto di armamenti di Amnesty International. “È la peggiore combinazione possibile di fattori”.

Israele giustifica l’uso di queste bombe con la necessità di colpire i tunnel di Hamas, ma resta lo sconcerto. “[…] “Quelle bombe sono ‘davvero potenti”’ ha detto Garlasco […]. Israele, ha aggiunto, ha in dotazione anche migliaia di bombe più piccole, provenienti dagli Stati Uniti e progettate per limitare i danni in aree urbane densamente popolate, ma gli esperti di armamenti dicono di aver poche prove sul fatto che vengano utilizzate con frequenza”.

Da qui il numero di vittime spropositato di questa breve guerra, che sta raggiungendo o ha raggiunto, se non superato, il numero di vittime registrato in conflitti durati anni, come la guerra in Afghanistan e altri.

Peraltro, il tentativo di screditare il calcolo delle vittime da parte delle autorità palestinesi, consumato a diversi livelli (Casa Bianca compresa), perché realizzato da organi controllati da Hamas e quindi inattendibili, è fallito miseramente.

Lo rileva anche la Leatherby, che spiega come gli analisti internazionali ormai concordano sul fatto che “i numeri complessivi provenienti delle autorità sanitarie di Gaza sono generalmente affidabili”, anzi, probabilmente le vittime sono più numerose di quanto si sa, dal momento che tante possono essere sfuggite alla conta, tra le quali quelle che riposano sotto cumuli di macerie…

da qui

 

 

 

QUI Come asfaltare chi difende israele in 10 mosse, di Paolo Barnard

 

Max Blumenthal- La bambina israeliana simbolo del 7 ottobre uccisa da un carro armato israeliano

I testimoni oculari dell’attacco del 7 ottobre nel Kibbutz Be’eri hanno denunciato Israele per aver ingannato il mondo sull’uccisione della dodicenne Liel Hetzroni, della sua famiglia e dei suoi vicini.

In un disperato tentativo di ottenere la simpatia internazionale, il governo israeliano ha cercato di suscitare indignazione per l’uccisione di una bambina di 12 anni durante l’attacco guidato da Hamas al sud di Israele il 7 ottobre.

“Il corpo di questa bambina è rimasto così gravemente ustionato che gli esperti forensi hanno impiegato più di sei settimane per identificarla”, ha dichiarato il Ministero degli Esteri israeliano sul suo account ufficiale Twitter/X. “Tutto ciò che rimane di Liel Hetzroni, 12 anni, è cenere e frammenti di ossa. Che la sua memoria sia una benedizione”.

Aviva Klompas, ex redattrice di discorsi per la missione israeliana alle Nazioni Unite e una delle migliori propagandiste del Paese sui social media in lingua inglese, ha affermato su Twitter/X: “I terroristi hanno massacrato tutti [gli Hetzroni], poi hanno dato fuoco all’edificio”.

Naftali Bennett, l’ex Primo Ministro israeliano, si è unito per proclamare che “Liel Hetzroni del Kibbutz Beeri è stata uccisa nella sua casa dai mostri di Hamas… Stiamo combattendo la guerra più giusta: assicurare che questo non possa mai più accadere”.

Liel Hetzroni è stata tra i non combattenti uccisi nel Kibbutz Be’eri quando la piccola comunità del sud di Israele è stata momentaneamente conquistata dai miliziani di Hamas in cerca di prigionieri per stimolare uno scambio di detenuti. Durante lo stallo che ne è seguito, è stata uccisa all’istante insieme al fratello gemello, alla prozia e a diversi altri residenti di Be’eri.

C’è un problema, la dodicenne Hetzroni non è stata uccisa da Hamas.

Secondo la nuova versione di un testimone oculare israeliano della morte della bambina, Liel è stata uccisa da una granata di un carro armato israeliano insieme a diversi vicini. La rivelazione della morte per fuoco amico di Hetzroni è arrivata mentre il giornale israeliano Haaretz confermava un’indagine giornalistica virale di Grayzone che evidenziava le rivelazioni di piloti di elicotteri israeliani e funzionari della sicurezza sugli ordini di fuoco amico durante la giornata fatidica…

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‘Dal sionismo all’ebraismo messianico’, avverte lo storico israeliano Pappè

 

Lo storico israeliano Ilan Pappè: «I processi di decolonizzazione sono dolorosi per il colonizzatore: perderà terre e privilegi e vedrà stravolte leggi, istituzioni e distribuzione delle risorse. Sono processi inevitabili: se il sionismo fosse nato 300 anni fa, avrebbe ottenuto il proprio scopo, ma è emerso quando il mondo aveva già rifiutato il concetto del colonialismo»

 

Contro storia israeliana

Alla Biblioteca Universitaria di Genova lo storico israeliano Ilan Pappè, uno dei massimi esponenti dell’accademia israeliana propone una contro-narrazione sulla nascita dello Stato di Israele basata su ricerche storiche inappellabili.

Sofferte ‘decolonizzazioni’ dei colonizzatori

«La storia insegna che la decolonizzazione non è un processo semplice per il colonizzatore. Perde i suoi privilegi, deve ridare indietro le terre occupate, rinunciare all’idea di uno Stato-nazione mono-etnico», il postulato duro con cui lo storico muove la sua analisi.  

L’illusione dei pacifisti in terra di conquista

«I pacifisti israeliani pensano di svegliarsi un giorno in un paese eguale e democratico. Non sarà così semplice, i processi di decolonizzazione sono dolorosi: la pace inizia quando il colonizzatore accetta di stravolgere le proprie istituzioni, la costituzione, le leggi, la distribuzione delle risorse. Il giorno in cui finirà la colonizzazione della Palestina, alcuni israeliani preferiranno andarsene, altri resteranno in un territorio libero in cui non sono più i carcerieri di nessuno. Prima gli israeliani lo capiranno e meno questo processo sarà sanguinoso. In ogni caso la storia è sempre dalla parte degli oppressi, ogni colonialismo è destinato è finire».

Le domande di Chiara Cruciati del Manifesto

Per anni si è parlato di ‘gazafication’ della Cisgiordania, l’assedio di Gaza come modello di gestione delle isole palestinesi in cui Israele ha suddiviso la West Bank. Ora accadrà il contrario? Gaza come la Cisgiordania?

«Credo che nemmeno Israele abbia ancora un piano. Ci sono varie opzioni. Una è la creazione a Gaza di una sorta di Area A- o B+: l’idea dei ‘moderati’, come Gantz e Gallant, è affidare un pezzo di Striscia all’Autorità nazionale palestinese e creare una zona cuscinetto di 5-7 chilometri. Un’idea ridicola: nella sua parte più ampia Gaza è larga appena 12 chilometri. L’altra opzione, quella dell’ultradestra al governo, è una pulizia etnica più ampia possibile, espellendo i palestinesi in Egitto o comunque nel sud di Gaza e riportando i coloni a nord. Cosa accadrà è presto per dirlo, come è presto per dire come reagirà il mondo, se ci sarà una guerra a nord con il Libano, se ciò provocherà un’Intifada in Cisgiordania».

Espulsione etnica, la nuova Nakba?

Dopo aver negato la Nakba per 75 anni, oggi il governo israeliano la invoca, parla di Nakba 2023, di necessità storica di espulsione. Da cosa deriva la perdita di qualsiasi freno, anche verbale, nell’identificare la soluzione nella pulizia etnica?

«A negare la Nakba erano il centro e la sinistra. La destra non l’ha mai negata, anzi ne andava fiera. Per cui non sorprende che usi questo termine. L’altra ragione è che Israele tratta il 7 ottobre come un evento che ha cambiato tutto, non ritiene di dover più essere prudente nel suo discorso razzista, nel parlare di genocidio e pulizia etnica. Percepisce il 7 ottobre come il via libera ad agire».

Sionismo in chiave religiosa

«La crescita, graduale ma inesorabile negli ultimi 30 anni, dell’ultradestra israeliana porta a parlare di un’evoluzione del sionismo in chiave religiosa. Le dichiarazioni di esponenti del governo, a partire da Netanyahu, che si rifanno alla Torah per giustificare le barbarie e le politiche di Ben Gvir e Smotrich ne sono un esempio. Cos’è oggi il sionismo? È possibile individuare in tale evoluzione un processo di implosione?».

Prima fu il sionismo

«Già prima del 7 ottobre non avevamo più a che fare con il sionismo. Si è andati oltre, verso un giudaismo messianico. Queste persone, come i fanatici islamisti, credono di avere dio dietro di loro. È uno sviluppo ideologico che, superando il sionismo pragmatico e liberale, lo trascina via con sé».

Ideologia ebraica messianica

«Oggi abbiamo di fronte un’ideologia ebraica messianica, razzista e fondamentalista che non solo ritiene che la Palestina appartenga solo al popolo ebraico (come ha fatto Netanyahu con la legge dello Stato-nazione del 2018), ma che pensa di avere la licenza morale di uccidere ed espellere tutti i palestinesi. È uno sviluppo ideologico pericolosissimo. Prima del 7 ottobre la società israeliana viveva già uno scontro aperto tra sionismo laico e sionismo religioso. Quello scontro riemergerà e dimostrerà che a tenere insieme gli israeliani è solo il rigetto dei palestinesi».

