Il pigiama. Ovvero dell’odore di mia nonna

di Mohamed Malih (*)

Mia nonna ogni tanto partiva dalla campagna e ci veniva a trovare a Casablanca. Aveva un buon odore mia nonna. Io non sono di quei nasi che basta che entrino in una cucina e sanno subito dirti cos’è che bolle in pentola. L’unico odore che saprei indovinare a colpo sicuro è quello del cavolo.

Qualche volta ho tentato di fare il raffinato ma mi è andata malissimo, ho finito per scambiare cannella con i chiodi garofano, la curcuma con la noce moscata… Per quanto riguarda mia nonna direi perciò, senza entrare troppo nei dettagli, che il suo odore è fatto dall’insieme delle spezie citate più l’odore della terra. Aggiungerei anche un pizzico di prezzemolo e un filo d’olio d’origano e anche un po’ dell’aroma delle uova di gallina ancora calde, di quelle che hanno ancora attaccate un po’ di fieno e un po’ di escrementi.
Sono sicuro che se mia nonna sentisse la descrizione che sto facendo del suo odore come minimo mi guarderebbe male. Ci sarebbe un’espressione più semplice: aveva un buon odore; un buon odore agreste. Solo che magari qualcuno che sta leggendo va a finire che poi pensa alle stalle, o ai campi di grano o, che so io, alle balle di fieno. E non è propriamente questa l’idea che voglio dare dell’odore di mia nonna. Ovvero, è anche questa ma mescolata all’odore della notte e del sonno e anche dell’Africa.
Oserei aggiungere anche l’odore delle favole. Ma forse sarà meglio che lasci perdere questa cosa dell’odore, sennò va a finire che non lo so più neanche io che odore aveva mia nonna. Però mi piacerebbe che ci fosse una figura professionale tipo il sommelier delle nonne. Uno gli porta la nonna, lui dà un’annusatina, magari la agita anche un pochino, e poi ti dà una di quelle belle descrizioni che fanno i sommelier quando trattano i vini. Che vengono fuori con retrogusti di certi fiori e ortaggi e legni e frutta che uno non ha mai sentito, però alla fine ti fai ugualmente un’idea poetica del liquido che hai davanti. E anche se in realtà ti fa schifo ti dici che sei tu che non sai apprezzarlo.
Solo che mia nonna – pace alla sua anima – non c’è più, e forse al sommelier dovrei portare qualcosa che indossava, magari un lembo del grembiule. Ma forse a questo punto il sommelier deve essere anche un po’ strega, dovrà avere anche la palla di vetro e tutti gli attrezzi che di solito hanno i fattucchieri, lettori di mani e carte, insomma tutti i tipi che per mestiere hanno stretti rapporti con l’ignoto e l’aldilà.
Ora che ci penso gli odori infatti hanno in sé qualcosa di trascendentale. Come il fatto che evocano memorie antichissime, e che noi magari solo per pigrizia tendiamo a datare in qualche punto della nostra infanzia. Forse provengono direttamente dal paradiso, tranne chiaramente l’odore del cavolo e dello zolfo. Decisamente è meglio che non sforzi troppo il mio apparato olfattivo, ché poi vedi come va a finire.
Anche perché non è dell’odore di mia nonna che volevo parlare, ma del fatto che quando veniva da noi non si spogliava mai. Nel senso che andava a letto così com’era vestita. Niente pigiama insomma. Ora anche io ho questa tendenza di andare letto così come sono, senza pigiama. Non lo so, forse non si sentiva a casa sua per mettersi comoda. Forse era una questione di pudore. C’è anche da dire che non è che le davamo una cameretta tutta per sé: la casa era piccola e noi siamo, tra fratelli, sorelle e genitori, più o meno il numero di una squadra di calcio.
Insomma ho questi due ricordi precisi della mia nonna, uno è che non metteva mai il pigiama quando veniva da noi a Casablanca e l’altro è il suo odore. Sì anche il ricordo dell’odore è preciso anche se trovo qualche difficoltà a metterlo nero su bianco.

(*) dalla mia rubrica su Escamontage

 

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