La caduta del muro che moltiplicò i muri

di Franco Astengo

Il Novecento non poteva che chiudersi qui nell’Europa delle contrapposte visioni della Storia e del futuro.

Era stata soltanto apparente la pace seguita alla fine della seconda guerra mondiale.

L’Europa aveva bisogno di una ferita collocata proprio lì, laddove non solo era situato il suo centro geografico ma il suo “cuore” politico e culturale: in quella Berlino dove non era stata sufficiente la bandiera rossa innalzata da un ignoto soldato sul tetto del Reichstag per dire “tutto finito”, si sarebbe potuto ricominciare.

Non era così: quella tragedia immensa – che per cinque anni aveva dilaniato le persone, le case, le piccole cose di tutti i giorni confuse e distrutte nel rogo immane della guerra – non poteva considerarsi conclusa.

Quel muro che, a un certo punto, divise la Città e separò l’Europa – quasi come se si trattasse del vallo di un antico fortilizio medievale – rappresentava ancora la logica attualità di quegli anni terribili: di quelle sopraffazioni, di quella caccia al nemico condotta fino al punto di estirparlo definitivamente, di quel “non riconoscimento” del diverso.

Ancora la logica schimittiana a farla da padrone: ancora la paura a dominare la logica delle relazioni, da quelle fra gli Stati a quelle tra le donne e gli uomini.

Queste considerazioni ancora a cavallo tra l’etico e il politico non possono però rendere efficacemente le sofferenze quotidiane della gente comune: la sofferenza delle separazioni, l’impossibilità di ritrovare pezzi del proprio passato e di progettare il proprio futuro, l’incombenza della costrizione.

Il muro di Berlino è stato questo: la presa d’atto in quel momento dell’impossibilità di affrontare le lacerazioni.

Forse la caduta del muro non fu un atto spontaneo: ma da quel momento si poteva di nuovo passare da una parte all’altra della Città-simbolo del martirio di un secolo intero, senza immaginare il fratello come ostile.

E’ stato questo il grande significato del novembre’89, una data che può essere presa a simbolo: ma come simbolo soltanto di un momento, del fugace apparire di un’idea di diversa condizione umana.

Sono emerse poi contraddizioni enormi poste sul piano planetario, la guerra non si è allontanata dalla scena della storia: ha preso aspetti diversi anche oltre il terreno militare puro e semplice, anche se l’echeggiare dei cannoni non è mai mancato ed è ritornato a farsi sentire, addirittura ancora una volta in Europa.

Così a molti può essere venuto da pensare che quel novembre’89 sia stato inutile, quasi dannoso nella sua capacità di rottura di equilibri apparentemente insuperabili: forse questo pensiero non può essere giudicato come sbagliato, comprensivo di un’incapacità di comprendere l’evoluzione dei fatti del mondo e dello stesso pensiero umano che aveva fatto scrivere enfaticamente di «fine della storia».

Ancora una volta si tratta di raccogliere il significato profondo di un pensiero che vale la pena portare sempre con noi: senza il ricordo del passato inteso nella complessità della storia poco vale il presente e sarà impossibile progettare il futuro; così può essere ricordata la caduta del muro di Berlino, come l’impossibilità di divellere la Storia come oggi forse ancora si pretende, inutilmente, di fare.

LA VIGNETTA è di Benigno Moi

Redazione
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5 commenti

  • Gianluca Cicinelli

    Cari lettori e lettrici della Bottega,
    approfitto del post di Franco Astengo per segnalarvi un’iniziativa artistica che propongo sulla caduta del muro, di cui vi avevo accennato in febbaio (http://www.labottegadelbarbieri.org/lelicottero-a-pedali-fughe-fantasia-e-ipocrisie/)
    In occasione dei trenta anni esatti dalla caduta del muro ripropongo lo spettacolo che gli spettatori di Roma hanno potuto vedere lo scorso inverno, dedicato alle fughe e all’abbattimento di tutti i muri