Il sionismo verso la sua fine

«Per il sionismo è l’inizio della sua fine che in termini storici significa un processo di 20 o 30 anni. Accadrà perché si tratta di un’ideologia colonialista in un mondo che ormai va in un’altra direzione. Se il sionismo fosse nato due o tre secoli fa probabilmente avrebbe ottenuto lo scopo di eliminare la popolazione indigena, come accaduto in Australia e negli Stati uniti. Ma è apparso quando ormai il mondo aveva già rigettato il concetto di colonialismo e i palestinesi avevano già maturato la propria identità nazionale».

La società israeliana a destra

A cosa è dovuto lo spostamento a destra della società israeliana dopo l’uccisione di Rabin e la spinta pacifista di un grande segmento della popolazione?

«Essere sionisti liberali è sempre stato problematico. Devi mentire a te stesso di continuo, perché non puoi essere allo stesso tempo socialista e colonizzatore. La società si è stancata, ha capito che doveva scegliere tra essere democratica ed essere ebraica. Ha scelto la natura ebraica. Ha deciso che la priorità era affermare uno stato razzista piuttosto che condividerlo con i palestinesi. Era inevitabile, la logica conseguenza del progetto sionista. L’Israele di oggi è molto più autentico di quello degli anni Novanta».

La rottura del 7 ottobre

Il 7 ottobre ha rappresentato una rottura traumatica per la società israeliana. La questione palestinese era stata rimossa, “gestita” come ha spesso detto Netanyahu. Da questo choc potrebbe nascere la consapevolezza della necessità di una soluzione politica?

«Ci vorrà tempo. L’immediato futuro sarà segnato da odio e senso di vendetta. Sarà difficile parlare di soluzione che sia a due stati o a uno. Sul lungo periodo è invece possibile che Israele capisca che i palestinesi non se ne andranno da nessuna parte e non resteranno in silenzio, qualsiasi cosa Tel Aviv faccia. Molto dipenderà da Europa e Stati uniti: se continueranno a non fare pressioni, sarà difficile che le voci più ragionevoli in Israele siano ascoltate. Non basta la società civile, serve che i decisori politici cambino. Questo tipo di processi richiede tempo ma è possibile che da questa orrenda tragedia nasca qualcosa di positivo. Dipenderà anche dai palestinesi, se riusciranno a unirsi, se l’Olp rinascerà. Ci sono differenze anche tra di loro: chi vive in Cisgiordania vuole vedere la fine dell’occupazione e dell’oppressione, pensa di meno allo stato unico. Chi vive dentro Israele, invece, lo desidera, così come i rifugiati in diaspora per cui lo stato unico significherebbe il ritorno».

Mondo filo palestinese e anti occidentale

La durissima campagna contro Gaza e la dichiarata volontà di espulsione dei palestinesi ha provocato una reazione imponente delle piazze di tutto il mondo e dei paesi del sud globale, in contrasto con le posizioni degli stati occidentali. Assistiamo a un cambio di paradigma a livello globale che avrà effetti sul medio-lungo periodo?

«Stiamo assistendo a un processo di globalizzazione della Palestina, una Palestina globale che è composta di società civili, cittadinanze, movimenti diversi come quelli indigeni, Black Lives Matter, i femminismi, ovvero tutti i movimenti anti-coloniali che magari conoscono poco della questione palestinese ma che sanno bene cosa significa oppressione. Questa Palestina globale deve sapersi opporre all’Israele globale, che invece è fatto di governi occidentali e industria militare. Come si fa? Collegando in una rete le lotte alle ingiustizie in giro per il mondo. Qui in Italia significa combattere il razzismo».

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Usciamo dalla gabbia. Oltre 1600 i firmatari dell’appello per la pace e per un unico paese dal Giordano al Mediterraneo

«Noi palestinesi e amici della Palestina porgiamo la mano a tutti coloro che hanno detto no alla guerra e che hanno condannato il terrorismo in tutte le sue forme. In modo particolare la porgiamo ai cittadini israeliani (purtroppo ancora una minoranza) e a tutti gli ebrei nel mondo che non hanno concesso il loro nome ai criminali di guerra.

La carneficina in corso contro il popolo palestinese, la pulizia etnica antica e recente, la colonizzazione e le spedizioni terroristiche dei coloni contro la popolazione autoctona, come lo sradicamento degli alberi, la distruzione delle case e la confisca della terra, oltre ad abbattere ogni ponte di dialogo, ledono gravemente l’immagine e la storia di tutta una comunità e rilanciano di nuovo l’antisemitismo, che offende ogni popolazione di origine semita, quella ebraica come quella palestinese. E, nei fatti, rendono Israele il luogo meno sicuro per la popolazione ebraica e per tutti i suoi cittadini.

La battaglia per la libertà del popolo palestinese è la stessa battaglia per la libertà della popolazione ebraica e della nostra libertà.

Lo Stato può diventare una gabbia. Il nazionalismo è stato il cancro della modernità. La fratellanza è un vasto spazio di umanità libera. Per questo non vogliamo rinunciare al sogno di un unico paese fondato sullo stato di diritto e sull’uguaglianza delle persone a prescindere dalla loro appartenenza e dal loro credo religioso. Siamo ancora in tempo. Iniziamo con il cessate il fuoco e poi cominciamo a guardare alla Mezzaluna fertile del Mediterraneo con altri occhi»…

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La Palestina è il genocidio che noi, popolo ebraico, possiamo fermare – Amanda Gelender

Non possiamo consentire che l’anima morale dell’ebraismo muoia a causa del nostro silenzio collettivo sulla guerra genocida contro i palestinesi a Gaza

Mi siedo per scrivere questa lettera d’amore al mio amato popolo ebraico, mentre un genocidio si svolge sul mio schermo.

Questa lettera sgorga dal mio cuore verso i vostri. È un appello all’azione per risollevarci in solidarietà con la Palestina. Ho tanta profonda tenerezza per noi, la nostra storia e le orgogliose tradizioni che abbiamo mantenuto attraverso secoli di indicibili ingiustizie.

Sono cresciuta come alcuni di voi andando alla sinagoga in una comunità ebraica progressista americana. Celebrare e sostenere Israele era parte di quello che significava essere ebrea dal punto di vista culturale e religioso. Quando sono arrivata per la prima volta a comprendere quanto stava realmente succedendo nei territori palestinesi occupati avevo 18 anni ed ero iscritta al primo anno di college. Una coetanea ebrea mi parlò dei soprusi che Israele commette nel nostro nome.

Non sono orgogliosa di ammettere che il fatto che lei fosse ebrea fu probabilmente la sola ragione per cui le diedi ascolto: mi era stato insegnato dalla mia comunità che solo il popolo ebraico può realmente capire quanto Israele sia importante per la nostra sicurezza e il nostro benessere. Ripensandoci, vorrei aver creduto prima ai palestinesi.

I palestinesi hanno autorità sulla loro lotta per la libertà. Ma l’indottrinamento e il timore instillatimi in quanto bambina ebrea era troppo forte da superare finché la bolla del sionismo è scoppiata. Quando sono arrivata ad apprendere per la prima volta la dimensione della continua brutalità di Israele contro il popolo palestinese ho stentato a crederci. Gli adulti ebrei della mia famiglia mi parlavano di giustizia, diritti umani e dell’obbligo morale degli ebrei di coltivare il cambiamento sociale e di “migliorare il mondo” (tikkun olam).

Com’è possibile che il mio popolo possa omettere la verità riguardo all’apartheid e all’occupazione israeliane? Mi è stato insegnato che Israele venne fondato su un pezzo di terra vuoto, non che le bande terroristiche sioniste fecero irruzione nei villaggi uccidendo 15.000 palestinesi e cacciandone altri 750.000 durante la Nakba [la pulizia etnica del 1947-49, ndt.]. Semplicemente non ne sapevano niente, come me?

L’inganno sionista

La posizione secondo cui “chiunque critichi Israele è antisemita” è diventata sempre più debole di fronte alla crescente lista di crimini di guerra commessi da Israele. Se tutto quello che mi era stato detto riguardo a Israele non era vero, cos’altro era falso?

E cosa significa continuare a far parte della comunità ebraica, dato che di fatto tutti i miei coetanei ebrei sono ancora tacitamente o attivamente coinvolti nella menzogna del nazionalismo sionista?

Una volta svanita la negazione, è arrivata la rabbia. Persone di cui ci fidavamo ci avevano mentito; siamo stati ingannati in modo che sostenessimo uno Stato di apartheid che maltratta minorenni e tortura senza pietà nel nostro nome. Giovani ebrei, compresa me, sono stati coinvolti in un continuo genocidio contro il popolo palestinese durato 75 anni…

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Guerra tra Israele e Palestina: minori palestinesi liberati affermano che compagni di prigionia sono stati “torturati a morte”

Osama Marmash parla a Al Jazeera dopo il suo rilascio grazie allo scambio Hamas – Israele

Secondo le testimonianze di adolescenti liberati, almeno cinque detenuti palestinesi sarebbero morti nelle prigioni israeliane in seguito a violenze subite.

Minorenni palestinesi liberati dalle carceri israeliane come parte dello scambio di prigionieri tra Hamas e Israele hanno affermato di essere stati sottoposti a torture durante la detenzione e che altri detenuti sono stati percossi a morte.

