Mark Adin: il paradosso valdese

La montagna è autorevolmente innevata, il breve corteo funebre prende per il minuscolo cimitero racchiuso tra quattro mura non molto alte. Non un bisbiglio, solo il rumore dei passi, attenzione a non scivolare. Dentro, le lapidi spuntano appena dalla neve, leggo i cognomi affioranti dei morti: Ribet, Long, Arnaud, Bouchard, Revel, Peyron… Verso il cielo solo montagne e tanto silenzio.
Risuona nitida la voce del pastore, un uomo piccolo di statura, elegante in un cappotto nero, camicia e cravatta, scarpine lucide e inspiegabilmente indenni da neve, zoccoli di capriolo, in piedi sulla esigua e scivolosa striscia di terra antistante la buca profonda che spicca, scura, tra tutto quel bianco abbagliante. Sta in equilibrio perfetto come una capra, la bibbia stretta al petto, la voce ferma e penetrante. Poche cose, dette senza ampollosità. Poi la recitazione del Credo. Parola forte, significante e potente: “Credo”. Due sole sillabe, sonore, la prima crepitante, creatrice, fatta di pura energia; la seconda così ferma e conclusiva, definitiva.
Anche il nome del paladino Rolando è fatto di simili consonanze, la R di rombo e la D che ne chiude l’azione. Mi pare di vederlo in una valle simile a queste, disperato, suonare l’olifante sino a perdere la ragione per lo sforzo inumano. Non dissanguandosi, perdendo il senno dall’orecchio. Non per emorragia, bensì per fatale de-menza.
Il piccolo pastore-capriolo, ritto in equilibrio sull’orlo della fossa nella quale io, pur da pochi metri, non riesco a vedere la cassa di legno dolce appena calata, tanto è profonda e scura, traspare fierezza pronunciando il Credo, una fierezza antica e rocciosa.
E’ il commiato alla mamma del mio amico G., fraterno amico. Un’amicizia nata in modo improvviso e spiazzante, io e lui una “strana coppia”. Lui Valdese, nato in queste valli e in queste valli ritornato dopo essere stato pastore a Torino, Ivrea, Biella, e nella Milano dove ci siamo conosciuti, lui il più giovane Moderatore della Tavola Valdese. Io che non ho mai trovato la strada, io che credo la strada non esista. Non tanto per aver letto Eliseè Reclus, o De Sade, o Bakunin, diciamo quindi per formazione, ma semplicemente per la sommessa, rispettosa, intima convinzione che Dio non ci sia, che la ragione mi porti inesorabilmente a pensare così.
Eppure mi sento molto vicino a G., per questo sono qui oggi tra le sue montagne, in Val Chisone, a fargli compagnia in un momento per lui di tristezza e di lutto. Qui sono le valli valdesi, la Val Pellice e la Val Germanasca, e alcune minori contigue. Qui vivono la maggior parte dei Valdesi italiani, quelli a cui molti devolvono l’otto per mille per simpatia, senza conoscerli, senza sapere neppure chi sono.
G. mi racconta del Sinodo che ha presieduto in qualità di Moderatore della Tavola durante il quale si votò per accedere al diritto a riscuotere tale obolo fiscale. G. votò, insieme ad altri, contro il beneficio. La maggioranza decise invece di avvalersene a una condizione: che non sarebbe mai stato utilizzato come sostegno economico alla Chiesa, ma unicamente per finanziare opere a carattere sociale. E così, da allora, i pubblici bilanci documentano. Preciso-preciso come il Vaticano.
Gente strana, i Valdesi. Non fanno proselitismo, non tirano per la giacchetta. Da sempre progressisti e accoglienti, sono portatori di istanze tra le più avanzate. All’ultimo Sinodo, tenutosi nella bella Torre Pellice, è stata approvata la benedizione alle coppie omosessuali. Al tempio di Milano si raccolgono le complesse formalizzazioni del testamento biologico. Posizioni di assoluta avanguardia anche per la sinistra, mantenute con sobrietà e impegno. Sorprende la loro laicità.
Ma non è forse una contraddizione in termini essere così laici e nello stesso tempo così religiosi? E poi cosa ci faccio, io senzadio, a bere whisky in una casa vecchia di cinquecento anni con due pastori valdesi, io in soverchia minoranza? Sono ubriaco? Mi pare di no.
Ascolto G. raccontar di suo padre, anch’egli Pastore, condannato a morte dai tedeschi durante la Resistenza. Sapete come sono i montanari, è gente fatta così, sono testardi. Quando si impuntano su qualcosa non c’è verso di fargli cambiare idea.

Redazione
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5 commenti

  • Chiedo scusa, è la prima volta. Le istruzioni di DB, pur particolareggiate, non sono state del tutto comprese e non sono riuscito a “spezzare” il testo. Mark Adin

  • ,,,ricordo una cosa che mi è rimasta impressa nel cuore:1968,un paio di mesi dopo valle giulia,scontri con le guardie a piazza cavour,noi uscivamo dal dante,liceo in prati,scorribande della celere che pistava bimbi e vecchi e studenti come sempre,noi frastornati di nuovo in fuga dalla piazza ,gli unici che aprirono le porte per proteggerci(avevamo 14-15 anni) furono i valdesi della chiesa dietro piazza cavour:queste umane solidarieta non si dimenticano.Che il vostro dio vi protegga.Marco Pacifici

  • Grazie Marco Adin per le emozioni.Il monello

  • Bella la descrizione della parola “credo”.

    Penso che una delle perdite più gravi nella trasmissione della memoria di precedenti cicli di lotta riguardi il fatto che si credette e che, quindi, si può credere. L’aver visto con quanta facilità si possa passare da grandi ideali ad errori ed orrori, come belle parole possano nascondere pratiche meschine, ha portato la gran parte di chi quelle lotte animò non solo alla critica dell’adeguatezza del credo di allora, ma al rifiuto della possibilità di credere.
    Questo disincanto, accumulato in generazioni oltre la cinquantina, temo costituisca un blocco alla possibilità per i più giovani di ricercare il proprio credo.

  • Anni fa sono stato alcune volte in Val Germanasca alla (vana) ricerca sul Cornour della casermetta dedicata a mio zio paterno, alpino medaglia d’argento del 15-18. In quelle occasioni ho potuto godere della disponibilità tipica di tutte le genti di montagna, e specialmente quella di un Pastore Valdese incontrato a Prali, che mi ha accompagnato nella mia ricerca scarpinando per ore, discorrendo come se ci conoscessimo da anni e dividendo con me il tremendo temporale che ci ha respinti a valle. Chissà se era il medesimo tuo Pastore…

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