La Repubblica dei Sogni

Un’anticipazione del nuovo romanzo di Francesco Troccoli (*)

Sull’antica Terra i sogni vennero banditi

per la semplice ragione che erano rimasti

la sola cosa che non si potesse comprare né vendere.”

David Vinicious Pereira Hobbes, “Principi di Economia dei Sistemi Chiusi”.

Ricordo bene la prima volta che sognai.

Al risveglio, non riuscivo ad accettare che era successo a me.

Negai tutto, in tutti i modi, con tutte le forze.”

Tobruk Narid Ramarren, dall’incipit di “Memorie di un Sognatore”

I sogni sono pensiero umano, che

nasce dalla realtà biologica.”

Pensatore dell’Era Antica, teorico dei prodromi della Prima Rivoluzione Terrestre.

L’uomo la guarda, le sorride, le bacia la guancia. Le labbra le lasciano un rivolo di saliva sulla pelle, ma lei non se ne accorge nemmeno. Lui ha cinquantadue anni. Un anziano. Lei lo ha supplicato di rinunciare, di lui in fondo non hanno bisogno, al momento della battaglia resterà nelle retrovie, perché rischiare, non ha senso. Ma lui continuava a sorriderle, tutto il tempo, e scherniva le sue lacrime, e gliele asciugava, insieme alla paura. La macchina è lì, pronta. Non è poi così complicato, ci si stende, si chiudono gli occhi, si aspetta qualche minuto e tutto inizia. E con la stessa semplicità, dice lui, tutto poi finisce. Solo qualche ora. Lui si fida di Hobbes, il capo vuole che tutti capiscano, che tutti imparino. Anche se nessuno è obbligato, come puoi rinunciare a ritrovare la tua vita, e anche lui, così anziano, prima di andarsene per sempre, vuol sapere che sapore ha, e se ha un colore, una forma visibile, e cosa si prova, a fare quella cosa che chiamano “risveglio”. Dicono che ti tornano in mente un sacco di cose che avevi dimenticato. Dicono che rinasci! Non vorrai che tuo padre non ti capisca quando gli dirai che hai “dormito”, non vorrai che non abbia la più pallida idea di cosa tu stia dicendo, che ti guardi come se tu fossi di un altro mondo, e non quello nel quale anche il tuo vecchio vuol entrare. Il tuo mondo, il mondo dei giusti, il nostro mondo, il mondo della rivoluzione. Il mondo dei sogni, il mondo delle idee. Ah se ci fosse ancora la mamma! L’avrei portata con me, le dice. Avremmo fatto insieme anche questo pezzo di strada. È a quel punto che lei si arrende. La giovane sorride, ora sa che non c’è nulla da fare. Ma è un sorriso triste. Il sorriso di chi non capisce.

Nell’aria umida della caverna si propaga un’eco imbrigliata in una nota fissa, che sembra proseguire all’infinito; l’onda lunga di un suono basso, capace di sospendere il Tempo, di attraversarlo. È il Sonno di un’intera miniera. Il grande sonno collettivo, il sonno di Hobbes. Alina vede la branda destinata a suo padre, poi il suo sguardo si perde su decine, centinaia di altre simili, alcune vuote, altre occupate da donne e uomini. I dormienti. L’aria è satura di quel rumore sordo, continuo, che per quanto si sforzi non le riesce di non considerare una minaccia, la promessa di una tragedia imminente, un’illusione, un pericolo mortale, nero come lo spazio fondo, che indossa la speranza come un abito colorato e sgargiante di luce, un travestimento.

L’uomo si siede sulla branda, va giù col busto, distende le gambe. Il medico chiude polsiere e cavigliere, inserisce aghi a dozzine, gli parla di un nuovo cratere vulcanico sbocciato all’improvviso nella valle, di partite di kembar vinte a fatica con suo figlio, di quanto è grassottello il nuovo nato di Karta, la sovrintendente del settore minerario in cui entrambi vivono. Perché a Ferro Sette sono tutti amici. Almeno fino a oggi. Infine il medico esorta il paziente a star tranquillo e a non pensare a nulla, o meglio a pensare a quello che più gli piace. Forse capiterà anche a lui quello che riferiscono già in tanti: si sogna. Arrivano visioni, immagini. Pezzi di vita propria e altrui. Sono forse ricordi? Qualcosa del genere. Meno reale. Più vero. A questo punto il medico gli copre bocca e naso con una mascherina. Assistere non sarebbe permesso, ma si tratta di un caso particolare: Alina deve vincere le proprie paure, iniziare anche lei il programma. Ormai è l’unica a non averlo fatto. La miniera non la lascerà indietro.

Il paziente chiude gli occhi. Il respiro rallenta, l’aria si ferma. Dopo qualche minuto, all’improvviso, come se fosse percosso da una scossa elettrica d’inaudita violenza, il corpo s’inarca, la schiena si solleva, le gambe iniziano a tremare e gli occhi si spalancano in un’orribile fissità.

-Papà! Papà!- grida Alina, sottraendosi a braccia che già la trattengono. Ma il tempo necessario per attraversare la poca aria umida che la separa da suo padre non è sufficiente. Le sue braccia planano su un corpo già immobile. Il suolo della grande caverna inizia a tremare.

Nel sonno, Alina inarcò il busto, strabuzzò gli occhi e infine si svegliò, fra gemiti e grida. Il suo primo pensiero fu Falk, suo figlio. Si mise in piedi barcollando e urtò con l’anca contro il portaoggetti dove teneva la pistola; questo le ricordò di prenderla, poi si precipitò verso la stanza del bambino. Spalancò la porta come una furia, nel buio infilò il braccio libero nel lettino e, senza troppa delicatezza, tirò su il fagotto. Lo strinse a sé. Suo figlio non si era svegliato e nell’istante in cui gli sfiorò la fronte con le labbra avvertì una sensazione ibrida: freddo e pressione. Era la canna di una pistola e le stava venendo premuta sulla tempia. La luce si accese.

