La mafia è un fantasma mediatico per lasciar fare il Potere?

     La decima volta dell’«Angelo custode» ovvero le riflessioni di ANGELO MADDALENA per il lunedì della bottega

L’altro giorno Mara, che è russa, mi ha chiesto cosa ne penso della mafia, da siciliano. Le ho subito citato Sciascia, il quale ricordava che un tempo in Sicilia na carusa mafiusa voleva dire una bella ragazza, forte, affascinante, che si fa rispettare… Però Mara ha insistito: «cosa ne pensi tu?». Le ho detto che è una cosa lunga di molti decenni o secoli, non si può dire in poche parole…Quando sono andato in Algeria per fare uno spettacolo – al Festival Racont’arts nel 2013 – mia sorella era preoccupata perché «in Kabylia (regione interna e montuosa dell’Algeria) ci sono i terroristi islamici». L’organizzatore dello spettacolo mi disse che era vero e prima del 2005 non mi avrebbe invitato a partecipare a un festival, però ora la situazione è più tranquilla e comunque «non ti manderei nei boschi con persone sconosciute». Poi mi chiese se lo avrei ospitato in Sicilia, gli ho risposto «sì, certamente» e lui mi ha detto che comunque aveva paura di venire in Sicilia. «Paura di cosa?» gli ho chiesto, e lui: «ho paura che mi sparino i mafiosi».

Detto questo, ho raccontato a Mara di quando una ragazza di Verona venne nel mio paese (era il 2003) e mi chiese: «ma qui i mafiosi si vedono in giro? Come si riconoscono?». Mi fece arrabbiare però le risposi così: «Uno dei boss più potenti ce lo abbiamo come presidente del Consiglio» (in quel periodo era Berlusconi il premier).

Sono nato in un paese dove tra il 1989 e il 1992 sono state ammazzate tante persone, più che a Palermo in proporzione al numero degli abitanti. Queste tragedie creano un trauma che porta a una sorta di “mutismo”, perché il dolore è troppo grande per parlarne – il dolore collettivo per lo meno – quindi non è facile farne argomentazione mediatica. C’è però l’esigenza di scriverne e discuterne. Nel mio primo libro (pubblicato nel 2003) «Un po’ come Giufà» raccontavo di striscio, in un capitolo, questo dolore e facevo dei raffronti con le multinazionali, di cui in quel periodo cominciavo a scoprire i crimini globali.

Nel 2007 ho letto il libro di un giornalista di Enna, scritto sulla scia di «Gomorra»: vi erano fotografate persone del mio paese ammazzate appunto fra il 1989 e il 1992: una la conoscevo bene, ci giocavo a calcio quando ero ragazzo. Mettere quelle foto in un libro di narrativa mi parve poco rispettoso, come se in «Gomorra» Saviano avesse pubblicato foto di gente ammazzata nelle faide della camorra. Ricordo che la notte dopo aver visto quelle foto non dormii, ero nauseato. Scrissi una canzone per fare terapia: «Spara Spa».

