Il pizzettaro, Eraclito e il pensiero calcolante

67esima puntata dell’«Angelo custode» ovvero le riflessioni di ANGELO MADDALENA per il lunedì della bottega

Spesso parlo con G. : è un ragazzo un po’ più giovane di me che gestisce la pizzeria al taglio di fronte casa mia. Lui non si può capacitare del fatto che io mi reputi artista perché vivo da artista, quindi non solo della letteratura che produco, ma in più esplicito una consapevolezza teorica. Per esempio: gli ho detto spesso che è più importante l’intensità che la quantità di chi ascolta o guarda uno spettacolo. Gli ho citato Emil Cioran: non cambia tanto sapere se ci sono milioni di persone o una persona a leggere un mio libro, l’importante è l’intensità. Chiaro che dicendo queste cose nell’epoca della tecnica e del pensiero calcolante, io risulti “fuori banda”, quasi incomprensibile. Così reagisce infatti G. Lui vuole vedere i numeri. Ripenso a queste cose mentre ascolto una conferenza di Umberto Galimberti dal titolo «Critica del pensiero calcolante». Galimberti dice che da un certo punto della storia dell’uomo il “pensiero economico” attribuisce «umanità» solo a chi possiede beni e denari. E io faccio qualche collegamento. Galimberti dice (riassumo): se tu non hai niente disturbi il pensiero calcolante affermatosi a partire dal 1300 e sempre di più dal 1700 in poi. Ricorda ancora Galimberti che fino al 1200 il denaro non aveva l’importanza dominante che acquistò successivamente: fino al XIII secolo non erano importanti i mutui o i prestiti con debito: il pensiero cristiano era più propenso al prestito senza restituzione immediata e aborriva prestare con interesse, così i mutui non avevano senso. Se oggi non hai niente – spiega Galimberti – non sei accettato soprattutto perché sei fuori controllo; non ti si può dire “ti tolgo qualcosa” se non segui certe regole o certe imposizioni.

Questo è un discorso che mi riporta al giovane pizzettaro. Quando gli dico che io non ho niente e non mi conviene entrare in un ambito “fiscale”, lui mi vuole imporre di entrarci: secondo lui perché mi converrebbe ma poi lo esplicita in un certo qual modo, cioè che questo mi renderebbe più controllabile. Quando io gli dico che vivo bene di quello che produco, lui mi vorrebbe imporre la figura di artista amatoriale, anche se a un certo punto, dopo batti e ribatti, mi ha riconosciuto il ruolo di «artista per passione». Al di là di questo, il suo discorrere e la sua logica sono esemplari di uno schema “numerico” cioè di un pensiero calcolante molto diffuso. Il giovane G. è da “premiare” perché lo esplicita, anche suo malgrado, forse senza capirlo bene neanche lui (intendo: di essere espressione vivente di quel pensiero lì) mentre tanti non hanno il coraggio, si nascondono, lo malcelano.

Anche io – per essere chiari – mi rendo conto di ragionare spesso con il pensiero calcolante e di liberarmene, almeno in parte, proprio e solo quando ne prendo coscienza. Per esempio quando penso di stare perdendo tempo perché devo rifare una cosa che ho fatto male o riascoltare qualcosa che non avevo ascoltato bene la prima volta (quando leggo una pagina, il passaggio di un libro o un video su youtube). Il succo del discorso sta in un passaggio della conferenza di Galimberti: «Il pensiero tecnico è diventato universale, il pensiero calcolante è diventato universale, noi percepiamo subito cos’è utile, ma se dovessimo chiedere cos’è vero… non è che sia interessante cos’è giusto, cos’è buono, cos’è bello… La bellezza diventa arte quando entra nel mercato, nel gioco del mercato; se no resta spontaneismo, espressione di sé, luogo di depressione…». Discorso molto interessante perché appunto ripropone la visione dell’interlocutore medio quando si parla di questi argomenti, rappresentato in modo esemplare dal mio vicino pizzettaro, il quale mi dice: “tu puoi vivere della tua arte, essere felice, essere stimato, e io anche apprezzo quello che fai, ma se non entri nel gioco del mercato sei uno spontaneista, che vuole esprimersi tanto per passare il tempo”, a livello amatoriale per usare la sua definizione.

