In attesa dello sciopero dei riders del 26 marzo

ne scrivono Lorenzo Cini, Riccardo Emilio Chesta e Cristina Maccarrone, vignetta di Mauro Biani

I riders in sciopero e il caporalato digitale – Lorenzo Cini, Riccardo Emilio Chesta

Caporalato digitale, sistema schiavistico: così descrivono i magistrati di Milano la situazione dei lavoratori del food-delivery. I quali hanno deciso uno sciopero nazionale per venerdì 26 marzo chiedono alla clientela di non utilizzare le app in solidarietà alla loro lotta per diritti e paghe adeguate.

Da tempo i giornali e le ricerche svolte a livello internazionale si erano occupate delle precarie condizioni di lavoro dei fattorini delle piattaforme di food-delivery, ma i termini dell’indagine avviata dalla procura di Milano a fine febbraio 2021 sono ancor più netti. “Sistema schiavistico” e “caporalato digitale” sono infatti le parole usate dal procuratore capo milanese Francesco Greco per descrivere quello che è stato definito un “deliverygate”.

Il caporalato non è un fenomeno lontano nel tempo e nello spazio, e per osservarne le implicazioni sul mondo del lavoro non è necessario rispolverare film come Riso Amaro, classico del neorealismo diretto dal maestro De Santis nel 1949, film che metteva già a nudo molte dinamiche che la storia purtroppo ripete, anche e soprattutto nell’epoca del capitalismo digitale, dove la più nuova delle tecnologie rispolvera le più antiche forme di sfruttamento.

Il caporalato è fenomeno ben più vicino e contemporaneo. Riguarda tanto le condizioni dei braccianti che in diverse regioni d’Italia raccolgono quella frutta e verdura che comodamente troviamo sugli scaffali delle grandi catene di supermercati. E riguarda le condizioni di precari e migranti che consegnano cibo e spesa che ordiniamo tramite le piattaforme digitali. Il caporalato è in fondo una tendenza costante di un capitalismo deregolamentato che, in barba ai diritti, spadroneggia proprio grazie alle nuove tecnologie digitali e alle nuove modalità dell’economia su piattaforma.

È questo il lato più oscuro di una innovazione tecnologica che, senza mediazioni istituzionali e legali, corrode il mondo del lavoro e la società. Una innovazione puramente di facciata, dove dietro il brand e la retorica del e-commerce si nascondono modelli organizzativi e di impiego feudali, dove ritornano vecchie forme di taylorismo che pensavamo appartenere a stadi antecedenti al fordismo, che esasperano l’individualizzazione, il lavoro a cottimo, forme di sorveglianza e di controllo lesive dei diritti fondamentali.

Già il Tribunale di Milano nel maggio 2020 aveva previsto il commissariamento di alcune piattaforme di food-delivery per “caporalato digitale”, ma le dimensioni della maxi-indagine della settimana scorsa svelano un vero e proprio deliverygate, dove il “sistema schiavistico” di cui le piattaforme di food-delivery sarebbero responsabili riguarda circa 60 mila rapporti di lavoro. L’inchiesta prevede 730 milioni di euro di multe e coinvolge amministratori delegati, rappresentanti e delegati per la sicurezza di società-chiave nel settore come Uber EatsGlovo-FoodinhoJustEat e Deliveroo. Che il campo delle consegne a domicilio fosse un terreno piuttosto critico lo mostravano anzitempo le innumerevoli mobilitazioni di ciclofattorini che già dal 2016 invadevano i social network e le piazze da New York a Hong Kong passando per le nostre Torino, Bologna e Milano.

Il terreno del food-delivery è stato sicuramente quello centrale nella ridefinizione anche simbolica delle contraddizioni del capitalismo delle piattaforme e il livello delle mobilitazioni dei lavoratori è andato crescendo nel tempo, aumentando la generalità dei propri contenuti di rivendicazione e delle forme di organizzazione.

La costituzione dell’assemblea europea dei ciclofattorini nell’ottobre del 2018 a Bruxelles aveva già anticipato molte delle questioni che sono emerse anche dall’indagine del Tribunale di Milano, come la subordinazione contrattuale contro il lavoro occasionale o a chiamata, il diritto all’assicurazione contro gli infortuni e il bisogno di legare la questione a un discorso più generale, quello del rapporto tra le piattaforme e la proprietà dei dati. Tema, quest’ultimo, al cuore del capitalismo digitale, e che ci riguarda tutti, vista la pervasività della connettività che va ben oltre le nostre identità parziali come cittadini, lavoratori, consumatori, utenti.

La governance delle piattaforme digitali, la regolamentazione delle loro tecnologie di rilevazione ed estrazione dei dati sono oggetto di dibattito politico nelle grandi metropoli globali e questo dibattito non può limitarsi a retoriche sulle smart city, sull’ineluttabilità del mondo che cambia o su vaghe equazioni che legano direttamente la tecnologia ad un mai ben definito progresso.

