Jeremy Corbyn for President

co

Londra, chi è il leader della sinistra Labour – Barbara Ciolli

 

Lo Tsipras di Inghilterra, magari d’Europa.
Tony Blair è inorridito, «troppo di sinistra, uno votato a perdere, un pericolo mortale».
Per il leader che sdoganò il tatcherismo nel Labour, la cosiddetta «terza via» vicina alla destra giovanilista di Cameron eppure nella sinistra, uno come Jeremy Corbyn non può che fallire.
Sindacalista, socialista vecchio stampo, filopalestinese, una vita a difendere i diritti dei più deboli, che in Gran Bretagna sono i migranti rispediti a Calais, gli Stati da colonizzare anche in Europa, i marginali del sottoproletariato inglese.
IDEALI DI FAMIGLIA. In 66 anni e 48 di militanza, Corbyn non è mai emerso come leader né tantomento come politico di potere, fino all’exploit di consensi in questa caldissima estate.
Troppo simile ai protagonisti dei film di Kean Loach, non un minatore e però il figlio di una buona famiglia inglese, pasionari della pace ai tempi della guerra civile spagnola.
Gli ideali nel dna, un illuso forse per Blair, che ambiva a diventare il padre del socialismo liberista europeo: mostro che avrà fatto rivoltare Marx nella tomba, eppure possibile con il declino dell’Europa e delle ideologie, l’ultima spiaggia del capitalismo in agonia che fa incetta dei venduti di sinistra.
IL LABOUR DOPO BLAIR. Chissà come finirà il tunnel della crisi globale, in fondo il premier più carismatico (e pericoloso) della sinistra inglese è finito scaricato da tutti, per l’ingordigia di poltrone e le macchie incancellabili della sua politica estera.
Il socialismo è in macerie e il capitalismo ha mille risorse. Ma se c’è una speranza di rinascita della sinistra nell’imprevedibilità del futuro, questa si chiama Corbyn, l’utopista inglese dal quale far ripartire un’Europa diversa.

Se la sinistra europea riparte da Corbyn

In Grecia la sinistra radicale di Syriza ha vinto, ma alla fine Alexis Tsipras non ce l’ha fatta. Lasciato solo, il premier ellenico è stato costretto all’austerity.
Nella Spagna della macelleria sociale si vota a fine 2015 e gli indignados di Podemos sono in pole. Dopo il successo delle Comunali, si stanno facendo le ossa ma, come i grillini italiani, non hanno ancora esperienza di Palazzo e contenuti di peso.
E pure in Italia, privatizzate scuola e contratti di lavoro (anche pubblici), il premier Matteo Renzi, sfegatato tifoso della city e del New Labour, è sempre meno amato tra il ceto medio e gli elettori di sinistra.
SINDACALISTA E POLITICO. Un profilo come Corbyn, dall’età di 18 anni nella National union dei lavoratori pubblici e poi parlamentare dal 1983, «l’abisso» per Blair, potrebbe riportare alle urne la platea ingrossata degli astenuti di mezza Europa.
L’esercito di chi sta peggio è in espansione e obtorto collo la solidarietà potrebbe tornare un bisogno collettivo come nell’800.
Il papa non basta, c’è fame di politici di spessore che rappresentino gli interessi della polis dei cittadini, non della grande industria e della finanza sovrnazionale.
LA SCONFITTA DEL LABOUR. Per arrestare l’emorragia di consensi a destra, a Madrid persino il primo ministro Mariano Rajoy, altrimenti durissimo, ha abbassato in extremis le tasse.
Nel Regno Unito fuori dall’euro e in ripresa economica, con un Pil al +2,4% e la disoccupazione al 5,3%, il due volte premier David Cameron ha invece sbaragliato tutti, senza mendicare, alle Legislative del 2015.
La fiducia dei britannici è andata nettamente (e inaspettatamente) ai conservatori. Il Labour di Ed Miliband si è rivelato nudo.
Perdente, molto più che nei sondaggi, perché senza identità e guidato da un leader educato, giovane, colto. Bravo ragazzo, anche di idee di sinistra. Ma ahimè, senza il carisma sfacciato di Blair e fin troppo soft con tutti.