    Venerdì 8 novembre ore 20,30 Rovereto (Tn) viale Trento 47 presso SmartLab

    Sabato 9 novembre ore 21 – Le Radici e le Ali , via San Rocco 48 – Cuggiono
    promosso da Ecoistituto della Valle del Ticino
    torna:

    L’ELICOTTERO A PEDALI
    Un racconto spettacolo a trent’anni dall’abbattimento del muro di Berlino
    Di e con Gianluca Cicinelli.
    Il 9 novembre 1989, trent’anni fa, con picconi e a mani nude uomini e donne fecero a pezzi il muro che divideva Berlino.
    Negli anni precedenti qualcuno era riuscito a scavalcarlo, altri riuscirono a fuggire scavando tunnel, centinaia vennero uccisi. C’è anche chi tentò di volare oltre quel muro…
    L’elicottero a pedali racconta questa storia di fuga per la libertà, descrivendo la Germania est degli anni 60 e tutti i tentativi riusciti e non, di scappare da quel Paese…
    E’ un racconto importante, sopratutto oggi che c’è chi i muri li vorrebbe ricostruire.

    Sarebbe bello vedervi e abbattere insieme un altro muro. Vi abbraccio.

  • https://www.facebook.com/events/396460544568004/
    Incontro organizzato dall’Associazione per Antonio Gramsci di Ghilarza, Torre Aragonese, Via B. Zucca 47
    1989 – OLTRE IL MURO
    vogliamo ricordare il crollo del muro di Berlino.
    La data storica del 1989 ha segnato il disfacimento non solo di un muro, ma di imponenti confini. 30 anni dopo è necessario riflettere sulle conseguenze di quel 9 novembre, sulla trasformazione del campo marxista e sulla riproduzione di nuovi confini e frontiere, sui significati dell’inclusione e dell’esclusione.
    Vi aspettiamo il 9 novembre, alle ore 16.00

  • Mirco Pieralisi

    Il muro cadde troppo tardi, questo è l’unico torto dell’89. In realtà l’89 non doveva esistere, ma non, come ancora oggi mi capita di sentire dalle voci di qualche vecchio “carrista” nostalgico, perché al di là del muro ci fosse un sistema da difendere. L’89 non avrebbe dovuto esistere perché il muro doveva… venire giù prima, maledizione. Provate ad immaginarlo, provate a pensare, provate ad ingannare la Storia ed immaginatene una parallela: cosa sarebbe accaduto, 21 anni prima, se agli studenti di Belgrado, Praga e Varsavia, si fossero aggiunti quelli degli altri paesi dell’Europa orientale? Pensate se fosse accaduto che alla isolata, circondata, piazza di Praga avesse risposto quella di Berlino, agli operai di Danzica e Stettino avessero risposto non solo le pallottole della polizia stalinista ma gli operai di Budapest e… Togliattigrad. 19, 21 anni di differenza, stiamo giocando, si intende, giochiamo con i numeri per ingannare la Storia, che in Europa mezzo secolo fa è stata generosa e “sincronica” solo in occidente. E invece con gli altri la storia fu crudele. Il muro cadde nell’89, troppo tardi. Le sorelle e i fratelli che abbattevano i confini di filo spinato e facevano a pezzi il muro di Berlino non trovarono le università occupate, le fabbriche in sciopero e un’intera società che metteva in discussione il capitalismo. Non trovarono la speranza, che camminava sulle gambe di milioni di donne e uomini, di un orizzonte possibile dove uguaglianza e libertà potessero convivere. No, quando cadde il muro era cominciata un’altra storia in questa parte di Europa. Quello che trovarono al di qua del muro era qualcosa di molto simile, certificato dai titoli di borsa, agli avanzi del pasto di un orco. Ma per nessuna ragione, nessuna, vorrei che quel muro esistesse ancora. La forza giovane e dirompente che abbatte i muri va sempre salutata con gioia. Non si possono rinnegare i sogni a causa di coloro che li hanno trasformati in incubi. I saccheggi, le conquiste e le prepotenze napoleoniche non hanno annientato il desidero di ribaltare i potenti, i crimini di Stalin non hanno sterminato anche la lotta per l’uguaglianza. La furia neo liberista non fermerà la speranza che un altro mondo sia possibile. A Beirut, nel Kurdistan martoriato, a Santiago, Hong Kong e in tanti altri luoghi parla ancora la lingua universale della rivolta all’oppressione.

