«La malinconia dei draghi» di Philippe Quesne

di Susanna Sinigaglia

Quattro persone chiuse in una Citroen con roulotte al seguito mangiano patatine e bevono lattine di qualcosa: due uomini e due donne? In particolare non ho dubbi sul sesso della persona con i capelli biondi molto lunghi, seduta sul sedile dietro al posto del passeggero, che si liscia continuamente le ciocche ai lati del viso con un movimento quasi compulsivo, un gesto tipico da ragazza. Sullo sfondo appare quella che a un primo sguardo sembra una foresta pietrificata ma in realtà la scena è immersa in un paesaggio invernale innevato. A un tratto, da dietro la foresta spunta una donna con bicicletta al fianco e piumino addosso. Sembra che tutti stessero aspettando proprio lei perché dalla roulotte iniziano a uscire, uno alla volta, altri tre uomini dalla folta chioma e quelli in auto scendono per accogliere la nuova arrivata che scopriamo chiamarsi Isabelle. Così mi rendo conto che non c’era nessuna donna nell’auto, sono tutti non più giovanissimi “capelloni postmoderni”.

Ma che cosa ci fanno lì, in quel posto desolato, e dove stanno andando, sempre ammesso che stiano andando da qualche parte? Certo, si può presumere – come suggeriscono alcune immagini – che siano rimasti in panne.

Però, tutta la performance sembra la rappresentazione di un non luogo e di un non senso. Oltretutto, i testi sono recitati in francese con sovratitoli in italiano; pur essendo il francese la mia seconda lingua, in una situazione già piuttosto criptica è un elemento un po’ disturbante. A questo si aggiunga l’atteggiamento del pubblico che ride prima ancora che gli attori finiscano di dire la propria battuta; sembrano le risa registrate nelle sit-com trasmesse dalla TV americana, un altro e ancor più disturbante elemento che interferisce con il mio tentativo di cogliere il senso di quanto si sta svolgendo sul palco. I performer vi si aggirano entrando e uscendo dalla roulotte, che nel frattempo è stata “svestita” ed è diventata improvvisamente vetrina-scena di una performance nella performance. I capelloni mostrano a Isabelle i loro strumenti, gli oggetti che si trovano nella roulotte e che compongono quella che chiamano la “loro installazione”.

Suonano vuote le parole che continuamente vengono pronunciate; e più i personaggi parlano meno si capiscono le loro intenzioni e quel che stanno facendo. Isabelle pende dalle loro labbra e continua a chiedere trasognata “fammi vedere” come se chissà quale meraviglia dovesse comparirle di fronte agli occhi. Una di queste, è l’inserimento nella roulotte-vetrina di una specie di baccellone di plastica beige che si può deformare e plasmare per imitare la forma dell’imbocco di una caverna per esempio, o di fauci spalancate; poi i personaggi della performance lo gonfiano ulteriormente e lo portano sollevato in giro per il palco come un trofeo.

 

Infine entrano in scena grandi involucri color nero petrolio, sempre di plastica, che sono anch’essi gonfiati finché non diventano baccelli giganti e sistemati in verticale così da ostruire la vista sul paesaggio desolato.

Ecco, forse ho trovato qui il senso della performance: forse ci vuol dire che dopo un vano agitarci – e vane parole – finiremo tutti, insieme alla natura, sepolti da una montagna di plastica scura.

http://www.triennale.org/teatro/philippe-quesne-vivarium-studio-la-melancolie-des-dragons/

 

Philippe Quesne

La mélancolie des dragons

(La malinconia dei draghi)

di

Philippe Quesne

Vivarium Studio

Susanna Sinigaglia
Non mi piace molto parlare in prima persona; dire “io sono”, “io faccio” questo e quello ecc. ma per accontentare gli amici-compagni della Bottega, mi piego.
Quindi , sono nata ad Ancona e amo il mare ma sto a Milano da tutta una vita e non so se abiterei da qualsiasi altra parte. M’impegno su vari fronti (la questione Israele-Palestina con tutte le sue ricadute, ma anche per la difesa dell’ambiente); lavoro da anni a un progetto di scrittura e a uno artistico con successi alterni. È la passione per la ricerca che ha nutrito i miei progetti.

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