Il ritiro dei soldati Usa dall’Afghanistan

Truppe USA in Afghanistan (Creative Commons)

Sarà la continuazione della guerra con altri mezzi? – articoli di Enrico Campofreda,  Medea Benjamin e Nicolas J. S. Davies (ripresi dalla rete)

Afghanistan: Essi furono – Enrico Campofreda

Sarà la data del “Cinque maggio” rimasta nella memoria letteraria, oltre che in quella storica, con l’Ei fu manzoniano, ma oggi il Corriere della Sera dedica due pagine alle vittime italiane in Afghanistan, che sono, anzi erano, militari. Vittime delle “missioni di pace” Enduring Freedom (2001-2006) e Isaf (2006-2014) come le hanno chiamate i governi nazionali, appoggiando i piani del Pentagono e della Cia, poiché anche quando tutto passò sotto il marchio Nato, erano sempre quelle strutture a dirigere le azioni belliche. Per la cronaca i governi di Roma che hanno inviato truppe in missione (analisti e politologi afghani, dunque non solo i taliban, l’hanno sempre definita occupazione) furono Berlusconi II e III, Prodi II, Berlusconi IV, Monti, e per la successiva missione Resolute Support tuttora in corso, gli esecutivi Letta, Renzi, Gentiloni, Conte I e II, Draghi. Insomma tutte le formule politiche e tecniche, di centro-destra e di centro-sinistra, sono responsabili della partecipazione al fallimentare ventennio di guerra afghana nel quale anche il nostro esercito s’è infilato. Scorrendo i volti, in gran parte di giovani uomini sotto i trent’anni, e qualcuno maturo sulla cinquantina (i carabinieri Congiu e De Marco, l’agente dell’Aise Colazzo) troviamo alpini, parà, qualche lagunare, geniere, artigliere anche con precedenti esperienze, prevalentemente in Bosnia.

 

Immaginiamo che a tutti lo Stato Maggiore Italiano qualche lezioncina di geopolitica l’abbia dispensata, oltre a un meticoloso addestramento su quanto andavano a svolgere. Che per l’appartenenza ai corpi descritti e in virtù dello scenario in atto, non aveva nulla di pacifico. ‘Missione di pace’ era l’edulcorata enunciazione con cui i nostri Governi e Parlamento, e l’informazione mainstream che li supporta e li decanta, motivavano il finanziamento annuale: otto, novecento milioni di euro per un totale di 8,5 miliardi di euro (i conteggi si fermano al 2018). Questo ha pagato la comunità nazionale, accanto alle cinquantatré bare di chi vi ha preso parte. Tributo frutto più di un’omologante subordinazione politica che d’imprescindibili obblighi di adesione alla Nato, l’Italia dei partiti è stata totalmente acquiescente verso i contraddittori piani predisposti dai presidenti Usa: George W. Bush, Barack Obama, Donald Trump. E non è assolutamente vero che fosse obbligata a farlo. Nel tempo altri Paesi membri della Nato hanno ritirato le proprie adesioni da operazioni di polizia militare in giro per il mondo. L’Italia no. Senza neppure inseguire sogni di gloria o tatticismi d’altre epoche con cui si spedivano i bersaglieri in Crimea per ricevere sostegno armato ai progetti risorgimentali. Ricordare i  militari caduti è cosa dovuta, chiedersi dell’inutilità del loro sacrificio in una politica estera afona e succube d’un imperialismo mai morto, è doveroso.

 