Gli adolescenti sono tra i 39 palestinesi liberati dalle prigioni israeliane domenica nel corso del terzo scambio di prigionieri tra Israele e Hamas, mentre quest’ultimo ha rilasciato 13 israeliani trattenuti a Gaza.

Lo scambio ha avuto luogo nel terzo giorno di fila di una tregua temporanea di quattro giorni a Gaza, la prima interruzione di questo genere nei combattimenti da quando sono iniziate le ostilità il 7 ottobre.

Tra quelli che sono stati rilasciati c’era Khalil Mohamed Badr al-Zamaira, 18 anni, che ne aveva 16 quando è stato arrestato dalle forze israeliane.

Ha affermato che i prigionieri palestinesi sono stati maltrattati e picchiati in prigione e che non c’è un trattamento differenziato per i minorenni.

“Non fanno distinzioni tra vecchi e giovani,” ha detto a Middle East Eye.

“Due adolescenti sono stati trasferiti dalla prigione di Ofer con le costole rotte, non riuscivano più a muoversi.”

Anche Omar al-Atshan, un adolescente liberato, ha affermato di essere stato maltrattato e torturato nella prigione del Naqab [Negev in ebraico, ndt.], dove è stato tenuto prima del rilascio.

“I maltrattamenti erano indescrivibili,” ha detto ad Al Jazeera durante un reportage dal vivo dell’arrivo di prigionieri rilasciati domenica nella Cisgiordania occupata.

Ha detto che in prigione sono stati metodicamente picchiati e umiliati e che acqua e cibo erano scarsi.

Durante il rilascio i soldati israeliani hanno ordinato loro di abbassare la testa e poi li hanno percossi, ha affermato.

“Non siamo del tutto contenti perché ci sono altri prigionieri ancora detenuti,” ha detto, aggiungendo che un carcerato, che ha identificato come Thaer Abu Assab, è stato picchiato a morte in prigione.

“Ha subito troppe percosse. Abbiamo chiesto aiuto, ma i medici sono arrivati un’ora e mezza dopo che era morto per le torture.

È stato torturato per aver fatto una domanda, ha chiesto al secondino se c’era una tregua. Allora è stato pestato a morte e colpito in testa.”

Quattro detenuti torturati a morte a Megiddo

Anche un altro minore liberato, Osama Marmash, ha rilasciato ad Al Jazeera una testimonianza simile.

Il sedicenne è stato tenuto nella prigione di Megiddo prima del rilascio. Ha raccontato ad Al Jazeera che lì quattro detenuti palestinesi sono stati torturati a morte.

Marmash ha detto di aver subito lesioni a un piede e alla schiena a causa delle percosse.

“La mia divisa di recluso era bianca ma è diventata rossa per le macchie di sangue,” ha detto.

Il cibo era molto scarso, ha affermato, e spesso “immangiabile”.

Ha detto che sono stati maltrattati durante il viaggio verso la Cisgiordania.

“Il percorso è stato difficile. Hanno spento l’aria condizionata dell’autobus. Stavamo soffocando,” ha raccontato.

La tregua tra Hamas e Israele dovrebbe vedere il rilascio di 150 donne e minori palestinesi e 50 israeliani tenuti a Gaza in quattro giorni.

Da parte sua Hamas ha rilasciato 13 prigionieri israeliani, tra cui nove minorenni, così come quattro cittadini stranieri: tre thailandesi e un russo-israeliano.

Il presidente USA Joe Biden ha detto che è stata liberata anche una bambina israelo-americana di quattro anni i cui genitori sono stati uccisi il 7 ottobre.

In un comunicato Hamas ha affermato che il russo-israeliano con doppia cittadinanza è stato rilasciato “come risposta ai tentativi del presidente russo Vladimir Putin e come riconoscimento dell’appoggio russo alla Palestina.”

Il russo è il primo prigioniero di sesso maschile ad essere rilasciato da Hamas durante la tregua.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

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Israele arresta quasi tanti palestinesi quanti ne ha rilasciati durante la tregua – Zena Al Tahhan

Nei primi quattro giorni dello scambio di prigionieri tra Israele e Hamas, Israele ha rilasciato 150 palestinesi e ne ha arrestati 133

Ramallah, Cisgiordania occupata – Mentre si svolgeva lo scambio di prigionieri con Hamas, il gruppo armato con sede a Gaza, Israele ha continuato ad arrestare decine di palestinesi nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme est.

Nei primi quattro giorni della tregua tra Israele e Hamas, iniziata venerdì, Israele ha rilasciato 150 prigionieri palestinesi – 117 minori e 33 donne.

Hamas ha rilasciato 69 prigionieri: 51 israeliani e 18 persone di altre nazionalità.

Negli stessi quattro giorni, secondo le associazioni dei prigionieri palestinesi, Israele ha arrestato almeno 133 palestinesi a Gerusalemme Est e in Cisgiordania.

“Finché ci sarà occupazione, gli arresti non si fermeranno. La gente deve capirlo perché questa è una politica fondamentale dell’occupazione contro i palestinesi per schiacciare qualsiasi tipo di resistenza”, dice ad Al Jazeera Amany Sarahneh, portavoce della Associazione dei Prigionieri Palestinesi.

“E’ una pratica quotidiana, non solo dopo il 7 ottobre”, aggiunge. “Ci aspettavamo che durante questi quattro giorni arrestassero più persone”.

La tregua mediata dal Qatar è arrivata dopo 51 giorni di incessanti bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza assediata, iniziati il 7 ottobre, il giorno in cui Hamas ha lanciato un attacco a sorpresa sul territorio israeliano uccidendo circa 1.200 persone.

Da allora Israele ha ucciso più di 15.000 palestinesi nella Striscia di Gaza, la maggior parte dei quali donne e minorenni.

Lunedì la tregua, originariamente di quattro giorni, è stata prorogata di altri due, durante i quali si prevede che verranno rilasciati altri 60 palestinesi e 20 ostaggi.

Dall’occupazione militare israeliana della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, che dura da 56 anni, le forze israeliane effettuano incursioni notturne nelle case palestinesi arrestando da 15 a 20 persone nelle giornate “tranquille”.

Nelle prime due settimane dopo il 7 ottobre Israele ha raddoppiato il numero dei palestinesi in detenzione, passando da 5.200 a più di 10.000. Il numero include 4.000 lavoratori di Gaza che lavoravano in Israele e sono stati detenuti prima di essere successivamente riportati a Gaza.

Avvocati dei prigionieri palestinesi e gruppi di monitoraggio hanno registrato 3.290 arresti in Cisgiordania e Gerusalemme Est dal 7 ottobre. A metà novembre, Eyad Banat, 35 anni, è stato arrestato mentre trasmetteva in diretta su TikTok. Successivamente è stato rilasciato.

Nessuna garanzia con l’occupazione”

Dall’inizio della tregua le strade di Ramallah si sono riempite di persone che accolgono i prigionieri liberati.

Ma la preoccupazione per i prigionieri palestinesi non finisce dopo il loro rilascio. La maggior parte delle persone liberate in genere viene nuovamente arrestata dalle forze israeliane nei giorni, nelle settimane, nei mesi e negli anni successivi al loro rilascio.

Decine di coloro che erano stati rilasciati in uno scambio di prigionieri tra Israele e Hamas nel 2011 sono stati nuovamente arrestati e la loro pena è stata confermata.

Sarahneh afferma che non è ancora chiaro se Israele abbia fornito garanzie che non arresterà nuovamente coloro che sono stati rilasciati.

“Non ci sono garanzie con l’occupazione. Queste persone rischiano di essere nuovamente arrestate in qualsiasi momento. L’occupazione riarresta sempre le persone che sono state rilasciate”, sostiene.

“La prova più evidente che queste persone potrebbero essere nuovamente arrestate è che la maggior parte delle persone ora detenute sono prigionieri già liberati”, aggiunge.

Dal 7 ottobre le condizioni dei palestinesi agli arresti o in detenzione sono gravemente peggiorate. Molti hanno denunciato pestaggi, mentre sei prigionieri palestinesi sono morti durante la custodia israeliana.

Molte delle donne e dei minori rilasciati durante la tregua hanno testimoniato degli abusi subiti nelle carceri israeliane.

Nelle ultime settimane hanno circolato anche diversi video di soldati israeliani che picchiano, calpestano, maltrattano e umiliano palestinesi detenuti che sono bendati, ammanettati e parzialmente o interamente denudati. Molti utenti dei social media hanno affermato che le scene hanno riportato alla mente le tecniche di tortura utilizzate dalle forze statunitensi nella prigione irachena di Abu Ghraib nel 2003.

Oltre ai violenti pestaggi, secondo le associazioni per i diritti, le autorità carcerarie israeliane hanno sospeso le cure mediche ai prigionieri palestinesi almeno per la prima settimana dopo il 7 ottobre, anche a quelli che sono stati picchiati. Le visite dei familiari e le visite di routine degli avvocati sono state interrotte, dicono le associazioni.

Secondo i gruppi per i diritti umani in precedenza ai prigionieri venivano concesse tre o quattro ore fuori dalle celle nel cortile, ma ora hanno meno di un’ora.