Filopalestinese, pacifista, socialista: l’anti-Cameron e anti-Blair

Agli inglesi per ora basta Cameron, così affiatato e anche così simile a Renzi. Oltremanica la gente vuole tenersi il benessere e proteggerlo dai forestieri.
Ma a Calais i migranti premono, Downing Street chiude le frontiere e prepara il referendum per l’uscita dall’Ue.
I britannici andranno fino in fondo? E che fine faranno gli scozzesi? O la va o la spacca e il Labour orfano di leadership – Miliband si è dimesso a maggio, dopo la batosta alle urne – prepara un ritorno coraggioso alle origini, pronto a seppellire Blair.
È l’unica opzione rimasta alla fine del partito. Altrimenti, proprio dalla Gran Bretagna isolazionista ma culla del welfare state, partirà una nuova era.
CORBYN, ASCESA LAMPO. La svolta pare decisa dalla base.
Secondo un sondaggio di YouGov, per le primarie del Labour che si aprono il 14 agosto e si chiudono il 12 settembre (può votare chiunque versi 3 sterline) Corbyn macina un sorprendente +10% di consensi al mese e avrebbe già la maggioranza netta del 53%.
Capofila dei duri e puri più a sinistra del Labour, l’anti-Cameron è contro l’austerity, vuole ferrovie e industrie nazionalizzate e buoni rapporti con la Russia. Difende i migranti, è sempre stato contro le guerre, inclusa quella in Iraq che segnò la morte politica di Blair.
Difende i palestinesi dalla lobby sionista così cara a Cameron e ha uno stile di vita sobrio, per non dire modesto, al contrario dell’ex leader e teorico del New Labour, primo ministro molto amato ma poi molto odiato. Finito per accumulare consulenze e business, in aggiunta (e anche grazie) al suo incarico da nullafacente a capo del Quartetto per la pace in Medio oriente.
J’ACCUSE DI BLAIR. Per Blair, Corbyn a capo del Labour sarebbe una tragedia, «un favore ai conservatori», la fine certa certa del partito che deve restare moderato.
Eppure Corbyn piace parecchio e neanche lui le manda a dire: «Blair dovrebbe rispondere di crimini di guerra per il conflitto in Iraq. Una guerra illegale e catastrofica, per la quale deve dare spiegazioni».
Per Corbyn «ne paghiamo le conseguenze ancora oggi con le morti nel Mediterraneo e i milioni di rifugiati». Come dargli torto.

da qui

Jeremy Corbyn: un eretico alla guida del Labour? – Dario Ferri

A favore delle nazionalizzazioni dei trasporti. Socialista. Pacifista. A favore dell’immigrazione. Contrario alla monarchia. E soprattutto: contro l’austerità senza se e senza ma. Jeremy Corbyn, candidato dell’ala sinistra del Labour, è in netto vantaggio sui rivali secondo i sondaggi della stampa britannica a pochi giorni dall’inizio del voto per scegliere la guida del partito. E la sua piattaforma politica è quanto di più lontano ci sia dal blairismo e dall’attuale premier David Cameron.

JEREMY CORBYN: UN ERETICO ALLA GUIDA DEL LABOUR?

