la guerra finirà quando l’Unione Europea…

… avrà finito gli ucraini?

articoli e video di  Vittorio Rangeloni, Vincenzo Costa, Doriana Goracci, Ugo Leone, Dario Fabbri, Gregorio Piccin, Costituente Terra, Miguel Martinez, Laura Tussi, Laura Ru, Manlio Dinucci, Giuseppe Masala, comidad, Franco Astengo, Augusto Illuminati, Disarmisti esigenti, Alfonso Navarra, Alberto Negri, Massimo Fini, Stefano Pontecorvo, Stefano Orsi, Fulvio Scaglione, Paola Ginesi, Enrico Peyretti, Asli Bâli, Richard Falk, Moni Ovadia, Donatella di Cesare, Mauro Biani, Mario Agostinelli e bortocal.

Con gli abitanti di Donetsk sotto i colpi d’artiglieria ucraina – Vittorio Rangeloni

Donetsk – tra gli abitanti del quartiere “Azotny” durante un nuovo bombardamento

I colpi sono caduti a poche decine di metri dal luogo in cui mi trovavo. Fortunatamente, con un collega, ho fatto in tempo a trovare riparo in una delle palazzine, tra gli abitanti del posto. Molti si trovavano negli scantinati, altri nelle stanze ritenute più sicure.

Ancora una volta questa zona della città si è ritrovata sotto il fuoco ucraino. Diverse case sono state distrutte dalle fiamme. I vigili del fuoco non sono potuti intervenire a casa degli incessanti bombardamenti. Proprio in questo distretto due giorni fa due pompieri sono rimasti uccisi dai colpi dell’artiglieria ucraina mentre domavano le fiamme provocate dai bombardamenti precedenti.

La situazione in città è difficile. Nel corso della giornata sono stati colpiti anche altri distretti.

Dopo diverse settimane anche sopra i cieli di Donetsk ho rivisto l’aviazione russa, impegnata a colpire le posizioni ucraine da cui viene aperto il fuoco sulla città.

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scrive Vincenzo Costa

Ormai la UE è un generatore automatico di conflitti.

L’allargamento attuale non ha alcun senso logico, politico ed economico. Solo il senso di sfidare la Russia, di esacerbare i conflitti, acuirli. Senza averne neanche un proprio tornaconto. Solo per servilismo verso gli usa.

I nuovi paesi che entrano nella ue lo fanno poi solo per accedere ai fondi strutturali, per avere soldi. Entra nella UE una Ucraina in cui da molto prima della guerra i maggiori partiti di opposizione erano al bando, le minoranze etniche represse pesantemente, e non solo la popolazione russa ma anche la minoranza ungherese, per esempio.

Avremo enclaves russe dentro la UE. Avremo nazioni animate da un nazionalismo esasperato, nazioni per le quali “Europa” non significa una cultura, illuminismo, diritti democratici e sociali, ma business e una mucca da mungere.

Saranno necessari maggiori trasferimenti, l’Italia che è contributore netto dovrà contribuire maggiormente, perché questi paesi si aspettano un flusso di denaro.

Questo denaro noi lo prenderemo a prestito, o alzando ancora la tassazione su imprese e lavoro, o riducendo e tagliando servizi sociali, scuole, ospedali, tagliando sulla sanità (tanto abbiamo la Serrachiani che ormai ha fatto pratica).

Entrano nella UE nazioni che volevano sparare ai migranti ai confini, e che ora sono diventate paladini di diritti e libertà.

Il mercato e il business lava molti peccati. Personaggi che schieravano eserciti ai confini diventano eroi che difendono i valori occidentali. I polacchi, prima richiamati per innumerevoli mancanza, ora sono un esempio. Del resto, forse tra qualche settimana entreranno in terreno ucraino, e quindi ..

Avremo una UE che non solo non ha nulla a che fare con l’Europa, ma neanche con i valori fondanti della stessa UE, del tutto estranea a Ventotene.

Una UE certo non più malvista dagli USA, come è stato in questi anni. Una UE oramai costola della NATO, che se fa un esercito europeo lo fa come esercito inquadrato nella NATO, dunque al servizio degli interessi statunitensi.

Una Europa senza più identità. Perché in questa guerra è l’identità europea ad essere collassata.

Intanto il resto del mondo sta costruendo davvero il futuro. 4 miliardi di persone costruiscono un altro mondo, diffidenti verso l’Occidente, intenzionati a non dipendere da esso da nessun punto di vista vanno per la loro strada.

Una via che si potrebbe forse ancora arrestare, ma che man mano che si svilupperà, man mano che gli intrecci tra Russia, Cina, India, Brasile e gli altri paesi dei brics cresceranno, costruirà due mondi.

Poteva andare diversamente, se Macron e Scholz avessero avuto in Italia un presidente del consiglio diverso forse l’Europa avrebbe potuto giocare un ruolo diverso.

Draghi non è stato un flagello solo per l’Italia, ma una disgrazia per l’Europa.

L’uomo che sta rendendo sempre più poveri gli europei.

Per qualche dollaro in più.

Non è arrivato per caso. No davvero no. Non bisogna essere complottisti, ma meglio complottisti che cretini.

È arrivato li per costruire la UE che vogliono gli USA, non l’Europa degli europei. Questa è già finita. Lui ne è stato il becchino

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La politica di morte perseguita da Draghi & Co – Donatella di Cesare

Uno dei traumi che la nuova guerra d’Ucraina ha provocato in questi mesi nelle nostre esistenze è l’incombere funesto della morte. Come se non fosse sufficiente già lo shock del coronavirus con tutte le comprensibili ansie, le legittime preoccupazioni che ha portato con sé. Un cigno nero dopo l’alto, o meglio, accanto all’altro – pandemia, guerra, recessione, carestia, siccità, cambiamento climatico – disegnano un orizzonte con tinte sempre più fosche e apocalittiche. Di fronte a questo scenario, che giorno dopo giorno è stato presentato in tutta la sua assoluta irreversibilità, l’istinto vitale insorge e si ribella. Non per opportunismo o indifferenza, né per cieco amor di sé o insensibilità, bensì perché oltre a fiutare l’enorme rischio rappresentato da questa guerra, coglie tutto l’arbitrio di scelte politiche che, pur essendo dirompenti ed epocali, vengono invece spacciate come asettiche manovre amministrative.

Perché dovremmo accettare la morte come soluzione inevitabile dei conflitti? Perché dovremmo d’un tratto far nostra quell’ideologia del sacrificio di cui le nostre madri e i nostri padri, usciti dalla Resistenza, ci hanno insegnato a diffidare? Perché dovremmo proprio ora allontanarci dalle vie della civiltà per abbracciare la mistica dell’eroismo?

Necessità del sangue che irrori il suolo patrio – corpi giovani di soldati quasi adolescenti gettati nelle fauci della macchina bellica. Ragazzi russi e ragazzi ucraini che vanno a morire nel nome della Nazione. Il loro corpo schiacciato tra le lamiere di un carrarmato – francese, italiano, chissà – o gettato insieme ad altri in un’anonima fossa comune. E intanto, lontano da questa ecatombe, i capi dei rispettivi governi e delle potenze implicate inneggiano a una Vittoria che dovrebbe arridere alla fine, dopo la carneficina di giovani vite immolate sull’altare di vecchi ferri da smaltire. È così che si può infatti rinnovare l’equipaggiamento, procedendo a un sistematico riarmo. Con un eufemismo chiamano ciò deterrenza. Si svuotano gli arsenali solo per incrementare ulteriormente le spese militari, com’è avvenuto in quasi tutti i Paesi europei, compresa l’Italia. L’industria bellica ringrazia. Tutto questo mentre il mondo si dibatte in crisi senza precedenti. Eppure dovrebbe essere finalmente chiaro che le armi servono solo a morire e a far morire. A che cos’altro? Chi lavora il grano, per farne i derivati, produce beni di consumo, o meglio, mezzi per vivere, chi fabbrica armi contribuisce alla distruzione.

Una politica che richiede la morte, che la postula e la pretende come soluzione necessaria, come unico mezzo, è una necropolitica. Si rimette alla violenza, alla brutalità, alla legge del più forte. Che decida chi avrà la meglio “sul campo”! E cioè chi produrrà più cadaveri tra ferocie ed efferatezze. Questa politica della morte permette che le armi producano la massima distruzione possibile delle persone. Anzi, lo sancisce e lo promuove. In ciò consiste l’invio di armi. E in questo quadro diventano labili i confini tra resistenza e suicidio, tra libertà e martirio. Non dovremmo forse guardare a quell’ecatombe come un immane suicidio di massa? Un terrificante martirio collettivo in pieno XXI secolo, dopo aver condannato i gesti dei jihadisti? La morte è l’eccesso, l’ultima mossa oltre cui c’è solo il nulla.

Il supertecnico Draghi rappresentava già un esperimento azzardato, una sospensione della politica in una governance amministrativa che avrebbe dovuto risolvere problemi burocratico-finanziari. Oggi scopriamo il volto più nascosto di questa amministrazione che si è rivelata una forma di necropolitica perché considera la possibilità di far morire come espediente e via d’uscita all’inatteso problema del conflitto. La politica che aveva già abdicato una volta all’amministrazione certifica così il proprio ulteriore fallimento. Di questa duplice sconfitta democratica è simbolo l’invio di armi.

Una necropolitica, che rivendica il diritto di uccidere, e di far ipocritamente uccidere, disegna mondi di morte, forme di coesistenza sociale in cui la violenza, sopraffazione, arroganza determinano le relazioni personali e decidono la vita dei singoli…

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Regime di guerra – Augusto Illuminati

La guerra è venuta per restare e per cambiare tutti i tratti del nostro mondo. Finora siamo stati
ciechi, adesso è il momento di farcene carico

Sono almeno 50 anni, dalla caduta di Saigon, che non si vede una guerra come si deve. Intendo con gli aggressori cattivi, gli aggrediti simpatici e vincenti, i collaborazionisti che si aggrappano all’ultimo elicottero, la falce e martello che sventola sul Reichstag, i soldati con l’acqua alla vita sulla spiaggia di Omaha, i musi gialli, l’odore di napalm al mattino, la resistenza, gli eccidi, i Lager, i dittatori appesi per i piedi.

Ma neppure la guerra fredda, l’incubo nucleare, lo scambio delle spie sul ponte di Glienicke, le convulse trattative sui missili cubani, i maccarthisti ghignanti e i traditori con il colbacco.

Certo, siamo stati un po’ ciechi, anzi proprio ciechi, perché nel mondo le guerre si sono moltiplicate, la Siria è stata dilaniata e ridotta in macerie, due volte l’Iraq è stato invaso e l’Afghanistan pure, la Palestina agonizza e anche “bianchi come noi” in Jugoslavia si sono scannati fra loro e li abbiamo bombardati noi (ricordiamo quanto ha fatto un noto imprenditore vinicolo a Belgrado).

C’ha ragione papa Francesco, quando parla di una terza guerra mondiale a pezzi. Solo che la rateizzazione dell’orrore ne ostacola la ricezione.

Siamo stati perfino solidali, in alcuni casi a corrente alternata, con i palestinesi, più convintamente con i curdi nel Rojava (un po’ meno in Anatolia).

In complesso la guerra, percepita distrattamente attraverso gli schermi, non è stata messa a tema, non abbiamo immaginato che esistesse un nesso forte fra guerra e globalizzazione, anzi in pratica davamo per scontato che la seconda emarginasse la prima, almeno vicino a casa nostra.

Adesso constatiamo che la guerra sta fra noi e ci resterà a lungo e dobbiamo chiederci perché e darci da fare per impedire una rovina generale, visto che i device elettronici non sostituiscono ma veicolano missili e testate atomiche.

Di questo stesso ripresentarsi della guerra abbiano colto gli effetti collaterali: inflazione, possibile carenza di energia, difficoltà logistiche, minacce di razionamento, insopportabile propaganda congiunta e unificata di media e apparati di Stato.

I morti e le macerie finora li abbiamo visti solo in Tv – e tutto sommato non paragonabili ai documentari e ai ricordi della seconda guerra mondiale e neppure alle stragi mediorientali.

L’assuefazione al bombardamento di immagini sta sopravvenendo con l’abituale rapidità. Lo spettro nucleare è stato rimosso in fretta. Il sentimento è tuttora che la guerra è bella, gloriosa e non ci toccherà troppo.

Però, chissà, e l’opinione pubblica italiana, per fortuna, non si scalda troppo alle trombe della co-belligeranza e dei sacrifici patriottici.

A differenza della prima metà dello scorso secolo, abbiamo smarrito la consapevolezza del rapporto indissolubile fra mercato mondiale e guerra, ovvero della natura dell’imperialismo, e abbiamo condotto indagini sottili e più o meno valide sull’evoluzione del capitalismo ignorandone la dimensione bellica. Che ora appare connaturata e deflagrante nei processi di globalizzazione. Nonché irreversibile, per quanto restino auspicabili tregue e cessate il fuoco locali…

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Guerra mondiale con sangue locale – Costituente Terra

Il delitto perfetto non è quello di cui non si riesca a scoprire l’autore, ma quello di cui una volta architettato nessuno è più in grado di impedire il compiersi. Oggi siamo a un passo dal consumarsi del crimine di una guerra che cambia natura, che aspetta solo la sua Pearl Harbor per precipitare in una guerra mondiale, come accadde il 7 dicembre 1941 quando la provocazione giapponese agli Stati Uniti segnò il vero inizio della seconda guerra mondiale. E come quella volta fu un ammiraglio giapponese, al comando della flotta, Yamamoto, ad accendere la miccia, così ora dobbiamo guardarci da un capo di Stato maggiore inglese, il generale Sanders, che parla di una «nuova era» e dice di dover obbedire all’imperativo di rendere il suo esercito «il più letale possibile» per sconfiggere la Russia in Europa in quella che potrebbe essere la terza guerra mondiale; oppure il deus ex machina potrebbe essere il capo di Stato maggiore americano, il generale Milley, che prevede «una lunga guerra d’attrito» in Europa, già rimpinzata dagli Alleati occidentali di 97.000 sistemi anticarro, più di quanti carri esistono al mondo.

Stando a questi discorsi, sembra che la sola cosa capace di scongiurare questo passaggio a una guerra di grandi dimensioni, sarebbe che la Russia accetti la sconfitta che le è stata promessa, la seconda in poco più di trent’anni: quella sconfitta che si dichiara inaccettabile invece per l’Ucraina, la sola, come ha detto Draghi consegnandosi a Zelensky, senza che nessun Parlamento gliene avesse dato il mandato, «a dover decidere la pace che vuole». Ma la sconfitta per la Russia potrebbe essere addirittura l’estinzione, come spiega la spietata analisi di Limes.

