Il lavoro liberato, la fantascienza e l’utopia in cammino

di erremme dibbì (*)

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Un futuro liberato dal lavoro e/o un lavorare libero da rischi e sfruttamenti da sempre sono nei sogni dell’umanità. Nel 1516 Tommaso Moro, scrivendo Utopia, dà per scontato che si sarebbe lavorato al massimo per 6 ore al giorno; peccato che persino «nell’isola che non c’è» sia necessario mantenere un certo numero di schiavi. A cavallo fra ‘800 e ‘900 molti proletari battezzano i loro figli «Dinamo» o «Turbina», certi che Marx abbia ragione e dunque lavoro ed emancipazione presto faranno rima. Nel 1935 il filosofo inglese Bertrand Russell scrive in Elogio dell’ozio: «Se il salariato lavorasse 4 ore al giorno ci sarebbe produzione sufficiente per tutti e la disoccupazione finirebbe, sempre che si ricorra a un minimo di organizzazione». Nella seconda metà del secolo scorso molti sovversivi Ivan Illich in testa calcolano che, con un’equa distribuzione della ricchezza sociale mondiale, basterebbero due sole ore di lavoro al giorno. Senza entrare in scomodi discorsi sull’equità, nel 1969 un gruppo di sociologi famosi garantisce in Come non lavoreremo domani che l’impiego del tempo nel successivo ventennio si sarebbe evoluto così: ogni anno 180 giorni per lavorare, 180 per il tempo libero «con 5 giorni per il passaggio da un periodo all’altro».

E così via predicendo. Nel frattempo, persino nel Paese più ricco del mondo, la realtà è tutt’altra, come canta Bruce Springsteen: «Alla fine della giornata grida il fischio della fabbrica / Gli uomini escono da quei cancelli con la morte negli occhi / E farai meglio a credere ragazzo / che qualcuno si sentirà male stanotte / E’ vita di lavoro, nient’altro che vita di lavoro». Contemporaneamente in casa nostra Altan fa chiedere a un bimbo «Babbo che ne sarà di me?» per sentirsi rispondere con tranquilla perfidia «Per adesso sei giovine. Poi farai il soldato, il disoccupato e l’emarginato. Poi scegli: o meridionale o donna».

L’ultimo secolo è un groviglio di speranze, sogni e bisogni mai immaginati prima, di progresso che libera, di «internazionale, futura umanità» ma anche di orrori, di padroni armati di tecnologie che accrescono il loro dominio, di una produzione che genera sempre più ricchezza ma con meno salariati e con una distruzione di risorse senza precedenti. La grande corsa del ‘900, lo «choc del futuro» si conclude cambiando tutto senza aver intaccato – eppure molto si tentò – il dominio assoluto di pochi: poter decidere chi/come produce cosa e per chi (e con quali costi umani, sociali, ambientali) resta ovviamente il cuore della questione. Visto che i progetti politici di rovesciare l’economia non hanno dato frutti, chissà che torni utile ai nuovi movimenti guardare il futuro attraverso i sogni, gli incubi molti purtroppo, i sentieri laterali di quel gigantesco laboratorio che si chiama «la buona» fantascienza. Scorriamo rapidamente se no servirebbe un libro qualche visione da alcuni degli infiniti Altrove possibili.

A metà degli anni ’60 in Giù nella cattedrale Philip Dick immagina che in un qualunque giovedì del 2046 Joe Farnwright tenti il Gioco: se tutto andrà bene dalla sede di «Mr Lavoro» a Oslo gli daranno un impiego. Previsione superata «Già fatto», per dirla alla Silvio-P2: nel 1987 a esempio tre quotidiani veneti garantiscono come primo premio di un concorso un posto da impiegati, alla Veneto assicurazioni.

Visto che molte professioni artigiane e operaie spariscono, dove converrà cercare un reddito? Nella burocrazia, sempre pronta a inventare nuove attività come «il super-modulo con l’origine, lo scopo, i particolari, i procedimenti e la destinazione di tutti gli altri moduli che devono essere riempiti Nuovo personale, con una provvisorietà non più che trentennale» secondo Eric Frank Russell nel bel racconto Per cosa ci pagano. O nel mondo delle notizie-spettacolo: con David Compton in L’occhio insonne e Robert Silverberg in I mercanti del dolore a illustrarci le buone opportunità occupazionali per chi s’ingegna a mostrare in diretta tv (meglio: a far percepire allo spettatore con un semplice casco) la sofferenza altrui. Preoccupante anche lo spunto di Fritz Leiber nel racconto I bei nuovi giorni: la società è sempre più preda di scoppi omicidi e allora serve un 113 preventivo che intervenga non appena registra toni di voce che indicano rabbia estrema. Il raccogliere rifiuti, più o meno riciclati, darà un impiego a tanta gente e David Bunch canta l’orgoglio dei sindacalizzati in Diario sentimentale d’uno spazzino ma sarà bene sapere che nei bidoni cromati finiranno anche tanti bambini perché gli adulti «nell’epoca del Massimo Piacere» non possono essere costretti ad allevare figli indesiderati.