Secondo la rilevazione di You Gov pubblicata da The Times Corbyn avrebbe il 53% delle preferenze degli iscritti contro il 21% di Andy Burnham, il 18% di Yvette Cooper e l’8% di Liz Kendall. Lo stesso Corbyn – che si è detto “leggermente imbarazzato” dall’improvvisa popolarità – ha fatto appello alla prudenza. Raccolti per un soffio gli endorsement necessari alla candidatura, era stato autorizzato a presentarsi solo per illustrare la varietà delle correnti in seno al Labour: le sue posizioni anti-austerità, il progetto di rinazionalizzare le ferrovie o le poste hanno conquistato l’elettorato progressista, ancora sotto choc per la sconfitta alle politiche. Di fatto, Corbyn ha buone probabilità di farcela perché sono cambiate le regole di selezione: se prima il leader del Labour veniva infatti scelto da un collegio ristretto rappresentato per un terzo ciascuno da deputati, sindacati e iscritti, oggi ciascun membro del partito avrà diritto ad un voto individuale. Secondo i giornali conservatori dallo scorso maggio oltre 190mila persone – si presume di estrema sinistra – si sarebbero affiliate al partito per poter partecipare al voto; d’altronde, la candidatura di Corbyn viene vista con orrore anche dai principali esponenti laburisti, che hanno coniato lo slogan “Abc” (“Anyone but Corbyn”, chiunque tranne Corbyn) per cercare di evitare quella che viene definita dai maggiorenti del partito una scelta catastrofica o, nelle parole dell’ex spin doctor Alastair Campbell, “un incidente stradale”. E lui non sembra preoccuparsi più di tanto dell’appoggio del “vecchio” Labour: in una intervista alla Bbc si è lanciato in un forte ‘j’accuse’ contro l’ex premier britannico Tony Blair, affermando che potrebbe essere chiamato a rispondere di crimini di guerra per la decisione di lanciare nel 2003 l’attacco al regime di Saddam Hussein a fianco degli Stati Uniti e che deve ”confessare” gli accordi raggiunti con l’allora presidente Usa, George W. Bush. Vecchia questione che divide da tempo due anime tanto diverse del Labour, quella blairiana e quella pacifista, ma che si ripresenta puntuale prima di una elezione interna che potrebbe riservare sorprese. Corbyn, coerente alla sua linea, non può che scagliarsi contro l’ex leader del suo stesso partito, rispetto al quale ha posizioni politiche lontane anni luce, anche in politica estera. «Penso che sia stata una guerra illegale – ha tuonato – e che Blair debba dare spiegazioni». Corbyn ha anche affermato che il conflitto è stato «catastrofico, è costato molti soldi e molte vite» e le cui conseguenze si stanno pagando ancora oggi coi migranti morti nel Mediterraneo e i rifugiati in tutta la regione. Corbyn si è anche rifiutato di condannare, senza se e senza ma, i terroristi dell’Ira, paragonando la loro attività di guerriglia nel corso del conflitto nordirlandese alla repressione condotta dalle forze armate di sua maestà. «Condanno quanto è stato fatto dall’esercito britannico così come dalle altre parti», ha risposto nel corso di una intervista a Bbc Ulster. Forti critiche all’uomo che sogna di entrare a Downing Street e governare il Regno Unito sono arrivate dalle famiglie delle vittime negli attentati dell’Ira. Ann Travers, che ha perso la sorella di 22 anni uccisa dai terroristi, ha parlato di «insulto a tutti i nostri cari morti». La vicinanza di Corbyn al partito Sinn Fein è nota da tempo ed è stata ribadita il mese scorso con una fotografia di gruppo che lo vede ritratto a Londra coi due leader repubblicani nordirlandesi Gerry Adams e Martin McGuinness.

LA PIATTAFORMA POLITICA DI CORBYN

Ma è la sua visione dell’economia che colpisce di più: Corbyn si oppone ai tagli alle spese del governo conservatore e vuole creare un sistema di imposte più progressivo, aumentare le tasse sulle società e ridurre gli sgravi fiscali sulle imprese. Intende proporre un piano di rinazionalizzazione di ferrovie, servizi postali e reti energetiche, anche se la sua squadra ha precisato che il candidato vuole riportare sotto il controllo pubblico soltanto alcune aziende. Corbyn è un ammiratore di Karl Marx, e ha proposto di creare una banca nazionale che investa in infrastrutture e in edilizia popolare. Ha anche proposto di introdurre il «Quantitative easing for the people», dando mandato alla Banca di Inghilterra di stampare denaro per investire in larga scala su nuove abitazioni, energia, trasporti e progetti digitali. Corbyn è favorevole all’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie per l’acquisto di azioni e derivati, e propone di investire il denaro raccolto nella lotta al cambiamento climatico e per contribuire a ridurre i comportamenti speculativi da parte delle banche. Euroscettico, sulla questione del referendum sull’Unione Europea lanciata da David Cameron ha avuto una posizione ambigua, ha detto al Guardian che il Labour dovrebbe impegnarsi per cambiare l’UE dal di dentro, tornando sulle sue posizioni un tempo più estreme sul punto e guadagnandosi così l’appellativo di traditore della causa da parte di Nigel Farage. Soprattutto, però, Corbyn non si oppone all’immigrazione di massa e sul tema è all’opposto di Cameron: «Penso che il modo che i media hanno di raccontare l’immigrazione è abbastanza sgradevole, dimentica l’enorme contributo dato dai migranti a questo paese. Dovremmo fare in modo che la gente disperata abbia un tetto sopra la testa», ha detto in un’intervista a Channel Four News. Una posizione che lo mette anche in minoranza rispetto a quello che pensano i suoi concittadini, stando ai sondaggi d’opinione. C’è tanta strada da fare prima di insidiare Cameron. Anche nella demagogia, evidentemente.

da qui

 

 

Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

5 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *