La frontiera fra i limiti e i confini

    Conversazione (a Trieste) di Riccardo Mazzeo con Miguel Benasayag

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Riccardo Mazzeo. Carissimo Miguel, nella mia prefazione al tuo libro «Il cervello aumentato, l’uomo diminuito» scrivevo: «Forse la nostra capacità di accettare i limiti umani si è andata a nascondere in una piega della Storia e riaffiorerà in un momento più propizio, forse bisogna solo aspettare che il pendolo temerariamente sospinto in una corsa folle verso l’attuale estremo di egocentrismo assetato di trasparenza e di immortalità, giunto al suo approdo, rioscillerà tornando a una dimensione che abbandoni il farnetico del trans e del post (transumanismo, postumanismo…) per rientrare nell’alveo dell’umano». Non so quanto tale speranza sia suscettibile di avverarsi. Prima di venire a scrivere «C’è una vita prima della morte?», con te a Parigi, avevo letto l’unico dei tuoi libri che mi mancava, «Organismes et artefacts» e avevo pensato che vi avessi dimostrato la futilità e l’irragionevolezza di negare i propri limiti. Invece il delirio di onnipotenza di chi vuole salvarsi da solo, di chi ritiene di poter vivere in eterno insieme a una manciata di altri privilegiati, continua a impazzare. Questo tuo nuovo libro è ancora più penetrante e adamantino, ma potrebbe non essere ancora sufficiente a convincere le persone a valersi delle ibridazioni (perché come dici tu «non si può essere contro la vita») ma colonizzandole senza esserne colonizzati. Tu costituisci un raro esempio di coerenza e di continuità di impegno nel tentativo di migliorare il mondo in cui viviamo: hai lottato contro la dittatura nel tuo Paese, l’Argentina, pagando un prezzo di sofferenza inenarrabile, e poi hai reso evidente con «L’epoca delle passioni tristi» il fatto che il dilagare di malattie psichiche non riguarda tanto le singole persone quanto piuttosto la società per la deriva in cui è incorsa (anche Bauman, nel suo ultimo libro in uscita per Polity «Retrotopia» ripropone la tua domanda: «Non è forse più verosimile che a essere ammalata sia la società?»). Che cosa suggerisci come via, magari molteplice, d’uscita da questo cul de sac?

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Miguel Benasayag: Carissimo Riccardo, in effetti è da un bel po’ di tempo che pensiamo insieme, camminiamo insieme, insomma siamo uniti da un’amicizia. E allora è vero, certo, che siamo gli uomini e le donne della crisi, della fine di un mondo, ma dipende da noi fare in modo che non sia… la fine del mondo.

Questo mondo che finisce, quello che Foucault chiamava l’epoca dell’uomo, è stato segnato dall’esilio dell’uomo dal mondo e dal suo ecosistema. Si è costruita questa finzione in cui noi eravamo il soggetto di un mondo disincantato che costituiva il nostro oggetto.

Era stata dichiarata guerra alla natura e si doveva vincerla. Ogni costrizione sarebbe dovuta sparire con la promessa che l’uomo, divenuto il proprio profeta e il proprio messia, aveva fatto a se stesso.

La “guerra”, come in fondo ciascuna guerra, non ha avuto che vinti, e siamo qui per dire che forse è il momento di finirla con l’esilio, che è il momento di ritornare a essere vivi fra i vivi, come scriveva Prigogine, che è tempo di creare una “nuova alleanza”. L’umanesimo, che sembra così bello visto dall’Occidente, è stato il nome del colonialismo. Bartolomeo de Las Casas spiegava che anche gli indiani erano umani, di un’umanità però… ancora non realizzata. Realizzare l’umanità è stato il compito del colonialismo, dell’addestramento delle vite dal razzismo fino all’epoca del capitalismo.

La crisi di quel mondo ci lascia la constatazione dura e amara del fatto che ogni guerra contro la natura è né più né meno che un suicidio.

In quel momento si sarebbe creduto, un po’ ingenuamente, che la piccola umanità si fermasse un momento per riflettere, per valutare, per fare amicizia con il suo mondo della vita, vivi tra vivi. Contrariamente a quanto credeva Platone, l’uomo è un essere che affonda le sue radici nella terra, fra le altre creature a loro volta territorializzate.

E invece no: nel momento della crisi del modello della dominazione, le cose sono andate diversamente, alla crisi dell’impotenza e alla minaccia ha fatto eco un incontro davvero catastrofico, alla nostra umanità che affondava nella disperazione è giunta una nuova promessa, una nuova tentazione di vincere la natura, di schiacciare qualunque costrizione. Come la colomba di cui parlava Kant, la quale credeva di poter volare molto meglio se avesse eliminato la resistenza dell’aria.

I nostri contemporanei sono lanciati in questa nuova avventura di eliminazione di qualunque limite, di qualunque costrizione, di qualunque regolazione organica, e credono che senza regolazioni, senza limiti, la libertà totale ci sia, più che promessa, dovuta.

Ma nella loro fascinazione e nella loro stupidità i nostri contemporanei ignorano appunto la differenza che faceva Kant fra limiti e confini: se i confini possono essere aboliti, i limiti, che possono cambiare, sono la condizione stessa della vita; senza limiti non c’è vita.

Se tutto è possibile, se il mondo post-organico su cui delirano ricercatori e banchieri è possibile, lo sarà sotto il segno della morte e della tristezza.

(*) Qui in “bottega” si è parlato sia de «L’epoca delle passioni tristi» che di «C’è una vita prima della morte?». (db)

 

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