Lavoratori, sindacati, istituzioni, cittadini giocano un ruolo fondamentale nel creare quel contratto sociale che limiti tendenze di oligopolio o monopolio in un capitalismo digitale che sta diventando centrale nei processi di accumulazione attuale, e in particolar modo in una congiuntura pandemica che ha visto la definitiva ascesa, tra gli altri, di colossi come AmazonAlibabaFacebook.

Prima degli attuali procedimenti giudiziari, le problematiche specifiche dei lavoratori delle piattaforme del food-delivery erano emerse in un ciclo di mobilitazioni a livello globale a cui il caso italiano ha contribuito con esperienze specifiche e significative di rinnovo dell’azione collettiva sindacale. Le piattaforme digitali e le loro dinamiche perverse di gestione e controllo della forza lavoro si possono contrastare, se i lavoratori si organizzano collettivamente. Le mobilitazioni dei ciclofattorini italiani, promosse dalla rete nazionale Rider X i Diritti – sigla che raccoglie sia esperienze di sindacato informale metropolitano che sindacati confederali – in opposizione al contratto “capestro”, firmato tra e da Assodelivery e UGL nell’autunno del 2020, stanno dimostrando proprio questa nuova capacità di incidere in un mondo del lavoro dai contorni finora sfuggenti.

I ciclofattorini italiani contestano in toto il contratto e rivendicano diritti per tutte/i le/i lavoratrici/ori. Queste le loro richieste: no al cottimo e alle prestazioni occasionali, un monte-ore garantito con paghe orarie agganciate a un contratto collettivo nazionale (che può essere individuato in quello della logistica o del commercio) e il riconoscimento dei diritti dei lavoratori subordinati (come tredicesima, Tfr, congedo di maternità/paternità, ferie e malattia). C’è la volontà di portare avanti una controffensiva a livello nazionale in maniera coordinata nei prossimi mesi.

La settimana scorsa, in data 25 febbraio, si è tenuta la prima assemblea nazionale dei ciclofattorini, promossa da Rider X i Diritti, in modalità telematica, per discutere lo stato delle negoziazioni in corso con le piattaforme del food-delivery, gli effetti dell’accordo UGL-Assodelivery sul settore e il successivo taglio generalizzato delle tariffe. Inoltre si è imposta l’esigenza di rafforzare la rete nazionale con l’idea di coordinare tutte le realtà locali allo scopo di lanciare una campagna di mobilitazione nazionale per incidere sul piano politico generale.

L’assemblea del 25 febbraio – che ha avuto una straordinaria partecipazione di lavoratrici e lavoratori da 32 città, connesse da Nord a Sud, e la copertura totale di tutte le piattaforme del settore – ha proclamato una giornata di mobilitazione nazionale per venerdì 26 marzo 2021. L’assemblea ha invitato tutte e tutti i lavoratori e le lavoratrici ad incrociare le braccia quel giorno nelle forme e nelle modalità in cui ogni territorio deciderà di partecipare, sollecitando inoltre la clientela delle app a non usufruire del servizio in quella data, in solidarietà alla lotta. L’obiettivo di questa campagna di mobilitazione è articolato e ambizioso, come hanno sottolineato diversi interventi di lavoratori e infine nell’intervento conclusivo di Tommaso Falchi di Riders Union Bologna.

Da un lato c’è la volontà di allargare il fronte delle lotte e soprattutto dell’organizzazione collettiva anche alle piccole e medie città italiane e ai territori più disparati, dove ancora non ci sono state esperienze di mobilitazione. Dall’altro c’è l’obiettivo più ambizioso di coordinare un piano di mobilitazione a livello generale per “sferrare un attacco politico alle piattaforme”.

La convinzione, ribadita da molti interventi, è che il momento di pandemia che viviamo sia propizio. Nessuno infatti può più ignorare la crescita di questo strano esercito colorato nelle strade deserte delle città in questi mesi di lockdown pandemico. I ciclofattorini sono stati e sono tutt’ora lavoratori essenziali per le nostre vite sospese, al pari di altre categorie di lavoratori della “riproduzione sociale”, a cui devono spettare tutti i diritti e le tutele piene della subordinazione.

C’è da ricordare che in questi anni le lotte dei lavoratori delle piattaforme di food-delivery hanno acquisito un significato politico più ampio, che va ben oltre la loro categoria, simboleggiando la reazione politica di una nuova generazione di lavoratori precari e sfruttati, che si oppone alle politiche del lavoro del neoliberismo, anche nella sua fase di crisi. È su questa direzione che si vogliono muovere anche i ciclofattorini italiani che, con questa campagna di mobilitazione nazionale, puntano a promuovere alleanze e coalizioni sociali con altre categorie di lavoratori essenziali parimenti sfruttate. Insomma, come è stato sempre detto e ribadito in tutte le iniziative politiche di questi mesi, la battaglia che questi lavoratori stanno combattendo “non è per noi ma per tutti”, e per questo motivo cercano di attivare processi di solidarietà con altri lavoratori coinvolgendoli nella partecipazione e nella lotta.

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Riders e caporalato digitale: fenomeno endemico che esiste da anni. Continua la lotta per i diritti, avere un contratto e lavorare in sicurezza – Cristina Maccarrone

Ne abbiamo parlato con Angelo Junior Avelli di Deliverance Milano perché oltre alla vicenda Uber Eats e al suo commissariamento, c’è molto di più. Tra lo sciopero #iononcosegnoalpiano, la mancanza di dispositivi di sicurezza per l’emergenza e la necessità di lavorare, quella dei riders continua a essere una vicenda complessa.

Sono stati definiti tra gli eroi di questa pandemia perché è anche grazie a loro che una parte dell’economia non si è fermata, in particolare quella legata alle consegne del cibo a domicilio. Ma loro lottano ancora per ottenere in primo luogo un contratto degno di tal nome, poter lavorare nel modo più lecito possibile, in sicurezza e senza orari estenuanti. Parliamo dei riders, conosciuti anche come ciclofattorini che di recente sono tornati agli onori della cronaca per la vicenda che riguarda UberEats e l’intermediazione illecita di lavoro, conosciuta anche come caporalato digitale, a seguito del commissariamento del Tribunale di Milano e le indagini che sono state portate avanti con interviste a oltre 1000 rider.

Il caporalato digitale delle consegne a domicilio. E già perché tra consegne di sushi e pizza a domicilio, anche in questo “mondo” succederebbe quello che succede nelle campagne, ossia che i riders non si trovino direttamente a lavorare con le varie società di food delivery, ma che, in particolare per migranti, rifugiati di guerra, persone prive di permesso di soggiorno (ma non solo per loro) ci siano degli intermediari che facciano appunto da tramite, in modo illegale, tra le aziende che offrono il servizio e i lavoratori, quando il tutto andrebbe gestito in maniera diretta.

Un fenomeno endemico che riguarda tutti. Al momento, l’indagine, condotta dal nucleo di polizia economica finanziaria della GDF riguarda Uber Eats, ma “tutto ciò non esiste solo da adesso. Da anni noi di Deliverance Milano abbiamo denunciato le irregolarità e possiamo dire che si tratta di un fenomeno endemico che riguarda tutte le compagnie del settore”. A parlare è Angelo Junior Avelli di Deliverance Milano, collettivo autonomo di fattorini e sindacato sociale autorganizzato che incontriamo in un bar di Milano.

Diversi tipi di caporalato. “Ma bisogna fare delle precisazioni e capire che ci sono diversi tipi di caporalato e che, accanto a questi si può parlare anche di mutualismo. Comincio proprio da quest’ultimo: capita spesso che ci siano più riders che lavorano con lo stesso account. Succede per esempio tra persone che hanno un vincolo parentale o magari tra due immigrati, di cui uno è in regola e l’altro no, o magari uno dei due è dovuto tornare al paese di origine e l’altro continua a utilizzare il suo account. Si tratta di persone”, spiega Avelli “costrette a lavorare e che si organizzano in questo modo. Tornando invece al caporalato c’è quello legato a società di intermediazione come il caso delle due società prese in considerazione nella vicenda Uber Eats, ma anche quello legato direttamente a una persona, a chi, cioè, ha in gestione un account e assegna il lavoro ad altre persone (quello che in agricoltura sarebbe chiamato caporale, ndr) Non c’è dietro una società ma il fenomeno è praticamente lo stesso. Ci sono addirittura acquisti di account. Non saprei dire a quanto vengono venduti, ma il fenomeno c’è anche perché la forza lavoro si è ampliata notevolmente in questi anni. La vicenda di Uber Eats ovviamente fa scalpore per le minacce, il tipo di paga e tutto, ma di fatto resta il problema numero uno per i riders ossia la mancanza di un contratto”.

Si lavora per 4-5 euro lordi l’ora ma dipende dalle consegne. Per chi non sapesse come funziona il fenomeno del delivery e delle varie aziende che consegnano a domicilio tramite i rider, viene tutto gestito tramite un’app (si parla infatti di app economy) e i vari lavoratori, che lavorano con partita IVA o con prestazione occasionale, si collegano via smartphone e danno la loro disponibilità per portare avanti una o più consegne in una o più fasce orarie con mezzi propri come la bicicletta. Il pagamento di un rider è sostanzialmente all’ora, in genere “sui 4-5 euro lordi” spiega Angelo “ma molto dipende da quante consegne si fanno all’ora. In genere non più di 2, solo nei casi di maggiore richiesta, tipo ora di pranzo o cena si può arrivare a 3 ma ovviamente è molto difficile. Tra i vari delivery quello che paga un po’ meglio c’è Just Eat, arrivando fino a 7 euro lordi”.

