Il debito dei Paesi africani è l’anello più forte della…

… catena del neo-colonialismo. Articoli di Francesco Gesualdi (ripreso da Comune-info) e Kako Nubukpo (ripreso da Internazionale). A seguire due  video: con le parole di Thomas Sankara e un documentario di Silvestro Montanaro

 

Liberateli dalle catene del debito – Francesco Gesualdi

Fra le decisioni assunte dall’ultimo vertice del G20 c’è anche quella di estendere fino al dicembre 2021 la sospensione dei pagamenti sul debito che i Paesi più poveri hanno nei confronti dei governi dei Paesi più ricchi.

Prolungamento di una pratica già deliberata nell’aprile del 2020 per permettere anche alle nazioni maggiormente in affanno di poter disporre di qualche soldo in più per affrontare le spese eccezionali imposte dall’emergenza Covid.

Una situazione che anche i “ricchi” conoscono molto bene, considerato che complessivamente nel 2020 i 36 Paesi dell’Ocse hanno sostenuto una spesa supplementare di quasi 9mila miliardi di dollari per arginare le emergenze sanitarie e sociali dovute alla pandemia.

L’iniziativa assunta dal G20 è offerta solo ai Paesi più poveri, quelli con reddito pro capite inferiore a 1.185 dollari all’anno.

Tali Paesi sono anche detti “Ida” in ragione del fatto che sono ammessi a godere dei prestiti agevolati elargiti dall’agenzia della Banca Mondiale denominata International Development Assistance (Ida, appunto).

In tutto si tratta di 73 nazioni, per oltre la metà localizzate in Africa, che ospitano 1,7 miliardi di persone corrispondenti al 22% della popolazione mondiale.

Secondo gli ultimi dati disponibili riferiti al 2019, complessivamente i governi dei Paesi Ida detengono un debito di 523 miliardi di dollari, ma solo il 34% è bilaterale, ossia è nei confronti di altri governi. Il resto è verso organismi multilaterali come Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale (46%) o verso banche commerciali e altri soggetti privati (20%).

Pertanto la sospensione si applica solo a un terzo degli importi, quelli riferibili al debito bilaterale che è l’unica parte su cui i governi del G20 hanno potere decisionale.

Quanto al resto, il G20 ha invitato gli altri creditori a fare altrettanto, ma sinora la risposta è stata deludente. Nessun soggetto privato ha risposto positivamente all’appello, mentre gli organismi multilaterali si sono limitati a offrire il proprio supporto tecnico affinché i governi possano perseguire i propri propositi.

Dai conti elaborati da Eurodad, organizzazione europea che si occupa del debito del Sud del mondo, risulta che nel biennio 2020-21 i 73 Paesi più poveri devono versare ai creditori 71 miliardi di dollari come pagamento del servizio del debito, ossia degli interessi e delle rate in scadenza.

Ma solo 27,4 miliardi di dollari fanno parte del perimetro della sospensione: in termini di ripartizione pro capite sugli abitanti dei Paesi Ida, si tratta di un beneficio di 16 dollari a cittadino.

A titolo di confronto, nel solo 2020 i Paesi Ocse hanno arginato la pandemia con un surplus di spesa corrispondente a 7.000 dollari per cittadino.

Il risultato, però, è ancora più scarno considerato che su 73 Paesi che possono aderire all’offerta, solo 43 ne hanno fatto richiesta.

Tant’è che fino ad oggi è stata attuata una sospensione complessiva di appena 5,7 miliardi di dollari. Fra i motivi avanzati dagli esperti per spiegare una risposta così poca entusiastica, c’è che le cifre sospese dovranno essere rimborsate fra il 2022 e il 2024. Un periodo molto breve che rischia di creare un sovraccarico di esborsi che a molti fa paura.

Secondo i calcoli di Eurodad, solo per il normale servizio del debito, i 73 Paesi più poveri devono essere pronti a sborsare 115 miliardi di dollari nel biennio 2022-24. Cifra che si appesantirebbe di un ulteriore 23% qualora dovesse essere sovraccaricata di tutta la sospensione che in linea teorica può essere attuata nel biennio 2020-21.

Considerato che una buona metà dei Paesi più poveri è già in stato di insolvenza o è vicina a diventarlo, è abbastanza comprensibile che molti non sottoscrivano patti che saprebbero di non poter onorare.

Del resto mancano informazioni sulle contropartite che i governi debitori dovrebbero dare in cambio delle sospensioni, né si sa quali misure scatterebbero in caso di inadempienze.

Considerato che la consulenza è del Fmi, non ci sarebbe da sorprendersi se l’offerta fosse condizionata al rispetto di regole che in passato si sono rivelate altamente destabilizzanti sul piano sociale e politico.

