Italo Calvino: l’anti-lingua

«Ogni giorno, soprattutto da 100 anni a questa parte, per un processo ormai automatico,

centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente, con la velocità di macchine elettroniche, la lingua italiana in un’anti-lingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono, parlano, pensano nell’anti-lingua.
Caratteristica principale dell’anti-lingua è quello che definirei “il terrore semantico” cioè la fuga davanti a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se “fiasco”, “stufa”, “carbone” fossero parole oscene, come se “andare”, “trovare”, “sapere” indicassero azioni turpi.
[…] La motivazione psicologica dell’anti-lingua è la mancanza di un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi. La lingua invece vive solo di un rapporto con la vita che diventa comunicazione, di una pienezza esistenziale che diventa espressione.
Perciò dove trionfa l’anti-lingua (l’italiano di chi non sa dire “ho fatto” ma deve dire “ho effettuato”) la lingua viene uccisa».
Italo Calvino, «L’anti-lingua», 1965

Redazione
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2 commenti

  • Grande e profetico Italo. Ai giorni nostri il fenomeno è degenerato soprattutto verso l’uso di vocaboli angloamericani che sembra assolvano chi li dice dal peccato di luogo comune o politicamente scorretto, soprattutto in economia e politica. Eppoi ‘Ristrutturazione’ per dire di un’azienda che vuol licenziare, il ‘piuttosto che’ usato per indicare un’alternativa omologa invece del corretto concetto di antitesi, magari conflittuale. Onore al depositario di tale critica che non poteva che chiamarsi ‘Italo’ (!)…

  • Non sono convinto che si tratti di odio verso sé stessi. La lingua, e il gergo in particolare, è strumento di potere, e può anche servire a tutelare, incrementare, o dimostrare il potere della propria tribù.

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