Chi come l’artigliere Marco Callegaro prima di suicidarsi – seppure il tragico gesto è stato tacitato nonostante gli espliciti segnali: il cadavere riverso nel suo ufficio di Kabul, la testa violata da un colpo partito dalla pistola d’ordinanza – scriveva alla moglie Beatrice: “Sono dentro una cosa più grande di me”, è sicuramente vittima della politica decisa a Palazzo Chigi, alla Farnesina e ratificata a Montecitorio. Possiamo nutrire pietà per i morti, fra cui c’è il romano di fatto e di nome Alessandro Romani, un assaltatore della Task Force 45, reparto d’eccellenza agli ordini della Cia, quegli organismi che per anni hanno praticato nelle province afghane extraordinary rendition. Purtroppo conosciamo cos’erano queste azioni: s’irrompeva nelle case sospettate di ospitare combattenti, si prelevano civili, li si portavano nelle basi Nato, eseguendo interrogatori. Human Rights Watch ha in più occasioni denunciato le torture praticate su gente comune in simili interrogatori. Osservatori internazionali hanno ribadito che queste pratiche hanno ampliato considerevolmente il consenso talebano in un popolo vessato. Nel ricordare i militari italiani caduti in Afghanistan la politica nazionale dovrebbe promettere: mai più. Mai più vittime avvolte nel tricolore, mai più vittime del tricolore. Morti nostri e morti d’una scellerata politica nazionale, voluta o inconsapevole al servizio di Stati sedicenti amici.

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Gli USA raggiungono gli imperi del passato nel cimitero afghano – Medea Benjamin e Nicolas J. S. Davies

Un taxista afghano a Vancouver ci disse un decennio fa che questo giorno sarebbe arrivato. “Abbiamo sconfitto l’impero persiano nel diciottesimo secolo, quello britannico nel diciannovesimo, i sovietici nel ventesimo. Adesso, con la NATO, combattiamo ventotto paesi, ma li sconfiggeremo anch’essi” disse il taxista, sicuramente non un membro talebano, ma tranquillamente fiero delle credenziali imperocide del suo paese.

Benché Biden venga messo alla gogna per il ritiro troppo precoce, la verità è che sta violando il termine del 1° maggio per il ritiro delle truppe USA scrupolosamente negoziata con l’amministrazione Trump.

Ora, dopo quasi vent’anni di una guerra sanguinosa e futile come tutte le invasioni e occupazioni precedenti, gli ultimi 3.500 militari USA e i loro fratelli d’armi NATO se ne torneranno a casa dall’Afghanistan.

Il presidente Joe Biden ha cercato di presentare la cosa come se fossero gli USA che avevano raggiunto i propri obiettivi, assicurando alla giustizia i terroristi responsabili dell’11 settembre [2001] e che l’Afghanistan non sia usato come base per un futuro attacco agli Stati Uniti. “Abbiamo raggiunto quegli obiettivi”, ha detto Biden, “Bin Laden è morto e Al Qaeda è degradata. E’ ora di por fine alla guerra perpetua”.

Quel che Biden non ha ammesso è che gli Stati Uniti e i loro alleati, con tutti i loro soldi e relativa potenza di fuoco, sono stati incapaci di sgominare i talibani, che attualmente controllano circa la metà dell’Afghanistan e sono in posizione tale da controllarne ancor più nei prossimi mesi senza una tregua. Né Biden ha ammesso che in vent’anni gli Stati Uniti e i loro alleati non sono stati in grado di costruire un governo popolare stabile, democratico, o [almeno] un apparato militare competente nel paese.

Come l’URSS, anche gli USA se ne vanno sconfitti, con lo sperpero di innumerevoli vite di afghani, di 2,488 cittadini USA e di trilioni di dollari.

Tuttavia un ritiro USA— specialmente non basato su condizioni acquisite sul terreno — è una mossa ardita per Biden; contraria al consiglio della comunità d’intelligence UDA e dei massimi ufficiali del Pentagono, ivi compreso il capo delle Forze USA-Afghane e presidente dei generali di stato maggiore.

Biden sta finendo anche sotto attacco da parte di Repubblicani e Democratici al Congresso. Il senatore Mitch McConnell, con scaltrezza, ha aspramente criticato la decisione di Biden accusandolo di aiutare i nemici degli USA “a radunarsi nell’anniversario degli attacchi dell’11 settembre restituendogli il paese confezionato con tanto di fiocco”. La senatrice Democratica Jeanne Shaheen, membro della Commissione Rapporti Esteri, ha detto che il ritiro “mina il nostro impegno verso il popolo afghano, particolarmente le donne afghane”.

Ironicamente, Biden ha riconosciuto nel suo discorso di mercoldì [14 aprile u.s.] che l’accordo di ritiro firmato dagli stati Uniti con i talebani nel febbraio 2020 era un impegno solenne, dicendo però poi che le forze USA avrebbero iniziato il ritiro il 1° maggio completandolo il prossimo 11 settembre, che non è quanto era stato pattuito.

Appena chiarito che gli USA avrebbero trasgredito all’accordo di ritiro del 1° maggio, Mohammad Naeem, portavoce talebano in Qatar, ha emesso una dichiarazione che i talebani non avrebbero partecipato ai colloqui di pace di dieci giorni condotti dall’ONU programmati con inizio a Istanbul il 24 aprile, né a qualunque ulteriore negoziato di pace finché gli ultimi soldati stranieri non avranno lasciato l’Afghanistan.

Questa è una reversione alla posizione consolidate dei talebani di non negoziare con un governo sostenuto da forze d’occupazione straniere.

L’inviato USA Zalmay Khalilzad ha trascorso anni di vita negoziando con i talebani per giungere all’accorso di ritiro del 2020. Il segretario di stato Blinken ha fatto un passo indietro potenzialmente storico rispetto all’unilateralismo USA invitando le Nazioni Unite a guidare un nuovo processo di pace afghano. E il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov ha preparato il contorno per una tregua e una transizione pacifica di poteri riunendo in marzo a Mosca i due belligeranti afghani, dove hanno concordato di continuare i colloqui.

Rinnegando il termine del 1° maggio, il presidente Biden ha sperperato gran parte della buona volontà e fiducia faticosamente conquistate palmo a palmo da tutti quegli sforzi diplomatici. Non era impossibile rispettare il temine del 1° maggio: l’amministrazione Trump ritirava costantemente truppe; la transizione di Biden è iniziata a novembre, ed è presidente da fine gennaio.

Non è chiaro anche se gli USA continueranno la guerra fornendo forza aerea ai militari afghani e attuando operazioni nascoste. In questi vent’anni gli USA hanno sganciato più di 80.000 bombe sull’Afghanistan a ingaggiato una guerra segreta con forze speciali, operativi, CIA mercenari, e unità paramilitari. Por fine agli attacchi aerei e alle operazioni nascoste USA è vitale alla pace quanto il ritiro delle truppe.

È vero che un ritiro USA può portare a regressi nelle conquiste fatte dalle donne e ragazze afghane; che però riguardano principalmente la capitale Kabul. Due terzi delle ragazze in Afghanistan ancora non fruiscono di alcuna istruzione elementare, e le donne afgane non faranno mai progressi significativi fintanto che il loro paese resta in guerra.

La presenza militare USA e NATO ha reso impossibile una fine della violenza per vent’anni, dato che i talebani hanno chiarito da tempo che continueranno a combattere fintanto che il loro paese è sotto occupazione straniera. E fintanto che gli USA continuano a puntellare un governo debole e corrotto a Kabul, sono inevitabili instabilità e frammentazione politica.

Por fine ai combattimenti e investire una piccola frazione della spesa di guerra USA in istruzione e sanità farebbe ben di più per migliorare la vita delle donne e ragazze afghane.

L’ONU, pur con pieno sostegno e cooperazione USA, si troverà il lavoro interrotto nel convincere i talebani a riprendere i colloqui. Se l’ONU non riesce a negoziare una tregua permanente pima che si ritirino le forze d’occupazione, USA e alleati NATO se ne andranno da un paese ancora in guerra con i talebani, il governo afghano, e vari signori della guerra in competizione per il potere.

Dobbiamo sperare che nei prossimi mesi l’ONU trovi modo di riportare i belligeranti in Afghanistan ad accordarsi per una tregua e un processo di pace gestibile basato sulla condivisione del potere. Dopo i decenni di guerra e intensa sofferenza, per lo più a carico degli Stati Uniti e loro alleati, il popolo afghano ha disperato bisogno di una meritata fine di questa guerra.