Le celle sovraffollate spesso ospitano il doppio del numero di detenuti per cui sono state costruite, molti dormono sul pavimento senza materassi, affermano.

Le autorità carcerarie israeliane hanno anche tagliato l’elettricità e l’acqua calda, condotto perquisizioni nelle celle, portato via tutti i dispositivi elettrici inclusi televisori, radio, piastre da cucina e bollitori, e chiuso la mensa, che i prigionieri usano per acquistare cibo e beni di prima necessità, come il dentifricio.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)

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Lo scorpione israeliano pungerà la rana statunitense? – Alastair Crooke

Netanyahu sta preparando la scena per intrappolare l’amministrazione Biden, facendo in modo che gli Stati Uniti abbiano poca scelta se non quella di unirsi a Israele

L’allegoria è quella dello scorpione che ha bisogno della rana per poter attraversare un fiume in piena, facendosi trasportare sulla schiena della rana. La rana diffida dello scorpione, ma accetta con riluttanza. Durante la traversata, lo scorpione punge fatalmente la rana mentre nuota con lui sulla schiena. Entrambi muoiono.

Si tratta di un racconto dell’antichità che intende illustrare la natura della tragedia. La tragedia greca è quella in cui la crisi al centro di ogni “tragedia” non nasce per puro caso. In senso greco, la tragedia è quella in cui qualcosa accade perché deve accadere, per la natura stessa dei partecipanti, perché gli attori coinvolti lo fanno accadere. E non hanno altra scelta se non quella di farlo accadere, perché questa è la loro natura.

È una storia che è stata raccontata da un ex diplomatico israeliano di alto livello, esperto di politica statunitense. La sua versione della favola della rana vede i leader israeliani impegnati a scrollarsi disperatamente di dosso la responsabilità per la disfatta del 7 ottobre, con un Gabinetto che tenta in tutti i modi di trasformare (psicologicamente) la crisi da disastro colpevolizzabile a epica opportunità da presentare al pubblico israeliano.

La chimera che viene presentata è che, tornando indietro alla vecchia ideologia sionista, Israele possa trasformare la catastrofe di Gaza – come ha sostenuto a lungo il ministro delle Finanze Smotrich – in una soluzione che, una volta, per tutte “risolva unilateralmente la contraddizione intrinseca tra le aspirazioni ebraiche e palestinesi – ponendo fine all’illusione che sia possibile qualsiasi tipo di compromesso, riconciliazione o spartizione“.

Questo è il potenziale pungiglione dello scorpione: il gabinetto israeliano scommette tutto su una strategia estremamente rischiosa – una nuova Nakba – che potrebbe trascinare Israele in un grande conflitto, ma che, in questo caso, affosserebbe anche ciò che resta del prestigio occidentale.

Naturalmente, come sottolinea l’ex diplomatico israeliano, questo stratagemma è essenzialmente costruito intorno all’ambizione personale di Netanyahu, che farebbe di tutto per sfuggire alle critiche e rimanere al potere il più a lungo possibile. Soprattutto, spera che questo gli consenta di distribuire le colpe, liberandosi da ogni responsabilità. [Meglio ancora], “avrà modo di inserire Gaza in un contesto storico ed epico, come un evento che potrebbe rendere il premier un leader bellico che si copre di grandezza e di gloria“.

Inverosimile? Non necessariamente.

Netanyahu potrà anche contorcersi politicamente per cercare di sopravvivere, ma è anche un vero “credente”. Nel suo libro “Going to the Wars“, lo storico Max Hastings scrive che, negli anni ’70, Netanyahu gli aveva detto: “Nella prossima guerra, se faremo le cose per bene, avremo la possibilità di far uscire tutti gli arabi… Potremo liberare la Cisgiordania, sistemare Gerusalemme“.

E cosa pensa il gabinetto israeliano della “prossima guerra”? Pensa a “Hizbullah”. Come ha osservato recentemente un ministro, “dopo Hamas, ci occuperemo di Hizbullah”.

Secondo l’ex diplomatico israeliano, è proprio la confluenza di una lunga guerra a Gaza (secondo le linee stabilite nel 2006) e di una leadership israeliana apparentemente intenzionata a provocare Hizbullah e a far salire l’escalation a far lampeggiare le luci rosse all’interno della Casa Bianca.

Nella guerra del 2006 con Hizbullah, Dahiya, l’intero sobborgo urbano di Beirut, era stato raso al suolo. Il generale Eizenkot (al comando delle forze israeliane durante quella guerra ed ora membro del “Gabinetto di guerra” di Netanyahu) aveva dichiarato nel 2008: “Quello che è successo nel quartiere Dahiya di Beirut nel 2006 accadrà in ogni villaggio da cui si spara contro Israele… Dal nostro punto di vista, questi non sono villaggi civili, sono basi militari… Questa non è una raccomandazione. È un piano. Ed è stato approvato“.

Da qui il trattamento fatto a Gaza…

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Il Sudafrica presenterà una petizione alla Corte internazionale di Giustizia perché Israele sia dichiarato “Stato di apartheid”

Contro la mattanza israeliana a Gaza che ha sterminato almeno 14.854 persone – tra cui più di 6.150 bambini e 4.000 donne – il Sudafrica ha annunciato di essere in procinto di presentare una petizione alla Corte internazionale di giustizia (CIG) per chiedere che Israele sia dichiarato “Stato di apartheid”. Lo riporta Press TV che cita le parole del ministro degli esteri Naledi Pandor in una dichiarazione al Parlamento sabato.

“Il Sudafrica e la Palestina stanno lavorando alla formulazione di una strategia volta a portare la questione palestinese dinanzi la Corte penale internazionale (Cpi) e alla Corte internazionale di giustizia per dichiarare Israele uno Stato di apartheid”. Si è così espresso Pandor.

E ancora: “Il Sudafrica presenterà direttamente una petizione alla Corte internazionale di giustizia affinché esprima un parere consultivo sulle conseguenze legali derivanti dalla continua violazione da parte di Israele del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, dall’occupazione prolungata, dall’insediamento e dall’annessione del territorio palestinese occupato dal 1967”, ha dichiarato il ministro degli Esteri.

Pandor ha poi affermato che, a livello globale, Città del Capo sostiene gli sforzi palestinesi per ottenere l’adesione alle Nazioni Unite e “la creazione di meccanismi internazionali positivi, credibili e duraturi per affrontare la causa palestinese sulla base del diritto internazionale”.

Martedì il Parlamento sudafricano ha votato una risoluzione non vincolante per chiudere l’ambasciata israeliana nel Paese e interrompere le relazioni diplomatiche con Tel Aviv fino a quando il regime non acconsentirà a un cessate il fuoco a Gaza. Dal 2018 il Sudafrica non ha più un ambasciatore a Tel Aviv ma solo un incaricato d’affari.

Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa aveva anche chiesto alla CPI di indagare sui crimini di guerra di Israele nella Striscia di Gaza. E la scorsa settimana, il procuratore della CPI Karim Khan aveva annunciato in una nota ufficiale che il suo ufficio aveva ricevuto il deferimento e che stava indagando sulla situazione in Palestina.

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“Non restate in silenzio durante il genocidio”. L’appello unitario delle università palestinesi

Pubblichiamo con la traduzione di Clara Statello l’appello di diverse università palestinesi che chiamano all’azione contro la mattanza a Gaza.

 

L’appello unitario per la giustizia e la libertà in Palestina degli Istituti palestinesi di Istruzione Superiore

“Non restate in silenzio durante il genocidio in atto da parte di Israele”

 

Noi, sottoscritti Istituti di Istruzione Superiore palestinesi della Palestina occupata, ci uniamo in un appello per la giustizia, l’umanità e per la fine di 75 anni di regime di oppressione coloniale e di apartheid di Israele. Siamo risoluti, determinato a fermare e superare l’implacabile brutalità che ha profondamente segnato la nostra Patria durante i continui bombardamenti israeliani su Gaza e gli attacchi militari dei coloni contro il nostro popolo, le nostre case e le nostre istituzioni in tutta la Palestina occupata.

I bombardamenti indiscriminati di Israele contro i 2,3 milioni di civili palestinesi nella Striscia di Gaza occupata, assediata da Israele da 16 anni, e il divieto di accesso all’acqua, al cibo, alle medicine e al carburante, ha causato sofferenze incommensurabili e una perdita di migliaia di vite umane, un terzo delle quali sono bambini.

Gli attacchi deliberati di Israele contro interi quartieri, ospedaliscuolerifugi ONU e università costituisce una grave violazione del diritto internazionale. Secondo l’UNOCHA, al 25 ottobre i bombardamenti israeliani hanno colpito 219 strutture scolastiche, tra cui almeno 29 scuole dell’UNRWA.

Inoltre, secondo il diritto umanitario internazionale, gli “oggetti civili”, come i luoghi di istruzione, non possono essere attaccati. L’Università islamica di Gaza è stata attaccata insieme all’Università di Al-Azhar e ad altre università nei raid aerei israeliani.

In considerazione delle continue e crescenti violazioni dell’occupazione in Cisgiordania, e per paura degli assalti dei coloni israeliani con maggiori restrizioni al movimento dei palestinesi, la maggior parte delle università palestinesi è passata all’insegnamento a distanza a partire dal 9 ottobre.

