«il manifesto» fa schifo

Avete presente «il manifesto»? Beh, fa schifo. E’ settario, auto-referenziale, snob, Palazzi-centrico, ideologico. E  ne ho dette solo 5, potrei aggiungere un’altra ventina di critiche feroci. Eppure… è con «Il fatto» l’unico quotidiano italiano che al mattino si può leggere sapendo che c’è qualcosa di interessante, spesso di importante e che gli articoli non sono in vendita al miglior offerente come capita ormai dappertutto nell’Italia della BBBBB, banda Biscione Berlusconi Bossi.

Ha un grande pregio «il manifesto» e su questo non ha rivali in Italia. Continua a tenere al centro dell’attenzione i lavoratori: cioè non solo il lavoro (da difendere, da cambiare, da inventare, da “ecologizzare”, da liberare) ma anche i lavoratori. Mentre tutti i giornalisti e i politici anche di sedicente sinistra si deliziano con il fumo – l’economia, gli affari, la finanza e quel manicomio che si chiama Borsa … – «il manifesto» si ricorda delle persone concrete, dello sfruttamento, della nocività strutturale, degli omicidi bianchi (non «morti bianchi»: omicidi cioè delitti programmati per risparmiare) del plus-valore, dei ricchi sempre più ricchi, della giustiizia sociale. Non è poco.

Compro ogni giorno «il manifesto» anche quando mi fa arrabbiare. Lo prendo persino quando mi chiede 50 euro (o euri, per dirla con Luigi Pintor) per un numero. E continuerò a farlo. E spero che lo farete, o riprenderete a farlo o inizierete anche voi che state leggendo. Perché il sedicente mercato lo sta uccidendo, perché quella schifezza che chiamano governo vuol dargli la coltellata finale (come spiega l’articolo qui sotto). Insomma non facciamolo morire, non lo merita. Anche se fa schifo e mi fa arrabbiare tutti i giorni. Ah no, a essere sinceri il lunedì quasi mai mi fa arrabbiare. Probabilmente perché non esce.

E allora per raccontarvi come viene dato il colpo di grazia a una cooperativa mentre si sommerge di contributi – anche pubblici – la peggior merda, ecco qui sotto “Edicola Bonaiuti” di Matteo Bartocci, uscito su «il manifesto» (l’ho ripreso dal sito) ma ovviamente sono molti gli articoli e i commenti che potete trovare su questo tema;  per esempio oggi se andate in edicola con 1 euro e 30 centesimi in mano.

Nella furibonda follia dei tagli all’editoria, forse, c’è del metodo. Dopo il voto negativo sul «mille-proroghe» in senato, il governo mantiene il controllo assoluto sui contributi ai giornali. Se le cose restano così, leggi e parlamento non conteranno nulla e sarà solo Tremonti a decidere di anno in anno quanto, come e a quali testate dare i soldi dei cittadini. Nell’altro ramo del parlamento, intanto, la presidenza del consiglio ha già presentato il regolamento Bonaiuti che riformerà tutto il sistema dell’editoria. Attenzione: non una legge discussa in parlamento ma una normativa di esclusiva responsabilità del governo.
La commissione cultura della camera si appresta a dare il suo parere. Ha già effettuato diverse audizioni (Fieg, Fnsi, Mediacoop, etc.) e il testo del governo ha già ricevuto il via libera con forti perplessità del Consiglio di stato. Tra poco il «regolamento Bonaiuti» sarà dunque in vigore.
E’ una riforma che realizza finalmente la pulizia e il rigore promessi ogni due per tre? «Siamo a mezza strada», risponde Mediacoop, l’associazione degli editori no profit e in cooperativa. Gli elementi positivi non mancano: 1) i fondi saranno erogati in base alle copie davvero distribuite in edicola e non solo stampate più o meno fittiziamente in tipografia; 2) si cancellano le vendite «in blocco» a prezzi irrisori utilizzate spesso in passato per giustificare l’aumento dei rimborsi a giornali finti; 3) si introducono per la prima volta criteri legati all’effettiva occupazione nelle testate interessate, che devono avere almeno 5 dipendenti tra giornalisti e poligrafici (Mediacoop proponeva un tetto di 200mila euro a giornalista); quarto punto e forse più importante di tutti, svaniscono le «cooperative editoriali» anomale legate a ex movimenti politici. Entro 12 mesi dall’approvazione, giornali come il Riformista, il Roma, il Denaro o il Foglio se vogliono ricevere ancora i contributi dovranno trasformarsi in «cooperative giornalistiche» più o meno simili al manifesto. Sarebbe una rivoluzione. E i tentativi di aggirarla altrove non mancheranno.
Ma queste luci non bastano a cancellare le tante ombre. A dicembre, dopo il colloquio Fini-Tremonti, nacque un (finto) scandalo per i contributi dello stato dati a Cavalli&Corse, Chitarre o simili. Peccato che il regolamento Bonaiuti su questo non intervenga in nessun modo. Mediacoop, per esempio, ha proposto di escludere dagli aiuti di stato solo le testate «che non hanno preminente carattere informativo-redazionale» come ad esempio i giornali di scommesse. Qui, nulla di fatto.