Per tornare alle origini del pensiero calcolante, Galimberti spiega che gli antichi greci ragionavano secondo il Logos, mentre successivamente si è imposto un pensiero basato sulla Ratio, da cui le parole “ragionevole”, “ragione”. Da qui redde rationem: era una pratica antica in base alla quale uno doveva dare in cambio a un altro tanto quanto aveva ricevuto, una corrispondenza. Quindi c’era un calcolo da fare: tu mi hai dato tanto, io calcolo a quanto corrisponde e ti dò altrettanto. Alla base di un ragionamento c’è un pensiero calcolante. Che è poi anche pensiero tecnico, diventato pervasivo, dominante ed è entrato dentro di noi, quindi non ce ne accorgiamo neanche spesso… Questo significa pervasivo, talmente invasivo da sembrare normale, naturale, però non lo è: ma deriva da diversi passaggi, derive, forzature ecc. Mentre il Logos ha a che fare con la logica. Noi oggi viviamo una realtà del tutto illogica, in un mondo alla rovescia, anche perché si parla sempre meno e si segue sempre meno un pensiero logico seguendo – da ormai decenni se non da secoli – una ragione appunto calcolante (ho spiegato prima in che senso).

Galimberti cita Eraclito che parlava di Logos e qualche giorno fa Marta, una mia vicina di casa che è anche professoressa di filosofia, mi ha dato un foglio con alcuni pensieri e aforismi di Eraclito, che riprendo e cito. Il livello del discorso così diventa più ampio e profondo, soprattutto parte di una cultura orale, con Eraclito che viveva in una società dove l’oralità era dominante e infatti i suoi scritti sono in forma di frammenti, a volte di accenni.

La cosa più interessante è che il Logos è un discorso che quasi richiama il Verbo della Genesi. All’inizio era il Verbo, e il Verbo era Dio.

«Di questo logos che è sempre» scrive Eraclito «gli uomini non hanno intelligenza, sia prima di averlo ascoltato sia subito dopo averlo ascoltato; benché infatti tutte le cose accadano secondo questo logos, essi assomigliano a persone inesperte, pur trovandosi in parole e in opere tali quali sono quelle che io spiego, distinguendo secondo natura ciascuna cosa e dicendo com’è. Ma agli uomini rimane celato ciò che fanno da svegli, allo stesso modo che non sono coscienti di ciò che fanno dormendo». Erano probabilmente discorsi orali o frammenti di quei discorsi orali che potrebbero rimandare ad altri di quel tempo e di quel contesto.

Possiamo abbozzare un minimo di discorso che distingua il Logos dalla Ratio. Il logos, nelle parole di Eraclito, è quasi una Necessità; se vogliamo, con la coscienza di oggi, un Dio che ci contiene e ci dà senso o comunque ci dà un’orizzonte, che noi non possiamo comprendere del tutto, perché è appunto al di là di noi e della nostra capacità e possibilità di misurarlo. C’è anche un invito, in un certo qual modo, all’umiltà, al non pensare di poter possere una verità; anzi un’apertura costante al dubbio, al vago. Io trovo bellissimo questo quasi apparentare la veglia con il sonno: anche se gli uomini sono svegli rimane celato quello che fanno, come in una sorta di vita comunque onirica, di incoscienza e di consapevolezza di questa incoscienza, che è anche parte – forse integrante – della poesia. Anche di questo Galimberti ha parlato, dicendo che la parola “poesia” viene dal greco poiesis, che vuol dire produrre: cosa che sembra oggi in contrasto con la visione che si ha del poeta come improduttivo e inutile (dal punto di vista di un pensiero calcolante e tecnico?). Però cosa produce il poeta? Produce un linguaggio e spinge ad allargare la capacità di pensare. Quindi ci aiuta a pensare. Sempre Galimberti ci ricorda (come don Lorenzo Milani e tanti altri): io penso perché ho le parole che mi permettono di pensare, se non ho parole non riesco neanche a pensare. Lorenzo Milani andava oltre: «Un operaio conosce 100 parole, il padrone 1000. Per questo lui è il padrone».

Il disegno è di Biagio Accardi

 

QUESTO APPUNTAMENTO

Mi piace il torrente – di idee, contraddizioni, pensieri, persone, incontri di viaggio, dubbi, autopromozioni, storie, provocazioni – che attraversa gli scritti di Angelo Maddalena. Così gli ho proposto un “lunedì… dell’Angelo” per aprire la settimana bottegarda. Siccome una congiura famiglia-anagrafe-fato gli ha imposto il nome di Angelo mi piace pensare che in qualche modo possa fare l’angelo custode della nuova (laica) settimana. Perciò ci rivediamo qui – scsp: salvo catastrofi sempre possibili – fra 168 ore circa che poi sarebbero 7 giorni. [db]

 

La Bottega del Barbieri

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