Le università della Striscia di Gaza, invece, sono state completamente paralizzate, a causa dell’assenza di elettricità, di connessione internet stabile e della priorità di tutti i membri del personale e degli studenti di sopravvivere.

L’effetto cumulativo dei bombardamenti ha provocato un’uccisione massiccia e continua di persone, molte delle quali sono studenti, docenti e personale. Ha inoltre causato sfollamento e distruzione, mettendo a rischio la stessa possibilità di accesso all’istruzione per generazioni di bambini e studenti di Gaza per un futuro indefinito.

Israele sta conducendo una guerra genocida contro il nostro popolo, come descritto dalle principali organizzazioni palestinesi per i diritti umani, da oltre 800 organizzazioni internazionali, dal Centro per i Diritti Costituzionali con sede negli Stati Uniti, da gruppi della società civile ebraicastudiosi dell’Olocausto e del genocidio e altri che hanno ormai avvertito di un imminente genocidio contro la popolazione palestinese di Gaza.

Mentre l’esercito israeliano sta commettendo diversi crimini contro i palestinesi che rientrano nell’ambito dei “crimini di guerra“, del “genocidio”, dell'”apartheid“, solo per citarne alcuni, ribadiamo che è fondamentale collocare queste misure nel quadro più ampio dell’occupazione della Palestina e del blocco di Gaza.

ribadiamo che è cruciale collocare queste misure nel quadro più ampio dell’occupazione della Palestina e del blocco. Poiché ai palestinesi vengono negati i diritti nazionali e politici, tra cui il diritto di esistere, di resistere, di ritornare e, soprattutto, il diritto all’autodeterminazione.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGA) ha esplicitamente affermato il diritto dei palestinesi di resistere all’occupazione militare di Israele, in armonia con il diritto internazionale. Tale diritto è stato affermato nel contesto del diritto all’autodeterminazione di tutti i popoli sottoposti a dominio straniero e coloniale. Alcune delle più importanti risoluzioni delle Nazioni Unite in materia sono la risoluzione 3314 (1974) e la risoluzione 37/43 (1982).

Riteniamo inoltre responsabili le università israeliane, che sono state indispensabili per il regime di oppressione coloniale e di apartheid dei coloni, complici di gravi violazioni dei diritti umani, tra cui lo sviluppo di armamentidottrine militari e giustificazione legale per l’uccisione indiscriminata e di massa dei palestinesi.

Alla luce dell’ultimo assalto a Gaza, chiediamo alle istituzioni accademiche internazionali di intraprendere immediatamente le seguenti azioni concrete per porre fine alla guerra genocida e al colonialismo dei coloni israeliani

  1. Chiedere un immediato cessate il fuoco umanitario, garantito dalle Nazioni Unite.
  2. Sollecitare l’ingresso immediato a Gaza di quantità sufficienti di beni umanitari salvavita (tra cui acqua, cibo, carburante, medicine), equamente distribuite in tutto il territorio della Striscia di Gaza.
  3. Chiedere la protezione delle Nazioni Unite per i 2,3 milioni di civili palestinesi intrappolati sotto assedio a Gaza
  4. Esprimere posizioni chiare di rifiuto di qualsiasi pulizia etnica.
  5. Sostenere lo smantellamento del sistema coloniale dei coloni e dell’apartheid e raggiungere una pace giusta, globale e duratura.

Esortiamo la comunità accademica internazionale ad adempiere al suo dovere intellettuale e accademico di ricercare la verità e di condannare i responsabili del genocidio. Le università israeliane, complici di violazioni dei diritti umani, dovrebbero affrontare l’isolamento internazionale.

In unità e con incrollabile determinazione, dichiariamo che la giustizia prevarrà. Non saremo messi a tacere; resisteremo, ricorderemo e registreremo. Il mondo deve riconoscere il sionismo per quello che è: un progetto genocida di colonizzazione costruito su una falsa mitologia e sostenuto attraverso la violenza perpetua contro i Palestinesi indigeni.

Al-Quds University
Birzeit University
Palestine Ahliya University
Al-Istiqlal University
An-Najah National University
Nablus University for Vocational and Technical Education
Al-Azhar University
University of Palestine
Palestine Polytechnic University
Hebron University
Dar al-Kalima University
Al-Quds Open University
Palestine Technical University
Bethlehem University

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Alessandro Orsini – La tregua e il futuro per i bambini palestinesi

Netanyahu ha dichiarato che non intende limitarsi a “smilitarizzare” Gaza; vuole anche “deradicalizzare” la sua popolazione per renderla compatibile con le democrazie liberali.

Deradicalizzare significa sostituire un sitema di valori con un altro.

 

Entrare nella testa delle persone e decidere quali debbano essere i suoi contenuti a suon di bombe e attraverso il ricorso al terrore di Stato.

Che dire?

Un bel progetto totalitario, perfettamente coerente con una democrazia liberale.

Molti mi chiedono se la tregua a Gaza sfocerà nel cessate il fuoco che salverà la vita dei bambini palestinesi.

Miei ingenui.

Chi ha il coltello dalla parte del manico a Gaza?

Quelli che hanno inventato l’Olocausto, la civiltà occidentale, e quelli che l’hanno subito, o meglio, quelli che dichiarano di essere gli interpreti della volontà di coloro che l’hanno subito.

Gaza è nelle mani degli inventori dell’Olocausto, noi occidentali, e di un gruppo di medium.

Direi che non siamo messi bene.

Quindi no, non prevedo un buon futuro per i bambini palestinesi.

Post Facebook del 28 novembre 2023

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L’OBIETTIVO DI ISRAELE NELLA GUERRA DI GAZA: DISTRUGGERE GLI EDIFICI – Ted Rall

I sostenitori di Israele, per lo più di destra, credono alla storia ufficiale del governo israeliano, secondo cui la campagna di bombardamenti e l’invasione di Gaza da parte dello Stato ebraico hanno un unico obiettivo: deporre Hamas in modo che i suoi combattenti e il suo governo non rappresentino più una minaccia. Secondo questa narrazione, le morti dei civili palestinesi sono danni collaterali, inevitabili in un combattimento urbano in un’area densamente popolata.

Quelli che dissentono dalla versione ufficiale del conflitto, come i gruppi per i diritti umani, sono convinti che i bombardamenti siano indiscriminati e che Israele stia bombardando a casaccio perché sta reagendo con rabbia cieca all’attacco di Hamas del 7 ottobre.

I sostenitori della Palestina, per lo più di sinistra, pensano che Israele stia attivamente prendendo di mira i civili in una gloriosa e sanguinaria campagna genocida, cercando di massacrare quanti più innocenti possibile.

Si sbagliano tutti.

Israele non sta cercando di uccidere la gente.

Sta cercando di eliminare gli edifici.

Le persone muoiono quando gli edifici vengono bombardati. Ma uccidere le persone non è l’obiettivo degli israeliani. Il loro obiettivo è spianare Gaza. L’uccisione di alcuni gazesi è un effetto collaterale della demolizione degli edifici.

La maggior parte delle specie non si estingue dopo essere stata cacciata a morte. Si estingue quando il loro habitat viene distrutto.

L’obiettivo bellico di Israele a Gaza, secondo me, è quello di distruggere così tanti edifici, negozi, scuole, ospedali e altre infrastrutture da rendere il territorio inabitabile.

Le Forze di Difesa Israeliane potrebbero aver già raggiunto questo obiettivo. Secondo le Nazioni Unite, il 45% del patrimonio abitativo della Striscia di Gaza è stato distrutto. Oltre 1,5 milioni di persone su una popolazione totale di 2,3 milioni sono “sfollati interni”, cioè senza casa e vivono per strada. Solo uno dei 18 ospedali nel nord di Gaza, fino a sei settimane fa l’area più popolosa della Striscia, è ancora funzionante. A quattro settimane dall’inizio della guerra, il 61% di tutti i posti di lavoro a Gaza è scomparso, e questo in una regione già povera e con un tasso di disoccupazione altissimo.

Immaginate se i manifestanti che chiedevano un cessate il fuoco avessero la meglio. Se domani entrasse in vigore un cessate il fuoco permanente. Immaginate che la guerra finisca, che Israele dica ai residenti di Gaza che possono ritornare a casa in sicurezza.

Ritornare a cosa?

Metà della popolazione non ha una casa dove tornare (il numero aumenta ogni volta che viene sganciata bomba israeliana). L’altra metà, una volta ritornata nelle proprie case, molte delle quali danneggiate, non avrebbe acqua, né elettricità, né carburante, né telefono, né internet, né negozi per comprare cibo, vestiti o altro, né reddito né denaro per  i beni di prima necessità, né scuole dove mandare i figli, né ospedali dove curarli in caso di malattia o ferite.

Un giornalista del New York Times, che si è definito “stordito” e che aveva vissuto a Gaza prima di questa guerra, ha parlato di “un paesaggio così sfigurato da 42 giorni di attacchi aerei e da quasi tre settimane di combattimenti terrestri che, a volte, era difficile capire dove ci trovassimo“.

David Ignatius del Washington Post riferisce che il nord di Gaza “è stato ridotto ad uno scheletro. Una settimana fa, stando in Salah al-Din Street a Gaza City, ho visto edifici distrutti in ogni direzione“. Sarà impossibile per chiunque vivere in una zona così disastrata. Non è che Israele o i sauditi o chiunque altro si precipiterà a ripulire il disastro.