Secondo il papa, che da tempo denuncia la guerra «a pezzi e bocconi» che inghiotte e dilania popoli interi, la guerra mondiale è già cominciata. Lo ha detto parlando ai direttori delle riviste culturali dei Gesuiti europei: «Ecco, per me oggi la terza guerra mondiale è stata dichiarata – ha detto –. E questo è un aspetto che dovrebbe farci riflettere. Che cosa sta succedendo all’umanità che in un secolo ha avuto tre guerre mondiali? Io vivo la prima guerra nel ricordo di mio nonno sul Piave. E poi la seconda e ora la terza. E questo è un male per l’umanità, una calamità. Bisogna pensare che in un secolo si sono susseguite tre guerre mondiali, con tutto il commercio di armi che c’è dietro!».

La guerra dunque prende le sue nuove misure. Esse sono quelle di una guerra mondiale con sangue locale; le armi, da “sovietiche” passate ad “atlantiche” sono universali, il sangue è delle patrie; a morire sono ucraini e russi, ma anche mercenari, embedded, foreign fighters; ma nessuno si illuda che in questo nuovo corso della guerra anche il sangue non diventi universale…

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Ucraina e rischio di conflitto geopolitico: risveglio ai pericoli nucleari? – Asli Bâli, Richard Falk

…Asli Bâli: alcuni hanno caratterizzato il conflitto in Ucraina come illustrativo del grado cui le potenze globali possano inciampare ciecamente in un confronto nucleare. Ha la sensazione che ci siano opportunità di contenere questo rischio oggi o con la diplomazia intergovernativa o la mobilitazione della società civile globale?

Richard Falk: Beh, penso che a livello della società civile ci sia una netta preoccupazione benché non sia troppo ben focalizzata al momento. C’è una specie di ansia sospesa per la possibilità d’uso di armi nucleari nel continente europeo, che può avere un effetto galvanizzante suscettibile di indurre forme di pressione nazionale in qualche paese europeo per agire in contrapposizione al rischio. Penso anche che qualcuno nell’amministrazione Biden abbia cambiato vedute sul conflitto ucraino col progressivo focalizzarsi delle sue dimensioni nucleari potenziali, apparentemente non considerate seriamente nella fase precedente, seppur sempre sensibili in certo senso ai pericoli maggiori di escalation bellica, evidente, ad esempio, nella resistenza di Biden agli appelli, specie parlamentari e di think tank di destra, di stabilire una no-fly zone in Ucraina, e originariamente nella sua esitazione a fornire armamento offensivo agli ucraini. Analogamente, la primitiva non-interferenza con i tentativi del presidente ucraino Volodymyr Zelensky di cercare qualche sorta di compromesso negoziato indicava che il governo Biden era cauto verso l’escalation, e disposto a lasciare che l’Ucraina controllasse il proprio futuro.

Ma in una seconda fase della guerra, allorché la resistenza ucraina risultò riuscire meglio di quanto previsto e pareva possibile e strategicamente attraente una sconfitta o un indebolimento della Russia, le priorità del governo Biden si sono visibilmente spostate a trattare manifestamente la guerra in Ucraina come opportunità di dare una lezione alla Russia segnalare alla Cina che se tentasse qualcosa di simile con Taiwan, si troverebbe di fronte a qualcosa anche peggiore. Questo secondo punto è stato provocatoriamente sottolineato da Biden durante il suo recente viaggio in Asia in cui ha fatto una forte dichiarazione pubblica d’impegno USA alla difesa di Taiwan.

Riguardo al conflitto in Ucraina ho tracciato una distinzione fra due livelli. Primo, c’è un confronto Russia-Ucraina per temi pertinenti il loro conflitto bilaterale. Ma, secondo, ce il livello geopolitico di interazione fra USA e Russia, che comporta un confronto le cui poste superano la questione dell’ Ucraina. Qui l’escalation è stata stimolata da quanto io reputo la retorica alquanto irresponsabile del governo Biden che ha demonizzato Putin; che non è certo un leader politico particolarmente attraente, ma perfino durante la guerra fredda i leader americani si trattennero sensatamente da demonizzare Stalin o altri capi sovietici. Questo lo fecero alcuni funzionari pubblici, parlamentari, ma i capi dell’esecutivo se ne astennero perché avrebbe creato un ostacolo talmente evidente al mantenere aperti canali diplomatici fra USA e URSS.

Deprecabilmente nella seconda fase dell’attuale guerra in Ucraina, gli USA sono diventati una fonte di escalation. La loro influenza è stata diretta anche a scoraggiare più o meno il presidente Zelensky dal cercare ancora una fine negoziata alla guerra in atto sul terreno. La posizione USA è invece sembrata consolidarsi nella ricerca di una vittoria strategica, come reso esplicito dal segretario di stato Antony Blinken e dal segretario alla difesa Lloyd Austin con i propri commenti sull’opportunità di fiaccare la Russia. Penso che stiamo ora entrando in una terza fase del conflitto in Ucraina con qualche riconoscimento a Washington e altrove che il governo Biden sia andato troppo in là nell’escalation. Ma la preoccupazione è che le azioni precedenti abbiano creato uno slancio difficile da invertire, con il tragico risultato di una guerra più lunga con terribili conseguenze avverse per l’economia mondiale e specialmente per paesi dipendenti da un accesso ragionevole a cibo ed energia, ampiamente compromesso dalla guerra e dalle sanzioni alla Russia.

Inciampo in un conflitto nucleare?

Asli Bâli: Data la sua analisi del ruolo USA nell’intensificazione del conflitto, che pensa del rischio attuale di onfronto nucleare o ulteriore erosione delle possibilità di promuovere un controllo delle armi russo-USA e di disarmo nucleare?

Richard Falk: La cosa scoraggiante in questa terza fase è che il governo Biden non ha ancora aperto la porta a una risoluzione diplomatica o accentuato l’importanza di una tregua che fermi le uccisioni immediate e permetta una de-escalation. Il che lascia intendere che ci sarà uno o l’altro di due brutti scenari con l’ulteriore dipanarsi della crisi: uno è che il rischio e i costi di una lunga guerra fan sì che gli USA aumentino ancora la pressione per concludere prima forzando Mosca a cedere o ritirarsi; o fare qualcosa che permetta all’Ucraine e agli USA di cantare vittoria. Con la massima pressione quindi su Putin che a sua volta potrebbe decidere che un pericolo esistenziale così grave per la sicurezza russa giustifichi una risposta robusta comprensiva di minaccia ed eventuale effettivo utilizzo di armi nucleari tattiche, come modo – forse il solo – di evitare una sconfitta strategica.  Il secondo scenario è che gli USA si apprestino a vivere con una guerra prolungata sperando che a un certo punto Mosca se ne stanchi, come fecero i sovietici in Afghanistan e gli USA in Vietnam. Ma l’esperienza recente fa capire come questo andazzo sarebbe distruttivo per l’Ucraina e il mondo. Agli USA ci son voluti vent’anni per estricarsi dall’ Afghanistan, lasciando il paese in rovina, milioni di sfollati permanenti, di fronte alla carestia, e chissà quante centinaia di migliaia di invalidi afghani o peggio. Altrettanto deprimente, come già fatto notare da altri, il probabile risultato dal punto di vista ucraino: lo stesso,  che la guerra si concluda la prossima settimana o fra dieci anni, a parte l’ovvio aumento proporzionale di vittime e devastazione.

Asli Bâli: Potrebbe dire di più sulle sue aspettative a fine guerra secondo che avvenga per prossimi negoziati o per lunga estenuazione?

Richard Falk: Beh, mi aspetto come scenario più probabile per la fine della guerra qualche concessione dell’Ucraina riguardo alla regione del Donbass nell’est, insieme a un solenne impegno di neutralità per il paese nel suo insieme e la non adesione alla NATO. In cambio, ci si aspetterebbe che la Russia s’impegni a sua volta a rispettare i diritti sovrani e l’indipendenza politica dell’Ucraina. Con ogni probabilità la questione della Crimea non sarà affrontata nel corso della conclusione dell’attuale conflitto. I contorni di tale conclusione negoziata del conflitto erano già emersi nei colloqui fra i russi e gli ucraini in marzo e ci sono poche ragioni per pensare che questi parametri cambino sostanzialmente. In altre parole, questo risultato si sarebbe conseguito prima, di certo nella prima fase della guerra se non prima dell’attacco russo, prima che precoci vittorie ucraine inducessero a farsi tentare dalla seconda fase, di escalation geopolitica…

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Draghi prigioniero di Putin – Enrico Peyretti

…Cosa si poteva fare? Non dare le armi. Come non abbiamo mai dato armi alla Palestina occupata, che non le ha neppure chieste, e ad altri popoli (Yemen, ecc. ), violentati anche con armi da noi italiani vendute ai loro violentatori. Si poteva parlare di persona con l’aggressore, anche se all’inizio può risultare inutile. Si poteva andare in presenza personale, figure rappresentative, significative, artisti, ambasciatori, e responsabili della comunità internazionale, anche i capi di governo come Draghi, davanti all’esercito aggressore, con lo stesso rischio di morire, che viene imposto al più semplice soldato dagli stati implicati. Ciò sarebbe smascherare l’offesa che l’aggressore compie contro la legalità universale umana: nessuno deve aggredire un altro, nessun popolo deve offendere l’altro. Chi fa questo offende tutta l’umanità, non una parte.

Il volontariato civile di pace ha provato più volte e in più casi a interporsi con forza umana vitale e mediatrice, tra le opposte forze di morte. La politica degli stati deve sostenere queste iniziative di pace attiva e coraggiosa, di vita contro la morte.

La responsabilità dei rappresentanti politici è grande, nei momenti acuti: non possono solo mandare soldati obbligati, ma devono assumersi responsabilità e rischio personale. L’aggressore farà guerra all’umanità intera? Il suo popolo lo sosterrà in questo maggiore crimine?

Sappiamo che fin dall’inizio, all’interno dello stato aggressore, ci sono obiettori, renitenti, disertori, movimenti organizzati per la nonviolenza attiva (cfr Azione Nonviolenta, n. 2/2022) . Gli altri stati, se sono per l’umanità prima che per una fazione aggressiva, devono sostenere attivamente le forze di pace che smontano le forze di guerra. Questa è vera politica: ogni stato è cellula della unica umanità, non è “sovrano” (superiorem non recognoscens), cioè non è insubordinato alla unica famiglia umana, non è al di fuori e al di sopra, non abita da solo sulla terra, non ha confini chiusi all’umanità. Questa nuova concezione dei rapporti familiari, consorziali e non armati, tra i popoli organizzati in stati si impone nell’era planetaria, in cui la sorte di tutti è unica, inseparabile. Nessuno ormai può vincere. La vittoria non c’è più.

Tutto vale, meno la guerra. Tutto va tentato, meno la guerra. La guerra, e la risposta alla guerra con la guerra, è fallimento rovina e dolore, anche per chi crede, con pensiero arretrato e chiuso, che sia suo dovere opporre guerra alla guerra. Al popolo aggredito diamo tutta la vicinanza umana, l’accoglienza quando fugge, ma non le armi per cadere nella trappola morte più morte.

Oggi l’umanità è per fortuna costretta, per sopravvivere, a sperimentare, come in già tante esperienze storiche (che la cultura ufficiale degli stati armati non vuole ricordare), la difesa popolare nonviolenta. L’aggressore vuole obbedienza e sottomissione. Un popolo cosciente della propria dignità gliele rifiuta coraggiosamente. La forza umana è superiore alle armi disumane. Si tratta semplicemente, al più presto, di abolire le armi, la logica e la struttura delle armi, gli eserciti (come già chiedeva la sapienza di pace, vedi Kant per tutti). Soli il disarmo è razionale e sicuro; la pace armata è già guerra.

Caro Presidente Draghi, è questo l’appoggio che dovevamo all’Ucraina. Ma la politica che anche lei pratica ignora il progresso vitale, è prigioniera della guerra, pensa come Putin, che ha la religione fanatica e ossessiva dell’impero forte, dominante: quella stessa auto-religione nefasta che è anche di altre potenze imperiali. Le quali sono solo capaci di replicare, ma non di uscire, dalla logica imperiale, che minaccia allo stesso modo tutti i popoli e tutti i diritti umani.

Ma noi speriamo e vogliamo che l’umanità, come ha superato altri costumi e istituzioni disumane, viva ora l’evoluzione storica della uscita dalla indegna istituzione della guerra, mai più giustificabile. L’attuale avversità può essere una opportunità. Tutte le persone serie e responsabili, di sentimento umano, possono collaborare in questo. Speriamo, con speranza attiva.

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Tertium non datur – Paola Ginesi

Ho l’impressione di trovarmi sul banco degli imputati quando sfioro la geopolitica mondiale che si sta “chiarendo” nella guerra in Ucraina e mi viene voglia di dire con la mano tesa – su cosa: costituzione vangelo dichiarazione dei diritti umani? – “considero la guerra in Ucraina un’invasione di Putin, con tutte le conseguenze che ciò comporta”.

E ora, posso, insieme a tantissime altre persone, cercare di capire un po’ della storia meno recente di una zona che pochi conoscono; permettermi qualche perplessità su come il tutto viene gestito; dichiararmi contro la guerra tout court, perché uccide, distrugge, ruba pane e futuro, fa esplodere le peggiori pulsioni?

Posso rivendicare il diritto alla ricerca e alla difesa di tutto ciò che costruisce la pace anche se questo significa seguire, come ci dicono, strade estranee al buon senso comune, perse tra il fumo di inutili sogni e utopie?

Posso dire che tra Pilato che si lava le mani nel sangue di un innocente e chi collauda nuove armi sull’ultimo – in ordine di tempo – campo di guerra non c’è differenza?

Posso dire che sono tutti uguali coloro che esaltano l’eroismo di un popolo, di un esercito e si servono della morte per rafforzare la base del loro consenso politico-elettorale?

Posso dire che, “dentro” o “fuori” che siano, tutti coloro che fanno fallire ogni tentativo per giungere ad un accordo di pace sono responsabili e dovranno renderne conto alla storia?…

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Cosa succede tra Russia e Lituania a Kaliningrad e perché rischia di scatenare un’altra guerra – Fulvio Scaglione

È in arrivo la terza guerra mondiale? Da quando il Governo della Lituania, nemmeno tre milioni di abitanti ma Paese membro sia della Ue sia della Nato, ha deciso di bloccare il 50% delle merci avviate per ferrovia verso l’exclave russa di Kaliningrad, i pronostici drammatici si sprecano. Come se la situazione, con la guerra in Ucraina ormai arrivata al quarto mese, le forniture di gas e petrolio a rischio e la crisi economica che aleggia come un avvoltoio sull’Europa (inflazione industriale oltre il 33% in Italia e Germania, per dire), non fosse già abbastanza critica.

