Il salone di Hoda: spiando ed espiando in Palestina

di Aldo Nicosia

Quel che resta della Palestina somiglia sempre più al corpo di un santo trafitto da chiodi, dalla testa ai piedi. L’altissimo muro divisorio che Israele vi ha costruito intorno la martirizza insieme ai suoi abitanti che si dimenano tra le ferite inferte dalla più lunga occupazione dell’era contemporanea. A soffrire maggiormente sono le donne palestinesi, strette tra quel muro, da un lato, e pareti di case infelici, dall’altro. Le protagoniste de Il salone di Hoda (2021) si muovono verso destini incerti che non promettono nulla di buono: sono madri che sacrificano le loro vite per i figli, anch’essi sospesi tra una resistenza sempre più impegnativa e la chimera di vivere una normalità che li renda simili agli altri popoli della terra.

Hany Abu As’ad disegna un quadro abbastanza fosco di un presente della West Bank, attraverso una giovane famiglia palestinese:Yusuf, gelosissimo e insicuro, la moglie Rim e la loro neonata Lina. La “normalità” di Rim viene stravolta entrando nel salone di Hoda. La parrucchiera in realtà è una spia assoldata da Israele per creare una rete capillare di collaborazioniste. Qui il regista, dopo aver ben sviscerato il tema coi capolavori Paradise Now e Omar, si ispira a una delle tante storie reali di ricatto subìto da donne narcotizzate dentro i saloni di bellezza, spogliate nude e fotografate insieme a uomini. Rispetto ai due film citati, stavolta le vittime (e carnefici) sono solo donne. L’inferno vissuto da Rim, a partire dal momento in cui esce dal salone è raccontato con scene spesso concitate di un incubo che è purtroppo realtà. Una struggente musica fuori campo sottolinea l’angoscia di Rim, amplificata dai frequenti pianti di Lina e dall’incomunicabilità col marito. Il suo è un matrimonio esasperato dal carattere infantile di lui e dalle sue caustiche battute. Non a caso, Hoda la sceglie come vittima del ricatto: un sottile gioco di specchi si instaura tra le due donne, sottolineato anche dal montaggio della seconda parte del film.

Hoda viene subito arrestata da un commando della resistenza palestinese e il suo complice bruciato vivo. Da qui in poi il dramma della parrucchiera corre parallelo a quello di Rim, paralizzata da una doppia paura: di essere esposta al pubblico ludibrio, se non cede al ricatto, e di essere presa di mira dalle squadre della resistenza palestinese. Medita di fuggire in Giordania con la figlioletta ma l’impresa non è facile, senza l’intervento dei servizi segreti israeliani. Le scene che vedono l’interrogatorio di Hoda col capo della resistenza, in un ambiente che sa di tetra prigione sotterranea, quasi una oubliette che attanaglia la società palestinese, si alternano con quelle della spasmodica e disperata corsa alla salvezza da parte di Rim: contatta il gancio della cellula di spie per farsi aiutare, ma il marito, dopo aver saputo della trappola in cui è caduta la moglie, le volta le spalle, portandole via la figlioletta.

In uno stile quasi teatrale, attraverso il lungo interrogatorio, sorta di processo sommario prima della condanna, il regista scava nella storia di Hoda e riesce addirittura a renderla simpatica allo spettatore: fa la spia (e recluta spie) per …espiare la colpa del suo tradimento nei confronti di un insopportabile marito. Ecco come Israele si insinua nelle fibre molli della società palestinese, sfruttandone anche i valori tradizionali di onore e le crisi dei rapporti di coppia.

Il film appare come un forte grido di denuncia del maschilismo della società palestinese (foraggiato anche da molte donne). Una società che “fa del male a sè stessa” come dice Hoda la quale riflette, dopo aver subìto le strigliate moralistiche e patriottiche del suo carceriere: “Chi sono i nemici? Tutti sono nemici “.

Nell’arena culturale araba Il salone di Hoda sta già facendo discutere per le scene di nudo di Rim narcotizzata, ma forse dà più fastidio perché riesce a mettere a nudo le debolezze di certa resistenza giustizialista che si vuole anche paladina della morale, avallando il potere maschilista sulle mogli. Mentre Hoda è disposta a espiare e pagare con la vita la sua (obbligata) condotta da collaborazionista, convinta di farlo anche per il bene delle donne, il capo della resistenza ha il coraggio di confessarsi davanti a lei: ha abbracciato la resistenza perché ha qualcosa di pesante da espiare, da farsi perdonare.

Riuscirà a capire che le immagini dell’innocente Rim e di Hoda si specchiano a vicenda?

 

Redazione
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