Gli antisionisti di sinistra pensano che Israele stia pianificando la Nakba 2.0, una rimozione forzata dei palestinesi da Gaza, in cui l’IDF li porterebbe via con i camion o li farebbe marciare sotto la minaccia delle armi. Erano stati i politici israeliani più guerrafondai ad alimentare questa teoria. Così come un memorandum interno del governo israeliano trapelato, che parlava di “un’opportunità unica e rara di evacuare l’intera Striscia di Gaza in coordinamento con il governo egiziano“. In una replica del 1948, il governo israeliano si rifiuta di garantire il “diritto al ritorno” a casa dopo la conclusione delle operazioni militari.

Tutto questo porta ad una conclusione ineluttabile: dopo che la Striscia di Gaza sarà stata ripulita etnicamente dalla sua popolazione palestinese, Israele la annetterà.

Sebbene l’annessione sia certamente l’obiettivo, non credo che gli israeliani intendano uccidere tutti i palestinesi o espellerli nel deserto con la forza. Israele sta già affrontando una grave resistenza a livello internazionale; una mossa così radicale lo trasformerebbe in uno Stato paria. Persino gli Stati Uniti interromperebbero i rapporti.

Israele ha in mente qualcos’altro: costringere i palestinesi a lasciare Gaza di loro spontanea volontà.

La Striscia di Gaza è ora un paesaggio infernale invivibile, pieno di cumuli di macerie che ricoprono migliaia di cadaveri. I corpi in decomposizione accelerano la trasmissione di malattie orribili come la tubercolosi e il colera. Secondo Euro-Med Monitor, il contatto con i cadaveri che perdono feci, con gli indumenti sporchi e con gli strumenti o i veicoli contaminati può diffondere epatite, tubercolosi e HIV e rovinare le riserve di acqua sotterranea. Uccelli, roditori e insetti si nutrono dei corpi e diffondono altre malattie, tra cui la malaria.

La guerra continua ad uccidere anni dopo il ritorno della “pace”. Le macerie sono pericolose. Le bombe e gli ordigni inesplosi devono essere rimossi in modo professionale, un processo che richiede anni, persino decenni.

Subito dopo il 7 ottobre, l’IDF aveva lanciato dei volantini sul nord di Gaza ordinando alla popolazione di evacuare e di spostarsi a sud, in una “zona sicura”. La maggior parte delle persone aveva obbedito. L’IDF ora controlla il nord.

Adesso, sulla parte orientale di Khan Younis, la città più grande nel sud di Gaza, sta cadendo una seconda serie di volantini in cui si ordina alla popolazione di spostarsi a sud-ovest, in preparazione di un bombardamento a tappeto dell’IDF nelle zone da loro abitate.

Un’occhiata alla mappa rivela cosa stanno facendo gli israeliani: stanno spingendo i palestinesi verso sud-ovest.

Cosa c’è a sud-ovest? Il valico di frontiera di Rafah con l’Egitto.

Una volta che i rifugiati di Gaza si saranno ammassati alle porte di Rafah, Israele aprirà il confine. I palestinesi passeranno e si spargeranno nella penisola del Sinai in cerca di villaggi, paesi e città dove poter sopravvivere.

Il presidente Abdel Fattah el-Sisi vede questo prossimo futuro. “Quello che sta accadendo ora a Gaza è un tentativo di costringere i residenti civili a rifugiarsi e a migrare in Egitto, cosa che non dovrebbe essere accettata“, si lamenta Sisi. Ma non può fare nulla per impedirlo.

Un’eventualità del genere significherebbe “spostare gli ideali di resistenza, di combattimento, dalla Striscia di Gaza al Sinai, e così il Sinai diventerebbe la base per lanciare operazioni militari contro Israele“, avverte Sisi in un messaggio che lascia intendere che, secondo lui, la palestinizzazione del Sinai è inevitabile.

Se la previsione di Sisi si avverasse, sarebbe una grande vittoria per Israele. Soprattutto, Israele annetterebbe Gaza. Ripulirebbe i detriti, porterebbe via le macerie e trasformerebbe Gaza in una lussuosa località balneare completa di case per vacanze. Se e quando i gazesi ridislocati riusciranno a riorganizzarsi abbastanza da lanciare nuovamente attacchi missilistici contro Israele, i punti da cui Hamas (o di qualsiasi nuova organizzazione che prenderà il suo posto) potrà lanciare i suoi razzi saranno molto più distanti dai principali centri abitati israeliani.

Costringere la popolazione di Gaza a fuggire distruggendo le infrastrutture del territorio è il classico crimine di guerra della pulizia etnica, definito in un rapporto delle Nazioni Unite sul crollo della Jugoslavia come “rendere un’area etnicamente omogenea usando la forza o l’intimidazione per rimuovere dall’area persone di determinati gruppi“.

Un’organizzazione di resistenza indigena inserita in una popolazione civile come Hamas non può essere bombardata fino a farla sparire; l’esperienza statunitense contro i Talebani dimostra che un’azione militare indiscriminata non fa che aumentare il sostegno al nemico. L’IDF ne è consapevole; i suoi alleati statunitensi continuano a ricordargli il fallimento delle operazioni antiterrorismo americane dopo l’11 settembre. Israele è troppo consapevole della sua dipendenza dal sostegno politico e finanziario degli Stati Uniti per pensare di uccidere tutti i 2,3 milioni di palestinesi di Gaza – cosa che, tra l’altro, disgusterebbe e alienerebbe la maggior parte dei cittadini israeliani, a prescindere dalla loro rabbia nei confronti di Hamas.

La pulizia etnica con l’obiettivo di annettere Gaza è l’unica spiegazione plausibile del comportamento di Israele dal 7 ottobre.

Israele è anche disposto a uccidere la gente. Ma, in realtà, vuole uccidere gli edifici.

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ISRAELE E GAZA: NEL 2023 GLI STESSI OBIETTIVI E LE STESSE BUGIE DEL 1948 – Jonathan Cook

A Gaza Israele sta apertamente attuando un progetto di pulizia etnica. Eppure, proprio come con la prima Nakba del 1948, le bugie e gli inganni di Israele dominano i media e la narrazione politica dell’Occidente.

La storia si sta ripetendo, e ogni politico e giornalista dell’establishment finge di non vedere ciò che ha sotto il naso. C’è un rifiuto collettivo e ostinato nell’unire i puntini riguardo ai fatti di Gaza, anche quando puntano in una sola direzione.

Sin dalla sua creazione, 75 anni fa, Israele ha sempre mostrato uno schema comportamentale coerente – proprio come si può riscontrare uno schema coerente nella risposta delle potenze occidentali: “non vedere il male, non ascoltare il male”.

Nel 1948, in quella che i palestinesi chiamano la loro “Nakba”, o catastrofe, l’80% dei palestinesi aveva subito la pulizia etnica nelle loro stesse terre da parte dell’autoproclamato stato ebraico di Israele.

Come i palestinesi avevano sostenuto all’epoca – e come gli storici israeliani avevano poi confermato con documenti d’archivio – i leader israeliani avevano mentito quando avevano detto che i palestinesi erano fuggiti di loro spontanea volontà, su ordine degli Stati arabi confinanti.

Come avevano scoperto gli storici, i leader israeliani avevano mentito due volte, prima quando avevano detto di aver chiesto di rimanere nelle loro case ai 900.000 palestinesi che si trovavano all’interno dei confini del nuovo Stato ebraico  e poi, di nuovo, quando avevano chiesto di tornare a casa ai 750.000 precedentemente costretti all’esilio.

I documenti d’archivio avevano invece dimostrato che i soldati del nuovo Stato israeliano avevano compiuto terribili massacri per cacciare la popolazione palestinese. L’intera operazione di pulizia etnica era stata chiamata Piano Dalet.

Successivamente, i leader israeliani avevano mentito minimizzando il numero delle comunità agricole palestinesi da loro distrutte: più di 500  cancellate dalla faccia della terra dai bulldozer israeliani e dai genieri dell’esercito. Paradossalmente, questa procedura era popolarmente conosciuta dagli israeliani come “far fiorire il deserto”.

Incredibilmente, autorevoli studiosi, giornalisti e politici occidentali – coloro che dominano il dibattito mainstream – per decenni avevano ignorato tutte queste prove dell’inganno e della menzogna israeliana, anche dopo che storici e documenti d’archivio israeliani avevano confermato la versione palestinese della Nakba.

Erano state adottate varie strategie per tenere nascosta la verità. Osservatori di spicco avevano continuato a diffondere argomentazioni filo-israeliane, anche se screditate. Altri avevano fatto finta di arrendersi, sostenendo che la verità non poteva essere determinata in modo definitivo. E altri ancora avevano dichiarato che, anche nel caso in cui si fossero verificati dei misfatti, c’erano abbastanza colpe da entrambe le parti e che, in ogni caso, era un’ottima cosa che il popolo ebraico avesse un rifugio (anche se a farne le spese erano stati i palestinesi e non gli antisemiti o i responsabili europei del genocidio ebraico).