Sanatoria vera per i migranti. Tornando al tema del caporalato digitale per cui c’era un’indagine già da tempo, la soluzione che propone RiderXiDiritti – la rete nazionale che raccoglie i rider – è quello di una sanatoria per i migranti. “Che sia però reale”, precisa Angelo “e non di sei mesi com’è stato appena previsto nel mondo dell’agricoltura anche perché quello che viene fuori da tutta questa vicenda è una cosa importante: non si risolve la situazione guardando il singolo fenomeno, ma trovando una soluzione che sia giuridica. Non bisogna togliere il diritto alla persona di accedere al lavoro, ma bisogna regolamentare tutto”.

Cosa dice AssoDelivery. Sul tema abbiamo provato a contattare anche Assodelivery, l’associazione dell’industria del food delivery italiana di cui fanno parte Deliveroo, Glovo, Just Eat, SocialFood e Uber Eats che ci ha così risposto dicendo di avere appreso la notizia dalla stampa: “Il caporalato è un fenomeno di illegalità che AssoDelivery intende contrastare in ogni modo. L’associazione adotta una politica di tolleranza zero nei confronti della criminalità, contro la quale intende sostenere ogni iniziativa utile e provvedimento necessario per contrastarla. L’associazione prende inoltre atto delle informazioni circolate e riportate dalla stampa, che descrivono un quadro preoccupante. AssoDelivery ha convocato un consiglio direttivo nel quale, dopo ampia discussione, Uber ha proposto la sua temporanea sospensione dal direttivo dell’associazione, in attesa che gli sviluppi dell’inchiesta, e relative indagini, possano fare chiarezza. Le imprese aderenti ad AssoDelivery hanno ringraziato Uber per il senso di responsabilità dimostrato e hanno accolto la proposta di sospensione”.

Mancanza di sicurezza durante l’emergenza Covid-19. La vicenda riders a ogni modo continua a essere travagliata al di là degli ultimi risvolti: nel novembre 2019 è stato approvato un decreto legge, poi convertito in legge, ma di fatto perché entri a pieno regime bisogna aspettare novembre 2020. Inoltre, al di là del caporalato digitale, i problemi sono diversi. Uno tra tutti riguarda per esempio la sicurezza. I cosiddetti “eroi digitali” durante la fase acuta dell’emergenza si sono trovati senza i cosiddetti DPI, ossia i dispositivi di protezione individuale: “Sono arrivati 2 mesi dopo e prima ognuno ha dovuto provvedere da sé perché le piattaforme digitali in tal senso hanno fatto poco e anche adesso quello che forniscono è a discrezione loro”. Il weekend scorso i rider di RiderXiDiritti hanno organizzato uno sciopero in contemporanea che ha coinvolto contemporaneamente una quindicina di città, da Messina a Udine, da Lecce a Brescia, passando per Milano, Roma, Firenze, Palermo ecc…

Sciopero per la sicurezza e per il CCNL. Lo sciopero chiamato #iononconsegnoalpiano (con i riders che invitano i clienti a scendere per ritirare la merce) “ha avuto l’obiettivo di coinvolgere le persone e porre l’attenzione sulla questione della salute e sicurezza di noi rider, denunciando la mancata distribuzione dei dispositivi di protezione individuale da parte delle piattaforme così come di legittimare una buona pratica come quella del rifiuto della consegna al piano con la sua generalizzazione, in quanto l’emergenza sanitaria non è finita e nessun lavoratore deve essere ricattato da clienti poco consapevoli o colpito da un feedback negativo che ne comprometterebbe le statistiche e la possibilità di lavorare la settimana dopo” si legge sul profilo Facebook di Deliverance Milano. “Inoltre” aggiunge Avelli, “volevamo allargare la rete nazionale e ci siamo riusciti. Un altro passo verso la direzione verso cui vogliamo andare:  ottenere la regolamentazione del settore attraverso l’applicazione di un Contratto Collettivo Nazionale, che rientri o nel settore GDO – cioè grande distribuzione organizzata – o trasporti e logistica e il riconoscimento di tutti i nostri diritti. Non un contratto ad hoc per i rider, ma far parte appunto di un collettivo e rivendicare i nostri diritti insieme a tutti coloro che fanno parte di quelle categorie. Non siamo e non vogliamo essere una corporazione”.

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