Non è il caso di angosciarsi più del necessario, dipingendo scenari a base di funghi atomici come amano fare certi generali tedeschi e inglesi. È invece il caso di prendere molto sul serio questo ennesimo confronto tra la Russia e l’Occidente. Intanto vediamo di che si tratta. Il traffico ferroviario di cui si parla, in primo luogo, non è traffico Ovest-Est ma Est-Est. In altri termini, sono merci che dalla Russia diciamo così continentale e dalla Bielorussia arrivano all’exclave di Kaliningrad attraverso una novantina di chilometri di territorio lituano, binari che attraversano il cosiddetto “corridoio di Suwalki” (ne parleremo tra poco), secondo un accordo che fu preso dalla Russia con la Lituania all’epoca della fine dell’Urss e del grande riordino delle relazioni tra i Paesi usciti da quel tracollo. E qui c’è già il primo problema: i lituani dicono che loro stanno solo applicando le sanzioni decise dalla Ue contro la Russia per l’invasione dell’Ucraina. E Josep Borrell, alto rappresentante Ue per le politiche estere e di sicurezza, ha confermato, sia pure con qualche esitazione. Ma su quali basi la Ue può sanzionare quello che è un trasferimento di merci da una parte della Russia a un’altra, attraverso un Paese come la Bielorussia che non è nella Ue e non aderisce alle sanzioni contro la Russia?

Secondo problema: le merci. I lituani, di nuovo, minimizzano, dicono che si tratta soprattutto di acciaio e materiali ferrosi. Intanto non è vero: sono colpiti molti generi di prima necessità e infatti gli abitanti di Kaliningrad, appena appresa la notizia, sono corsi a saccheggiare i supermercati, perché tutto ciò che viene consumato nell’exclave arriva da fuori. Ma poi, a volerla dire tutta, la questione dei metalli e affini è ancor più grave. Perché Kaliningrad è una piazzaforte militare dotata di squadriglie di bombardieri nucleari, basi di missili atomici, poeti militari e potenti difese antinave, come abbiamo già raccontato in queste pagine. I materiali che la Lituania vuole bloccare sono indispensabili a tutte queste attività ed è facile capire, con un feroce scontro militare ed economico in corso, quanto piaccia alla Russia essere provocata nel suo apparato di difesa-offesa. Tanto più dopo che Finlandia e Svezia hanno chiesto di entrare nella Nato, cosa che farebbe del Mar Baltico (su cui appunto affaccia Kaliningrad) una specie di lago dominato dall’Alleanza Atlantica. E infatti il Cremlino ha promesso adeguate, e ovviamente pesanti, reazioni.

Tutto questo non basta per abbandonarsi a fosche previsioni. Certo, volendo dipingere scenari in nero, si può immaginare il Cremlino che ordina di invadere la Lituania, lasciando alla Nato il dilemma se affrontare una guerra totale con la Russia per proteggere il piccolo Paese baltico. Ma per ora possiamo lasciare da parte i problemi di fantasia, perché bastano quelli reali. E il primo e più importante di questi si chiama, come dicevamo prima, corridoio di Suwalki. Il nome viene dalla più vicina città della Polonia, e designa la striscia di terra dove Polonia e Lituania si toccano, separando la Bielorussia dalla Russia di Kaliningard. Da anni gli strateghi americani sottolineano la delicatezza strategica di questo punto. Nel 2018 il generale Usa Ben Hedges scrisse in proposito un rapporto che mise in allarme militari e politici e spinse l’Alleanza a rinforzare i contingenti schierati in questa parte di Europa. Perché, dal punto di vista della Nato, il famoso corridoio è un punto debole. Ai russi, che tra l’altro nei mesi prima dell’invasione della Russia hanno piazzato ingenti forze armate nel territorio della Bielorussia, basterebbe poco per occupare il corridoio, chiuderlo, dividere la Polonia dalla Lituania e di fatto isolare i tre Paesi Baltici, che avrebbero il mare da un lato e Russia e Bielorussia dall’altro. Condizione che, volendo darci un’altra botta di catastrofismo, sarebbe ideale per poi invadere Estonia, Lettonia e Lituania dove, non dimentichiamolo, il 30% della popolazione è russofona quando non russa, e negli anni dopo l’Urss è stata spesso trattata come una popolazione di serie B. Per non parlare di come potrebbero a loro volta comportarsi i polacchi, che con gli inglesi e appunto i baltici sono i più duri nei confronti della politica russa…

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PERCHE’ L’UCRAINA STA PERDENDO LA GUERRA – Stefano Orsi

Negli otto anni che hanno preceduto la “operazione militare speciale” della Russia in Ucraina, le potenze occidentali, soprattutto USA e Regno Unito per il tramite  di Polonia e Repubbliche Baltiche, hanno finanziato la ricostruzione dell’esercito ucraino, che aveva dato pessima prova di sé nella guerra con le Repubbliche di Donetsk e Lugansk. Il processo di formazione del nerbo di un esercito e la preparazione di sottufficiali e ufficiali è stato guidato da gruppi della NATO nell’Ovest del Paese, presso le basi della regione di Leopoli, dove facevano presenza fissa formatori e addestratori occidentali. I fondi necessari per la ricostruzione dell’apparato militare sono stati trovati tramite la UE, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e con erogazioni dirette da parte degli USA. Per ammissione del segretario di Stato Usa, Anthony Blinken, le forniture militari erano iniziate ben prima dell’escalation militare di fine febbraio.

L’Ucraina, pur non riuscendo a vendere nemmeno un singolo sistema d’arma a Paesi terzi, visto che i suoi modelli di carro e di aerei non trovano clienti da molto tempo, ha quindi ricevuto le risorse per aggiornare i suoi tank T64 e T72, sia nelle dotazioni dei sistemi sia nella corazza reattiva. Ha sfornato nuovi mezzi da esplorazione come i Cougar, Spartan (prodotti su licenza canadese), Shrek, Fiona, Hurricane. Tutti mezzi progettati e sviluppati in questi ultimi anni, progetti che senza i fondi occidentali non sarebbero mai stati realizzati. E poi i blindati BTR3, aggiornamento prodotto in Ucraina sulla base dei BTR sovietici e i Vilcha lanciamissili multipli costruiti a partire dal progetto degli Smersh sovietici. Non dimentichiamo, infine, i DTR4 Bucefalo, progettati e prodotti in Ucraina dalla ZhBTZ a partire dal 2016, produzione poi spostata a Zythomyr, nell’Ovest del Paese.

Perchè l’Ucraina, che si trova in condizioni economiche a dir poco disastrose, ha investito nel tempo tante risorse preziose in nuovi strumenti di guerra? Il FMI o la UE stessa non sono famosi per prestare denaro senza pretendere tagli alle spese e ristrutturazioni profonde degli apparati statali o dei servizi ai cittadini: perché, quindi, hanno permesso che tante delle risorse da loro prestate fosse investito nell’esercito? È stata l’Ucraina a scegliere come spendere i soldi o le è stato imposto come spenderli?

Ma veniamo ai giorni che hanno preceduto la data fatidica del 24 febbraio. Mentre la diplomazia tentava di spingere l’Occidente, ovvero gli USA, ad accettare un accordo che prevedesse la neutralità dell’Ucraina e lo stop all’espansione della NATO verso Est, i preparativi della guerra procedevano. Centinaia di carri armati, migliaia tenendo presente anche i blindati, si muovevano da oltre gli Urali verso Ovest, assieme a cannoni, camion, cisterne per il carburante, cucine da campo, ospedali mobili, mezzi antiaerei, lanciatori di missili Iskander, intere squadriglie di caccia. Un ponte aereo impressionante spostava i materiali russi da Est verso la Crimea e l’Ovest del Paese e anche verso la Siria, che venne rifornita di ogni tipo di arma che potesse servire nei mesi a venire. Mezzi delle Flotte del Nord e del Pacifico si muovevano intanto nel Mediterraneo sia nel Mar Nero. A fine gennaio era tutto pronto. La diplomazia nel frattempo si era arenata di fronte al temporeggiare degli USA e alle provocazioni del Regno Unito, che firmò un patto di mutua difesa con Polonia e Ucraina. Forte di queste rassicurazioni l’Ucraina venne spinta a intensificare i bombardamenti contro il Donbass. L’Osce certificò un aumento enorme dell’attività di violazione del cessate il fuoco da parte Ucraina, oltre alla presenza crescente di mezzi proibiti nella zona demilitarizzata: artiglieria pesante, carri armati, blindati e mortai da 120.

Kiev si preparava a un’offensiva? In Occidente si erano diffuse due differenti scuole di pensiero. Una credeva che la Russia, intimorita dal dispiegamento di forze della NATO verso Est in corso ormai da anni, non sarebbe intervenuta con una spedizione militare come in fondo non lo aveva fatto nel 2014, con un’Ucraina enormemente meno preparata di quella del febbraio 2022. L’altra scuola di pensiero, invece, riteneva che la Russia sarebbe intervenuta e avrebbe interrotto la guerra dopo le prime pesanti perdite, che avrebbe di certo subito a causa della preparazione ucraina specifica per affrontare l’esercito russo. Le forze armate di Kiev, infatti, erano state rifornite con migliaia di mezzi anticarro, migliaia di sistemi spalleggiabili antiaereo, droni Bayraktar TBE turchi e relative munizioni, e molti altri sistemi d’arma.

Nella prima e confusa fase della guerra abbiamo assistito a due anomalie di grande importanza nella strategia russa. La prima consiste nella conduzione dell’invasione. Quattro fronti aperti in un solo giorno: da Nord, verso Kiev; da Est su Sumy e Karkov; dal Donbass, affidando il compito principalmente alle forze di Donetsk e Lugans e al gruppo 0 delle forze russe; da Sud penetrando in profondità nel territorio ucraino partendo dalla Crimea, fronte che è stato da subito molto diverso rispetto agli altri. La seconda anomalia è stata l’assoluta mancanza di una campagna aerea preparatoria alla guerra sul campo, cosa che ha permesso agli ucraini di affrontare nelle fasi iniziali l’esercito russo con un dispositivo integro e in perfetta efficienza.

Durante la prima fase, le perdite russe sono state elevate tanto quanto quelle ucraine, a stima nostra, a causa della parità di fatto dei mezzi dispiegati, della sostanziale inferiorità numerica russa su tutti i fronti, della mancanza di coordinamento tra le forze di terra e una artiglieria di copertura a causa, soprattutto nel Nord, della permeabilità delle linee del fronte, cosa che impediva di fatto di creare un retroterra sicuro dove dispiegare mezzi antiaerei, artiglieria e sistemi di disturbo elettronico. Nel Nord, peraltro, non è mai stato dispiegato un dispositivo militare con cui i russi potesse dare l’assalto alla capitale Kiev. Mai.

Lo scopo della presenza russa a Nord, riteniamo fosse creare una fortissima pressione sui vertici politici e militari ucraini per arrivare a una resa veloce del Paese ed evitare un lungo conflitto. Furono avviati da subito degli incontri tra delegazioni russe e ucraine in Bielorussia per arrivare ad un accordo di pace, ma dopo un mese si arenarono. Dopo quel fallimento diplomatico, la presenza militare russa nel Nord del Paese non ha più scopo e infatti viene ritirata e le truppe redistribuite su altri fronti. I mezzi di informazione occidentali hanno presentato questa operazione come un ritiro, ma dal punto di vista militare non è così: il compito che le truppe dovevano svolgere non era militare ma politico, esaurito questo le truppe sono passate ad altro, sebbene avessero pagato un conto salato per la loro presenza nel settore senza una adeguata copertura.

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Blocco Kaliningrad, Ambasciatore Pontecorvo: “Illegittimo, una follia, la Lituania va a fare una cosa del genere da sola?”

La Lituania, in seguito ad un’interpretazione delle sanzioni dell’Unione Europea contro la Russia, ha deciso di bloccare parzialmente il transito di materiali e merci dirette a Kaliningrad.

La guerra non segue i propositi dell’occidente, le sanzioni contro la Russia non funzionano, le conseguenze le vivono sulla propria pelle i cittadini dell’UE, le armi inviate all’Ucraina avranno solo la funzione di prolungare il conflitto, con scenari facilmente immaginabili.

Allora, perché non ricorrere all’arma della provocazione per provocare un’escalation della guerra coinvolgendo un paese come la Lituania per coinvolgere la NATO?

Sembra proprio questa l’intenzione. A tal proposito, sulla legittimità del blocco è intervenuto il diplomatico di lungo corso Stefano Pontecorvo, ex Alto Rappresentante civile della NATO in Afghanistan.

Durante la trasmissione di LA7 ‘L’Aria che Tira’, ha rotto ogni indugio sulla legittimità di questo blocco: “Non è legittimo da nessun punto di vista, perché questa è un’interpretazione dei lituani delle sanzioni. Che sia legittimo, lo ha detto anche Borrell, sono balle.”

Ha avvertito che questo provvedimento “è mettere un dito nell’occhio ai russi politicamente e come ha detto Luca Telese, è un segnale di escalation. Ed è una follia da un punto di vista politico. Bisogna chiedersi che cosa c’è dietro. I lituani sanno bene che non è una misura neutra.”

Inoltre, indicando la mappa tra Lituania e Russia, pone una domanda importante: “La Lituania va a fare una roba del genere da sola? Prendendosi una responsabilità di dare un pugno nell’occhio ai russi senza dire niente a nessuno?”

Sono elementari nozioni del Diritto internazionale, niente di sovversivo, Pontecorvo precisa che a suo pare il blocco di Kaliningrad non è paragonabile all’invasione russa, ma non basterà. Pontecorvo finirà sicuramente nelle liste dei filo-putiniani.

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Erdogan e i “valori” d’Occidente – Massimo Fini

“Avverto la Grecia di evitare sogni, atti e dichiarazioni che provochino rimpianti”. Di chi sono queste minacciose parole pronunciate in tono mafioso? Di Recep Tayyip Erdogan, il presidente turco. La materia del contendere sono le isole del Mar Egeo. Che cosa abbia da pretendere Erdogan dalla Grecia è difficile capire. Secondo il Trattato di Losanna del 1923, le isole del Mar Egeo appartengono alla Grecia, la Turchia ha sovranità solo su due piccole isole, poco più che degli scogli, Imbro e Tenedo. Ma è evidente che Erdogan, approfittando della situazione che lo vede protagonista nello scacchiere internazionale, vuole impadronirsi se non proprio delle isole greche dei diritti di sfruttamento del sottosuolo marino e dei diritti di pesca. Del resto la Grecia, pur appartenendo all’Unione europea dal 1981, è sempre stata considerata la Cenerentola d’Europa. La Turchia gode invece dell’appoggio incondizionato degli Stati Uniti per la sua posizione strategica: piatta com’è, è una portaerei naturale e non a caso gli Usa vi mantengono a Incirlik la loro più importante base aerea piazzata tra Oriente e Occidente. Si potrebbe anche dire che tutte le guerre balcaniche, compresa quella alla Serbia ortodossa del 1999, sono state fatte per costituire una sorta di corridoio di islamismo non radicale (Albania + Bosnia + Kosovo) a favore della Turchia. Un calcolo comunque infame ma che, come quasi sempre per le iniziative americane, si è rivelato anche sbagliato. Perché la Turchia degli anni Novanta non era la Turchia di oggi, quella di Erdogan.