In Algeria la prima volta che andai (nel 2010) capii tante cose quando chiesi a due trentenni della Kabylia dove fossero i terroristi islamici o se ce ne fossero in giro ecc.. Loro mi risposero così: «Quali terroristi? Il n y a pas des terroristes ici». La loro risposta poteva sembrare “omertosa” ma io la capivo: un po’ per provocare, io dicevo lo stesso, sino a qualche anno fa, a chi mi chiedeva cosa ne pensavo della mafia: «quale mafia? Dov’è la mafia?». La mafia – come il terrorismo islamico in Algeria e altrove, pur avendo fatto davvero danni e comportato la morte di migliaia di persone (soprattutto in Algeria negli anni ’90) – è utilizzata come “fantasma mediatico”. Per arrivare a cosa? Credo che la risposta potrebbe essere questa: per nascondere i veri responsabili e le vere cause di molti problemi, cioè per non affrontare il discorso sul Potere. Se ci fate caso non diciamo quasi più la parola «potere» per parlare di dominio, di oppressione, ma diciamo «mafioso» per indicare qualcuno o qualcosa che opprime ecc.. E’ una devastazione del linguaggio che è stata costruita da un sistema mediatico e politico. Quali sono le conseguenze? Si è cominciato a parlare di mafia in modo “mediatico” negli anni ’80: alcuni anarchici perseguitati da magistrati impegnati anche contro la mafia (Caselli è uno di questi, ha colpito pesantemente anche molti militanti Notav) negli anni ’90 scrivevano: «dopo che il potere ha cavalcato i fantasmi mediatici di “droga” e “mafia” adesso si accanisce contro gli anarchici». Negli anni ’70 una grande comunità popolare era stata dilaniata a forza di repressione poliziesca, arresti sommari ecc; il tutto giustificato con la “lotta al terrorismo”. Dopo, anziché fare un’analisi approfondita di quello che era successo – per evitare di approfondire e per capire i danni che il potere politico ed economico avevano consumato – si è voluta spostare l’attenzione sui “drogati” che minacciavano le persone con siringhe infette (uno su un milione forse avrà fatto una cosa del genere) e sulla mafia, madre di tutti i mali, poi gli anarchici, i Notav e adesso i migranti.

Intanto la corruzione e il dispendio di denaro pubblico per favorire gruppi di costruttori e politici conniventi aumentava alla grande. Come ha scritto il compianto Ivan Cicconi (in «Il libro nero del’Alta Velocità») tutta l’operazione Mani pulite è stata un gioco da ragazzi in confronto alla truffa ai danni dello Stato che è il Modello TAV (100 miliardi di euro, sempre soldi pubblici, per costruire linee ferroviarie spesso inutili, a volte dannose e devastanti a livello ecologico).

E’ molto triste ma osservo che, negli ultimi due decenni, i nati negli anni ’70 sono diventati sempre più legalitaristi. Il teorema perverso che si è diffuso è: se i politici e quelli che hanno il potere sono disonesti e maneggioni, noi dobbiamo essere sempre più onesti, al punto da diventare poliziotti di noi stessi. Mentre invece dovremmo ribellarci, fare analisi di quello che succede, protestare riprendendoci quello che ci spetta, cosa ancora diffusa fino agli anni ’80 e ’90 e soprattutto prima: gli espropri proletari, le autoriduzioni su biglietti, bollette e affitti («Sotto paga non si paga» era il titolo di uno spettacolo di Dario Fo).

Alla fine di questo breve viaggio – per chiudere con la domanda «dov’è la mafia?» – visto che oggi i migranti sono il capro espiatorio (come ieri i drogati, gli anarchici e i mafiosi) prendo spunto dal quotidiano «Avvenire» del 26 giugno. Salvini è tornato dalla Libia dicendo che non ci sono torture nei centri di detenzione dei migranti e chi ne parla fa “retorica”. Alla fine dell’articolo, Paolo Lambruschi fa notare (sono pochi i quotidiani, il manifesto in primis, che fanno osservare certi “dettagli”): «Il Consiglio di Sicurezza ONU ha indicato i nomi di 6 boss protagonisti del traffico di esseri umani in Libia. Tre sono comandanti di milizie, uno il capo della Guardia costiera cui abbiamo appena delegato i salvataggi».

QUESTO APPUNTAMENTO: Un “angelo custode” per iniziare bene la settimana?

Mi piace il torrente – di idee, contraddizioni, pensieri, persone, incontri di viaggio, dubbi, autopromozioni, storie, provocazioni – che attraversa gli scritti di Angelo Maddalena. Così gli ho proposto un “lunedì… dell’Angelo” per aprire la settimana bottegarda. Perciò ci rivediamo qui (scsp: salvo catastrofi sempre possibili) fra 168 ore circa che poi sarebbero 7 giorni. [db]

Redazione
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