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La Bottega del Barbieri

Un commento

  • Afganistan: 20 anni dopo
    di Doriana Goracci
    Prima di andare avanti: abbiate pazienza, sono dei ricordi degli ultimi venti anni e mentre scrivo ho appreso della morte di Gino Strada a 73 anni, era malato da tempo ma non al punto di non potere scrivere e l’ha fatto proprio poche ore fa, sulla “Stampa”. Il post che segue, è lungo e personale, scritto da me che non sono una giornalista, tantomeno una corrispondente, solo una pensionata che ama condividere le emozioni, le notizie a mia volta captate e scriverne.
    L’ Afghanistan questo sconosciuto. A me a scuola, sono del 1950, nessuno ne aveva mai parlato, neanche dell’ Irak o del Pakistan, sapevo però che c’era Soraya la principessa triste e lo scià in Persia, dai titoli delle riviste più o meno femminili che sbirciavo: mia madre comprava solo Annabella e poi la spediva a una sua amica emigrata con il marito in Belgio… certo non ero una cima in geografia e neanche in storia, le date non mi dicevano niente, tantopiù delle battaglie.
    Il 2001, scoprii con Genova e mia figlia di sedici anni,la politica che si fa per strada, nella vita di ogni giorno, e tante esperienze perchè avevo aperto gli occhi e il cuore, su quelle notizie che a volte non apparivano mai e a volte apparivano distorte. Dunque nel 2001, ci fu in Italia Genova e in America il crollo delle Torri, sembrava una guerra. Lo era, infinita. E invece la stessa America oggi dice che è finita, la guerra. Io che sono sempre stata contro, la guerra, dovrei esserne felice.
    Entrai a far parte nel 2002 delle Donne in Nero di Roma (molto attivamente come è mia natura prendendo anche dei travi in testa…) e scrivevo resoconti comunicati, cose che mi passavano per la testa e siccome era un movimento non un’associazione o partito, me lo consentivano, le altre donne… Era il 31 maggio 2006 quando inviai a mailing list e alle Donne in Nero il racconto in rete di Milva Pistoni a noi di Roma, dopo l’incontro organizzato con Malalai Joya, aveva 28 anni, oggi ne ha 43. E’ una donna che racconta ad altre donne, sull’ Afghanistan. “Malalai ha 28 anni, ogni notte dorme in un luogo diverso perché è continuamente minacciata di morte. Sostanzialmente lei fa questo: ogni volta che ne ha l’occasione si alza in piedi e denuncia il fatto che il Parlamento afghano è nelle mani dei signori della guerra, criminali responsabili di numerosi massacri (di cui ci ha fornito alcuni dettagli ) su cui lei chiede che sia fatta luce da un tribunale internazionale. Lei fa questo anche durante le sedute del Parlamento stesso per questo viene aggredita. Ha descritto questa situazione: L’Afghanistan ha ancora tutte le tracce delle distruzioni avvenute a partire dalla guerra civile, non c’è acqua corrente, né elettricità, le strutture sanitarie sono assolutamente insufficienti, l’87% della popolazione è analfabeta. Dopo la cacciata dei Talebani è cambiato qualcosa solo a Kabul ( una parte di Kabul) e nelle città più grandi (ne ha nominate solo un paio), non c’è in atto nessuna ricostruzione (a parte centri commerciali per stranieri e ville). Il Parlamento è composto per il 70% dai signori della guerra (Alleanza del Nord) che sono fondamentalisti esattamente come i talebani, il restante 30 % è composto da notabili che puntano alla loro personale crescita economica e quindi sono disponibili a compromessi con chiunque, anche con i riminali, poi da persone provenienti dalla società civile che sostanzialmente hanno paura di esprimersi, e infine da rappresentanti che provengono, come lei, da ong che operano nel sociale. Lei è appoggiata da tantissime persone che la aiutano in tutte le maniere possibili affinché lei possa continuare a “dire la verità”Gran parte dei progetti della