Il Monte Baldo: un mosaico ambientale “profondo” 200 milioni di anni

di Giorgio Chelidonio

#0000ff;">http://farm4.static.flickr.com/3672/12850262363_02eab94e78.jpg la parte centrale del Monte Baldo vista dall’altopiano dei Monti Lessini (da Est)

 

  Il mio primo incontro con la catena montuosa baldense avvenne nel 1974: un amico ci invitò a passare un fine settimana “senza automobili” (“l’austerity andreottiana”, 1973-1974) a San Zeno di Montagna. Fu quella la mia prima occasione per esplorare il versante gardesano meridionale del Monte Baldo, affacciandomi ai suoi mutevoli paesaggi fra i 600 e 1500 metri delle Creste di Naole. Proprio quest’ultimo punto di osservazione, da cui si spazia sulla Val d’Adige trentina e sui Monti Lessini, mi colpì per la vastità dei panorami che questo monte offre.
Quella prima visita coincideva con i miei primi interessi per le tracce paleolitiche, di cui ormai mi occupo da oltre 30 anni: da allora i rinvenimenti si sono decuplicati ma, ciononostante, mi sembra ancora di guardare in un caleidoscopio
[LINK 1] a cui sia stato tolto il 90% (e più) delle tesserine colorate!
I panorami dalle vette baldensi non solo abbracciano, spesso a 360°, panorami estesi fino a qualche centinaio di chilometri ma anche, essendo questo rilievo a suo modo “isolato” sul confine prealpino fra Veneto, Trentino e Lombardia, il suo profilo sembra mutare a seconda del punto di osservazione: più o meno lineare ma “seghettato” se visto da Est o dalla sponda occidentale del Lago di Garda, triangolare su visto da Sud ciò dalla pianura lombarda. Mi accorsi di quest’ultima prospettiva quando, molti anni dopo, un conoscente parmense mi chiese se il Monte Baldo fosse un “vulcano spento”, diceria priva di fondamento geologico, perché sulle sue cime spuntano solo calcari dolomitici, anche se talvolta attraversati da tracce di affioramenti basaltici.
Dovessi oggi proporre una sintesi estrema della specificità di questa catena montuosa farei notare che è un avamposto prealpino orientato Nord/Sud, dislocazione un po’ sorprendente per chi è abituato a visualizzare le morfologie sud-alpine come un arco di monti. Inoltre la sua visibilità da più punti permette di inquadrarlo come un “iconema”, cioè come principale elemento riconoscibile del paesaggio circostante, percezione che fino al XIX secolo era importantissima. In seguito, con il dilagare delle modalità turistico/automobilistiche i paesaggi (prima vera e propria sintesi identitaria) divennero sempre più “cartoline”, oggi slide digitali.
Se la già citata complessità archeologica non mi fosse bastata, dal 2003 (in occasione di un corso per insegnanti tenuto dalla sezione veronese di Italia Nostra per conto dell’A.R.P.A.V.)
[LINK 2] ho iniziato ad osservare questa catena montuosa sotto il profilo di paesaggio geo-antropico, seguendo le preziose suggestioni e pubblicazioni di Eugenio Turri [LINK 3]. Sintetizzare la complessità del paesaggio baldense non è impresa facile. Ho scelto, quindi, di presentarvene le principali caratteristiche storiche e geo-preistoriche:

Il Monte Baldo è famoso fin dall’antichità per la varietà della sua flora, la cui più antica descrizione risale al XV secolo. Infatti, in un poema del 1477 (“Fioretto de le antiche croniche de Verona” di Corna da Soncino) [LINK 4] se ne afferma la fama erboristica: “dove sono le erbe de le medicine, che in tutto il mondo sono le più fine”.

la morfologia di questa catena montuosa, che si allunga per 36 chilometri in direzione NE-SW, è incastonata fra il lago di Garda e la Val Lagarina e perciò durante le fasi climatiche glaciali, succedutesi fra 780.000 e 20.000 anni fa circa il Monte Baldo rimase circondato dalle lingue glaciali del Garda e dell’Adige, che ne coprirono i versanti fino a 1200 metri slm (a nord, sopra la sella di Loppio) e fino a 500 metri slm nella porzione meridionale.