Sono stato parecchie volte in Turchia negli anni Settanta. Era un Paese molto civile e accogliente come lo era, lo dico per incidens, la Cipro turca, a capitale Famagosta, molto più bella e affascinante rispetto a quella greca. Si respirava ancora l’aria della Turchia laica fondata da Kemal Ataturk.

Ma la Turchia di Erdogan è tutt’altra cosa. Faceva notare il lettore del Fatto (20.06) Anilo Castellarin: “Putin viene etichettato giustamente come un criminale di guerra, un assassino, un nuovo Hitler, un pazzo, un bandito e tanti altri epiteti probabilmente tutti meritati. Mentre con Erdogan i media e gli uomini delle Istituzioni occidentali usano aggettivi diversi. Erdogan è chiamato benevolmente “sultano”. Eppure il capo turco non è diverso da Putin. Sta massacrando la popolazione curda. Fa incarcerare gli avversari politici. Chiude i media che gli sono contro. Fa bombardare città in Stati sovrani come l’Iraq e la Siria, uccidendo civili”. Il lettore sottolinea anche come gli “sbandierati valori occidentali” siano accantonati ‘momentaneamente’ da Joe Biden e da tutti i Biden dell’Occidente. È la real politik, bellezza. Del resto lo stesso Biden non ha in programma un incontro col principe saudita Salman che, oltre che essere un noto difensore dei diritti delle donne (un vero “principe rinascimentale” a detta di Matteo Renzi), è il responsabile dell’assassinio del giornalista Khashoggi?

Ma di real politik si può anche morire. Real politik potrebbe essere considerata anche quella di Adolf Hitler, finché non perde la partita. Ma lasciando perdere i criminali di ieri e tornando a quelli di oggi, adesso il guerrafondaio Erdogan si permette di mettere il veto all’ingresso nella Nato di Svezia e Finlandia, due autentiche liberal democrazie e fra i Paesi più pacifici del mondo. Quale pretesto è addotto dal “sultano”? Che i due Paesi scandinavi ospitano dei curdi. Erdogan non si accontenterebbe dell’estradizione dei guerriglieri del Pkk, ma vorrebbe anche quella dei curdi della diaspora, che col Pkk hanno poco o nulla a che fare, che si sono rifugiati in Svezia e in Finlandia per sfuggire alle sue violenze. Se i Paesi occidentali avessero davvero a cuore i “valori occidentali” si opporrebbero alla strafottenza criminale di Erdogan, invece la subiscono. Per real politik, naturalmente. Ma allora verrebbe da chiedersi, come fa il lettore Anilo Castellarin, che cosa siano mai questi “valori occidentali” e se, al di là delle magniloquenti dichiarazioni, siano mai esistiti.

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F35 atterra a Ghedi: l’aereo per l’atomica – Mario Agostinelli

In un clima non certo di bassa tensione e con una torsione frettolosa da parte dei paesi NATO a intervenire inviando armi per la guerra in Ucraina, alle 10.36 del 16 Giugno il primo F35 atterra a Ghedi, nell’aereoporto militare. Si tratta di un modello «Lightning II», assegnato al 6° Stormo dell’Aeronautica militare dei Diavoli Rossi. Il velivolo, di quinta generazione e di fabbricazione americana, è il primo esemplare in forze nel bresciano al reparto che da 40 anni vola con i Tornado.

Un evento dal valore simbolico, che anticipa di poco i lavori di adeguamento della base (interventi da svariati milioni di euro che hanno previsto la realizzazione di 30 ricoveri corazzati, oltre all’introduzione dei simulatori di volo, indispensabili dal momento che non esiste versione addestrativa biposto dell’F35). Tutto in mano USA, e sotto forma extraterritoriale, per quanto riguarda la sovranità delle nostre istituzioni.

Si tratta del primo cacciabombardiere operativo acquistato dal Governo Italiano ed equipaggiato per trasportare e sganciare le bombe B61-12, ordigni nucleari di ultima generazione. Occorre sottolineare come tutte le operazioni che riguardano l’approntamento degli stormi e del materiale trasportato a Ghedi e ad Aviano sono sotto segreto militare e la stessa presenza delle testate nucleari è certificata esclusivamente da verbali di manutenzione che ne rivelano l’origine.

Una folla di autorità era presente all’evento, più o meno consapevole della capacità del nostro Paese di fondare un pezzo della propria sicurezza sulla minaccia di eventuali nemici con un’arma che non si può non definire genocida, perché progettata per cancellare dalla faccia della Terra intere città in pochi minuti, e con esse centinaia di migliaia di vite.

La concomitanza dell’arrivo dell’F-35 e del sorvolo di uno stormo di “vecchi” Tornado sopra la partenza da Brescia della “storica” Mille Miglia automobilistica lancia un segnale inquietante. Il cambio generazionale delle tecnologie, così marcatamente esibito, relega nel passato rombi, strisce tricolori e vetuste mitragliette, per mostrarci la cosiddetta «capacità non convenzionale» dell’esercito italiano, da oggi in addestramento quotidiano per «dispiegare» le bombe con testate nucleari presenti a Ghedi. Ordigni non più sganciabili solo a caduta gravitazionale balistica, ma regolate da un sistema di coda che ne garantirà guida e direzionalità in un raggio ?nale di errore di non più di 30 metri e a distanza di 300 chilometri. Buono a sapersi, in un Paese dove l’emergenza climatica non ha ancora spostato uno straccio di investimenti in energie di pace…

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L’isolamento della Russia è solo occidentale – Alberto Negri

La Cina e l’India hanno aumentato le importazioni di petrolio dalla Russia. A maggio Pechino ha importato ogni giorno 800mila barili di greggio russo via mare, il 40% in più rispetto a gennaio, a cui va aggiunto quello che arriva attraverso l’oleodotto. Il petrolio degli Urali, finora venduto soprattutto in Europa, costa 30 dollari in meno rispetto al Brent. Da gennaio a maggio il petrolio russo importato dall’India è passato da zero a 700mila barili al giorno. Il resto sono chiacchiere europee e americane.

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Diario da Vienna -Alfonso Navarra

APERTO UN POSSIBILE DIALOGO TRA PAESI NATO E IL PERCORSO DEL TPNW, CHE SI CONSIDERA COMPLEMENTARE RISPETTO AL TNP

L’intervento della Germania stamattina: siamo qui come osservatori perché condividiamo la preoccupazione che non ci sono progressi verso il disarmo nucleare”

Alla conferenza di Vienna, prima parte denominata “Segmento di Alto Livello”, si susseguono le dichiarazioni degli Stati (alla fine del dibattito generale se ne conteranno 70) e gli interventi della società civile.

L’agenda ufficiale dell’incontro – l’elezione del Presidente (l’ambasciatore austriaco Kmentt), l’ordine del giorno, il regolamento interno e l’elenco delle ONG non accreditate ECOSOC (i Disarmisti esigenti sono tra queste) si sono svolte finora  senza problemi.

Va tenuto presente che tutti i paesi possono partecipare alla riunione fino alla chiusura; quindi, non l’invito proveniente dalla dirigenza ICAN è quello di non smettere di spingere affinché i governi refrattari si presentino anche all’ultimo minuto. Ma per l’Italia con Draghi e Di Maio, questo sforzo francamente pare fatica sprecata! Il nostro governo non ha il coraggio di chiarire la sua posizione a livello internazionale, a differenza di Germania, Belgio e Paesi Bassi, anche essi Paesi NATO, e Paesi della condivisione nucleare NATO.

Oltre al modesto diario che propone il sottoscritto, per un resoconto completo delle giornate, è bene dare un’occhiata al Reaching Critical Will’s Nuclear Ban Daily (si vada su: https://reachingcriticalwill.org/disarmament-fora/nuclear-weapon-ban/1msp/reportsApre in una nuova finestra). Oppure, per un riepilogo video, è possibile vedere MSP-TV (si vada su: https://vienna.icanw.org/liveApre in una nuova finestra).

L’lordine del giorno della conferenza, approvato ieri, dà bene l’idea dei problemi in discussione e quindi del suo scopo.

Ogni mattina alle 9:00 ICAN riunisce i delegati della società civile per concordare le mosse e gli interventi da portare avanti nel corso dei lavori della conferenza.

Stamattina sono di particolare interesse gli interventi dei Paesi NATO e neutrali presenti come “osservatori”.

Il punto distintivo dell’intervento, per conto del governo tedesco, dell’ambasciatore Bohn, rispetto agli USA e alle altre potenze nucleari è però il riconoscimento di un possibile contributo positivo da parte del TPNW, che la NATO esclude.

“Il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari vieta, tra le altre cose, il dispiegamento, il possesso e il transito, lo stoccaggio e lo stazionamento di armi nucleari.

Questi ampi divieti creano un conflitto di interessi tra il TPNW e le responsabilità che gli alleati NATO hanno assunto. Per questo motivo né la Germania né altri membri NATO hanno aderito al TPNW.

Tuttavia, il governo federale condivide la preoccupazione degli Stati parti del TPNW per la mancanza di progressi nel settore del disarmo nucleare”.

Bohn conferma che il governo federale, (in dissonanza con le posizioni ufficiali della NATO, questo lo sottolinea il sottoscritto), “proseguirà il dialogo con gli Stati parti del TPNW sulla questione di come si possano compiere ulteriori progressi in materia di disarmo nucleare nell’attuale contesto di sicurezza”.

Gira e rigira, tutto l’ordine (o il disordine, forse è un termine più acconcio per descrivere la situazione) nucleare internazionale in via di evoluzione, ruota intorno al nodo della possibile complementarietà del rapporto tra TPNW e TNP. Che significa che i due sistemi giuridici (e magari in futuro) organizzativi sono “complementari”?

Una risposta tenta di darla una proposta, elaborata da Irlanda e Tailandia, per rendere compatibili e complementari TNP e TPNW alla luce della implementazione (e dell’allargamento ad altri Stati, inclusi gli Stati NATO) del secondo.

Questo documento parte dalla premessa che: “In assenza di un quadro giuridicamente vincolante e vista la lentezza ritmo di attuazione degli impegni concordati in materia di disarmo del TNP, i negoziati e l’adozione del Trattato di proibizione sono uno sforzo da parte degli Stati non dotati di armi nucleari di progredire verso la piena attuazione dell’articolo VI del Trattato di non proliferazione. Questo è, dopotutto, un obbligo per tutti gli Stati parti del Trattato di non proliferazione.
Lungi dall’intaccare il Trattato di non proliferazione, l’insieme completo di divieti previsti dal Trattato di proibizione danno concreta espressione al “misure efficaci” per il disarmo nucleare previste nel Trattato di Non Proliferazione”.

Da questa premessa nascono le raccomandazioni di Irlanda e Tailandia, in realtà facilitatori di un dibattito collettivo, alla Conferenza degli Stati parti del TPNW.

A questo punto possiamo porre una domanda: se riteniamo compatibile e complementare il TPNW con il TNP, perché non lo dovrebbero essere altrettanto la campagna ICAN e la campagna per il NO first use?…

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I  “Disarmisti esigenti” sono un progetto politico di organizzazioni internazionali, nazionali e locali, supportato da attiviste e attivisti nonviolenti, che lavorano per la pace e il disarmo, con la priorità della denuclearizzazione, sia militare che civile. La nostra nascita nel 2014 avviene in risposta alla chiamata dell’appello di Stéphane Hessel ed Albert Jacquard ad “esigere un disarmo nucleare totale”. Abbiamo quindi dato vita e gambe, su proposta della Lega per il Disarmo Unilaterale, ad un accordo operativo che si costituisce come strumento culturale e politico per contribuire al movimento mondiale antinucleare. Questo movimento è impegnato a liberare l’umanità dalla principale minaccia esistenziale, una vera emergenza, che pende sulla sua testa.  Ciò significa e comporta, tra l’altro, radicare in Italia la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari. Ma c’è anche l’ambizione, da parte nostra, che sia condivisa a livello globale la necessità di una rapida transizione dalla proibizione giuridica (processo aperto dal Trattato del 7 luglio 2017) alla loro totale eliminazione fisica. Questo obiettivo, incoraggiato dal conferimento del premio Nobel per la pace ad ICAN (www.icanw.org), richiede una strategia ed un lavoro con un’ottica internazionali che rappresenta il nucleo della nostra ragion d’essere. Un’altra nostra caratteristica è l’inquadramento olistico della minaccia nucleare nell’intreccio interdipendente con le altre minacce che pregiudicano la speranza di futuro dell’umanità: quella ecologico-climatica, e quella della disuguaglianza, in cui comprendere anche le oppressioni etnico-nazionali, razziali e sessuali. Questo inquadramento è espresso dal concetto di “terrestrità”, argomentante che l’umanità è una sola e appartiene alla Terra, un sistema vivente unico e integrato. La “nonviolenza efficace” è il riconoscimento di tale verità da parte di un diritto internazionale che, in un ordine di cooperazione e di sicurezza comune, supera le sovranità assolute degli Stati (e l’imperio della forza armata). Nell’esortazione che Stéphane Hessel ci consegna con “Indignatevi!”, la nonviolenza, la forza dell’unione popolare alla ricerca di verità e di giustizia, è “il cammino che dobbiamo imparare a percorrere”.

http://www.disarmistiesigenti.org/

 

NEUTRALITÀ’, DISARMO, NON ALLINEAMENTO DELL’UNIONE EUROPEA ALLA NATO – Franco Astengo

Da Ovest a Est la transizione egemonica mondiale” questo titolo riassume un articolo di Alfonso Gianni ( “il manifesto” 23 giugno) nel quale l’autore pone in evidenza il nodo di fondo dell’attuale situazione internazionale caratterizzata, apparentemente, dall’invasione russa dell’Ucraina che in realtà nasconde la classica “guerra per procura”.

Prendendo le mosse da una valutazione riguardante la conclusione del “secolo americano”, nel testo dell’articolo appena citato, si analizzano sia lo scenario che prevede “un ritorno a un relativo equilibrio tra molteplici centri di potere” sia la prospettiva di una contesa non ancora militare ma di tipo economico – politico per una transizione egemonica da Ovest a Est.

