Il magazzino dei sogni

Non è certo la prima volta che si pensa a un modo per “catturare” i sogni. Ma stavolta gli scienziati sembrano far sul serio. La rivista «Science» riferisce che un gruppo di ricercatori di Tokio ha messo a punto un sistema in grado di decifrare i sogni a partire da un codice. Tre volontari sono stati svegliati durante le prime fasi del sonno e sulla base dei loro racconti è nato un database (un catalogo, se preferite) delle corrispondenze fra sogni e schemi dell’attività cerebrale. Su questa base i ricercatori ora si dicono in grado di “indovinare” – al 60 per cento, una percentuale troppo alta per essere casuale – il contenuto dei sogni basandosi su certe risonanze magnetiche. In estrema sintesi questi i fatti più recenti. Altri scienziati (tedeschi e statunitensi) confermano e tutti precisano che la strada è giusta ma la meta lontana.

Ovviamente “catturare” segnali, sogni in questo caso, è un conto e interpretarli in modo corretto un altro. Ma ancor prima il dubbio è se quegli schemi analizzati possano essere applicati ad altre persone. Se le impronte digitali sono quasi tutte diverse perché dovrebbero somigliarsi quelle mentali?

Ma questi sono problemi tecnici. La domanda centrale è: a cosa può servire leggere i sogni? Forse ad aiutare persone che non sono più in grado di comunicare. A capire probabilmente cosa produce il sognare, quali bisogni e meccanismi (simili in ogni persona?) lo costruisce e come. Oppure, in un futuro più lontano, ci si può porre l’obiettivo di eliminare certi sogni e potenziarne altri. O magari di spiare il nostro inconscio visto che il conscio è già del tutto privato della privacy.

Come spesso accade scienza e fantascienza si intrecciano. Negli ultimi anni molti film ci hanno mostrato macchine in grado di “acchiappare” e/o riprodurre i sogni che una persona sta vivendo: da «Brainstorm» al più famoso «Matrix», da «Strange Days» a «Inception». Il dispositivo Matrix crea un mondo-sogno dove i protagonisti vivono vite fittizie e morti reali.

Le «scatole oniriche» sono al centro del romanzo Dreambox di Nicoletta Vallorani mentre Robert Sheckley racconta – nel «Magazzino dei mondi» – di un negozietto dove si possono comprare sogni: orribili in apparenza ma il finale riserva una tremenda sorpresa perché il mondo reale del sognatore è post-guerra atomica e dunque qualsiasi incubo è preferibile. Nella fantascienza i sognatori più famosi restano probabilmente quelli di Ursula Le Guin nel romanzo «Il mondo della foresta»: ogni giorno quel popolo si riunisce per scegliere, attraverso il sogno più bello, il cammino della comunità.

Ben prima della fantascienza e persino della scienza – come oggi la intendiamo – fu il filosofo cinese Chuang-Tzu (altri preferiscono scrivere Zhuāngzǐ) a porre il problema più inquietante rispetto al sognare. Un apologo famoso che poi ispirò anche «I fiori blu», bellissimo romanzo del francese Raymond Quenau. Intorno al 300 avanti Cristo, Chuang-Tzu sognò di essere una farfalla. Al risveglio si chiese se era lui che aveva appena finito di sognare di essere una farfalla o se la farfalla stava sognando di essere Chuang-Tzu. Lui non volle o non seppe rispondere; la verità della farfalla non fu rintracciata.

NOTA PER ALLARGARE IL DISCORSO

Questo mio articolo è uscito (al solito: parola più, parola meno) il 28 aprile sul quotidiano «L’unione sarda». Se ci fosse stato più spazio – una pagina intera, meglio 2 o magari 4 – sarebbe stato giusto allargare il discorso scientifico, fantascientifico, filosofico e storico (forse qualcuna/o ricorda una famosa ricerca su cosa sognavano i tedeschi prima e durante il nazismo). Qui voglio almeno accennare che sul versante fantascientifico sarebbe necessario fare i conti con numerosi racconti di Philip Dick e vari romanzi di Robert Sheckley, con «Il signore dei sogni» di Roger Zelazny e con almeno un’altra dozzina di autori-autrici. Sul dormire (o al contrario su un motivato non chiudere occhio) il primo riferimento ovviamente resta il film-romanzo «L’invasione degli ultracorpi». Ci sono poi i non dimenticati cristalli che sognano – e creano – di Sturgeon ma quello, si sa, è un altro discorso. Ovviamente i fabbricanti di sogni (non a caso Hollywood è soprannominata così) sono da sempre all’opera e non in senso metaforico. Il mio amico (e socio di scrittura) Riccardo Mancini non si stancava di ricordare la frase finale del film «Il mistero del falco»: un agente di polizia chiede a Sam Spade di cosa sia fatta la statuetta che è costata tanto sangue e lui risponde: «è della materia di cui sono fatti i sogni». (db)


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