Meglio l’idea di Sam Delany in Triton: in una società dove si lavora pochissimo ci sono così tanti gruppi di artisti che il logico sviluppo espressivo-produttivo sarà creare uno spettacolo complesso, unico e irrepetibile per una sola persona. Ma si troverà uno Stato o un Veltroni pronto a sovvenzionare questi figli futuri di Boal e del suo Teatro invisibile? E’ sempre Delany a inventare in Nova l’antidoto, un po’ ambiguo forse, alla disoccupazione tecnologica: «Tutte le più importanti lavorazioni industriali cominciarono a essere divise in occupazioni che potessero esser condotte direttamente dagli uomini Ora un uomo andava in fabbrica, inseriva se stesso nei circuiti Con questo sistema gran parte delle malattie mentali provocate dall’alienazione non tormentava più la società». Teme che accadrà il contrario Ursula Le Guin in Nove vite e non è l’unica: per ottenere prestazioni in serie piuttosto che i limitati robot converrà fabbricare uomini di ricambio, cloni. Allo sfruttamento sembra non esserci limite. In un racconto di Frederik Pohl vengono recuperati i cervelli degli operai morti in fabbrica per sperimentare, a basso costo, indagini di mercato: un cervello senza corpo condannato a ripetere per sempre la stessa giornata senza sapere d’esser già morto…terribile metafora della condizione operaia più estrema – corpi senza cervelli, carne senza diritti – che tuttora arricchisce Nike, Coca Cola e soci.

Proseguendo la campagna anti-fumo bisognerà rieducare i tabagisti e tenerli allegri: un impiego da clown-psichiatra s’intravede nel racconto citato di Leiber, anche perché «il mondo ha avuto talmente paura le macchine potessero svolgere qualsiasi lavoro che è impazzito nella creazione di lavori nuovi». In una direzione simile si muove ancora Pohl che dà il vecchio nome di «sguattero» a un’attività intrigante che piacerebbe alla Rete dei nuovi municipi e a chiunque cerchi «nuovi stili di vita» si veda Comuni virtuosi, appena uscito da Emi con il giusto mix fra sognatori e pragmatici: «Colui che ha il compito di far accadere le cose e chiede sempre che si passi all’azione, in modo che nulla di desiderabile venga trascurato solo perché nessuno ha pensato di farlo».

L’ironico Douglas Adams vede buone possibilità occupazionali «per dire ai ricchi che sono belli»: nell’Italia di oggi questo particolare segmento del mercato sembra già essere sin troppo affollato a destra come a sinistra ma chissà.

Se macchine e robot garantiranno a quanti? persino troppo tempo libero potrebbe scattare un paradosso: il vero privilegio delle classi dominanti sarà trascorrere più tempo al lavoro e allontanarsi dal ripetitivo obbligo dell’iper-consumo, come racconta in Il morbo di Mida sempre Pohl. Il vecchio detto romanesco «Chi c’ha ‘na comodità e nun se ne serve, nun trova ‘n confessore che l’assorve» ha una sua indubbia validità ma anche qui sarà bene non esagerare: noia e inerzia assolute forse non fanno per noi. In linea con alcuni pedagogisti «dai piedi scalzi», Theodore Sturgeon suggerisce che non sia positivo crescere i nostri figli nei Paesi ricchi si intende senza manualità e in Venere più X descrive così la tendenza in atto: «Allevare intere classi e generazioni lontane dalla tecnica manuale Gli esseri umani possono nascere, vivere e morire senza aver mai alzato una badilata di terra, aver abbattuto un tronco, aver tessuto stoffa o addirittura aver mai visto badili, accette o telai».

Cattive notizie? I tecnici di fabbrica verranno controllati da piccioni-spioni: lo teme Dick Utopia, andata e ritorno. I ritardi al lavoro – così Harlan Ellison in Pentiti Arlecchino – anche di soli 10 minuti saranno puniti con un giorno in meno di vita.

(*) Come varie volte ho raccontato in “bottega” la misteriosa sigla erremme dibbì rimanda a Riccardo Mancini e Daniele Barbieri;così negli anni ’80-90 e oltre ci firmavamo sul quotidiano «il manifesto» e altrove. Purtroppo adesso Riccardo non c’è più. Questo testo è un articolo – o una bozza? Boh, ho un archivio incasinato – che scrivemmo insieme per il settimanale «Carta», non ricordo più quando. Il “sentiero di lettura” su fantascienza e lavoro era uno dei 27 (forse più) libri che dovevamo fare insieme. Ci è mancato il tempo ma è stato bello giocare insieme. A h, l’immagine è di Karel Thole. (db)

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