cooperazione internazionale ha riguardato corsi di computer e inglese, cosa che in un Paese con quella percentuale di analfabetismo e senza elettricità non ha dato i frutti sperati. Sono fiorite una quantità incredibile di ong afghane, perché questo è il modo in cui gli afghani che hanno un minimo di cultura hanno potuto accedere ai finanziamenti, ma sono organismi che sostanzialmente sono serviti solo a drenare soldi, i progetti spesso erano inconsistenti, e soprattutto non sono arrivati nelle zone rurali, dove vive gran parte della popolazione. Ci sarebbe bisogno di investimenti massicci in sanità e istruzione nelle zone rurali ma nessuno se ne occupa, i cooperanti non ci vanno. Chiaramente lei loda sia l’operato di Alberto Cairo ( croce rossa) che quello di Emergency, solo che è troppo poco rispetto ai bisogni. L’economia afghana non esiste, il paese si regge sui traffici illegali, armi e coltivazione del papavero da oppio, da qui la forza dei signori della guerra che controllano totalmente il territorio, i finanziamenti internazionali sono gestiti in maniera clientelare, il grosso della popolazione ha un’economia di sussistenza che si basa su allevamento e agricoltura, ma in condizioni peggiori del nostro medioevo. (vi risparmio la condizione delle donne, ma ve lo immaginate) tutti i progetti fatti, anche quelli andati in porto sono gocce nel mare di sabbia, non essendoci un sistema economico sano e in movimento ma soprattutto rapina e corruzione è difficile portare avanti delle imprese. La situazione dei profughi che sono stati fatti rientrare in Afghanistan è disastrosa. I Talebani stanno tornando, e fanno leva sull’antiamericanismo che è in aumento, soprattutto dopo che la popolazione ha constatato il fatto che i criminali di guerra dominano le istituzioni “democratiche” col favore degli americani . Le forze militari internazionali non solo non intervengono per niente anche nelle situazioni di evidente spregio dei diritti umani, ma mantengono un ordine che è gestito dai criminali. Se gli statunitensi se ne andassero per loro non cambierebbe nulla. Non sa dire nulla delle forze armate di altra nazionalità ( incluse le nostre) perché sono comunque identificate con gli americani. Ha detto molte altre cose, anche sull’idea di democrazia. Ha sorriso un paio di volte per le nostre domande, ( quando lo fa le brillano gli occhi ) ha detto che le donne hanno bisogno di tutto ma soprattutto di sostegno morale, di sapere che è possibile vivere in modo diverso, ci ha raccontato il modo pratico in cui lei stessa riceve sostegno, ha lodato le donne della Rawa che portano avanti in condizioni difficilissime dei progetti per la sanità e l’istruzione delle donne (arrivare a pensare se stesse come portatrici di diritti da far valere cambia radicalmente la vita delle donne). Che altro dirvi? Si, vi dico che Laura Quagliolo (Donne in nero di Milano) Simona Cataldi e le nostre Gabriella e Carla hanno organizzato tutto in un lampo e sono state fantastiche. A presto Milva”.
    Agosto 2008, quando ancora scrivevo cronaca estera per Megachip, riportavo “Afghanistan: 76 civili, tra cui 19 donne e 50 bambini sotto i 15 anni, uccisi da un bombardamento della coalizione Nato; si aggiungono 10 civili (un neonato, 4 bambini, 5 donne, di cui una incinta) ricoverati nell’ospedale di Emergency, nel sud Afghanistan, feriti dalle schegge dei razzi caduti sulla loro casa durante una festa di matrimonio. Frattini: “L’Italia conferma il suo impegno, la lotta al terrorismo ha ancora bisogno della comunità internazionale e “solidarietà” ai 3 militari italiani feriti in Afghanistan che “ci stanno facendo onore, stanno portando la bandiera italiana come bandiera di pace contro il terrorismo e l’instabilità”. C’ è un video sottotitolato in italiano, che racconta “L`IMPEGNO DELL’ITALIA NELLA MISSIONE IN AFGHANISTAN” del Ministero della Difesa, girato nel giugno 2018: I commenti sono disabilitati per questo video.