Queste scuse avevano iniziato a sgretolarsi con l’avvento dei social media e del mondo digitale, in cui le informazioni potevano circolare più facilmente. Le élite occidentali avevano frettolosamente cercato di chiudere tutti i discorsi critici sulle circostanze in cui era nato lo Stato di Israele etichettandoli come antisemiti.

Un spazio sempre più ristretto

Questo è il quadro necessario per comprendere l’attuale dibattito “mainstream” su ciò che sta accadendo a Gaza. Stiamo assistendo alla stessa disconnessione tra gli eventi reali e la creazione da parte dell’establishment di una narrazione che giustifichi Israele, fatto salvo che, che questa volta, mentre l’inganno e la manipolazione sono in pieno svolgimento noi, il pubblico, possiamo vedere di persona i fatti terrificanti svolgersi in tempo reale.

Non c’è bisogno che gli storici ci dicano cosa sta succedendo a Gaza. È in diretta televisiva (o almeno lo è una sua versione edulcorata).

Atteniamoci solo ai fatti conosciuti.

I funzionari israeliani hanno chiesto l’eradicamento dei palestinesi da Gaza e hanno affermato che tutti i palestinesi sono considerati obiettivi legittimi per le bombe e i proiettili israeliani.

Ai palestinesi è stato ordinato di lasciare la parte settentrionale di Gaza. Israele ha attaccato gli ospedali di Gaza, gli ultimi santuari per i palestinesi nel nord.

Gaza era già uno dei luoghi più affollati della Terra. Ma i palestinesi sono stati costretti a rifugiarsi nella metà meridionale della Striscia, dove sono sottoposti ad un “assedio completo” che nega loro cibo, acqua ed elettricità. La settimana scorsa le Nazioni Unite hanno avvertito che la popolazione civile di Gaza si trova di fronte alla “imminente possibilità” di morire di fame.

Israele ha ora ordinato ai palestinesi di lasciare gran parte della più grande città nel sud di Gaza, Khan Younis. I palestinesi sono gradualmente costretti ad accalcarsi nello stretto corridoio di Rafah, vicino al confine con l’Egitto. Circa 2,3 milioni di persone vengono stipate in uno spazio sempre più ristretto.

Se anche Israele permettesse loro di dirigersi a nord, la maggior parte di loro non avrebbe una casa in cui tornare. Le scuole, le università, i panifici, le moschee e le chiese sono per lo più scomparse. Gran parte di Gaza è una terra desolata.

Da anni Israele ha un piano per cacciare i palestinesi da Gaza, oltre il confine, nel territorio egiziano del Sinai.

Cecità mediatica

Ben più che nel 1948, ciò che Israele sta facendo è sotto i nostri occhi, in tempo reale. Eppure, proprio come nel 1948, le bugie e gli inganni di Israele dominano i media e la narrativa politica occidentale.

Israele sta apertamente portando avanti una pulizia etnica all’interno di Gaza. Secondo la maggior parte degli esperti, anche in questo caso, si sta compiendo un genocidio. L’obiettivo è quello di effettuare un’altra Grande Pulizia Etnica, spingendo i Palestinesi fuori dalla loro patria,  come era accaduto nel 1948, e poi ancora nel 1967 con l’espediente della guerra.

Eppure, nessuno di questi termini – pulizia etnica e genocidio – rientra nella copertura data dai media “mainstream” e nei commenti sull’attacco di Israele a Gaza.

Ci viene ancora detto che si tratta di “sradicare” Hamas, una cosa, ovviamente, impossibile da ottenere perché non è possibile sradicare la determinazione di un popolo oppresso a resistere al proprio oppressore. Più li opprimi, maggiore è la resistenza che provochi.

L’Occidente sta ora cercando di focalizzare l’attenzione pubblica sul “giorno dopo”, come se questa terra desolata potesse essere governata da chiunque, per non parlare del regime, cronicamente debole in stile Vichy, noto come Autorità Palestinese.

È sorprendente vedere che ciò che era vero nel 1948 è altrettanto vero nel 2023. Israele diffonde bugie e inganni e le élite occidentali ripetono quelle bugie. E, anche quando Israele commette crimini contro l’umanità alla luce del sole, quando avverte in anticipo di ciò che sta facendo, le istituzioni occidentali continuano a rifiutarsi di riconoscere tali crimini.

La verità, che avrebbe dovuto essere ovvia già da molti anni, almeno dal 1948, è che Israele non è una democrazia liberale e amante della pace. È un classico stato coloniale, che segue la lunga tradizione “occidentale” che aveva portato alla fondazione, tra gli altri, degli Stati Uniti, del Canada e dell’Australia.

La missione del colonialismo è sempre la stessa: sostituire la popolazione nativa.

Una significativa ragione di ordine morale

Dopo le operazioni di pulizia etnica collettiva del 1948 e del 1967, Israele aveva cercato di gestire la rimanente popolazione palestinese attraverso il tipico modello dell’apartheid, segregando i nativi nelle riserve, proprio come avevano fatto i suoi predecessori con ciò che restava della “popolazione locale” sopravvissuta ai loro tentativi di sterminio.

Le residue cautele da parte di Israele derivavano dal diverso clima politico in cui si trovava ad operare: il diritto internazionale era diventato più importante dopo la Seconda Guerra Mondiale, con precise definizioni di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità.

L’Occidente chiama erroneamente “conflitto” l’attuale processo di espropriazione e ghettizzazione nei confronti dei palestinesi rimasti, unicamente per il loro rifiuto a sottomettersi silenziosamente al modello di apartheid e ghettizzazione.

Ora, il modello di gestione di Israele nei confronti dei palestinesi è completamente saltato, per due ragioni principali.

In primo luogo, i palestinesi, aiutati dalle nuove tecnologie che hanno reso più difficile tenere nascosta la situazione, godono di un sostegno popolare sempre più ampio e, cosa più problematica, anche tra il pubblico occidentale.

I palestinesi sono anche riusciti a portare la loro causa nei forum internazionali, ottenendo persino il riconoscimento come Stato da parte della maggioranza dei membri delle Nazioni Unite. Potenzialmente, hanno anche possibilità di fare ricorso presso le istituzioni legali internazionali dell’Occidente, come la Corte Penale Internazionale e la Corte Internazionale di Giustizia.

Di conseguenza, sottomettere i palestinesi – o mantenere la “calma”, come preferiscono dire le istituzioni occidentali – è diventato sempre più difficile e costoso.

In secondo luogo, lo scorso 7 ottobre, Hamas ha dimostrato che la resistenza palestinese non può essere contenuta nemmeno con un assedio imposto facendo uso di droni e del sistema di intercettazione Iron Dome che dovrebbe proteggere Israele dagli attacchi missilistici. In queste circostanze, i palestinesi hanno dimostrato di essere in grado di usare modalità inedite e creative per uscire dalla loro reclusione e portare sotto i riflettori la loro oppressione.

In effetti, data la scarsa sensibilità dell’Occidente nei confronti della sofferenza dei palestinesi, è probabile che le fazioni militanti si siano rese conto che solo i crimini di guerra da prima pagina – che rispecchiano l’approccio storico di Israele nei confronti dei palestinesi – costituiscono un modo efficace per attirare l’attenzione.

Israele è consapevole del fatto che i palestinesi continueranno ad essere una spina nel fianco e a ricordarci che Israele non è uno Stato normale. E la lotta per correggere decenni di espropriazione e maltrattamento dei palestinesi da parte di Israele diventerà sempre più una questione morale decisiva per l’opinione pubblica occidentale, come lo era stata ai tempi della lotta contro l’apartheid in Sud Africa.

Quindi Israele sta approfittando di questo momento per “portare a termine il lavoro”. L’obiettivo finale è chiaro, come, in effetti, lo era stato per più di settant’anni. Il crimine si sta svolgendo passo dopo passo, il ritmo accelera. Eppure, politici e giornalisti di alto livello in Occidente – come i loro predecessori – continuano ad essere ciechi di fronte a tutto ciò.

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Il gas di Gaza e il progetto dietro l’invasione israeliana – Alessandra Ciattini

La politica di Bibi Netanyahu è davvero fondata solo sull’idea del grande Israele, parola la cui etimologia non è chiara, espressa nel Genesi, secondo cui la Terra ad esso promessa sia da identificare con ciò che Geova promise ai discendenti di Isacco figlio di Abramo?  Mi dispiace per i culturalisti che ancora oggi si attardano a vedere ovunque guerre di religione, di civiltà, di valori (tra i quali il cinico Blinken), ma gran parte delle cause stanno altrove e ad esse fa in parte riferimento  il sempre aggiornato Giacomo Gabellini. Ho già accennato al fatto che il cosiddetto Occidente collettivo ha avuto bisogno dalla fine dell’Impero ottomano di mantenere divisi gli arabi, di collocare uno Stato gendarme in Medio Oriente per ragioni strategiche ed economiche e soprattutto per contrastare la formazione di un Movimento panarabo aconfessionale a sfondo socialista, cui accordò la sua fiducia inizialmente anche l’Unione Sovietica. Per riassumere, la guerra dei sei giorni del 1967, che segnò la messa in crisi di vari regimi arabo-socialisti, e la Rivoluzione islamista in Iran del 1979 questo movimento, che aveva un carattere antimperialista e nazionalista, benché sia Nasser che Gheddafi si richiamassero ad un socialismo generico, fu sconfitto e sostituito dall’islamismo nelle sue varie forme.