la geologia ce ne racconta l’orogenesi, iniziata circa 40 milioni di anni fa (di seguito “Ma”) nell’ambito del sollevamento alpino, quest’ultimo attivato già 85 Ma dalla collisione fra la placca continentale europea e quella paleo-africana: gli strati rocciosi furono piegati da una compressione fra i Monti Lessini ad est e il massiccio dell’Adamello, una grande massa intrusiva di rocce metamorfiche risalita verso la superficie della crosta terrestre fra 42 e 28 Ma. La sezione schematica fra Lago di Garda, Monte Baldo e Val Lagarina è articolata in una serie di pieghe concave (dette “sinclinali”) e convesse (dette “anticlinali”) :
– la “paleo-valle” del Garda (incisa a diverse profondità: per 500 metri slm all’altezza di Malcesine e fino a 1259 metri slm sotto Lazise!) è stata scavata (entro una sinclinale), come “valle alpina” che sfociava nell’antico “golfo padano”, durante la cosiddetta “crisi di salinità”, che fra 5,96 e 5,33 Ma disseccò quasi completamente il Mediterraneo. Successivamente, negli ultimi 1,2 Ma, la paleo-valle venne rimodellata dalle lingue glaciali sud-alpine e colmata, in parte, dai loro sedimenti morenici;
– la dorsale principale del Monte Baldo, che corrisponde ad una piega convessa (anticlinale), fratturata da faglie poco inclinate (sovrascorrimenti) e poi e smantellata sia da fenomeni erosivi, sia da successivi collassi gravitativi. Nel settore meridionale, forse sollevatosi già prima della fase compressiva, l’erosione ha asportato uno spessore di rocce valutabile in almeno 500 metri.

le tracce preistoriche, le cui principali sono:
a) quelle attribuibili alla frequentazione ai Neanderthaliani, distribuite sul versante orientale fra le quote di 800 (Monte Belpo) e 1800 metri slm (Bocca Paltrane). Poiché la presenza dei neanderthaliani nel territorio veronese oggi è inquadrabile fra 90.000 e 40.000 anni fa (
di seguito “ka”), possiamo dedurre che i loro manufatti rinvenuti a quote superiori ai 1200 metri slm vi siano stati abbandonati durante spedizioni di caccia (probabilmente agli stambecchi) avvenute durante periodi climatici interglaciali (cioè fra 124.000 e 119.000 anni fa) o almeno non glaciali/temperate (es. fra 57 e 40 ka/MIS3, oppure fra 106-92 ka/MIS5c o fra 92-85 ka/MIS5a) [LINK 5]. Risulta importante sottolineare che il Monte Baldo conserva la maggior concentrazione, in Italia settentrionale, di siti frequentati dai neanderthaliani a quote superiori ai 1000 metri slm.

b) Dopo l’ultimo massimo glaciale (L.G.M. – da 24ka ±210 cal BP a 19ka cal BP) [LINK 6-7] le tracce attribuibili agli ultimi cacciatori-raccoglitori epigravettiani [LINK 8] e mesolitici [LINK 9]sono documentate da diversi siti, specie nei versanti del Monte Altissimo, ma, purtroppo non sono ancor state datate con precisione. A seguito della de-glacializzazione (i laghi alpini erano liberi dal ghiaccio già 17.500 anni fa circa) gli ambienti montani posti a quote medio-alte erano stati riforestati fino a 1800 metri slm già 14.500 anni fa cal BP. I cacciatori epigravettiani avevano presto iniziato a ri-colonizzare quei territori: ne è buon esempio il riparo sottoroccia di Tschonstoan (situato sull’Alpe di Siusi, a (m. 1850 slm) [LINK 10] che venne ciclicamente occupato durante il Dryas recente (12,7±170 ka BP > 10,57±260) [LINK 11], l’ultimo millennio di freddo arido durato circa 1300 anni.
Concludendo, ci sono tutti gli elementi per valorizzare il Monte Baldo come “mosaico geo-antropico”, incominciando dal farne conoscere la complessità ai suoi abitanti per poi poterne anche offrire la ricchezza ai visitatori, troppo spesso “confinati” lungo le sponde del Lago di Garda.
Infine, il modello “parco”, di cui si discute ormai da decenni, può essere il più adatto? A mio avviso quello di “rete ecomuseale” [LINK 12], che da oltre 40 anni funziona egregiamente in Francia, è più efficace per favorire l’interazione fra le identità locali e la valorizzazione ambientale (e culturale) decentrata.

#0000ff;">http://funiviedelbaldo.it/wp-content/uploads/2016/04/bal.jpg il Monte Baldo visto dal Lago di Garda (da Ovest)