Si aggiunge però che quando nella storia mondiale si sono verificati processi geo-economico-politici di questa natura, legati alle diverse fasi dello sviluppo capitalistico, questi passaggi sono avvenuti in conseguenza di grandi scontri bellici.

Nell’articolo si sottolineano altri due punti:

  1. a) la guerra russo-ucraina può essere vista come un tratto di questo percorso (“particolarmente infelice perché posto su di uno sciagurato piano inclinato”);

2) La presenza di armamenti nucleari in dotazione alle grandi potenze dovrebbe renderci coscienti che passare attraverso la guerra per cambiare gli assetti geopolitici del mondo può portare a una comune distruzione.

Nel quadro del processo di de-globalizzazione in atto da tempo il rischio è quello del riformarsi di una logica dei blocchi.

Quella logica dei blocchi che se nel corso degli anni’50-’60 determinò l’equilibrio del terrore sulla base del quale l’olocausto fu evitato adesso in assenza di soggetti “terzi” che all’epoca operarono attivamente, “non allineati”, de-colonizzazione, paesi in via di sviluppo, potrebbe portare, per effetto “trascinamento”, alla soluzione estrema.

Nel testo in questione allo scopo di superare questa fase di estremo pericolo e aprire un periodo di transizione si indica la strada di un multipolarismo garantito da organismi internazionali profondamente riformati.

Serve allora una proposta immediata sulla quale lavorare anche in termini di mobilitazione politica: rifiutato lo schieramento in blocchi il punto di partenza per una grande iniziativa politica dovrebbe essere quello dell’individuazione dell’Europa quale spazio politico e, di conseguenza, proporre come temi in discussione quelli della neutralità e del disarmo, della non coincidenza tra NATO e UE, dell’esercizio della democrazia rappresentativa all’interno della istituzioni europee: la sinistra italiana dovrebbe essere chiamata a riflettere su questi elementi anche per poter presentare una propria politica estera coerentemente autonoma e provvista di una qualche visione per il futuro dando un senso di prospettiva per l’istanza pacifista.

 

L’AUTO-COLONIALISMO DEFLAZIONISTA DELL’ITALIETTA – comidad

Un po’ di sano realismo dovrebbe metterci in guardia quando ci viene attribuita troppa importanza, dato che, come è noto, del nostro parere non gliene frega niente a nessuno. Tutta questa attenzione dei media e dei sondaggisti circa l’opinione degli Italiani sull’invio di armi all’Ucraina, quindi sa molto di espediente per veicolare altri messaggi. Come ci è stato spiegato dal segretario della NATO Stoltenberg, la guerra sarà “lunga”. Lunga quanto? Probabilmente finché gli farà comodo farci credere che una guerra in corso ci sia. Se qualcuno obietta all’invio di armi, dicendo che così si allunga la guerra, a Stoltenberg gli va bene, perché è proprio alla guerra lunga che dobbiamo credere fideisticamente. Mentre risulta irrealistica la prospettiva di una prosecuzione della mitica “resistenza ucraina” (ammesso che ancora ci sia), si fa invece sempre più concreta l’eventualità di uno scontro nucleare con la Russia, dato che la UE e la NATO procedono in base ad un automatismo irresponsabile. (1)

Poco attendibili appaiono anche i bollettini di guerra che ci vengono propinati a proposito delle perdite sul campo, a livelli da prima guerra mondiale. In realtà nella prima guerra mondiale si trattava di soldati di leva, a cui gli alti comandi non davano alcuna considerazione, dato che erano facilmente sostituibili. Altra cosa è quando bisogna mandare all’attacco soldati professionali, il cui addestramento rappresenta un costo pesante e perciò non sono agevolmente rimpiazzabili. Non è neppure facile indurre i soldati ad attaccare quando le condizioni siano sfavorevoli, e infatti durante la prima guerra mondiale si ricorreva massicciamente alla fucilazione non solo dei disertori ma anche degli “sbandati”, che spesso erano solo quelli che erano rimasti vivi dopo un attacco fallito. L’anno scorso in parlamento si è pensato anche di riabilitare le vittime di tante fucilazioni sommarie, perché, quando si tratta di crimini di più di cento anni fa, si può anche essere equanimi. (2)

Il politicamente corretto non è poi così severo, consente persino di fare gli “antimilitaristi”, magari di sognare un mondo senza guerre, nel quale i soldi per le armi vengano utilizzati per distribuire miliardi di dosi di vaccino ai poveri del mondo, che, si sa, non aspettano altro. Non ci si è accorti infatti che anche la pandemia, le campagne vaccinali e i passaporti sanitari rientravano nella militarizzazione della società e dell’economia, usando allo scopo uno pseudonimo della guerra, cioè l’emergenza. Proclamando l’emergenza bellica, il governo Draghi ha ricondotto il concetto di emergenza alla sua matrice originaria…

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GUERRA MONDIALE CON SANGUE LOCALE – Costituente Terra

Il delitto perfetto non è quello di cui non si riesca a scoprire l’autore, ma quello di cui una volta architettato nessuno è più in grado di impedire il compiersi. Oggi siamo a un passo dal consumarsi del crimine di una guerra che cambia natura, che aspetta solo la sua Pearl Harbor per precipitare in una guerra mondiale, come accadde il 7 dicembre 1941 quando la provocazione giapponese agli Stati Uniti segnò il vero inizio della seconda guerra mondiale. E come quella volta fu un ammiraglio giapponese, al comando della flotta, Yamamoto, ad accendere la miccia, così ora dobbiamo guardarci da un capo di Stato maggiore inglese, il generale Sanders, che parla di una “nuova era” e dice di dover obbedire all’imperativo di rendere il suo esercito “il più letale possibile” per sconfiggere la Russia in Europa in quella che potrebbe essere la terza guerra mondiale; oppure il deus ex machina potrebbe essere il capo di Stato maggiore americano, il generale Milley, che prevede “una lunga guerra d’attrito” in Europa, già rimpinzata dagli Alleati occidentali di 97.000 sistemi anticarro, più di quanti carri esistono al mondo.
Stando a questi discorsi, sembra che la sola cosa capace di scongiurare questo passaggio a una guerra di grandi dimensioni, sarebbe che la Russia accetti la sconfitta che le è stata promessa, la seconda in poco più di trent’anni: quella sconfitta che si dichiara inaccettabile invece per l’Ucraina, la sola, come ha detto Draghi consegnandosi a Zelensky, senza che nessun Parlamento gliene avesse dato il mandato, “a dover decidere la pace che vuole”. Ma la sconfitta per la Russia potrebbe essere addirittura l’estinzione, come spiega la spietata analisi di “Limes”.
Secondo il papa, che da tempo denuncia la guerra “a pezzi e bocconi” che inghiotte e dilania popoli interi, la guerra mondiale è già cominciata. Lo ha detto parlando ai direttori delle riviste culturali dei Gesuiti europei: “Ecco, per me oggi la terza guerra mondiale è stata dichiarata – ha detto – E questo è un aspetto che dovrebbe farci riflettere. Che cosa sta succedendo all’umanità che in un secolo ha avuto tre guerre mondiali? Io vivo la prima guerra nel ricordo di mio nonno sul Piave. E poi la seconda e ora la terza. E questo è un male per l’umanità, una calamità. Bisogna pensare che in un secolo si sono susseguite tre guerre mondiali, con tutto il commercio di armi che c’è dietro!”
La guerra dunque prende le sue nuove misure. Esse sono quelle di una guerra mondiale con sangue locale; le armi, da “sovietiche” passate ad “atlantiche” sono universali, il sangue è delle patrie; a morire sono ucraini e russi, ma anche mercenari, embedded, foreign fighters; ma nessuno si illuda che in questo nuovo corso della guerra anche il sangue non diventi universale.
E quali sono le cause? Lasciamolo dire, in “Guerra e pace”, a Leone Tolstoj che sapeva bene che significava, per la Russia, avere tutti gli eserciti contro: “Il 12 giugno (1812) le forze dell’Europa occidentale varcarono le frontiere della Russia e cominciò la guerra, cioè si compì un fatto contrario a ragione umana e a tutta la natura umana… Quali furono le cause?… Si comprende che siano state presentate ai contemporanei; ma per noi – posteri – che contempliamo in tutta la sua enorme vastità il fatto accaduto… queste cause sembrano inadeguate. Per noi è incomprensibile che milioni di cristiani si siano uccisi e torturati a vicenda perché Napoleone era ambizioso, Alessandro era fermo, la politica dell’Inghilterra era astuta e il duca di Oldemburgo era stato offeso….”
Poiché si conoscono benissimo gli architetti del crimine che si sta consumando, evitiamo di personalizzare le colpe e facciamo un’operazione di verità per cogliere la concatenazione delle cause che ci hanno portato fin qui; con l’avvertenza, suggerita ancora da papa Francesco, di «allontanarci dal normale schema di “Cappuccetto rosso”: Cappuccetto rosso era buona e il lupo era il cattivo. Qui non ci sono buoni e cattivi metafisici, in modo astratto. Sta emergendo qualcosa di globale, con elementi che sono molto intrecciati tra di loro. Un paio di mesi prima dell’inizio della guerra ho incontrato un capo di Stato, un uomo saggio, che parla poco, davvero molto saggio. E dopo aver parlato delle cose di cui voleva parlare, mi ha detto che era molto preoccupato per come si stava muovendo la NATO. Gli ho chiesto perché, e mi ha risposto: “Stanno abbaiando alle porte della Russia. E non capiscono che i russi sono imperiali e non permettono a nessuna potenza straniera di avvicinarsi a loro”. Ha concluso: “La situazione potrebbe portare alla guerra”. Questa era la sua opinione. Il 24 febbraio è iniziata la guerra. Quel capo di Stato ha saputo leggere i segni di quel che stava avvenendo».
La questione è che il cane della NATO ha i denti atomici. Ha reagito perciò la Russia, schierando centomila uomini come deterrente ai confini dell’Ucraina. Ha risposto l’Ucraina dandosi il ruolo di un Paese sovrano sicuro di sé che si allea con chi vuole, mettendo in scena la tragedia della propria offerta sacrificale per il riscatto del mondo. È intervenuta l’America a punire la Russia con sanzioni “mai viste” allo scopo di ridurla alla condizione di paria, rivendicando la dottrina della sicurezza per sé fondata sulla sottomissione degli altri. Ha scelto la cobelligeranza l’Europa con inattesa unità saturando di armi il campo di battaglia, e aprendo i propri Parlamenti alle dirette televisive dell’attore protagonista. Infine è scesa in campo la NATO assumendo la direzione collegiale della guerra nei consigli dei ministri della Difesa a Bruxelles e nelle visite ai massimi livelli a Kiev.
Ma la NATO non è una potenza sovrana dotata di un suo “ius ad bellum”. Neanche ai sensi della teoria dello Stato di Hobbes o della giusta guerra ai Barbari di De Vitoria la NATO ha il diritto di guerra, e nemmeno perciò ne risponde. E se la NATO che, come gli idoli, ha la bocca e non parla, occhi e non vede, orecchi e non ode, trenta artigli e non la testa, si mette a fare le guerre, vuol dire che l’intero ordine internazionale, pur iniquo com’era, è saltato. Già era accaduto quando la NATO aveva fatto la guerra alla Jugoslavia, che infatti non esiste più, e aveva bombardato in aggiunta l’ambasciata cinese a Belgrado, a monito del fatto che se si comincia con la Russia in Europa, come dicono gli analisti, la partita finale è in Oriente con la Cina.
Ma il mondo può essere pensato così? Diviso in caste: al di sopra di tutti, gli americani come brahmani, fuori casta la Russia, al comando la casta dei guerrieri, eroi e carnefici, in mezzo la casta dei mercanti, multinazionali, banchieri, fabbricanti d’armi, e in fondo alla scala l’infinita schiera degli intoccabili, i servi, i poveri, i fuggiaschi, gli esclusi, più numerosi delle stelle nel cielo; cento milioni di migranti quest’anno, più di sei milioni di poveri assoluti in Italia. Non è solo la fine dell’età moderna, come padre Balducci pensò che fosse la guerra del Golfo. Qui siamo al fallimento della ragione e del diritto, al rovesciamento delle speranze dell’89, al disprezzo del mondo e della storia.
Siamo ancora in tempo per scongiurare il delitto perfetto? L’alternativa al crimine è una rifondazione della politica, che la sottragga alla sua cattiva identificazione con la mitologia del nemico, e alla sua sublimazione nel sacrificio delle vittime. Al contrario della ideologia vittimaria, l’unanimità violenta stabilita nel sacrificio delle vittime non è in grado di ricomporre l’unità sociale e di stabilire quel deserto che chiamano pace; le risorse sacrificali sono esaurite, la sola speranza è il ritorno della ragione e la conversione dell’amore.

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Un nuovo non-allineamento all’Occidente – Alberto Negri

…In realtà l’isolamento della Russia è relativo, non solo se si guarda al sud del mondo e ai Brics ma anche al Medio Oriente dove Putin è un interlocutore imprescindibile in tutte le crisi regionali essendo l’unica potenza a intrattenere rapporti regolari con l’insieme degli attori regionali, anche quando sono ai ferri corti o in guerra fra loroi, basti pensare a Israele e Iran, agli Houthi e agli Emirati arabi uniti, alla Turchia e ai gruppi curdi.
MA SOPRATTUTTO in Medio Oriente e nel sud del mondo non sopportano il doppio linguaggio e la retorica dell’Occidente. Gli Stati Uniti, che con la Nato hanno bombardato la Serbia nel ’99, la Libia nel 2011, invaso prima l’Afghanistan (per abbandonarlo ai talebani nel 2021) e poi nel 2003 anche l’Iraq, sono davvero i più qualificati a invocare il rispetto del diritto internazionale? Anche gli Usa hanno usato bombe a grappolo, al fosforo e munizioni all’uranio impoverito. Mentre i crimini dell’esercito americano in Afghanistan (70mila i morti civili) e in Iraq sono stati ampiamente documentati senza mai arrivare a nessuna condanna o sanzione. Per non parlare della Palestina occupata da decenni con il sostegno americano ma che, al contrario dell’Ucraina, non solleva nessuna solidarietà internazionale mentre i governi occidentali continuano a dare carta bianca a Israele.
Dobbiamo e possiamo continuare a isolare Putin l’aggressore e il massacratore dei civili ucraini ma, ogni tanto, isoliamo anche la nostra cieca e accanita ipocrisia, incomprensibile al resto del mondo.