    Poi il 18 settembre 2009, uno stralcio:…
    Mai fuori? Dall’Afghanistan, dalla Guerra, con la Nostra Storia…? Fuori rimangono i muli, gli asinelli, le capre come quelle bestie che portavano le schede elettorali per l’Afghanistan. Sono ostinati è vero i muli, resistenti sotto le vergate di un padrone ma non nascono così, naturalmente silenziosi e muti a prendersi i colpi. Stiamo guardando di tutto da anni lì, in Afghanistan, dove ci hanno detto portiamo la pace e la democrazia e da anni siamo usciti da casa a cifre variabili, di sabato domenica e giorni feriali, a fare presidi e manifestazioni contro la guerra, seminari e convegni, a dare volantini davanti alle scuole e alle chiese, così tanto per boicottare. il Nostro Paese, diventato il secondo nel mondo nella vendita di armi.
    Ci dispiace…
    da certi giovani afghani 5 maggio 2011:
    …Le domande rivolte agli afgani hanno riguardato in particolare le giustificazioni date dai governi dei paesi NATO per la loro presenza in Afghanistan, tra cui aiutare gli afghani e stabilizzare il paese, migliorare la situazione delle donne e sconfiggere i talebani, nonché i progressi vantati da Stati Uniti e NATO. I giovani afghani hanno ricordato che a seguito di quasi 10 anni di guerra e miliardi spesi, a dicembre la Croce Rossa Internazionale ha dichiarato in una rara conferenza stampa che la situazione in Afghanistan è la peggiore degli ultimi 30 anni. Il proseguimento della guerra e le politiche della NATO hanno portato all’aumento di gruppi armati e ad un rapido deterioramento della sicurezza per la stragrande maggioranza degli afghani, come riportato anche nella relazione di novembre di 29 ONG impegnate in Afghanistan. Per quanto riguarda le donne in Afghanistan, citando dati del ministero afghano per la salute, i ragazzi afghani hanno ricordato che solo nel 2010 sono 2300 le donne e le ragazze che si sono tolte la vita, e tra le principali cause la povertà, la continua violenza e la guerra.
    Un intervento dal nord Italia, alla presenza di rifiugiati afgani, ha evidenziato la difficile situazione dei richiedenti asilo politico in Italia e in altri paesi europei dopo essere stati costretti a lasciare il proprio paese, un altro doloroso aspetto della guerra e un’altra violenza subita dalla popolazione afghana.
    Era il 18 novembre del 2013 quando scrissi:
    “…Ho letto ora sull’ Ansa che un gruppo di bambini che giocava nella provincia di Paktika (Afghanistan sud-orientale) ha urtato oggi accidentalmente una mina che è esplosa causando sette morti. Saranno volati chissà dove, come palloncini… aquiloni, non sappiamo nulla, neanche il nome e l’età, non sappiamo nulla di quello che avviene: “I bambini in Afghanistan lavorano. Anche quando giocano si portano dietro i fratelli più piccoli. Accudiscono il bestiame e lo portano al pascolo. Portano a casa il pane, l’acqua ed aiutano in casa. Raccolgono metalli da vendere. Vendono frutta, pane, uova, giornali ecc. al mercato ed aiutano la magra economia della famiglia. I bambini vanno a scuola orgogliosamente.I bambini afghani giocano con qualunque cosa e con gli aquiloni sognano di volare.
    “In Afghanistan la missione di pace in guerra, è cominciata il 7 ottobre 2001 ed è ancora in corso. Enduring Freedom dovrebbe finire nel 2014, un secolo dopo l’inizio della prima Guerra Mondiale. “Dateci penne oppure i terroristi metteranno in mano alla mia generazione le armi”: la frase è di Malala Yousufzai.”
    Riportai le donne di Rawa a dicembre 2016:
