La Fantascienza a confronto – 3

di Mauro Antonio Miglieruolo (*)

Se l’accostamento al Giallo appare profano, sembrerebbe giusto però avvicinare l’epopea spaziale a quella del West (è stato notato che molti romanzi di Fantascienza non fanno altro che esportare nello spazio le avventure del “selvaggio West”); e ancora più alla gigantesca, tragica e crudele Conquista (uno dei più grandi crimini dell’umanità: non si finisce mai di enumerarli).

Nei due generi possiamo infatti trovare la medesima ansia di andare oltre l’orizzonte e di allargarlo, di procedere da una prateria all’altra, da una montagna, un lago, una fattoria all’altra, instancabilmente, sino al finis terrae, l’estremo dove cielo, terra e mare si confondono. Possiamo trovare le medesime cavalcate interminabili, il medesimo ripetersi di scontri con gli incompresi alieni di turno (pellirosse o pelliverdi) da cancellare: un universo fatto a misura di Wasp, offerto alla sua avidità, i cui spazi deserti (gli alieni, come i nativi americani, non contano) non aspettano che lui per avere nome.

Ma mentre nel Western ciò che guida la trama approssimativa della narrazione, insieme all’inquietudine degli animi, è la disperata affermazione di un pugno di valori condivisi – il bisogno di legge, senso della giustizia1, la tendenza alla normalità; l’individualismo “darwiniano” inteso come abbandono alla legge del più forte2 – la Fantascienza oltre a condividerli (a volte, ma non sempre) li cerca questi valori. Li indaga nella realtà da cui finge di allontanarsi e nella storia, li moltiplica e li estende. Non cerca giustizia per i soli Wasp ma per tutti. Non pratica attivamente il mito dell’individualismo ma sperimenta l’individuo capace di assumere su di sé obiettivi universali (Hedrock l’Immortale), cerca e approda alla persona.

Il Western inoltre appare piatto, unidimensionale: un mini-universo privo di scarti, vietato alla fantasia, unicamente caratterizzato dalla competizione violenta fra individui primitivi (essi sono come l’ideologia odierna immagina gli avi delle epoche buie della preistoria, prive di vero pensiero, integralmente soggette alle condizioni avverse della natura, più una sottilissima patina di convenzioni). Il Western reinventa è vero costantemente la vita (o dovremmo dire la lotta per la vita?) ma è un vivere ridotto all’essenziale delle condizioni di esistenza. Una vita primordiale, d’accanita competizione (la lotta di tutti contro tutti), il cui unico pregio è il disagio che avverte (e descrive) per i suoi stessi limiti. In esso l’uomo ha di fronte due soli ostacoli: la natura selvaggia primordiale (sappiamo che tale non è: e però quel che appare) e se stesso3.

Curiosa contraddizione: narrando l’interno (e a volte dall’interno, ma non sempre: vedi Spaghetti Western) di una società valorizzata dalla scarsa presenza delle regole (e dalla scarsa possibilità di farle rispettare4), scarsità ampiamente compensata dalla consistente presenza di larghe opportunità di promozione sociale5 però nello stesso tempo presenta un irresistibile anelito alla civilizzazione e alla vita ordinata del tranquillo borghese: casa, affari, moglie, figli, senza più armi e sparatorie, senza più liti e ferocia. Questa meta tuttavia è raggiungibile a condizione che perduri il suo opposto, quel quadro fascinoso di violenza e azione che ne costituisce il tratto più caratteristico e dinamico6. Business, pistoleri, sceriffi, cacciatori di taglie e “giusti” procedono parallelamente non per arbitrio del narratore ma per necessità della narrazione che quel quadro – per poter essere quello che è – prevede e riflette. Il Western dunque è per definizione narrativa a termine: narrativa che per essere, contribuendo al rafforzamento del quadro entro cui si muove e che muove, contribuisce alla propria dissoluzione7.

Al contrario la Fantascienza appare ricca, piena di invenzioni, di ambienti nuovi, temi sempre diversi, di eroi ma anche antieroi; piena anzitutto di esseri umani diversi, proiettati nel futuro, che non sono da civilizzare, ma da ulteriormente civilizzare (civili proprio perché concepiscono il loro progresso non in termini di quantità materiali ma ideali: in termini di più ampia civilizzazione). Una civilizzazione diversa anzitutto in quanto si serve di eroi non valorizzati dalla sola aggressività e dall’uso della forza ma qualificati dalla cultura e dall’intelligenza. Il cambiamento non l’uccide (è ben altro il pericolo: il trionfo del pensiero debole), la rinvia a altri mutamenti da preconizzare e poi ancora ad altri, in un processo senza individuabile fine.

Quel che nel Western appare come necessità contingente, risposta alle difficoltà materiali della vita, nella Fantascienza diventa fuga dalla sua permanente monotonia, movimento in avanti, spinta trascendente alla innovazione (che trascende il medesimo concetto di progresso: esso diventa quasi una necessità, più che una intrapresa); una spinta che ne guida i destini e spinge sempre più in là non tanto dentro lo spazio, quanto dentro i suoi misteri.

Soggezione alla penuria e all’avidità nell’uno, trionfo di una specie di Età d’Oro del pensiero e della tecnologia nell’altra.

Per concludere: la Fantascienza (con le sue molteplici civiltà e le molteplici varianti nei potenziali rapporti con loro) si concepisce come infaticabile rincorsa verso sempre nuove mete. Non solo nuove Galassie: verso nuove prospettive, nuovi ambiti d’esplorazione materiale e intellettuale. La sua inquieta pacificazione è affidata a un domani che rimanda a un dopodomani in favore di un presente che già si riveste di futuro, descritto attraverso gli elementi che ne imporranno la trasformazione. La Fantascienza inoltre è implacabilmente nemica della vita borghese: del placido, noioso, piatto, trascorrere della vita quotidiana, che odia, esorcizza e fa sparire nell’azzurro oceano delle fantasticherie.

Non riuscendo a superarla la realtà (a modificarla) attraverso le sue concezioni (irreparabilmente circoscritte dall’orizzonte dell’epoca), la supera attraverso il sogno e le infinite chimere che nascono dai sogni.

(*) La prima puntata (sui rapporti tra FS e pornografia) è qui: La fantascienza a confronto – 1. Qui la seconda puntata (FS e giallo): La Fantascienza a confronto – 2

1

 Ambedue capaci di prosperare all’insegna della loro negazione: sulla canna delle pistole.

2

 Deformazione reazionaria della legge del più adatto.

3

 Possiamo ipotizzare che sono proprio queste due elementi a fondare i fascini del genere?

4

 Non a caso l’epoca vera del trionfo degli sceriffi è quella ultima del Western, la sua fase decadente. Superato l’Ottocento non è più quasi possibile inventare sfondi adeguati a quell’epopea.

5

 La maggioranza falliva, ma una consistente minoranza, con i suoi successi, manteneva desta la speranza e alimentava continui tentativi di imitazione.

6

 Sarà in questa opposizione vita-ideale l’origine logica-psicologica dei movimenti d’Ordine Novecenteschi, fondati sul più violento disordine?

7

 Il Western nasce come epopea mentre l’epopea è ancora in corso. Il suo perdurare oltre la fine di quell’epoca è legato alla sopravvivenza dei valori che la muovevano. Ma, cantata e ricantata quell’epopea, di esso non rimane che la possibilità della parodia o della stanca estenuata, irritante ripetizione.

danieleB
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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