Da tempo la parte più avanzata della società globale sostiene che l’unica strada da perseguire per liberare i Paesi più poveri dalle catene del bisogno è l’annullamento del loro debito ed è di grande significato che papa Francesco abbia inserito questa indicazione nella lettera inviata l’8 aprile scorso alla Banca Mondiale: «Lo spirito di solidarietà globale impone di ridurre in maniera significativa il debito delle nazioni più povere, un peso che la pandemia ha ulteriormente esacerbato. Scegliendo di alleggerire il loro debito compiremmo un gesto di grande umanità perché permetteremmo a quelle popolazioni di accedere ai vaccini, alla sanità e all’istruzione».

Per quanto riguarda la parte di debito dovuta ai governi, buona parte dell’annullamento dipende dalla Cina, considerato che detiene il 60% di tutto il debito bilaterale dei 73 Paesi più poveri. Segue il Giappone col 15% mentre Germania e Francia che si collocano attorno al 5%.

Generalmente si invoca il senso di generosità per indurre a comportamenti di rinuncia, ma in questo caso basterebbe appellarsi alla lungimiranza perché l’avarizia non conviene a nessuno in un momento in cui basta un focolaio di non vaccinati per fare divampare di nuovo la pandemia a livello globale

Articolo pubblicato sull’Avvenire

da qui

 

Perché i paesi africani tornano sempre a indebitarsi – Kako Nubukpo

…sono relativamente in pochi a chiedersi perché i debiti africani continuino a riproporsi, o perché l’Africa non riesca a uscire dalla spirale dell’indebitamento eccessivo. Proprio la risposta a questa domanda strutturale mette in luce la vera emergenza del continente africano.

Il primo fattore che spiega l’indebitamento ricorrente è la pressione fiscale (il rapporto tra gli introiti fiscali e la ricchezza creata nel corso dell’anno) che nell’Africa subsahariana è strutturalmente bassa, meno del 20 per cento del prodotto interno lordo (pil), mentre nel mondo sviluppato è superiore al 40 per cento. Le risorse fiscali costituiscono il grosso delle entrate degli stati e gli permettono di finanziare la spesa pubblica. Perciò una forte pressione fiscale significa, in teoria, una buona copertura delle spese pubbliche grazie agli introiti fiscali.

Il secondo fattore che spiega l’eccessivo indebitamento è il livello strutturalmente elevato dei tassi d’interesse reali in Africa, spesso più che doppi rispetto a quello della crescita economica; quando si ottengono prestiti a un tasso di interesse superiore al tasso di crescita, le possibilità di rimborsare il prestito sono molto poche, visto che il ritmo con cui si crea ricchezza (il tasso di crescita economica) è inferiore al costo d’acquisto dei mezzi per creare quella stessa ricchezza (tasso d’interesse sui prestiti). Lo stesso ragionamento vale sia sul piano microeconomico sia su quello macroeconomico. Morale della favola: i flussi di deficit di accumulano e si trasformano alla fine dell’esercizio finanziario in ulteriori debiti.

Il terzo e ultimo fattore (il più strutturale) è la ridotta base produttiva africana. L’Africa non riesce ancora a produrre da sola ciò che consuma. Si crogiola nel ruolo che le è stato assegnato nella divisione internazionale del lavoro, ossia quello di esportatrice di materie prime, che portano guadagni più volatili e più bassi rispetto ai prezzi dei beni e dei servizi che importa in modo massiccio per far fronte alla sua grande domanda sociale, come vuole l’ipotesi Prebish-Singer.

Il risultato di queste modalità attraverso cui è avvenuto in principio l’inserimento dell’Africa nel contesto del commercio internazionale è l’accumulazione del cosiddetto deficit gemello, ossia il deficit di bilancio e il deficit delle partite correnti della bilancia dei pagamenti.

Di un’altra epoca
In definitiva l’annuncio della cancellazione del debito africano appare una ricetta vecchia per affrontare un mondo nuovo. L’Africa che verrà dopo il covid-19 non può accettare di giocare una partita dalla quale uscirà ancora una volta perdente, perché le stesse cause produrranno gli stessi effetti.

Leader che rubano grandi quantità di aiuti e prestiti accordati dalla comunità internazionale che, come il Tartuffe di Molière, distoglie pudicamente lo sguardo dal malgoverno cronico delle economie africane. La comunità internazionale può davvero vantarsi di cancellare un debito africano legato a prestiti che hanno aiutato così poco o per nulla l’Africa? Può davvero continuare ad applaudire i cattivi studenti a scapito di quelli buoni, che anno dopo anno cercano faticosamente di risanare le finanze pubbliche, cercano di rafforzare il controllo dei cittadini sull’azione del governo e hanno a cuore l’interesse generale? L’alleggerimento del debito non deve tradursi in una smobilitazione generale dell’Africa che lotta ogni giorno per la sua dignità e la sua sovranità, quell’“Africa che verrà” in cui tutti speriamo.

L’economia politica della compassione internazionale non può essere la via dell’emancipazione africana. Meditiamo insieme sul proverbio che dice: “La mano che dà si trova sempre sopra quella che riceve”.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

da qui

 

 

 

 

La Bottega del Barbieri

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