    “..Erano cinque donne, dipendenti di una compagnia privata che effettua le ispezioni di sicurezza sui bagagli e sulle passeggere nell’aereoporto internazionale, erano colleghe che avevano gia’ denunciato, in passato, le minacce subite da criminali maschi che non approvavano il loro lavoro: sono state uccise, con l’autista, mentre erano sul piccolo mezzo che le portava all’aereoporto di Kandahar. Sono scappati i vigliacchi con le moto dopo essersi accertati che erano morte tutte.
    “L’ufficio del procuratore generale afghano ha registrato piu’ di 3.700 casi di violenza contro le donne nei primi otto mesi del 2016, con 5.000 casi registrati in tutto l’anno precedentOggi riporto solo questa tristissima notizia, che purtroppo sta a testimoniare di come la violenza ha continuato a camminare e come le donne riescono ciononostante a lottare per il loro diritto, di lavoro e vita. E dire che l’Islam talebano vietava alle bambine di andare a scuola e alle donne di lavorare dal 1996 al 2001 e che non sono piu’ gli anni in cui “Barbara Bush pensava che il burqa fosse un piatto della cucina araba”.
    Maggio 2019: «Mi hanno insultato, ricoperto di fango. E ora vogliono uccidermi. Ma io non mi fermo» e invece in un sabato mattina di maggio, alle 7.20, le hanno sparato sulla porta di casa a Mena Mangal, a Kabul.Non so quanti anni avesse ma era giovane e molto bella, lei Mena Mangal, in alcuni siti Meena Mangal, era giornalista e attivista per i diritti umani, data in sposa nel 2017. Battendosi per i diritti di tutte le donne in Afghnistan, e per i suoi stessi diritti, all’inizio di maggio aveva finalmente ottenuto il divorzio. Sperava di migliorare le possibilità di istruzione e informazione per i giovani, impegnata per la Wolesi Jirga- la Camera bassa del Parlamento- aveva lavorato anche per tv private.Dunque dolore e rabbia da parte di attivisti per i diritti delle donne, contro le autorità che l’avevano lasciata indifesa di fronte alle minacce…
    Il 18 gennaio 2021, scrivo l’ultimo post per l’ Afghanistan:
    …Non conosco il nome delle due donne, che facevano il giudice a Kabul e che sono diventate subito due salme avvolte in teli bianchi, portati via…Erano andate al lavoro: degli operai hanno lavato la strada dal sangue versato copiosamente a terra.
    Mi ripeto oggi una volta ancora e lo ripeto a chi mi legge e lo riscrivo: Fuori la guerra dalla storia, quella storia che ci raccontavano a scuola e non mi è mai piaciuta.
    Ricordate cosa diceva Gino Strada, fino alla fine…”
    “Quello che faccio, e che ho sempre fatto, è una sola ed è molto semplice: curare le persone…se gli afghani hanno bisogno di ospedali, perché mandargli carri armati?” Caro Gino, il popolo, quello che è nella storia e fuori dalla guerra, non ti piange, sa che tu sei deciso e sorridi…i bambini e gli anziani hanno necessità di sapere che dobbiamo stare fuori dalla guerra, e vicino a chi vuole la vita.Tu continua a proteggerci, penso che hai raggiunto Teresa Sarti, la tua compagna, per sempre.
    Doriana Goracci
    https://www.youtube.com/watch?v=NaU-4jY8sgo
    https://www.lastampa.it/topnews/lettere-e-idee/2021/08/13/news/cosi-ho-visto-morire-kabul-1.40594569
    http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=&cmd=v&lev=91&id=9529
    https://www.ildialogo.org/donna/malalaijoya31052006.htm
    https://www.agoravox.it/Afghanistan-Pastorelli-Bambini-e.html
    https://www.agoravox.it/Afghanistan-Pastorelli-Bambini-e.html
    https://archivio.politicamentecorretto.com/2010/04/16/sabato-17-aprile-a-roma-scapicollatevi-a-san-giovanni/
    https://www.agoravox.it/Due-donne-mentre-andavano-al.html
    https://www.osservatorioafghanistan.org/articoli-2019/2254-mena-mangal,-giornalista,-una-mattina-sulla-porta-di-casa-a-kabul.html
    https://archivio.politicamentecorretto.com/2011/01/05/ci-dispiace-da-certi-giovani-afghani/
    https://www.agoravox.it/Votare-in-Afghanistan-con-l-aiuto.html

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