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PERCHÉ LA RUSSIA NON PUÒ ESSERE PROCESSATA – Richard Falk

In questi giorni negli Stati Uniti ci si interroga su come processare la Russia per crimini contro l’umanità. L’organismo deputato esiste già, ed è la Corte penale internazionale, alla quale gli Stati Uniti non hanno nessuna intenzione di aderire per timore di essere processati per i crimini da loro stessi commessi. In passato, come nel caso del Rwanda, avevano aiutato la Corte con mezzi finanziari, ma una successiva legge ne impedisce oggi qualsiasi contributo.
Da questa contraddizione prende le mosse Richard Falk, professore emerito di diritto internazionale all’Università di Princeton, già relatore speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina, per allargare lo sguardo dal conflitto armato tra Russia e Ucraina al conflitto geopolitico tra Stati Uniti e Russia, nel quale “gli Stati Uniti sono l’aggressore tanto quanto nella guerra tradizionale lo è la Russia”.
Qui di seguito ampi stralci di un suo intervento su CounterPunch, pubblicato dal Blog di Piero Basso.

Senza dubbio in Ucraina sono state commesse atrocità, apparentemente da parte delle forze d’attacco russe, e in un mondo perfetto coloro che hanno agito in tal modo sarebbero ritenuti responsabili. Ma il mondo è molto imperfetto quando si tratta di responsabilità per i crimini internazionali. Quando la Corte penale internazionale (CPI) nel 2020 ha ritenuto di avere l’autorità per indagare sui presunti crimini commessi da Israele nella Palestina occupata, la decisione è stata definita “puro antisemitismo” dal primo ministro israeliano.
Allo stesso modo, quando la Corte Penale Internazionale ha concesso l’autorizzazione a indagare sui crimini commessi dagli Stati Uniti in Afghanistan, la decisione è stata dichiarata nulla perché gli Stati Uniti non hanno mai riconosciuto l’autorità della stessa CPI. La presidenza Trump è arrivata al punto di imporre sanzioni personali al pubblico ministero della CPI, presumibilmente per aver osato sfidare gli Stati Uniti in questo modo, anche se il suo comportamento era del tutto rispettoso del suo ruolo professionale e coerente con i pertinenti canoni della pratica giudiziaria.
[…] L’essenza del diritto è trattare gli eguali allo stesso modo, ma l’ordine mondiale non è così costituito. Nella realtà, c’è la “giustizia dei vincitori” che impone responsabilità alla leadership sconfitta ma esenta da ogni responsabilità i vincitori.
Oltre a ciò, la Carta delle Nazioni Unite è stata redatta in modi che hanno conferito uno status costituzionale all’impunità geopolitica garantendo ai vincitori della seconda guerra mondiale un diritto di veto incondizionato, e questo ovviamente include la Russia. Qui si vede come il realismo geopolitico celebri l’imposizione unilaterale della legalità, con l’ingenua speranza che le cose siano diverse in futuro. Da Norimberga in poi, gli attori geopolitici continuano a considerare le restrizioni al ricorso alla guerra come una questione discrezionale piuttosto che un obbligo.
Una domanda persistente è “perché l’Ucraina”? Ci sono stati altri eventi orribili nel periodo dalla fine della Guerra Fredda a oggi, tra cui Siria, Yemen, Afghanistan, Myanmar e Palestina, ma nessun clamore comparabile per la giustizia penale e l’azione punitiva. Certamente, una parte della spiegazione è che le vittime ucraine degli abusi sono bianche ed europee, e i media globali sono stati mobilitati efficacemente dall’Occidente e dalla relativa importanza internazionale accordata a Zelensky, il leader ucraino assediato che ha avuto un accesso senza precedenti sul proscenio dell’opinione pubblica mondiale. Non è che l’empatia per l’Ucraina o il sostegno alla resistenza nazionale di Zelensky siano fuori luogo, ma tutto sembra essere orchestrato in modi molto diversi da altre disperate situazioni nazionali. Questa enfatizzazione ha permesso alla NATO di rendere la guerra ucraina una questione che supera largamente l’Ucraina stesssa.
Si può comprendere meglio questa guerra se la si pone su due livelli: una guerra tradizionale tra le forze d’invasione della Russia e le forze di resistenza dell’Ucraina e contemporaneamente una guerra geopolitica tra gli Stati Uniti e la Russia. È il proseguimento di quest’ultima guerra che presenta il pericolo più grave per la pace mondiale, un pericolo che è stato in gran parte oscurato o valutato come una mera dimensione del confronto Russia/Ucraina. Biden ha costantemente usato una nota militarista e conflittuale nella guerra geopolitica, demonizzando Putin mentre trascura la diplomazia come un modo per fermare le uccisioni e le atrocità, permettendo in effetti alla guerra sul campo di continuare a causa della posta in gioco più alta della grande strategia. Se questa percezione dei due livelli con diverse priorità è corretta, allora diventa cruciale capire che nella guerra geopolitica gli Stati Uniti sono l’aggressore tanto quanto nella guerra tradizionale lo è la Russia…

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Eurodeputato Wallace: “C’è denaro per armare l’Ucraina, ma non per aiutare l’Afghanistan”

Il parlamento europeo alle volte ha un senso, in particolare quando ci sono alcuni interventi che squarciano l’ipocrisia criminale dell’Unione Europea al servizio di USA e NATO.

L’europarlamentare irlandese Mick Wallace, appartenente al gruppo GUE/NGL, venerdì si è scagliato contro l’Occidente per il suo incrollabile sostegno militare all’Ucraina, chiudendo un occhio sull’urgente bisogno di aiuti alimentari dell’Afghanistan.

Intervenendo a una sessione del Parlamento europeo sull’Afghanistan, Wallace ha accusato gli Stati Uniti e la NATO per le molteplici crisi che affliggono il paese dell’Asia centrale, ricordando loro i due decenni di occupazione.

Ha infatti denunciato che gli americani e la Nato hanno distrutto il Paese e i diritti umani degli afgani durante gli oltre 20 anni della sua permanenza.

Inoltre, ha lamentato che gli americani hanno speso 300 milioni al giorno per distruggere il posto e ora stanno facendo morire di fame gli afgani.

“Né l’Unione Europea né gli americani sono disposti a dare loro tutto il denaro di cui hanno bisogno […] Possiamo trovare tutto il denaro del pianeta per inviare armi in Ucraina, ma non possiamo sfamare gli afgani, le cui vite abbiamo distrutto negli ultimi anni … 20 anni”, ha concluso.

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Zelensky, il nostro amato leader – bortocal

qui da noi non lo ha votato nessuno, neppure in Parlamento, dove si sono limitati ad acclamarlo.

però è diventato, di fatto, il nostro amato leader, ed è lui che ci ordina ogni giorno che cosa dobbiamo fare: armi, armi, armi.

in compenso lo hanno votato in Ucraina, dove aveva promesso di migliorare le relazioni con la Russia.

strana idea di miglioramento.

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l’Unione Europea non esiste più, il suo posto è stato preso dalla Disunione Europea, che comunque ha un presidente di fatto, che faceva l’attore comico ed ora fa il patetico, facendo versare al suo popolo lacrime di sangue.

furbi gli inglesi che hanno fiutato il vento per tempo e se ne sono andati; tuttavia il loro scapigliato primo ministro agisce lo stesso come portaborse ucraino.

che strano rovesciamento delle parti, per un popolo che ci dava solo grano e badanti.

. . .

ma quando il gioco si fa duro, crollano tutti i trucchetti e gli artifici e si vede benissimo che la democrazia non esiste.

un popolo italiano che non vuole continuare a mandare armi all’Ucraina non trova uno straccio di rappresentanza tra deputati – che del resto non ha affatto eletto, ma solo ratificato in quella specie di plebiscito fascisto-partitico che chiamano elezioni politiche.

si litiga a suon di accuse tra i maggiorenti che rinfacciano all’altro di volere uscire dalla NATO, cioè smettere di essere neo-colonia.

una volta era il grido che si levava dalle piazze.

ma oggi le piazze sono vuote.

stiamo tutti chini sullo schermo dei telefonini per ricordarci ancora che esistiamo anche nel mondo reale.

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Uranio e torio, la guerra è cancerogena – Gregorio Piccin

Il segretario generale dell’Interpol Jurgen Stock ha recentemente dichiarato che l’abnorme quantità di armi che circola in Ucraina sta già diventando oggetto di un traffico criminale e mafioso. “I criminali si stanno concentrando già adesso su queste armi. Anche le armi usate dai militari, le armi pesanti, saranno disponibili sul mercato criminale. I criminali di cui sto parlando operano a livello globale, quindi queste armi verranno scambiate tra i continenti” ha detto Stock senza mezzi termini.

Tutto ciò che è trasportabile diventerà potenziale oggetto di traffico In Europa ed oltre. Non solo fucili e pistole ma varie armi da guerra compresi missili portatili anti-aereo e anti-carro. La notizia non sembra avere scalfito minimamente la fede nel riarmo ucraino di Draghi e di quasi tutto il parlamento. Il fatto che l’Ucraina stia diventando il centro di un traffico internazionale di armi viene definito dalla real politik come un “effetto collaterale”. Ma questo effetto collaterale potrebbe non essere l’unico.

Tra le armi partite dagli arsenali di parecchi Paesi della Nato verso l’Ucraina (e che potremmo ritrovarci nelle nostre strade) ci sono anche i missili anti-carro portatili Milan, di produzione franco-tedesca. I vecchi modelli di questi missili, oggetto dei trasferimenti in questione, hanno un sistema di puntamento che contiene e rilascia torio, un metallo pesante altamente radioattivo. Nei poligoni Nato di Capo Teulada e Quirra, in Sardegna, ne sono stati sparati a migliaia con conseguenze devastanti per ambiente e salute. Proprio al Tribunale di Cagliari, lo scorso 10 giugno, è iniziato il processo per disastro ambientale dell’area di Capo Teulada che vede imputati i generali Valotto, Graziano (già “promosso” alla presidenza di Fincantieri), Errico, Rossi e Santroni.

Risulta che i missili in questione siano stati inviati in Ucraina non solo dalla Francia ma anche dall’Italia. Mentre in Francia Macron lo ha dichiarato ufficialmente, in Italia il governo Draghi segue la linea del segreto di stato. Segreto di pulcinella, per la verità, visto che l’invio di queste armi è già trapelato. Ne renderà conto il presidente del consiglio al parlamento il prossimo 21 giugno? Ed i partiti che a parole si stanno mettendo di traverso sulla questione dell’invio di armi continueranno a fare il doppio gioco o sceglieranno la strada della coerenza?

La solidarietà armata dei paesi Nato verso l’Ucraina si sta rivelando per quello che è in realtà ossia un buon modo per svuotare gli arsenali di armamento vecchio ed in certi casi pure in grado di rilasciare una persistente eredità di morte come già avvenuto in quasi tutti i paesi dove la democrazia (radioattiva e cancerogena) è stata esportata: Iraq, Bosnia, Serbia, Kosovo, Afghanistan, Siria, Libia. Gli stessi Leopard che la Germania ha deciso di inviare “per fare la sua parte” possono sparare le munizioni all’uranio impoverito impiegate dai carri Abrams statunitensi. Non è da escludere ed anzi è molto probabile che tali munizioni arriveranno in Ucraina, comprese nello stratosferico pacchetto da 40 miliardi di dollari che Biden ha recentemente stanziato.

Sul fronte opposto è altrettanto probabile che anche le forze armate russe stiano utilizzando proiettili all’uranio impoverito. Risale a quattro anni fa la decisione del ministero della Difesa russo di modernizzare i suoi carri T80-BV in modo che possano sparare proiettili contenenti il mortifero metallo. Una sorta di adeguamento al “così fan tutti” per altro in un contesto internazionale dove queste armi, a differenza di quelle chimiche, batteriologiche e nucleari, non sono ancora formalmente vietate.

L’Ucraina si sta quindi trasformando nell’ennesimo campo di battaglia dove la guerra, quando finirà, lascerà in “dote” una vera e propria epidemia da uranio impoverito e da altri metalli pesanti radioattivi. Un’epidemia che colpirà negli anni sia i soldati di entrambi fronti che i civili che continueranno a vivere sui territori contaminati.

Esistono precedenti che purtroppo non lasciano ben sperare e che sono di proposito ignorati dai decisori politici e dai vertici militari. Stati Uniti, Regno Unito e Nato, dopo avere disseminato in trent’anni di belligeranza centinaia di tonnellate di uranio impoverito dal medio Oriente ai Balcani, continuano a voltare le spalle sia ai propri stessi soldati ammalatisi o morti per l’esposizione a questo metallo sia alle migliaia di civili che in numero decisamente maggiore seguono la stessa sorte.

 

Per arrivare alla Serbia bisogna partire dall’Italia. Dal nostro Paese infatti sono decollati i caccia bombardieri della Nato che per tutti gli anni novanta e con migliaia di sortite sulla Bosnia e sulla Jugoslavia hanno disseminato almeno 16 tonnellate di uranio impoverito. Poi l’invio di truppe su quegli stessi territori contaminati per il così detto “peacekeeping”. Tra i militari italiani rientrati dalle missioni nei Balcani e dall’Iraq si contano almeno 400 morti e 8000 gravemente ammalati per l’esposizione al metallo pesante. Grazie alle quasi 300 sentenze vinte dall’avvocato Angelo Fiore Tartaglia, legale rappresentante delle vittime militari, non solo il Ministero della difesa ha dovuto fare i conti con le proprie responsabilità dirette, ma la correlazione tra gravi forme tumorali ed esposizione all’uranio impoverito è diventata giurisprudenza. Un caso unico in Europa e nel mondo.

Ci sono voluti vent’anni ma poi l’eco di questa inedita battaglia legale ha raggiunto la Serbia dove nel frattempo l’incidenza tumorale nelle aree contaminate è schizzata al 200% con un drastico abbassamento dell’età di insorgenza dei tumori ed un picco di casi tra la popolazione sotto i 50 anni.

Un pool di legali guidati dall’avvocato Srdjan Aleksic’, col supporto determinante di Tartaglia, ha così imbastito le prime cause contro la Nato presso l’Alta corte di Belgrado. Migliaia infatti sono le vittime civili del disastro ambientale scatenato dall’Alleanza.

Dopo oltre un anno dalla presentazione della prima causa la Nato ha fatto sapere che non intende rispondere in tribunale per le sue responsabilità rivendicando una presunta immunità ed il fatto che tra l’Alleanza e la Serbia esiste un accordo in tal senso in vigore dal 2005.

