Il Recovery dei ricchi

di Gianluca Cicinelli

Dopo settimane di mistero sull’utilizzo dei soldi del Recovery Fund, “il Foglio” diretto da Claudio Cerasa ha messo le mani sull’introduzione al provvedimento scritta da Mario Draghi stesso. E’ un passaggio centrale per la vita economica e sociale italiana dei prossimi anni, perchè da questo dipende la ripresa o meno dell’economia italiana. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza di Draghi è da 221,5 miliardi totali, di cui 191,5 per il Recovery fund e 30 miliardi per le altre opere, stimando la crescita a 3 punti di Pil nel 2026. Secondo Draghi oltre a intervenire sui danni causati dalla pandemia sarà possibile anche affrontare debolezze strutturali dell’Italia. Tutto deciso? Draghi l’ha deciso, sono 135 le linee di investimento definite, ma non è detto che le sue opinioni siano condivise nel governo, dopo lo strappo compiuto dalla Lega in Consiglio dei Ministri, che ha portato all’astensione dei ministri di Salvini sui provvedimenti relativi alle parziali riaperture. Anche M5S, in linea con Confindustria, annuncia battaglia sul cosiddetto superbonus del 110% per le ristrutturazioni edilizie.

“Il governo intende attuare quattro importanti riforme di contesto: pubblica amministrazione, giustizia, semplificazione della legislazione e promozione della concorrenza – scrive Draghi – Il 40 per cento circa delle risorse del Piano sono destinate al Mezzogiorno”. Secondo il premier “gli investimenti previsti nel Piano porteranno inoltre a miglioramenti marcati negli indicatori che misurano la povertà, le diseguaglianze di reddito e l’inclusione di genere, e un marcato calo del tasso di disoccupazione giovanile. Il programma di riforme potrà ulteriormente accrescere questi impatti”. Tutti d’accordo? neanche per niente, perchè il punto centrale è chi sarà e come a gestire gli investimenti, la “governance” che dovrà decidere chi vive e chi muore in economia. Resta il fatto che le politiche per l’inclusione sociale vedono assegnate 5 miliardi di meno rispetto al Piano previsto dal governo Conte 2 e si punta tutto sulla formazione più che sull’incentivo alle assunzioni dirette. E preoccupa come ricaduta sociale la mancanza di fondi riservata al turismo culturale e scolastico, indice di una scelta precisa che privilegia comunque i fondi a privati.

Secondo Draghi “il governo ha predisposto uno schema di governance del Piano che prevede una struttura di coordinamento centrale presso il ministero dell’Economia. Questa struttura supervisiona l’attuazione del piano ed è responsabile dell’invio delle richieste di pagamento alla Commissione europea, invio che è subordinato al raggiungimento degli obiettivi previsti”. Ma questo schema non piace alla Lega visto che il ministero dell’Economia è in mano a Daniele Franco, ritenuto diretta emanazione di Draghi, e Salvini annuncia che intende aggiungere alcuni progetti al piano, raccogliendo “richieste dai territori”, mentre la scadenza del 30 aprile per l’invio del Piano all’Unione Europea si avvicina.

Come già avvenuto in passato per altri provvedimenti Draghi non ha alcuna intenzione di modificare il suo Piano che prevede per la digitalizzazione 42,5 miliardi, per il Green 57 miliardi, per infrastrutture 25,3, per istruzione e ricerca 31,9, per inclusione e coesione 19,1, per la salute 15,6. Due le riforme strutturali previste. Sulla giustizia entrano nel mirino i tempi eterni dei processi e gli arretrati negli uffici, e sulla Pubblica amministrazione le semplificazioni per la concessione di permessi e autorizzazioni e gli interventi sul codice degli appalti. Tra le riforme settoriali specifiche vengono indicate “nuove regole per la produzione di rinnovabili” e “interventi sul contratto di programma per le Ferrovie”. Si tratta sostanzialmente di un provvedimento che strizza l’occhio alle richieste degli imprenditori ma continua a non intervenire rispetto allo Stato Sociale se non con l’erogazione di contentini. Il premier sembra aver ceduto definitivamente allo spostamento a destra della sua maggioranza.

ciuoti

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