Dal regolamento emergono anche alcune «perle» ingiustificate e non risolutive. La prima riguarda i quotidiani di partito. Il governo istituisce per tutte le testate di questo tipo, di partiti veri o finti che siano, dall’Unità al Campanile dell’Udeur, un «regime speciale» che secondo il Consiglio di stato del 30 dicembre 2009 contrasta con la delega al governo concessa dal parlamento. Secondo la riforma Bonaiuti, i quotidiani di partito sono gli unici che continuano a ricevere i contributi secondo le vecchie regole, copie stampate e non distribuite in edicola. E non hanno nemmeno alcun obbligo di percentuale, nemmeno minimo, tra le copie stampate e quelle vendute (per tutti gli altri giornali nazionali è fissato al 15%, Mediacoop chiedeva il 40%), godono di un bonus iniziale di 508mila euro rispetto a tutti gli altri, hanno un tetto massimo di tiratura astronomico, pari a 250mila copie al giorno.
Più «uguale» di tutti è però Radio radicale. Che se da un lato percepisce un congruo finanziamento per il servizio pubblico delle dirette parlamentari, dall’altro è l’unico organo di partito che mantiene quel diritto soggettivo ai fondi pubblici che in finanziaria è stato abolito per tutti gli altri (art. 11 del regolamento). La radio di Pannella e Bonino dunque è l’unica testata a non subire possibili tagli dei fondi.
Peggio ancora, il regolamento abolisce il vecchio tetto alla pubblicità che poneva un limite della raccolta al 30% dei costi. Il senso era chiaro e comprensibile: se vuoi i rimborsi dello stato vuol dire che non ti puoi finanziare sul mercato. Si riconosceva un dato di fatto pluriennale: che se sei una testata no profit o politica molto probabilmente sei anche discriminata dalle aziende. Vale la pena ricordare a chi parla tanto di «mercato» o di «casta» che su 1,4 miliardi di euro di pubblicità sui giornali solo 6,5 milioni vanno a quotidiani politici come l’Unità, la Padania o il manifesto (dati Fieg 2007). D’ora in poi quel limite non c’è più. E se il mercato non si innamora improvvisamente della politica vuol dire che si fa strada, sottotraccia, la possibilità di favorire indirettamente alcuni e non altri. Magari quelli più indulgenti con le grandi aziende o con il potere politico.
Ci sono poi veri e propri misteri. Il più grande di tutti è innalzare la soglia di contributo a un periodico che stampi 50 milioni di copie, una per ogni italiano. Un’ipotesi che per ora è fuori dalla realtà. Allo stato, infatti, non c’è nessun periodico italiano che ne tiri più di 1 milione. L’unica interpretazione possibile è che un nuovo grandissimo periodico (per fare solo un esempio un settimanale del Pdl o una Storia italiana bis) potrebbe ricevere fino a 10 milioni di euro di rimborsi pubblici. Comunicazione politica pagata in larghissima parte dallo stato.
La fine del diritto soggettivo ai fondi pubblici dunque oltre alle note difficoltà finanziarie per i giornali colpiti prelude a una contrattazione diretta e continua tra governo e giornali. Esattamente il contrario di quanto i critici degli aiuti al settore e i pasdaran tremontiani della riforma sostengono di voler fare. A meno che per «pulizia» si intenda una tabula rasa delle testate più o meno incontrollabili da parte del governo.

Redazione
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Un commento

  • “Più «uguale» di tutti è però Radio radicale. Che se da un lato percepisce un congruo finanziamento per il servizio pubblico delle dirette parlamentari, dall’altro è l’unico organo di partito che mantiene quel diritto soggettivo ai fondi pubblici che in finanziaria è stato abolito per tutti gli altri (art. 11 del regolamento). La radio di Pannella e Bonino dunque è l’unica testata a non subire possibili tagli dei fondi.”

    Però è l’unico organo di servizio pubblico in Italia. Non di interpretazione delle informazioni- solo quelle che ci interessano, peraltro-, bada bene: di servizio pubblico.
    Detto con tristezza perché altro non c’è mai stato.
    Radio carcere, radio parlamento, radio congressi di tutti i partiti, radio corte costituzionale. Radio fascista, radio comunista, radio radicale e antiradicale.
    Una radio che quando dà interpretazione- radicale- delle informazioni lo dice chiaramente, a differenza degli ‘organi’ ufficiali. Avverte: “iniziano le trasmissioni di … organo della lista…”. E la maggior parte della gente cambia canale, com’è giusto che sia.
    Ringraziamo gli Dei che ce la fanno vivere ancora per un po’.
    Semplice nota a margine.
    zzz

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