L I N K S

(1) #0000ff;">http://www.treccani.it/vocabolario/caleidoscopio/
(2)
#0000ff;">http://www.italianostravr.it/cea.htm + #0000ff;">http://www.arpa.veneto.it/temi-ambientali (A.R.P.A.V. : Azienda Regionale per la Prevenzione e Protezione Ambientale del Veneto)
(3)
#0000ff;">https://it.wikipedia.org/wiki/Eugenio_Turri
(4) F. Corna da Soncino, Fioretto de le antiche croniche de Verona… Introduzione, testo critico e glossario a cura di G.P. Marchi, note a cura di P.Brugnoli, Verona 1980.
(5)
#0000ff;">https://it.wikipedia.org/wiki/Stadio_isotopico_marino
(6) L.G.M. = Late Glacial Maximum, corrispondente all’ultimo picco di clima glaciale
pleistocenico >
#0000ff;">https://it.wikipedia.org/wiki/Ultimo_massimo_glaciale
(7) cal BP = date “calendariali” misurate con il metodo del radiocarbonio ( BP sta per
before present”, cronologicamente fissato al 1950) ma riviste confrontandole con quelle
ottenute dalla dendrocronologia (basata su dati ricavati dagli anelli di accrescimento degli
alberi) >
#0000ff;">https://it.wikipedia.org/wiki/Before_Present
(8)
#0000ff;">https://it.wikipedia.org/wiki/Epigravettiano
(9)
#0000ff;">https://it.wikipedia.org/wiki/Mesolitico
(10)
#0000ff;">http://www.treccani.it/enciclopedia/alpe-di-siusi/
(11)
#0000ff;">https://it.wikipedia.org/wiki/Dryas_recente
(12)
#0000ff;">http://www.treccani.it/enciclopedia/ecomuseo_(Lessico-del-XXI-Secolo)/

Indicazioni bibliografiche:

  1. Chelidonio G., Rosà V., 2011: Tracce neanderthaliane e manufatti musteriani sul Monte Baldo, in “Il Baldo”, n.22, Centro Turistico Giovanile, pp. 43-71, Caprino, VR.
  2. Chelidonio G., Rosà V., 2012: Nuove tracce preistoriche sul Monte Baldo trentino e sul Monte Gazza (Vezzano/TN), in “Judicaria”, Centro Studi Judicaria, pp. 27-40, Tione (TN).
  3. Corrà G., Pighi B., 1996: La valle glaciale dell’Orsa (versante orientale del Monte Baldo), Azimut Edizioni, Verona.
  4. Turri E., 1999: Il Monte Baldo, Cierre Edizioni, Caselle di Sommacampagna (VR).

 

Giorgio Chelidonio

3 commenti

  • Grazie per questo breve saggio. Mi piace molto l’idea di ri-conoscere i paesaggi, i profili, le origini della Terra su cui abitiamo. Ri-conoscere che il frammento di granito che teniamo in mano, trovato ad esempio in spiaggia tra migliaia di altri sassi, che quel frammento ha una lunghissima storia, forse anche lunga 1 o 2 miliardi di anni, in cui quel frammento è appartenuto a una roccia più grande formatasi nel ventre del pianeta, esposta poi dai movimenti tettonici ad alte pressioni, alte temperature, alla erosione di ghiacciai, fiumi, alla erosione del vento, a tempeste e uragani, alle onde del mare, tenerlo in mano quel frammento e ri-conoscerlo, è come ri-conoscere qualcosa di più grande, di cui tutti noi siamo parte, senza alcuna necessità di ricorrere a formalità religiose istituzionalizzate. È un sentimento, una prospettiva, che nulla ha a che fare con dogmi, gerarchie e totalitarismi fascisti. Se questo quadro più grande imparassimo tutt* a ri-conoscerlo, a parlarne, a condividerlo (e questo breve saggio è un modo per condividerlo e parlarne), se imparassimo a farlo, ciò sarebbe già un passo, forse piccolo, ma un piccolo movimento verso un mondo migliore, con più pace, meno odio e meno guerra. Un mondo migliore. Buon anno, con affetto.
    Ago

  • Pierluigi Pedretti

    Per me il Baldo è un mito. Che osservo sempre da lontano quando torno nelle terre dei miei avi paterni, io calabrese di padre fievatano. Lo osservo con riverenza quando scendo dalle Giudicarie sul lago di Garda oppure quando salgo in mtb lungo la stradina che dal Ponale va sul lago di Ledro. Mi manca come escursione diretta, ma so che prima o poi ci salirò sopra, mi manca dai tempi dell’infanzia quando davanti alla bella polenta fumante dei nonni si cantava tutti insieme la canzoncina: <>.
    Grazie veramente a Giorgio Chelidonio. Di cuore.

  • Giorgio Chelidonio

    Grazie a voi per i commenti. Per completezza preciso che mi sono occupato del Monte Baldo più sul piano delle tracce preistoriche (più di un articolo si trova e si può scaricare su : https://independent.academia.edu/GChelidonio ) che su quello dell’escursionismo.

    Sulla lettura della complessità del paesaggio, invece, ho avuto occasione di trattare partecipando alla stesura del libro:
    – “L’ambiente e i segni della memoria. Contenuti, metodi e strumenti”
    a cura di: Titti Vincenza Braggion, Giorgio Chelidonio, Ugo Poce, Carocci Editore, Roma, 2005.

    Dopo 12 anni, incredibile, è ancora in catalogo ( http://www.carocci.it/index.php?option=com_carocci&task=schedalibro&Itemid=72&isbn=9788874662135 )

    Buone visioni di paesaggi, noti o sconosciuti.

    Giorgio

Rispondi a Giorgio Chelidonio Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *