La pesca industriale spazza via i tonni e le tonnare artigianali

di Marina Forti (*)

Marina-TONNARA

La pesca tradizionale del tonno rosso a Barbate, in Andalusia, Spagna, il 3 giugno 2014. (Pablo Blazquez Dominguez, Getty Images)

 

 La pesca al tonno aveva i suoi riti. Era collettiva: coinvolgeva decine di uomini, i tonnaroti, sotto la guida di un “raìs”; richiedeva lunghi preparativi e gesti propiziatori. Nelle tonnare siciliane e sarde le reti si calavano in maggio, lunghe reti disposte a “camere” in modo da sospingere i tonni verso le maglie più strette. Allora cominciava la mattanza. I tonni, adulti da un centinaio di chili, erano presi con gli arpioni e issati sulle barche, tra colpi di coda e schizzi di sangue.

Questa pesca artigianale è un ricordo: l’ultima mattanza a Favignana, in Sicilia, è del 2007 ed era già cosa d’altri tempi, anche perché il tonno rosso del Mediterraneo è quasi scomparso e la pesca è soggetta a quote. Non che manchi tonno sulle nostre tavole. Al contrario, è sempre più abbondante e a buon mercato: filetti, bistecche, sushi in versione orientale o mediterranea. E poi la familiare scatoletta, ingrediente di insalate estive, tramezzini, picnic.

Oggi però nella scatoletta c’è tonno preso con ogni probabilità nel Pacifico (fa tre quarti del tonno pescato in tutto il mondo) e lavorato magari in Thailandia (terzo esportatore mondiale di pesce e derivati dopo la Cina e la Norvegia, e prima piazza mondiale per il tonno in scatola). Insomma, un’industria che coinvolge centinaia di paesi e milioni di persone, e un ottimo esempio di come funziona l’economia globalizzata. Vediamo perché.

 

Specie in via d’estinzione

Tra le numerose specie di tonni, quelle importanti per la pesca commerciale sono sette. Le più pregiate sono tre specie di tonno rosso (noto anche come pinna blu, bluefin), del Pacifico, dell’Atlantico e dei mari del sud. Poi il tonno obeso, il pinna gialla, l’ala lunga e il tonnetto striato. Tutte popolano mari tropicali e temperati; le dimensioni variano dai tonnetti di pochi chili ai grandi pinna blu che superano i sei quintali.

Alcune specie però stanno scomparendo. Il tonno rosso è stato pescato in modo così massiccio che è ormai vicino a “estinzione commerciale”, incluso quello del Mediterraneo. È un pesce ricercato per sushi e bistecche di tonno: l’anno scorso un singolo bluefin di un paio di quintali è stato venduto all’asta in Giappone per un milione e mezzo di dollari. Anche il tonno obeso, ala lunga e pinna gialla sono “vulnerabili”, in rapido declino. Quello che finisce inscatolato di solito è il tonnetto striato, una specie pelagica (vive negli oceani aperti) che raggiunge i cento chili, meno pregiato ma per ora più abbondante.

Oggi queste sette specie muovono un’industria globale valutata circa 42 miliardi di dollari annui, secondo uno studio pubblicato in maggio dal Pew charitable trust. Il compenso per chi pesca è solo una frazione di questa somma, si intende. Nel 2014 i pescherecci commerciali hanno preso quasi cinque milioni di tonnellate di tonno in tutto il mondo, per un valore “sul molo” (il prezzo pagato ai pescherecci) di quasi dieci miliardi di dollari. Poi il pesce va lavorato e distribuito: quei 42 miliardi di dollari sono il prezzo finale pagato dai consumatori di sushi e scatolette in tutto il mondo.

Negli ultimi vent’anni l’industria della pesca si è sempre più delocalizzata. Nella pesca al tonno c’è un po’ di tutto, dai pescherecci più piccoli alle grandi navi ad alta tecnologia, capaci di avvistare i banchi di tonni con radar e satelliti e pescare in pochi giorni quello che i piccoli prendono in un anno. Ci sono flotte regionali come quella dell’Indonesia (oltre 600mila tonnellate di tonno pescato all’anno), che si muove tra il mar cinese Meridionale e l’oceano Indiano orientale.

 

Il saccheggio degli oceani

Ma soprattutto ci sono flotte commerciali del Giappone, di Taiwan, della Corea del Sud, degli Stati uniti e di alcuni paesi europei (Spagna e Francia), che spaziano dall’Atlantico, all’oceano Indiano, al Pacifico. I piccoli pescherecci usano il palamito, un cavo d’acciaio da cui pendono lenze più piccole con gli ami. Le grandi navi pescano invece con grandi reti “da circuizione” che circondano il banco di tonni, come una mattanza d’alto mare. Spesso, insieme al tonno tirano su anche squali (a cui saranno tolte le pinne prima di ributtarli a morire in mare: è illegale ma frutta bene), tartarughe marine o altro.

A volte le flotte diventano pirata, cioè entrano nelle acque esclusive di altri paesi e fanno razzia. Spesso battono una bandiera “di convenienza”, di un paese diverso da quello del proprietario, così è difficile far rispettare le norme sulle quote di pescato o sul trattamento dei lavoratori. La pesca illegale è in aumento: qualcuno parla di ocean grabbing, saccheggio degli oceani.

Il secondo passaggio di questa filiera sono le fabbriche dove il tonno viene tagliato, sfilettato, preparato, a volte messo in scatola o almeno surgelato. Le fabbriche sono molte e si fanno concorrenza sfruttando lavoro sottopagato e precario, spiega il rapporto di una coalizione di sindacati asiatici. Invece i committenti sono pochi: in Thailandia quasi l’80 per cento del tonno inscatolato passa per tre aziende di trading, due taiwanesi e una statunitense.

 

In effetti la pedina centrale nella “filiera del tonno” sono proprio i trader, gli intermediari: un piccolo numero di aziende che da un lato acquistano il pescato e lo passano alle imprese che lo lavorano; dall’altro gestiscono le ordinazioni delle grandi catene di distribuzione. Spesso i trader hanno un ruolo di supporto alle aziende di pesca, soprattutto quelle piccole a cui danno logistica, credito, sbocco di mercato. I piccoli pescherecci restano in mare per mesi, a volte un anno o più, grazie a “navi madre” che fanno la spola, portano rifornimenti (acqua, carburante, viveri, reti di riserva) e prendono il pescato. Così diventa impossibile tracciare l’origine del tonno, legale o abusiva.

È difficile anche monitorare cosa succede a bordo. Molte testimonianze parlano di uno sfruttamento bestiale, che sconfina nel lavoro forzato. Spesso i lavoratori sono migranti a cui viene sequestrato il passaporto. Un caso documentato l’anno scorso ha coinvolto la Thai Union, la maggiore azienda tailandese di pesca, e ha spinto le autorità di Bangkok a promettere più controlli.

Ma in quest’industria i passaggi sono complicati, le tracce si perdono. “Solo una filiera trasparente può garantire una pesca sostenibile in senso ambientale e sociale, e mettere fine a uno sfruttamento inaccettabile” dice Alessandro Giannì, responsabile delle campagne di Greenpeace Italia, che da tempo pubblica una classifica delle etichette “sostenibili”.

A Favignana molti sognano di ricominciare. Eppure, ammettiamolo: nell’industria globale della scatoletta, l’artigianale tonnara è spiazzata.

(*) Questo post è ripreso, con la foto, da «Internazionale; Marina Forti ha un suo blog: www.terraterraonline.org/blog/ ovvero «Terra Terra – cronache da un pianeta in bilico». (db)

 

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