Il meglio (forse) del blog – 16

andando a ritroso nel tempo (*)

KOSSINO ASSASSIGA

di  d. b.

Non consentirò più – disse Francesco Cossiga con tutta l’arroganza di cui era capace – che sui muri delle città si legga «Cossiga assasssino».

Non ricordo se quel giorno oppure prima lui aveva chiesto chissà a chi: e poi perché scrivono Cossiga con la K?
La risposta era semplice ma lui fingeva di non saperla: come negli Usa (che lui diceva di amare) avevamo preso l’abitudine – noi del movimento ribelle – a riscrivere con la K quelli che ci sembravano dalla parte dell’Amerika che, in patria come all’estero, seguivano le orme del Ku Klux Klan. Noi invece eravamo con “l’altra America” quella che tenace, coraggiosa si opponeva, disertava, sabotava, che portò le bandiere del nemico (i vietcong) in testa alle sue manifestazioni. E così facendo quell’altra America aiutò il nemico a vincere ma lei stessa vinse, sconfiggendo – almeno per un po’ – l’Amerika.
Torno alla periferia dell’impero.

Italia.
Anno 1977 (dopo Cristo se contate come fanno qui ma in altri Paesi preferiscono dire dell’Era comune).
Torno a Francesco Cossiga.

Kossiga.

Anche se lui era una delle più fedeli incarnazioni di tutto quello che detestavamo, quella volta – che appunto ci intimò di non scrivere più «Kossiga assassino» – gli ubbidimmo. Però fu l’unica volta. Gli ubbidimmo e da quella notte stessa i muri di Roma (e di altre città) si riempirono di enormi e colorati «Kossino Assassiga». Così tante scritte facemmo in quei giorni che, ancora pochi anni fa, se ne vedevano a Trastevere o San Lorenzo: scritte resistenti al tempo e ai tentativi di cancellazione. Nel frattempo Kossiga era diventato presidente della repubblica con il plauso delle sinistre perbene (imbecilli, masoschisti o complici?) che poi finsero di stupirsi quando venne fuori una certa storia su Gladio, sui golpisti pronti al via (dell’Amerika appunto) che non arrivò… ma loro comunque dettero un bell’aiuto ai vecchi fascisti assassini prima nell’immediato dopoguerra e poi ai nipotini neofascisti i quali si fecero valere mettendo bombe nelle banche, sui treni, nelle piazze, nelle stazioni.
Dunque «Kossino assassiga».

Avevamo ancora voglia di scherzare, nonostante tutto. Ed era giusto ridicolizzarli, mostrarli com’erano: marionette senz’arte. Ci battevamo contro la violenza del potere con ironia disarmante. Non ragionavamo come loro, i governanti e le false opposizioni. Non eravamo maggioranza ma tante/i sì, nate e nati alla politica nel 1968 e con la capacità – ma che fatica e quanti errori – di trovare compagne e compagne, fratelli e sorelle fra i più giovani ma anche fra i più vecchi.

Intorno a noi crescevano purtroppo le Brigate Rosse: noi eravamo contro di loro perchè quella logica guerriera ci sembrava simile a quello contro cui ci battevamo: da qualche parte lessi «Il terrorismo è uno Stato in piccolo» mentre – così proseguiva quella frase di chissà chi – «lo Stato è un terrorismo in grande» e noi infatti continuammo a opporci a entrambi. Eravamo ancora tante/i in corteo dietro lo striscione «Nè con lo Stato nè con le Br» persino il giorno che rapirono Aldo Moro e ne uccisero la scorta. Disarmati (ma pronti all’auto-difesa quando necessario) resistemmo finché potemmo mentre da una parte e dall’altra si uccideva: lo Stato e le Br sparavano a volte contro i combattenti nemici ma più spesso nel mucchio, colpendo chi passava di lì. Come si fa in ogni guerra: muoiono soprattutto i civili. Non ci arruolammo. Fummo sconfitti. Noi del movimento ribelle e tutte/i quelli che volevano una società più giusta uscimmo da quella guerra sconfitti. Non del tutto, non per sempre. Molte e molti di noi non si sono arresi. Continuiamo chi con il lavoro sociale e chi con le arti, chi a livello individuale e chi in una qualche forma collettiva: né con lo Stato, né con le Br ammesso che il primo esista ancora (oggi sembra soprattutto un gruppazzo mafioso) e che le seconde siano sopravvissute al loro disastro.
Perciò anche oggi non ci siamo pentiti di avere scritto «Kossino assassiga». Parlo per me e per quelle/i che conosco. Anche oggi lo rivendichiamo. Non dimentichiamo. Io non credo giusto che lo si perdoni, neanche oggi.
Io lo ridico anche oggi: «Kossino assassiga».
Soprattutto non ci siamo pentiti di aver lottato. Come scrisse Abbie Hoffman (era uno dell’altra America in lotta contro l’Amerika):

«Certo eravamo giovani
eravamo arroganti
eravamo ridicoli
eravamo eccessivi
eravamo avventati
eravamo sciocchi
ma avevamo ragione noi».

(*) Ovviamente scrissi questo post il giorno della morte di Cossiga-Kossiga.

Ricordo a chi passa di qui per caso il senso di questa rubrica…

Un po’ perché 5600 articoli sono tanti e (nonostante i “santi” tag) si rischia di perdere la memoria dei più vecchi. E un po’ perché nel pieno dell’estate qualche collaborazione si liquefà (maledette-benedette vcanze?) e occorre cercare post per non star fermi, quando altre/i invece continuano a regalare i loro contributi a codesto blog. Per queste due ragioni ho deciso – d’intesa con la piccola redazione – di recuperare un certo numero di vecchi post… con l’unico criterio di partire dalla coda ma valutando quali possono essere più “attuali”.

Il “meglio” è sempre soggettivo: in questo caso è inteso a ritrovare soprattutto semi, ponti, pensieri perduti… meglio se accompagnati – talvolta capita – dalla bella scrittura, l’inchiesta ben fatta, la riflessione intelligente.

Ci sarà fantascienza (il Marte-dì canonico), ci saranno forse le «scor-date», ci sarà di tutto un po’: con le firme più varie, stili assai differenti e quel misto di serietà e ironia che – noi speriamo – ci caratterizza in questo blog “collettivo”. (db)

Redazione
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