  • Dal blog di Davide Grasso
    https://www.facebook.com/Davide-Grasso-728969244169492/
    http://www.castelvecchieditore.com/prodotto/la-citta-e-il-fantasma/

    «Mi auguro che la lezione della storia sia così forte da impedire orrori simili: qui sono cadute persone che non si potevano muovere in libertà e questo è un elemento da ricordare con forza». Lo ha detto il Presidente Sergio Mattarella visitando il Memoriale del Muro di #Berlino di Bernauer Strasse.
    Ipocrisia.
    Il muro di Berlino è durato 28 anni (1961-1989) e ha causato 140 morti (altre centinaia sono cadute lungo l’intera cortina di ferro tedesco-tedesca).
    Nel 1988, ultimo anno di “indisturbata” esistenza del muro, venivano concepiti i Trattati di #Schengen che avrebbero costituito l’#UE sul piano della disciplina delle libertà di viaggio. Calcoliamo 28 anni di Schengen: 1988-2016. In questo lasso di tempo l’UE ha murato gli unici passaggi di terra tra #Africa ed #Europa, ossia le enclave spagnole in #Marocco di#Ceuta e #Melilla, nel 1993 e nel 1996.
    Era il periodo di massima magnificazione del “mondo senza muri” dopo il muro di Berlino. Erano gli stessi anni in cui #Bush Sr e #Clinton avviavano il muro al confine con il #Messico.
    Dovendo aggirare i passaggi di Ceuta e Melilla tutti coloro che intendevano recarsi in Europa sono stati da allora obbligati a farlo sempre di nascosto, ma via mare. Un po’ come i migranti americani che hanno dovuto farlo attraverso il deserto.
    Benché molti abbiano tentato la traversata nello stretto di #Gibilterra, o verso le #Canarie, o ancora tra le coste turche e la #Grecia, la stragrande maggioranza ha tentato le traversate nei canali italiani di #Oranto e soprattutto di #Sicilia.
    Tra il 1988 e il 2016 sono scomparse nel canale di Sicilia 13.338 persone, che ora sono in fondo al mare. Per cui il presidente #Mattarella potrebbe fare un rapido calcolo: novantacinque volte i caduti lungo il muro di Berlino nello stesso periodo.
    Nel 2016 sono scomparse nel mar #Mediterraneo 3.686 persone; nel 2017 2.749; nel 2018 1.890; nel 2019, al 6 ottobre, 1.041.
    Una persona morta lungo il muro di Berlino non vale di più o di meno di una morta nel mar Mediterraneo. Questo non perché tutti i morti siano uguali, cosa in cui non credo affatto, ma perché le une e le altre, gli uni e gli altri sono stati vittime dell’oppressione e dell’ingiustizia.
    Basta con l’ipocrisia. I tempi sono maturi per chiedere la fine di questa retorica agghiacciante. A che serve difendere giustamente Liliana Serge quando le tante Liliane Segre africane detenute e torturate in #Libia o annagate alla volta dell’#Italia non valgono a quanto pare neanche una menzione? Forse l’opposizione al fascismo passato non deve tradursi in ciò che non può non interpretarsi come una continuità, almeno in parte, in certi caratteri del mondo di oggi?
    Perché infine anche i valori diventano vuoti, quando vengono sbandierati in maniera selettiva.
    La verità è che quando si parla del muro di Berlino chi rappresenta lo Stato italiano dovrebbe scegliere l’ormai rara virtù del silenzio.
    Invece parlano, come se niente fosse.
    E noi non dovremo mai perdonare loro queste parole senza umanità nel loro fondo, queste parole interessate, indecenti, di troppo.
    #BerlinWall #NewWalls #BreakDownTheWalls
    #LaCittàeilFantasma
    Davide Grasso

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