Il gioco e il sacro dalla Grande Dea a Dioniso

una recensione in ritardo (*) per «L’altalena» di Raffaele K. Salinari

       «L’essere che si dondola è leggero e libero»

«Non sapevi dunque che la gioia è in realtà uno spavento in cui non temiamo nulla?»: così Rilke, il poeta dei «Sonetti ad Orfeo» e seguace di Dioniso «ci illumina sull’altalena» nelle ultime pagine di un libro denso di radici antiche intrecciate con riferimenti all’oggi. Sto parlando di «L’altalena» di Raffaele K. Salinari – sottotitolo «Il gioco e il sacro dalla Grande Dea a Dioniso» – Edizioni Punto Rosso (188 pagine, 12 euro) con una bella prefazione di Carlo Flamigni, un’utile bibliografia e sitografia nonché una ventina di immagini (dalla Grande Dea in altalena ritrovata a Creta ai trapezi erotici, dalla ottocentesca «Canofiena» di Bartolomeo Pinelli a un antico satiro che spinge la vergine sull’altalena).

«L’altalena era un modo per percorrere il bordo del vortice estatico» quando l’ebrezza di vivere «prevaleva sul controllo dell’esistere»: indietro nel tempo, dalle parti della Grande Dea, la religione pre-ellenica della Terra Madre «che rappresentava il culto universale della Vita». L’altalena e le sue varianti – trapezio, scivolo, giostra – si basano sulla vertigine. Un gioco certamente ma di che tipo? Per capire bene, Salinari ci riporta alle definizioni offerte da Roger Caillois: «agon», cioè competizione basata su regole; «alea», giochi decisi dalla Sorte; «mimicry» ovvero mascheramento, illusione, travestimento; infine «Ilinx», la vertigine appunto.

Rimane qualcosa dell’«antico potere visionario» anche nelle moderne altalene – quelle tutte eguali e messe “in sicurezza” – dove giocano soprattutto bimbe/i? La risposta è in un lungo viaggio fra «spasimo, trance, smarrimento» in cui Salinari guida chi legge.

Perciò tuffiamoci nei gorghi. Dai dervisci che roteando cercano l’estasi a molti balli nei quali ci si spossa fino a cadere; ai Voladores messicani (che si issano su pali alti 20-30 metri con ali attaccate ai polsi grazie alle quali voleranno verso terra); alla Danza del Sole fra i nativi americani; alle torture in storie come «Il pozzo e il pendolo» di Poe; alle molte feste asiatiche dove i penitenti (o i burloni) devono dondolare; sino ai bambini che in ogni parte del mondo provano il piacere di cadere, di perdere l’equilibrio (fisico ma anche mentale) quando giocano a girare vorticosamente. E più avanti – più in alto? – fino a dove possiamo spingerci? Sino a certe salite o assunzioni al cielo delle religioni? Sino al cullare delle mamme? Sino alle impiccagioni rituali o ai suicidi? Probabilmente sino a certi moderni giochi pericolosi: «i protagonisti di attività “vertiginose” come il bungee jumping (per chi non lo sapesse è il “salto con l’elastico” che si fa da luoghi molto alti) epigoni del mito di Aracne trasformata in ragno da Atena, ci dicono in fondo della inconsapevole necessità di superare con mezzi estremi la narcosi contemporanea e ritrovare così nel pericolo il senso della vita».

Oscillare avvicina a uno stato di trance spesso con evidenti rimandi erotici come nello scivolo di questa canzone dei Beatles, «Helter Skelter»; c’è una strofa che potremmo tradurre così: «Quando arrivo in fondo, torno indietro in cima allo scivolo. Qui mi fermo, mi volto e parto per un altro giro. Finché non arrivo in fondo e ti vedo ancora. Vuoi o non vuoi che ti ami? Sto arrivando giù velocemente ma sono ancora miglia sopra di te. Dammi, dammi, avanti dammi la tua risposta. Puoi anche essere un’amante ma non sai ballare». Forse ai Beatles era più chiaro che ai loro distratti fans ma quel «vuoi o non vuoi?» è un ritornello “ballerino” ripreso da «Alice nel Paese delle meraviglie».