In una lettera trasmessa all’Alta corte di Belgrado, che l’avvocato Tartaglia ci ha fornito, la Nato dichiara che “non parteciperà ai processi e si aspetta che lo status, i privilegi e le immunità di cui gode l’Organizzazione siano pienamente accettati dalle autorità serbe inclusi i tribunali. La Nato si aspetta che il governo serbo prenda tutte le misure necessarie per riconoscere e rendere effettivo lo status goduto dall’Organizzazione presso l’Alta Corte di Belgrado…”

Ma gli avvocati che rappresentano le vittime non ci stanno: “Abbiamo risposto per le rime alle pretese della Nato” ci riferisce Tartaglia “In primo luogo l’accordo del 2005 col governo serbo a cui si fa riferimento è successivo ai fatti contestati e comunque riguarda l’immunità per il personale operante sul territorio serbo. Inoltre” prosegue l’avvocato “ci pare irricevibile il fatto che la Nato chieda l’immunità per una serie documentata di crimini di guerra. Ci pare inoltre segno di grande arroganza il fatto che la Nato pretenda dal governo un intervento presso il tribunale per insabbiare tutto. Noi andiamo avanti, qui si gioca la cultura giuridica europea…”

Una cosa è certa: la giurisprudenza sull’uranio impoverito costruita in Italia e le cause legali in Serbia sono già diventate un pezzo imprescindibile delle lotte per inchiodare la Nato alle sue conclamate responsabilità di guerra e della più generale battaglia per mettere definitivamente al bando l’uso di queste armi. Ucraina compresa.

 

 

Presentato il Comitato sardo “No armi – Trattativa subito”

La conferenza stampa di presentazione del “Comitato No armi – Trattativa subito” nella sede dell’Ordine dei giornalisti a Cagliari ha visto una larga partecipazione di pacifisti, anche via web, che con la loro presenza attiva hanno voluto esprimere il loro consenso e incoraggiamento all’iniziativa e l’impegno in favore della fine per via diplomatica della guerra.

Ha introdotto Andrea Pubusa, il quale ha indicato le finalità e le prime iniziative del Comitato. Dopo il primo incontro del 16 maggio sono cresciute le adesioni * ed abbiamo stabilito un primo contatto coi territori, da Nuoro a Oristano al Medio Campidano, dalla Trexenta, alla Marmilla, al Sulcis. Sassari dovrebbe lavorare nel Nord Sardegna in autonomia, salve le iniziative regionali.

Abbiamo, seppure in modo informale, un primo coordinamento di fatto con le diverse zone. Gli aderenti hanno accolto convintamente di impegnarsi nella difficile battaglia. Possiamo ora passare ad una fase più operativa, volta a far sentire la nostra voce in ogni parte della Sardegna.

Per far questo abbiamo programmato a Cagliari un’assemblea pubblica per il 30 giugno, a cui parteciperà Angelo D’Orsi – storico dell’Università di Torino, in cui lanceremo la nostra campagna. Il 29 una analoga assemblea con Angelo D’Orsi si terrà a Oristano Hotel Mistral2 alle ore 18. A Nuoro è in allestimento un’assemblea per il 7 luglio. Sono anche attivi i gruppi del Sud Sardegna che fisseranno la data di assemblee pubbliche ad Iglesias e Villacidro.

Salvatore Lai, sindaco di Gavoi, ha detto che porterà la questione all’attenzione dei sindaci della zona onde pervenire ad una mobilitazione estesa e capillare.
I componenti il Comitato son generalmente aderenti a forze politiche, sindacali, ad associazioni culturali, cui viene chiesto di unirsi a noi per impegnare l’Italia nella promozione di un ruolo protagonista della UE e dell’ONU, di una tregua immediata e di una trattativa e l’organizzazione di una “Nuova Helsinki”, cioè Conferenza di Pace e coesistenza pacifica.

Sono intervenuti Carla Cossu dell’Anpi di Oristano che ha illustrato la prima iniziativa pubblica in quella città per il 29 giugno con Angelo D’Orsi, col coinvolgimento della CGIL e altre realtà del mondo democratico e cattolico della città. Paolo Pisu – via web – ha confermato l’impegno convinto della tavola della pace. Carlo Bellisai ha portato l’adesione “naturale” del Movimento Nonviolento, di cui è responsabile per la Sardegna. Graziano Bullegas, responsabile regionale di Italia nostra, ha confermato, nel contesto della battagalia per il disarmo, l’impegno contro la produzione di armi a Domusnovas-Iglesias, che ha portato ad un risultato straordinario con l’annullamento da parte del Consiglio di Stato, dell’autorizzazione al raddoppio della R.W.M. Giacomo Meloni, di Prepariamo la pace, nonché segretario generale della CSS, ha analizzato le difficili fasi di questa lotta per convincere i lavoratori, i sindacati e i sindaci che porsi sulla strada della riconversione è più realistico che insistere sulla produzione di strumenti di morte, vietati dalla legge italiana e dai Trattati internazionali. Antonello Murgia, presidente regionale dell’ANPI, ha sottolineato la presa di posizione assunta nel congresso nazionale quasi all’unanimità e che vede questa associazione prendere iniziative rilevanti con l’Arci, Rete disarmo e il direttore dell’Avvenire Marco Tarquinio, con un consenso diffuso fra i cittadini italiani.

L’impegno nel Comitato sardo fa parte di questo orientamento generale. Interessante l’intervento di Claudia Zuncheddu, che reduce dall’Africa, ha raccontato delle terribili guerre che si combattono in quel Continente, con una cifra elevatissima di morti, neanche lontanamente paragonabili a quelli registrati pur nella devastante guerra in Ucraina. Ha poi parlato dei produttori d’armi italiani, tutti a partecipazione statale, che sono fra i più attivi al mondo e hanno raddoppiato il proprio fatturato, festeggiandolo come un successo, ma dimenticando che si fonda sul sangue altrui. Antonello Giuntini ha ripreso il tema delle servitù militari da dismettere chiedendo tempi certi e bonifica dei siti dai residui inquinati e inquinanti, pericolosi per la salute dei cittadini. Savatore Lai, collegato via web, ha posto il tema dell’allargamento della battaglia nei territori coinvolgendo anche le amministrazioni locali.

Andrea Pubusa ha concluso dicendo che le adesioni incoraggiano ad andare avanti con convinzione anche perché il Comitato si muove nel rispetto rigoroso dell’art. 11 (l’Italia ripudia la guerra) e 21 (libertà di pensiero e di stampa) della Costituzione. Ecco di seguito, per chi ancora non lo conoscesse, l’appello iniziale, cui chi non l’ha ancora fatto può aderire.

APPELLO

Noi condanniamo senza se e senza ma l’invasione dell’Ucraina. Putin dovrà risponderne al suo popolo e alla Storia.
Per porre fine al massacro abbiamo di fronte due strade: affidarsi alla forza delle armi o mobilitarsi con un’azione nonviolenta per una trattativa immediata e una soluzione diplomatica.
Pensiamo che le armi siano la risposta sbagliata. Il nemico più grande è la guerra, la pretesa di sconfiggere Putin con una escalation militare, scalzandolo dal potere, comporta innumerevoli morti, sofferenze atroci tra i civili e un futuro di miseria per una moltitudine di persone,, anche in Europa, Italia e Sardegna.
Più di tutto ci preoccupa il possibile impiego di armi nucleari, che rappresentano una minaccia per l’insieme della vita sulla terra e una possibile sentenza di morte per l’umanità.
La parola pace è censurata. L’informazione non esprime la varietà di posizioni presenti tra l’opinione pubblica. La maggioranza contraria all’invio di armi viene sistematicamente ignorata, anche dal governo e dal parlamento italiani.
Per i media non c’è alternativa alla guerra, che rappresentano come uno scontro tra buoni e cattivi, dove la somma degli orrori cancella il “chi, dove, come, quando e perché”. Il sangue delle vittime deve chiamare altro sangue per giustificare la necessità di una sconfitta definitiva dell’aggressore.
È ora di dire basta alle armi e di agire in maniera nonviolenta, a partire dall’accoglienza dei profughi di ogni guerra. Creiamo una comunità determinata a far sentire la propria voce contro l’invio di armi in Ucraina, contro il riarmo per una trattativa immediata. La nostra iniziativa è una protesta per opporsi alla deriva verso l’allargamento e il proseguimento del conflitto armato.
Intendiamo su questi obiettivi avviare una campagna in Sardegna, a cui tutti coloro che condividono l’obiettivo possono aderire e partecipare
* Adesioni al 23 giugno oltre 500.

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La guerra è una catastrofe, ma non per tutti: c’è chi può guadagnarci – Ugo Leone

Altre guerre vi sono in tante altre parti della Terra. Altri problemi – pandemie, malnutrizione, desertificazione, siccità… – vi sono, in aggiunta in molte parti della Terra. Né basta: vi sono anche altre catastrofi: quelle che in “The New Humanitarian” del 7 giugno 2022 vengono definite le catastrofi dimenticate.

Ne dà conto la free lance Paula Dupraz-Dobias (La maggior parte dei fondi per gli aiuti va a pochi disastri. E il resto?)  che risiede in Svizzera, ma opera tra Perù e Stati Uniti, ricordando che “Ogni anno, negli ultimi due decenni, si stima che a livello globale si siano verificati da 350 a 500 disastri di dimensioni medio-grandi; numeri previsti solo in ulteriore aumento a causa della crisi climatica. Ma molti, ricevono poca attenzione al di là delle aree direttamente interessate. Di conseguenza, la risposta può essere molto inferiore a quella necessaria.”

“Meglio se i morti sono tanti”

In Nepal la stagione dei monsoni nel 2021 ha provocato 673 vittime, 18 mila sfollati e danni per 50 milioni di dollari. Nella regione amazzonica del Perù, un terremoto seguito da una serie di inondazioni ha compromesso l’unica fonte di reddito di migliaia di agricoltori. Quello che lega i due disastri, oltre al ruolo della crisi climatica, è che difficilmente sono arrivati alle cronache internazionali.

Vi è dunque, molto “altro” come “Strisciarossa” ha già più volte ricordato, ma da quattro mesi è la guerra russo-ucraina ad attirare le totali attenzioni dei Paesi del “primo” mondo.

Perché? Una brutta, tremenda risposta l’ha data venti anni fa Mike Davis (Olocausti tardovittoriani. El niño, le carestie e la nascita del Terzo Mondo, Feltrinelli, 2001)scrivendo che “le catastrofi naturali sono occasioni ghiotte per i superprofitti del capitale, meglio se corredati da un alto numero di morti”.

Quando Mike Davis ne ha scritto pochi erano ben consapevoli che esistesse uno Stato di nome Ucraina; non pochi continuavano a chiamare la Russia Unione Sovietica; e la Russia era già pronta a prendersi la Crimea quasi senza colpo ferire: nei corpi e negli spiriti di chi vi avrebbe assistito. Allora perché ricordarlo ora a proposito della guerra tra Russi e Ucraini?

“Nuove opportunità”                                           

Perché anche le guerre, -questa in corso ancor più di altre sia pur contemporanee,- sono una catastrofe. Non naturale, certamente. Ma, peggio, umana. E, come attesta l’ultima (solo in ordine cronologico) visita a Kiev del presidente della Confindustria italiana, gli interessi sono anche maggiori. Ne dà notizia (chi meglio?) “Il Sole24ore”: «Dopo l’incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky lunedì 20, il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, ha avuto un meeting con il ministro degli Esteri Dmytro Kuleba. L’incontro, ha sottolineato lo stesso Kuleba su Twitter, è stato “utile. La guerra è tempo di sfide, ma anche tempo di opportunità. Daremo il benvenuto a più imprese italiane e le incoraggeremo a esplorare nuove opportunità che l’Ucraina ha da offrire”, continua Kuleba nel suo messaggio.

Bonomi, durante l’incontro con il presidente ucraino aveva assicurato l’impegno delle imprese italiane nella ricostruzione dell’Ucraina. Il numero uno degli industriali è andato di persona a stringere la mano al leader dell’Ucraina proprio per dimostrare che il mondo imprenditoriale italiano sarà in prima linea nel risollevare il paese dalle macerie. “È stato un incontro molto importante, ha rafforzato lo spirito della missione che aveva già anticipato il presidente Draghi, che è solo tramite i valori di libertà e di democrazia si può avere uno sviluppo economico e sociale”, ha detto Bonomi, intervistato dal Tg1, in un collegamento dalla capitale ucraina».

Caro Papa Francesco, che ne vuoi sperare che la guerra finisca presto? Tu che, quando con la dovuta severità individui le responsabilità e accusi chi non si cura di morti e distruzioni ma va avanti a sparare e ad uccidere, chiedi sempre “per favore” di smetterla per sempre. Tu ti rendi conto che aveva ragione Mike Davis e che più edifici e città si distruggono più se ne possono ricostruire e aumenta pure il PIL?

Caro Francesco, come si dice a Napoli: chi di speranza vive disperato muore.

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Parliamo di armi – Doriana Goracci

Cominciamo con le notizie del mattino, caldissimo, umido, penso come in buona parte del mondo.

“La Corte Suprema americana boccia le restrizioni al porto di armi a New York.Il Secondo Emendamento, affermano i saggi, si applica anche fuori dalla propria abitazione.” Biden si dice deluso e proclama al contempo” Presto a Kiev aiuti militari Usa per altri 450 milioni di dollari” e intanto “I lanciarazzi americani Himars sono arrivati in Ucraina” cosicchè il ministro della Difesa ucraino Reznikov esulta: “Grazie al mio collega e amico americano segretario alla Difesa Lloyd J. Austin III per questi potenti strumenti! L’estate sarà calda per gli occupanti russi.

Zelenski che aveva lanciato un video “inusuale” nella giornata del 23 giugno in cui chiedeva di accelerare la fornitura di armi” esulta per la candidatura accettata dell’ Ucraina nell’ Unione Europea.Lo spirito europeo non comprende i Balcani,intanto però un pezzo di storia si è fatta.

I talebani dicono “il mondo ci aiuti“, non chiedono armi ma chiedono aiuti umanitari, l’aiuto della comunità internazionale. A causa del Terremoto in Afghanistan, sale il bilancio delle vittime: almeno 1.500 morti e 2.000 feriti. La notizia è affogata da due giorni in ogni dove.

E pensate un po’ il Programma alimentare mondiale dell’Onu (Wfp) ha fatto sapere di aver “rapidamente dispiegato cibo e attrezzature logistiche per le comunità” nel paese. “Sono in movimento 18 camion nelle aree colpite dal terremoto che trasportano forniture di emergenza, tra cui pacchi di biscotti ad alto contenuto energetico (HEBs) e unità mobili di stoccaggio. Il Wfp prevede di fornire cibo di emergenza inizialmente a 3 mila famiglie ed è pronto ad aumentare il suo sostegno dopo i risultati delle verifiche in corso”, ha fatto sapere in una nota…

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Vertice Brics. “Il Sole 24 Ore” annuncia il suicidio dell’Occidente – Giuseppe Masala

Secondo il Sole24Ore nella riunione dei paesi Brics (Cina, Russia, Brasile, India e Sud Africa) tenutasi ieri, si sarebbe deciso di spingere verso una moneta comune per gli scambi internazionali. Faccio presente, non significa che vogliono fare una unione monetaria come il nostro euro, ma una unità di conto (come l’Ecu, per chi si ricorda) fatta di un paniere di monete pesato per il Pil dei singoli paesi da utilizzare negli scambi internazionali tra i paesi Brics e tutti gli altri che vorranno utilizzarla.