-Mia signora.- esclamò la governante, abbassando l’arma. -Non ti ho mai vista comportarti così. Entrare armata qui dentro! Pensavo che qualche malintenzionato si fosse introdotto in casa.

Sembrò che Alina non avesse sentito. Stringeva suo figlio, lo sguardo perso.

-Mia signora…- disse la governante, e le sfiorò il braccio. Alina sussultò.

-Zafra…- mormorò. Lentamente, la governante le sfilò la pistola, che sporgeva dall’abbraccio intorno al bebè.

-Un altro brutto sogno?

-Il peggiore, finora.- Con Falk fra le braccia e la testolina del piccolo adagiata sul collo, Alina si sedette sulla poltrona su cui, fino a pochi istanti prima, stava sonnecchiando l’altra. -Mio padre.- aggiunse, dopo un istante.

-Oh sì, me ne hai parlato. Lui… morì a Ferro Sette, vero?

-Fu durante l’addestramento.- annuì Alina. -Il programma di riabilitazione al Sonno voluto da Hobbes.

-Che disgrazia.

-Nel sogno ho visto l’esatto momento della morte.

-Davvero? Be’, è strano… a me non capita di sognare le cose che ho vissuto, mia Signora. È sempre tutto così diverso dalla realtà.

-Io non l’ho affatto vissuto. Non ero presente quando il sonno lo uccise. E non ho mai voluto conoscere i dettagli.

-Lo immagino, mia Signora. Scusa, mia Signora.- Zafra s’inginocchiò, posò entrambe le pistole in terra, si accoccolò davanti a lei e iniziò a sfiorarle la gamba con la mano.

-Ma ormai l’ho visto.- singhiozzò Alina. – D’ora in poi sarà come se fossi stata presente!

-Mi dispiace. Tanto.

-Mi ha baciato, l’hanno addormentato e poi… dopo neanche un minuto… era morto.

Alina lasciò sgorgare le lacrime. Zafra le si abbarbicò alle gambe, le appoggiò la testa sulle ginocchia.

-Dicevano che poteva succedere.- biascicò Alina fra i singhiozzi. -Dicevano che statisticamente era improbabile. A Ferro Sette furono solo tre i morti nel Sonno, su più di ottocento dormienti. Il primo fu mio padre.

-Deve essere stato orribile. Ritrovare il sonno ha significato una nuova vita per tutti noi, mentre per lui, mia Signora…

-Non solo per lui, Zafra. Per molto tempo, per me il sonno è stato solo un portatore di morte. Ci ho messo mesi a imparare. Per me era innaturale. Credo di essere stata l’ultima in tutta la miniera. Ero terrorizzata. Per fortuna Hobbes mi aveva dispensato dal programma. Mi lasciò libera di decidere. In realtà nessuno, nella nostra miniera, era obbligato.

-E perché hai voluto farlo comunque?

-Non volevo restare indietro. Non volevo restare sola. Se mi avesse costretta a insistere non ce l’avrei mai fatta. Invece, sentirmi libera di scegliere mi fece trovare la voglia di seguire tutti gli altri.

-Se tu non avessi imparato a dormire, mia signora, la morte di tuo padre avrebbe rovinato anche la tua, di vita. Ma non è stato così. Sei fortunata, hai un figlio meraviglioso. E presto suo padre tornerà.

-Mia dolce Zafra…- sospirò Alina, accarezzando la guancia dell’altra. -Sai sempre dire le parole giuste.

La donna sorrise, raccolse le due le pistole, si rimise in piedi e ripose la propria nella fondina. Poi restituì l’altra ad Alina, che notò la sua perfetta forma fisica, la tonicità dei muscoli, la precisione nei movimenti, così diversa dalla propria agitazione. Nonostante i capelli brizzolati, Zafra svolgeva egregiamente il suo lavoro, tanto con il biberon quanto con le armi. Una vera donna del popolo. Una donna libera di un popolo libero.

-Ecco perché questa maledetta epidemia mi spaventa tanto.

-Mica spaventa solo te, mia Signora. Ho tanta paura anch’io. Hai sentito di quella famiglia, l’altro giorno…

-In quel minuscolo villaggio a Nord?

-Proprio.- annuì Zafra. -Pensa un po’, una donna torna a casa e trova il suo uomo e tre figli, a letto, tutti morti.

-Dicono… dicono che avessero inalato tutti lo stesso farmaco per una malattia di cui soffriva tutta la famiglia. Il flacone era infetto.

-Già. L’ho sentito anch’io, mia Signora. Sai, con tutte queste storie orribili, io non ci riesco più, a dormire profondamente.

-Almeno così saprò che farai buona guardia su mio figlio, la notte.

Zafra sorrise.

-Lo sai che per Falk non esiterei a dare la vita, mia Signora. Per lui, e per te, anche.

Asciugandosi le ultime lacrime, Alina annuì.

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(*) Della trilogia degli insonni di Troccoli ho parlato qui «La conoscenza è la sola ricchezza» e prima ancora qui Fatevi avvincere da Ramarren e qui I senza sogni e la rivoluzione. In Narrator in Fabula – 23 Francesco Troccoli è stato intervistato da Vincent Spasaro. Mi accingo ora a leggere – con un po’ di ritardo – questo «La repubblica dei sogni», romanzo breve in formato digitale di cui trovate qui sopra il primo capitolo. [db]

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