Ho riassunto (con inevitabili forzature e magari “forature”) i primi due capitoli del libro di Salinari. Gli altri 7 capitoli ci conducono fra altalene e alberi, fra estasi e maschere, fra religioni e tarantismo, “oscillando” sempre fra la Grande Dea e Dioniso ma anche fra Garcia Lorca e Marsilio Ficino, fra Ernesto De Martino e il Kama Sutra, fra Basilinna e Frantz Fanon, fra il palo «di maggio» delle feste e Afrodite: insomma fra mondo antico e contemporaneità («Dioniso come trans gender ante litteram per così dire […] in permanente transito nei due sensi sia del “sesso” sia del “genere”») e incrociando Castaneda e il cyborg, il vento e il respiro.

I legami fra estasi e altalena sono nel mito greco del pastore Icario (che da Dioniso ricevette il segreto del vino) e di sua figlia Erigone: probabilmente molte/i non lo conoscono – come era per me prima di leggerlo qui – o non lo ricordano… vi lascio il piacere di riscoprirlo in questo affascinante libro. E chissà se davvero l’eco di Erigone è anche in una canzone di De Andrè.

Una lettura dotta e complessa in un linguaggio chiaro.

Accade di rado.

Non è solo un bel gioco. Fin dall’introduzione Salinari recupera «i significati sacri, gli usi visionari, le ascendenze mitologiche». Fin dalla copertina una donna “sfacciata” (direbbero dalle parti dei moralisti) nel dondolarsi mostra la vagina come a riportarci alla necessità di mostrare e di capire ciò che molti vogliono nascondere.

E sulla sessualità femminile – da Lilith a Potnia a Ishtar a oggi – ci intrattiene (30 dense pagine) la bella prefazione di Flamigni.

Italia merda

Qui mi fermo perché le strade da percorrere sono troppe per un solo post.

Sinceramente non mi sarei tuffato in un libro intitolato «L’altalena» se non fossi stato avvinto dagli scritti che Salinari da tempo pubblica su «Alias» (è il supplemento del sabato de «il manifesto»). Mi son detto: se mi ha “stregato” parlando di angeli, di specchi, di tuffi rituali, di Iside e Maria… beh devo leggere il suo libro. Non me ne sono pentito, anzi.

Per chi non lo conoscesse aggiungo che accanto a questo Salinari immerso nei miti ce ne sono parecchi altri: uno è medico-chirurgo, un altro fa il docente (Diritto della cooperazione internazionale allo sviluppo) e poi l’animatore di ong, il militante. E anche questa potrebbe definirsi acrobazia, nel senso migliore del termine.

(*) Questa sorta di recensione si colloca nella rubrica «Chiedo venia», nel senso che mi è capitato, mi capita di non parlare in blog di alcuni bei libri pur letti. Perché accade? A volte nei giorni successivi alle letture sono stato s/travolto (da qualcosa, qualcuna/o, da misteriosi e-venti, dal destino cinico e baro, dalla stanchezza, dal super-lavoro … o da chi si ricorda più). Ogni tanto rimedio in blog a questi buchi, appunto chiedendo venia. (db)

 

danieleB
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

2 commenti

  • Giorgio Chelidonio

    Altalenando fra le dee madri di Maria Gimbutas e la nave tirrena mutata da Dioniso in vigna, il tema pare decisamente intrigante, non fosse altro per la vastità dei riferimenti, archeo-tangibili quanto sfuggenti alla nostra interpretazione necessariamente fatta da un mondo ormai troppo distante (nel tempo e nello spazio) per essere “vera ed esatta” (come diceva K.Lorenz). Spero che non deluda non solo la spesa modesta, ma il prezioso (e irripetibile) tempo per leggerlo. Troppo spesso, purtroppo, i mitografi si auto-ubriacano delle loro stesse riflessioni, affondando in un auto-oblio delle pur fragili archeo-radici dei miti.

  • clelia pierangela pieri

    Mi mancava leggerti. Devo recuperare, lo so.
    Grazie.
    c.

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