A parere di Scott Ritter, ex ispettore delle Nazioni Unite, che considera Israele, violatore di 62 risoluzioni dell’Organismo internazionale, un nemico degli USA e il vero terrorista in questo gioco al massacro, in realtà le azioni militari contro Gaza non si dispiegano secondo un piano pensato dal corrotto Netanyahu, che vuole mettersi al riparo da gravi incriminazioni con riforme istituzionali.

Tuttavia, ora sono a disposizione nuove informazioni, che gettano luce su un progetto molto più preciso dietro l’invasione assai difficile da completare di Gaza, che si fonderebbe addirittura sulla riproposizione del cosiddetto canale di Ben Gurion, progettato segretamente dagli USA nel 1963 per collegare, passando attraverso Gaza appunto, il Mediterraneo orientale al golfo di Aqaba in antagonismo con il canale di Suez.  Il canale si svilupperebbe  dal porto di Eilat in Israele, attraverserebbe il Golfo di Aqabasuperando il confine giordano e dispiegandosi attraverso la Valle dell’Arabah prima di entrare nel Mar Morto e volgersi a nord verso la Striscia di Gaza. Questa notizia circola su vari media, ma il suo scopritore sarebbe il giornalista indipendente, Richard Medhurst ed è stata ripresa dall’economista spagnolo Lorenzo Ramírez, oltre che da Pepe Escobar. Il progetto era nato come risposta alla nazionalizzazione del Canale di Suez fatta da Nasser nel 1956 ed avrebbe avuto lo scopo di rafforzare il controllo marittimo e militare esercitato dagli USA e da Israele nel Medio Oriente.

Già nel 1993 il documento era stato declassificato, solo un mese fa Richard Medhurst lo ha saggiamente diffuso. Il nuovo canale, lungo circa 260 km., costruito facendo esplodere centinaia di bombe nel sottosuolo, consentirebbe ad Israele di controllare il Mar rosso, attenterebbe all’importanza geostrategica dell’Egitto, alleato della Russia, che perderebbe almeno la metà dei suoi introiti, e forse avvantaggerebbe l’Arabia saudita, armata sino ai denti dagli USA. Inoltre, cosa rilevantissima, metterebbe a rischio la costruzione della Via della seta, immaginata dalla Cina, le cui propaggini dovrebbero estendersi in quelle regioni. Questa grandiosa ipotesi è ovviamente in stridente contraddizione con il cosiddetto Corridoio del Medio Oriente (India-Middle EastEurope Economic Corridor) tirata fuori dal cappello da Biden per allontanare molti paesi dal progetto cinese e finora scarsamente finanziata; corridoio, che coinvolgerebbe anche l’India e persino il nostro disgraziato paese allontanatosi dai precedenti accordi con la Cina. Tuttavia, quest’ultima – non dimentichiamocelo – attraverso il Shangai International Port Group nel 2021 ha investito un miliardo e 700 milioni dollari nel porto israeliano di Haifa situato nel Mediterraneo, suscitando notevoli preoccupazioni negli USA…

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Cosa è successo il 7 ottobre? Soldato israeliano rivela l’ordine di sparare indiscriminatamente contro un kibbutz – di Wyatt Reed e Max Blumenthal – The GrayZone

Nuove rivelazioni si aggiungono al crescente corpo di prove che indicano che molti israeliani morti il 7 ottobre sono stati uccisi dall’esercito israeliano. Nel frattempo, il governo israeliano ha messo il bavaglio ai prigionieri liberati da Gaza per evitare di danneggiare ulteriormente la narrazione ufficiale.

Testimonianze di prima mano di soldati israeliani, per quanto inesperti, rivelano l’ordine di aprire il fuoco contro le comunità israeliane quando i miliziani palestinesi hanno violato le recinzioni che circondano Gaza il 7 ottobre.

Un servizio “entusiasmante” di una compagnia di carri armati tutta al femminile, pubblicato dalla rete israeliana N12 News, contiene ammissioni da parte del capitano ventenne – identificata solo come “Karni” – che le è stato ordinato da un soldato “in preda al panico” di aprire il fuoco sulle case del kibbutz Holit, indipendentemente dal fatto che contenessero o meno dei civili.

Dieci israeliani sono stati uccisi a Holit il 7 ottobre; tra i morti non c’erano bambini.

“Il soldato mi ha indicato e mi ha detto: “Spara lì – i terroristi sono lì””, ha raccontato il capitano nel filmato appena pubblicato, sottolineando che quando ha chiesto “ci sono civili lì?”, il suo connazionale ha risposto semplicemente “non lo so” e le ha ordinato di “sparare” comunque un colpo di carro armato contro gli edifici.

Alla fine, ha ricordato, “ho deciso di non sparare” perché “questa è una comunità israeliana”. Invece, ha aggiunto, “ho sparato con la mia mitragliatrice contro una casa”.

Mentre il governo israeliano e il suo esercito di propagandisti internazionali hanno incolpato solo Hamas per una serie di macabre uccisioni il 7 ottobre, insieme ad affermazioni infondate di stupri, torture e decapitazioni di bambini, i commenti nel rapporto di N12 si aggiungono a un crescente corpo di prove che dimostrano che i bombardamenti dei carri armati israeliani sono responsabili di molte delle vittime subite nei kibbutzim israeliani. Secondo i soldati intervistati, tra gli altri uccisi dalla compagnia di carri armati in questione ci sono presunti miliziani palestinesi ai quali dicono di averli schiacciato a morte il loro veicolo.

“Il mio autista vede due terroristi sulla strada e lo segnala”, racconta il capitano al suo intervistatore N12. Quando “le dico di investirli, lei si limita a investire i terroristi e passa oltre”, spiega allegramente.

La compagnia femminile di carristi sembra essere stata addestrata sui veicoli meno avanzati dell’arsenale israeliano e le sono stati affidati solo compiti di difesa dei confini. Nel caos dell’assalto di Hamas del 7 ottobre, sono state costrette a salire su veicoli più avanzati, dotati di un sistema di armi a controllo remoto (RCWS).

Nel rapporto dell’N12, il generale di brigata Raviv Mahmia ha ammesso che affrontare una banda di miliziani nel Kibbutz Holit è stato un compito “molto complesso” per il quale le giovani carriste “per molti versi… non erano addestrate a combattere”.

“Hanno sparato nelle comunità israeliane, guidando su strade normali”, ha osservato.

Imbavagliare i prigionieri israeliani liberati per salvare la narrazione

Le rivelazioni secondo cui le truppe israeliane avrebbero ricevuto l’ordine di aprire il fuoco indiscriminatamente sulle comunità israeliane arrivano mentre i servizi di sicurezza del Paese compiono sforzi disperati per controllare la narrazione della guerra di Gaza…

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Lo stesso Cossiga nel 2007 si era espresso sui mega-attentati dell’11 settembre 2001 sul suolo USA affermando che «tutti gli ambienti democratici d’America e d’Europa, con in prima linea quelli del centrosinistra italiano, sanno ormai bene che il disastroso attentato è stato pianificato e realizzato dalla CIA americana e dal Mossad». Per cosa? per mettere «sotto accusa i Paesi arabi e per indurre le potenze occidentali ad intervenire sia in Iraq sia in Afghanistan».

https://sinistrainrete.info/articoli-brevi/26267-pino-cabras-giuliano-amato-e-ustica-perche-proprio-ora.html

 

L’ex presidente italiano Francesco Cossiga ha affermato che gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 sono stati gestiti dalla CIA e dal Mossad israeliano: e che questa era una conoscenza comune tra le agenzie di intelligence globali.

“Tutti i servizi di intelligence d’America e d’Europa sanno bene che il disastroso attentato è stato progettato e realizzato dal Mossad, con l’aiuto del mondo sionista, per mettere sotto accusa i paesi arabi e per indurre le potenze occidentali a prendere parte alle guerre in Iraq ed Afghanistan.”

https://www.italiador.com/cossiga-sulle-torri-gemelle-meglio-tardi-che-mai/

 

“Il documento di circa 40 pagine, al quale le autorità israeliane hanno dato il nome in codice ‘Muro di Gerico’, delineava, punto per punto, esattamente il tipo di devastante invasione che ha portato alla morte di circa 1.200 persone”.

“Il documento tradotto, esaminato dal New York Times, non fissava una data per l’attacco, ma descriveva in maniera dettagliata il programma per sopraffare le fortificazioni attorno alla Striscia di Gaza, prendere il controllo delle città israeliane e assaltare le principali basi militari, compresa una divisione nella Sede centrale”.

“Hamas ha seguito il progetto con una precisione scoonvolgente. Il documento spiegava che all’inizio dell’attacco si lanciasse una raffica di razzi e dei droni che avrebbero dovuto mettere fuori uso le telecamere di sicurezza e le mitragliatrici automatiche che si trovavano lungo il confine, quindi degli uomini armati avrebbero invaso Israele in massa, con parapendii, motociclette e a piedi – esattamente tutto quel che è successo il 7 ottobre”…

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_documento_segreto_del_nyt_sul_7_ottobre/45289_51889/

redaz
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

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