Industria

A proposito dei 1.400 lavoratori messi in cassa integrazione da Arcelor Mittal a Taranto

di Franco Astengo

 

Nelle pieghe della notizia riguardante i 1.400 lavoratori messi in cassa integrazione da Arcelor Mittal a Taranto questa appare essere il punto all’ordine del giorno:

Crisi industriali: tagli all’orario e chiusure, in fumo 272 milioni di reddito : I dipendenti a rischio sono oltre 300 mila se si conta anche l’indotto. Pochi effetti dal decreto Dignità e dalle norme contro chi delocalizza” .

Ancora una volta è il tema dell’industria quello che sale alla ribalta.

La questione industriale (in tutti i suoi complessi risvolti, compreso il tema ambientale) ha rappresentato il vero nodo del mancato sviluppo italiano e della precaria situazione nella quale si trova la nostra economia .

In questo caso si corre il rischio di semplificare ma è il  caso comunque di indicare priorità nelle cause, a partire dall’operazione smantellamento delle Partecipazioni Statali e scioglimento dell’ IRI negli anni’80.

Le poche aziende (FinmeccanicaFincantieriFintecnaAlitalia e RAI) rimaste in mano all’IRI furono trasferite sotto il diretto controllo del Tesoro. Nonostante alcune proposte di mantenerlo in vita, trasformandolo in una non meglio precisata “agenzia per lo sviluppo”, il 27 giugno 2000 l’IRI fu messo in liquidazione e nel 2002 fu incorporato in Fintecna, scomparendo definitivamente. Prima di essere incorporato dalla sua controllata ha però pagato un assegno al Ministero del Tesoro di oltre 5000 miliardi di lire, naturalmente dopo aver saldato ogni suo debito.

Nel 1990 (queste le responsabilità politiche vere del pentapartito,ben oltre la stessa Tangentopoli) i Paesi europei erano tutti in condizione di debolezza e tutti, tranne Portogallo, Grecia, e Italia, hanno modificato le proprie capacità tecnico-scientifiche diffuse, al fine di agganciare il mercato internazionale.

Non a caso i Paesi europei hanno una dotazione tecnologica, costruita anche grazie al supporto e all’intervento diretto del settore pubblico, che permetterà di guardare al proprio futuro in modo più consapevole, mentre l’Italia dovrà importare l’innovazione da altri e rinunciare anche allo sviluppo di segmenti alti del mercato del lavoro, rinunciando alla siderurgia. all’informatica, all’elettronica, alla chimica, addirittura all’agroalimentare.

Questo del gap tecnologico è il  vero disastro italiano perpetrato da un ceto politico, economico, industriale alternatosi in varie forme al potere dagli anni’80 a oggi anche attraverso quel bipolarismo centrodestra/centrosinistra che, alla luce dei fatti, appare sempre di più essere stato una finzione. Finzione che ha causato disastri materiali di livello epocale per questo nostro povero e maltrattato Paese. Disastri dei quali si pagano ancora oggi amare conseguenze.

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