Inutile dire che è una vera e propria dichiarazione di guerra all’occidente e all’architettura monetaria dominante fino ad ora e fondata sul dollaro. L’eventuale nascita di questa unità di conto e il conseguente abbandono del dollaro comporterebbe lo sgretolamento del Dollaro (e dell’Euro) e l’impoverimento sostanziale e irrecuperabile dei paesi occidentali. Dico questo anche in considerazione del fatto che i russi proprietari del più ricco scrigno di materie prime esistente sulla terra (la Siberia) non considerano più l’Europa e gli USA come prima scelta nel commercio delle materie prime strategiche ma i paesi Brics. Ciò sarà la pietra tombale sul dominio occidentale, ma fa aumentare il rischio di guerra (in qualche modo l’occidente dovrà reagire).

Bel casino hanno fatto i nostri governanti sconsiderati.

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La morsa di Biden stritola l’UE: siamo veramente disposti ad andare fino in fondo? –  Laura Ru

Joe Biden martedì parlando del conflitto in Ucraina ha affermato che il suo esito dipenderà da ciò che i russi possono sopportare e da ciò che l’Europa sarà pronta a sopportare.

Ecco, messa in questi termini, l’Europa non ha nessuna chance di prevalere sulla Russia in questo gioco al massacro orchestrato a Washington e Londra.

Non serve essere degli analisti geopolitici per capire che la posta in gioco è fondamentalmente diversa per Russia ed Europa. La Russia sta riprendendosi territori che storicamente, linguisticamente e culturalmente sono russi e che solo il disfacimento dell’URSS ha artificialmente separato dal mondo russo.

L’Europa invece sta facendo gli interessi di altri per sostenere a proprie spese un paese fallito che le è alieno, un “candidato all’UE” che solo a parole condivide quei misteriosi “valori europei” di cui si riempiono la bocca i burocrati di Bruxelles.

Chi in questa situazione è pronto a sopportare di più, chi è pronto ad andare fino in fondo? Se l’Europa non è in grado di rispondere onestamente da sola a questa domanda oggi dovrà farlo tra sei mesi, tra un anno, tra due anni. La risposta sarà sempre la stessa, ma il prezzo che la popolazione europea pagherà continuerà a salire fino all’implosione della stessa UE.

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Sessanta Hiroshima – Miguel Martinez

Qualche giorno fa, in piazza Santa Maria Novella, a Firenze, ho sentito Francesco Cappello raccontare la storia dei rigassificatori. Credendo che le sparasse un po’ troppo grosse, sono andato a controllare. No, le cose stanno proprio come dice lui.

Una premessa. Nell’essenziale, gli europei sono ricchi, perché sono i migliori aggeggioni del mondo. Ma non hanno risorse: quelle le devono prendere con le buone o le cattive, al resto del mondo, altrimenti collassano. L’impero olandese, quello britannico, quello francese, il fascismo, il nazismo e l’Unione Europea, a diversi gradi di gentilezza e diplomazia, hanno tutti funzionato così. Fino a pochi mesi fa, l’Europa alimentava la sua fiorente economia con il gas russo. Poi ha deciso di sanzionare la Russia, con l’obiettivo di chiudere del tutto i rubinetti, azione in cui i russi stanno anticipando l’Europa, pare.

La principale alternativa al gas russo è il gas liquefatto e rigassificato. Negli Stati Uniti ti raffreddano 600 metri cubi di gas fino a trasformarli in un metro cubo di liquido, li caricano su una nave gigantesca che attraversa l’oceano, e vicino alle coste del paese compratore, li riscaldano in appositi rigassificatori, per trasformarli in gas che poi viene inserito nei normali tubi dell’acquirente. Il gas liquido, per essere tale, deve trovarsi a -161 gradi, che è più freddo dei campi da sci di Dubai.

C’è già un rigassificatore galleggiante (tecnicamente una Offshore FSRU, Floating Storage Regassification Unit) da noi, una nave lunga 300 metri (come tre campi di calcio) e alta 50. Si trova ancorato a 22 chilometri al largo del porto di Livorno, e con un’area di interdizione totale, del raggio di 3,7 chilometri, attorno alla nave stessa. Precauzioni dovute: se dovesse succedere la minima cosa all’impianto di raffreddamento, l’acqua del mare – immensamente più calda – farebbe esplodere la nave. Francesco Cappello, che credo insegni fisica, ha fatto “qualche conticino”: il contenuto energetico a pieno carico del rigassificatore di Livorno è “pari a più di 50 bombe di Hiroshima“. Tranquilli, senza radioattività, solo il botto.

Adesso il ministro e impiegato di fabbricanti d’armi, Roberto Cingolani, ha deciso, d’accordo con il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, di piazzare un rigassificatore ancora più grosso direttamente dentro il porto di Piombino. Cappello calcola che la nuova nave avrà un valore di sessanta Hiroshima.

Proiezione sul porto di Piombino delle aree di protezione attorno al rigassificatore di Livorno

Siccome i piombinesi sono chiamati a salvare le libertà dell’Occidente, è interessante riflettere su cosa la vicenda ci dice a proposito. La nave si chiama Golar Tundra, e apparteneva alla Golar LNG, che ha sede a Bermuda, però ci viene detto vagamente essere una ditta “norvegese“. Staubo ha venduto la Golar Tundra per 350 milioni di euro allo Snam. E scopriamo che lo Snam è una fusione tra la Cassa Depositi e Prestiti (cioè lo Stato italiano) e una ditta il cui proprietario è… lo Stato cinese. La Golar Tundra “naviga attualmente sotto bandiera della Marshall Island”, per cui quando non ci sarà più Piombino, l’Italia almeno saprà che paese bombardare per vendicarsi.

Piombino, va ricordato, è uno dei comuni operai storicamente più “rosso” d’Italia: alle ultime elezioni, i due terzi dei piombinesi ha votato per un sindaco di Destra, per merito esclusivo della Sinistra e delle speculazioni e alleanze economiche dei suoi politici. Adesso Cingolani ordina il sacrificio supremo a Piombino: “Piombino può dire di aver fatto un’operazione per l’Italia che non ha fatto nessun altro e per questo dovrà avere compensazioni adeguate […]. Senza questa soluzione dovevo staccare la luce e chiudere le fabbriche all’Italia”.

Per fortuna, in Italia – forse specie nel sud della Toscana – quelli che chiedono a te di sacrificarti per loro in cambio di una medaglia non risultano molto credibili. E infatti la popolazione è scesa compatta in piazza (e con le barche anche in mare), a prescindere da orientamente partitici, per respingere l’elezione a Città Kamikaze d’Italia.

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La libertà di parola europea: blogger filorusso arrestato in Lettonia

Nei Paesi dell’Unione Europea, dichiarano sempre apertamente che essi si oppongono alla violazione dei diritti umani e delle libertà che avvengono in qualsiasi altro Paese. Gli Europei sono orgogliosi di vivere in Paesi dove ognuno può apertamente esprimere la propria opinione.
Tuttavia, c’era un piccolo Paese nell’Unione Europea le cui autorità gridano al mondo intero della libera Europa, ma in realtà violano gravemente i diritti e le libertà dei loro cittadini. Questo Paese è la Lettonia. Le leggi lettoni e la sua Costituzione onorano totalmente il diritto alla libertà di parola e l’indipendenza dei mass media, ma ciononostante questi principi costituzionali fondamentali non sono rispettati dalle autorità lettoni.
Ecco qui uno dei vergognosi esempi di violazioni dei diritti umani e delle libertà.
Il 17 marzo 2022, il blogger Kirill Fedorov è stato arrestato nel suo appartamento a Riga. Egli aveva espresso apertamente la sua posizione politica che era contraria alla posizione delle autorità lettoni. Soldati delle forze speciali sono arrivati per catturarlo. Durante l’arresto Fedorov non oppose alcuna resistenza, comunque, dall’appartamento si sentiva un rumore simile a pestaggi e torture. Secondo i vicini del blogger, un’ambulanza arrivò a casa sua subito dopo. Nessuno ebbe alcun dubbio sul fatto che sia stata usata forza fisica contro il blogger.
Kirill Fedorov fu interrogato nella stazione di polizia. L’interrogatorio fu condotto usando metodi proibiti dalla “Convenzione ONU contro la Tortura e Altro Trattamento o Punizione Inumano e Degradante”. Un ufficiale della polizia ne ha parlato a condizione di anonimato. Inoltre, ha fatto notare che non tutti i suoi colleghi sono d’accordo nel prendere tali misure ma tutti sono intimiditi e costretti a rimanere in silenzio.
L’interrogatorio di Fedorov durò più di un giorno, dopo il quale fu accusato di sette differenti reati. Il tribunale lo mandò alla prigione centrale di Riga. Federov fu messo nella stessa cella con l’assassino che aveva precedentemente picchiato a morte il suo compagno di cella. Dopo fu aggredito lo stesso Fedorov che miracolosamente è sopravvissuto.
Mentre Kirill Fedorov è agli arresti, il suo canale YouTube, che ha svariate centinaia di migliaia di sottoscrittori, è stato bloccato. Successivamente, è stato hackerato il telefono di Kirill e come conseguenza il suo canale Telegram “Guerra, storia, armi” è stato rubato. Sui suoi canali, Fedorov esprimeva apertamente il suo disaccordo con le azioni delle autorità lettoni, non condannava e sosteneva la Russia per l’operazione speciale in corso in Ucraina.
Ora è possibile mettersi in contatto con il blogger tramite le sue lettere nelle quali si definisce un blogger prigioniero politico
Da una lettera di Kirill Fedorov dell’8 giugno 2022: “…durante questo periodo ho avuto modo di sopravvivere alla tortura, alle minacce, all’impatto fisico e psicologico delle stesse, all’inganno ed a un sacco di cose che sono semplicemente impossibili in Europa. Sfortunatamente, la stampa è rimasta in silenzio, e i mass media lavorano per lo Stato. Ancora non so, dopo ben tre mesi, dove, quando e cosa esattamente ho fatto e ho detto…. non sento i mass media condannare che sono stato sottoposto persino alla terapia dell’elettroshock. Sebbene ciò non possa avvenire in Europa nel 21esimo secolo, oppure può avvenire? ….. Ci sono intorno soltanto criminali, bugiardi e canaglie. Sto resistendo. Voglio vivere e vivrò…”
Guardando a cosa sta accadendo, si ha l’impressione che l’obiettivo principale delle autorità lettoni è di mettere a tacere Kirill Fedorov, perché l’informazione veritiera e imparziale che ha condiviso con i suoi spettatori e lettori semplicemente non coincide con la posizione delle autorità.

[Fonte – traduzione a cura della redazione]

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Non è il momento che il pacifismo sia una forza innovativa in Parlamento?   – Laura Tussi

È sempre più necessario muoverci e mobilitarci come popolo pacifista e comunista contro la guerra. In questo momento è necessaria l’unione di queste istituzioni: i partiti comunisti e i movimenti pacifisti.

Ma dove sono i pacifisti? Cosa significa pace?

La pace è un concetto chiave che per estensione concreta e attuativa racchiude tutti i problemi della società civile e dell’umanità in senso lato. Se la pace mondiale dominasse il nostro pianeta si risolverebbero davvero tutti i problemi che affliggono le specie viventi sulla terra.

Le problematiche inerenti la pace.

La pace contro l’attività militare che trova la sua massima espressione nella guerra  nucleare. La pace per la risoluzione dei cambiamenti e dei dissesti climatici causati dalle eccessive emissioni di gas serra di origine antropica nell’atmosfera e derivanti per il 20 per cento dall’inquinamento prodotto dalle attività di guerra e dalle esercitazioni militari e dagli svariati conflitti in corso. Pace e disuguaglianza sociale globale con lo sfruttamento dei lavoratori tramite il neoliberismo imperante e il capitalismo feroce e nello specifico il neofascismo e il fascismo nei luoghi di lavoro e nelle istituzioni. La pace comporta l’assenza di violenza strutturale, la parità di genere, la prevenzione della violenza sulle donne che trova il suo culmine e il suo massima risvolto e tragico epilogo nel femminicidio, una autentica piaga della società, trasversale a ogni contesto e a ogni luogo del pianeta.

La prevenzione della violenza contro gli LGBTQ, contro tutti i più fragili della terra. La pace risolverebbe i flussi migratori, le migrazioni forzate. Dal concetto di pace e affermando i contesti della pace si declina un mondo migliore.

La pace non è solo assenza di guerra

La pace non è solo assenza di guerra, ma è risoluzione di tutte queste emergenze e minacce che affliggono i popoli del pianeta, come la corsa agli armamenti e l’incremento esponenziale delle spese militari, la rincorsa alle armi e la subcultura del nemico. La guerra in atto in Ucraina e le tante e molteplici guerre in corso nel nostro mondo, stanno toccando le corde degli italiani e degli europei.

Pacifismo come forza politica strutturata e organizzata in Parlamento.

Dunque non è il momento che il pacifismo entri e sia rappresentato come innovativa forza politica in parlamento? Come pacifisti non ci sentiamo rappresentati nel parlamento europeo e italiano.

Una forza politica pacifista per avere una speranza di successo elettorale non deve solo lanciare slogan e comparire solo quando scoppia una guerra vera e propria. Ma il popolo pacifista se è capace di mobilitare persone deve trattare di tutti i problemi e di tutte le questioni sociali. Al centro deve essere sempre il significato di pace e la proposta pacifista su tutte le questioni attuali irrisolte.

Evitare le formule pleonastiche.

Ad esempio affermare sempre che noi siamo i pacifisti perché siamo contro la guerra è solo un sillogismo, una formula pleonastica, che non porta a risultati. Vi è la possibilità che il pacifismo diventi una forza politica organizzata per entrare e contare nel parlamento italiano e europeo? Un esperimento politico pacifista se viene proposto nelle politiche del 2023 e se in Italia funziona e riscuote credibilità, sarà possibile ripeterlo con le elezioni politiche del 2024 in Europa.

Il pacifismo può contrastare il capitalismo e il neoliberismo ed è un valore talmente vasto che dovrebbe accomunare tutti i paesi, soprattutto quelli sotto il controllo della Nato.

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

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