Il lato oscuro del carbone irrompe tra gli azionisti Enel

di Marina Forti (*)

MarinaForti-colombiaCarbone

Sono passate inosservate alcune parole di Francesco Starace, amministratore delegato dell’Enel, all’ultima assemblea degli azionisti, il 26 maggio a Roma. «Ci è noto che in passato ci sono state violazioni dei diritti umani» in una regione mineraria colombiana, ha detto: «Andremo di persone a verificare e se vedremo cose che non ci piacciono usciremo dalla Colombia». Importante: è un impegno annunciato in via ufficiale, agli azionisti (anche se pochi media l’hanno ripreso: forse non capivano di cosa stesse parlando).

Starace stava parlando del Cesar, Colombia nord-occidentale, regione con catene montagnose e vallate agricole, e grandi miniere di carbone. Privatizzate alla fine degli anni ’80, le miniere sono in concessione alla compagnia Drummond (Usa) e a Prodeco (controllata da Glencore, compagnia anglo-svizzera). Il carbone estratto nel Cesar fa quasi metà della produzione colombiana, circa 80 milioni di tonnellate l’anno; trasportato ad alcuni porti sulla costa del Caribe, prende tutto la via dell’export. E in parte arriva in Italia, importato da Enel per alcune delle sue centrali elettriche.

Per questo l’amministratore delegato dell’Enel parlava della lontana regione mineraria colombiana. (Sì, proprio quel Francesco Starace che in una lezione alla Luiss ha spiegato come si governa un’azienda: “colpire, distruggere fisicamente, creare malessere, ispirare paura, far soffrire”, versione moderna dell’ottocentesco padrone delle ferriere).

In effetti Starace stava rispondendo alle domande di un’azionista, per la precisione una rappresentante di Re:Common, associazione che lavora «per sottrarre le risorse naturali alla finanza e al mercato» (è una tattica ormai consolidata di molte organizzazioni della società civile in tutto il mondo: compri qualche azione di una grande azienda così hai il diritto di intervenire all’assemblea degli azionisti). Dunque Re:Common, come altre ong europee, era là per segnalare che nella regione del Cesar sono avvenute violenze e abusi contro i lavoratori e la popolazione. Ha ricordato che Drummond è stata accusata di complicità nell’uccisione di tre sindacalisti, assassinati dagli uomini di un gruppo paramilitare a cui la compagnia mineraria aveva affidato la sua sicurezza (a onor del vero durante il processo per quegli omicidi Drummond non è stata condannata, nonostante le testimonianze degli imputati stessi).

Chi ha visitato la regione mineraria colombiana (come ha fatto la rappresentante di Re:Common) descrive un clima di terrore: le compagnie pagano paramilitari per garantirsi la sicurezza (e tenere lontana la guerriglia delle Farc, vecchio conflitto colombiano che forse ora arriva a una ricomposizione grazie a un processo di pace), e ovviamente evitare eventuali dispute sindacali. Questo si traduce in «una serie interminabile di massacri, torture, abusi sessuali, desaparecidos».

«Nella regione mineraria del Cesar fra il 1996 e il 2006 sono state assassinate 3.100 persone e altre 55mila sfollate», ha ricordato la rappresentante di Re:Common agli azionisti Enel. La sua associazione ha fatto un vero lavoro di giornalismo investigativo, e ricostruisce la situazione in un rapporto-reportage Profondo Nero. Il viaggio del carbone dalla Colombia all’Italia (si può leggere qui). Ha anche prodotto un video, La Via del Carbone, di Bruno Federico e Nadja Drost (si può vedere qui).

Dunque, da diversi anni le compagnie Drummond e Prodeco sono al centro di controversie e accusate di complicità in queste violenze (denunciate già tempo fa organizzazioni per i diritti umani, come la olandese Pax). Eppure, «negli stessi anni l’Europa ha continuato a importare centinaia di milioni di tonnellate di carbone da quella regione, senza affrontare in maniera seria la questione delle vittime e senza fare pressione sulle compagnie minerarie», ha ricordato la “piccola azionista” di Re:Common. Ora però ci sta arrivando.

La rappresentante di Re:Common ha elencato le società energetiche europee che stanno riconsiderando i rapporti con Drummond e Prodeco – da quando, nel 2014, rappresentanti della società svedese Vattenfall, di E.ON, RWE e Engie si sono recati nel Cesar con il ministro olandese del Commercio con l’estero e hanno riconosciuto pubblicamente la questione delle vittime della violenza paramilitare. Molte organizzazioni della società civile chiedono che vadano oltre, facciano pressione di Drummond e Prodeco perché risarciscano le vittime.

Insomma, e l’Enel cosa fa? Beh, finalmente il gruppo energetico italiano risponde. «Prendiamo sul serio la vostra segnalazione», ha detto Starace rispondendo a Re:Common. Dunque le pressioni dei “piccoli azionisti” hanno avuto un primo effetto, anche Enel andrà a vedere come stanno le cose. Ora prendiamola sul serio: aspettiamo il seguito.

(*) Testo e foto presi dal bel blog di Marina Forti: www.terraterraonline.org/blog/ ovvero «Terra Terra – cronache da un pianeta in bilico». Aggiungo altri due link utili. Le impressionanti dichiarazioni di Francesco Starace, in una lezione alla Luiss, sono anche in “bottega”: «Bisogna ispirare paura nei dipendenti». Ci sono poi in Colombia altre ditte italiane implicate in affari sporchi; qui potete a esempio vedere un recente post Colombia: responsabilità italiane nel business dell’olio di palma di David Lifodi. (db)

 

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