La voce delle campane

di Mark Adin

Suonano le campane. Suonano, per la verità, sempre meno; forse perché vengono dal passato. Lo stesso bronzo nel quale son fusi torsi di eroi e cannoni, àncore  e monumenti sepolcrali; sono fuse nello stesso bronzo, una lega che è rame con l’aggiunta di stagno e una presa di argento per dare loro più sonorità.

Il mio I-phone non le capisce, emette altri suoni, incomunicabilità generazionale. Lui è figlio di austeri tralicci ordinati in filari, con la testa nell’aria carica di elettricità. Il mio ai-fon è guscio di conchiglia, creatura di un mare denso e speciale, che dorme negli abissi.

Dentro a quel guscio, lucido guscio, contrassegnato dalla mela Apple che pare morsa da Eva, lavorano infinite micromeraviglie tratte dal silicio, dalla sabbia sulla quale costruivamo percorsi tortuosi e ponti e tranelli per leggerissime biglie di plastica con l’effigie di campioni dai nomi misteriosi, come Anquetil e De Vlaeminck. “Non sono mica di qui questi nomi”, ci dicevamo riempiendo la bocca di nuove sonorità, felici di impararle, storpiandole e ripetendole, inconsapevoli di aggiungere loro valore.

Quella stessa sabbia, prelevata da fiumi azzurrissimi, è finita in orrendi piloni di viadotto e i nomi stranieri di uomini che, ridotti in fila come formiche, bucano le frontiere e affollano cantieri e periferie, si fanno oggi per noi minacciosi.

Ma le campane suonano ancora, oscillando come fianchi femminili, battendo un tocco che si fa radice, affondata nel tempo di chi ci ha generato, risalendo la corrente del fiume ancestrale.

Oggi il loro rintocco accompagna il dolore per la fine di una giovane figlia, di una sorellina minore, falciata dalla zampata della Bestia il cui nome spero che muoia con essa, nutrita da un Male nato nelle nostre case, incubato e allattato collettivamente, nel buio di alloggi adornati di schermi ellecidì, con rosari appesi alle pareti e fiori di plastica ai cimiteri, con l’immagine del papa buono che è nato nei pressi.

Il ruggito l’ha sorpresa sulla strada che  stava riconducendola ai libri e allo studio, le cuffiette dell’ ai-fon alle orecchie, l’apparecchio di correzione dentale che ne autenticava l’adolescenza.

La valva dell’ai-fon resta adagiata sul campo – così come lo scudo istoriato di Achille, l’atleta – porta anch’essa una immagine: è la mela segnata dal morso, la stessa mela dell’Eden.

Nel triste appezzamento di prato i tralicci, collegati da fili ronzanti, costretti dalla loro perenne immobilità a non poter sfuggire la vista dei poveri resti, della vita strappata, han continuato a tenersi per mano, nell’interminabile fila. Hanno detto tutto lo sgomento agli stormi di uccelli che si annuvolavano sopra di loro, roteando e cambiando imprevedibilmente forma, allarmati e rumorosi. Componevano veloci figure nel cielo, ideogrammi di commiato.

Ancora campane: vibrano i loro colpi ossessivi e fondi, maledicendo il tempo che non guarisce gli uomini, che non gli è medicina.

Ma ora guardate nel campo, lì tra i rami secchi: la spoglia della ragazzina e l’ai-fon, figlio del nero traliccio, giacciono insieme. All’ai-fon è stata rubata la sim, alla figlia dell’uomo la vita.

Le campane ribattono ancora, prefiche brune, madri addolorate, madri di madri, vecchie signore, si lamentano a colpi di maglio nell’aria umida e ferma.

Forse nessuno riuscirà più a guardare negli occhi la mamma della ragazza-bambina, a causa di questa oppressiva e forse ingiusta vergogna che inevitabilmente ci assale nel provare colpa collettiva per questa morte, nel ritenerla un po’ nostra.

Eppure nell’aria si sente ridere la primavera, sfacciata, eppure il sole ostinatamente si annuncia. Venga più presto, quest’anno, la primavera che rinnova la vita. Porti via questo gelo.

 

Redazione
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