Istruzioni per l’uso: benessere, malattia, letteratura

di Lella Di Marco

Un libro di Vladimiro Albertazzi … a partire da riflessioni su «Noi e il nostro corpo»

Mentre scrivo non posso non pensare al collettivo delle donne di Boston che con il loro libro hanno dato un forte contributo alla rivoluzione culturale di fine anni ’60. Si voglia o no è fuori dubbio che la vera rivoluzione attuata da quel movimento mondiale è stata culturale, restituendo centralità al corpo e rivendicandone i diritti. Concezione originale che mirava a superare il concetto di “nuova alienazione” vista non più legata soltanto alla produzione di merci (come analizzato da Marx) ma allo stato di subordinazione del corpo stesso, privato di libido, desideri, sogni, vitalità.

I primi segni si ebbero nella nascita di movimenti musicali che mettevano in moto i corpi risvegliando la voglia di vivere nelle membra irrigidite dalla repressione, interessata solo a migliorare profitto ed efficienza.

In quella fase storica, gli incontri con individui-corpi portatori di altre culture favorì lo sradicamento dall’humus culturale occidentale, per esplorare le vie di un Oriente indù, tibetano, buddista, zen riscoperto come tradizione di una spiritualità non ostile al corpo.

Proprio tale fenomeno favorì il cambiamento degli stili di vita, la voglia di contatti intersoggettivi, la proposta di un diverso ambiente per favorire la vita rappresentando la fine di un’epoca e la nascita di un nuovo pensiero umanistico. Una ventata di cultura nuova: nei colori, nell’abbigliamento,nei suoni, nei sapori stuzzicanti delle spezie, nell’odore dell’incenso e dei fiori. Il corpo ritrovava vitalità e un linguaggio proprio tanto da indurre all’elaborazione che: «è l’esperienza di noi stessi che costituisce l’immagine del mondo e i significati dell’esistenza».

Notevole fu il contributo del movimento delle donne: oltre a togliere il tabù del corpo, con il loro identificarsi con le STREGHE E L’ARTE DI GUARIRE UTILIZZANDO LE ERBE E I POTERI TERAPEUTICI DELLA NATURA, le femministe introdussero allora forti critiche alla medicina ufficiale, alla continua medicalizzazione del corpo e alla “logica” delle multinazionali farmaceutiche.

I risultati su campo, nei decenni, sono notevoli; anche se, per certi versi, tutto questo è diventato anche imprenditoria privata e profitto. La Malattia incombe come paura collettiva: inadeguatezza, percezione del limite, incertezza del futuro, isolamento e stigma.

Ma ci si difende. Anche perché – oltre ai pur notevoli progressi della medicina ufficiale, della chirurgia, delle nuove sperimentazioni farmacologiche e della ricerca in tutti i campi – spuntano il pensiero critico, le interrogazioni su tutto, anche la scrittura come consapevolezza ed elaborazione della propria percezione, risposte e indicazioni di un nuovo pensiero collettivo salvifico.

La coscienza che tutto muta e che noi siamo nella mutazione, alimentandola, è quanto possiamo trovare nel testo letterario di un giovane esordiente che sa parlare di malattia, sofferenza, dolore ma anche delle vie d’uscita .

Il libro si chiama «I MIRACOLI DI ORTENSIO» (è stato edito da Aletti nel 2018) e ne è autore Vladimiro Albertazzi.

Narrazione e scrittura di più di mezzo secolo di storia italiana, in una logica materialista.

I miracoli di Ortensio non è facilmente classificabile come genere: è biografia legata agli eventi storici italiani, al passaggio da una società contadina ad una industriale, con lucida chiarezza su diseguaglianze sociali, ingiustizie, massificazione del pensiero, manipolazione delle coscienze, deprivazione della spontaneità ma anche ribellione, delusione della sconfitta, disgregazione sociale, solitudine, malattia e/o depressione e/o schizofrenia… Con un finale a sorpresa e di salvezza.

Il tutto imbastito in una trama semplice eppur complessa. Facilmente comprensibile perché dentro ci siamo in molti/e. Soprattutto chi ha superato i cinquanta anni e che non è stato estraneo ai movimenti culturali e politici del Paese, in particolare con l’esplosione giovanile del 77 con tutti i suoi limiti ma anche con tutte le sue ricchezze e innovazioni del pensiero, dello stile di vita e delle relazioni umane.

Lettura veloce ma in 100 pagine “miracolosamente” si coglie l’idea della complessità, senza superficialità . Si avverte la sensazione di avere appena incontrato l’autore in piazza e di averlo ascoltato per due ore, senza respiro, a raccontarti la storia degli ultimi cinquanta anni in Italia. Ne intuisci subito le implicazioni sociologiche e psichiatriche, a cominciare dal protagonista che è anche voce narrante: Ortensio con l’ossessione del suo corpo che parla per lui.

E’ malato Ortensio come la società, in cui vive una vita “non vera”. Si isola rifiutandosi anche di parlare. Ortensio muto che usa le parole degli altri in una simulazione di comunicazione. Così vengono a galla altre “ossessioni” della nostra epoca: IL CORPO e LA MALATTIA. Ortensio ne è vittima come lo è la società intera ma alla fine riesce a trovare una soluzione… UMANIZZANDOSI. Puntando alle emozioni, alla vibrazione dei sentimenti, alla socialità, alla condivisione in un’ottica di COMUNANZA, alla vita vera. Da protagonista.

Albertazzi non proviene da una formazione letteraria specifica, la sua preparazione è fondamentalmente sociologica. Ha affrontato studi nell’ambito delle scienze umane, con riferimenti teorici a quelli che lui considera i suoi maestri (da Davide Harvey a Eugenio Borgna) però vive nel mondo. Lo rappresenta con una notevole inventiva letteraria che fa veramente della sua narrazione una scrittura originale. Portandoci verso la reale conoscenza dell’esistente, senza mediazioni. Ovviamente l’unica mediazione è lui – la sua visione del mondo – ma in una comunicazione non autoritaria. Nella quale è facile riconoscersi.

Ad Albertazzi va riconosciuto il merito di introdurre il malato e di non soffermarsi soltanto sulla malattia (come Dante, Petrarca, Tasso, Leopardi). Suoi paladini – nel testo – sono due giovani poeti: Paolo Coceancig e Gian Maria Vallese… Con tutto quello che la poesia e la bellezza poetica riescono a rappresentare e a suscitare.

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