L’Atlantide africana e i pescatori senza terra

di Antonella Sinopoli (*)

Esiste un’Atlantide africana. Non è immaginaria, non è mitologica, non è un sogno. Si chiama Keta e giace nell’Oceano Atlantico che una volta bagnava la Gold Coast coloniale e che da 56 anni bagna il Ghana, indipendente e democratico. La Keta sparita nell’Oceano tra gli anni ’70 e ’80 a causa dell’erosione della spiaggia e di piccoli tsunami che pian piano hanno travolto e risucchiato antichi edifici storici risalenti alla dominazione britannica, il vecchio forte Prinzestein – di cui oggi rimane solo una porzione – e gruppi di case, capanne, strutture locali.

Ma è soprattutto la vita di migliaia di persone che il mare si è portato via. Nessuna vittima perché l’erosione e l’avanzare dell’Oceano – che tra l’altro erano già stati osservati dai colonizzatori a partire dal 1907 – è stato lento ma fatale. Impossibile da frenare se non con le barriere di difesa che sono state costruite negli anni successivi. Nessuna vittima, ma tante storie interrotte, progetti abbandonati, famiglie spezzate. Molti hanno cercato altra fortuna, in altre aree del Paese o nel vicino Togo con cui gli Ewe che abitano la Regione del Volta condividono lingua, cultura, origini. Altri, invece, sono rimasti lì, spostandosi dove il mare di fronte e la laguna alle spalle lo permettevano. E alcuni di quelli partiti sono poi tornati. Per ricominciare su una terra che pur sempre conserva la loro storia.

Foto del 1985 dell’autore Beth Knittle pubblicata su Flickr con licenza Creative Commons. L’immagine mostra la spiaggia e l’erosione dal Forte Prinzestein.

Keta è perfettamente ghanese,eppure diversa, come i suoi abitanti. Silenziosa e guardinga. Con il sorriso nascosto ma pronto a contraccambiare a chi fa il primo gesto d’amicizia. Con lo sguardo deciso ma senza slancio. Dove le occasioni spesso vengono lasciate cadere nel vuoto – come il turismo ad esempio – e dove l’attesa supera di gran lunga l’azione. È un luogo ancora selvaggio, stretto tra due acque, quelle dell’Atlantico e quelle della laguna, abitato da centinaia di specie di uccelli e con quell’aria di stranietà che forse le viene dalla vicinanza con il confinante Togo.

Fort Prinzestein oggi. Il forte, costruito dai danesi nel 1784 e poi passato agli inglesi, è stato utilizzato come prigione fino agli agli ’80 quando l’ultima erosione ne ha travolto buona parte. Foto di Antonella Sinopoli ©

Ma questa – Keta è stata il capoluogo della Regione del Volta fino agli sfortunati eventi climatici – è anche una delle aree più povere del Paese, pesca e povere economie di sussistenza, con un’altissima percentuale di analfabetismo, l’obbligo per i bambini di aiutare la famiglia e dove ancora viene praticata la servitù rituale che non si limita più solo alle figure religiose, visto che le bambine e i bambini sono mandati dai genitori a servire parenti o altre famiglie più facoltose. Un’area povera che sembra non aspettarsi niente di diverso e di migliore. Gli abitanti sono più propensi alle chiacchiere quotidiane e ai piccoli litigi familiari che a cercare di capire perché dopo tanti anni continuino a mancare progetti di sviluppo, più inclini alla lamentela che alla lotta. E l’alcol – quello locale che ti buca lo stomaco – rimane una fuga per gli uomini come per le donne, spesso madri adolescenti.

Eppure proprio da qui la voce sta cominciando a salire, la rabbia costruttiva a montare. Qualche settimana fa ha cominciato a circolare la notizia: Aflasco, piccolo insediamento di pescatori ai confini della cittadina, dovrà essere spostato. Lo spazio serve al governo. Per farci cosa? Costruirci una moschea e fare spazio alla comunità Zongo (musulmani). Ironia della sorte, Keta, così come le altre città della Regione del Volta, è una roccaforte dell’NDC (National Democratic Congress), il partito dell’attuale presidente, John Dramani Mahama, di fede musulmana. A votarlo è stato la maggioranza della popolazione locale, a prescindere dall’appartenenza religiosa. Ma qui ad Aflasco vivono decine di famiglie, un migliaio di persone che, ancora una volta, dopo gli eventi legati all’erosione, non saprebbero dove andare. Inutile parlare di diritti di proprietà che risalgono alla storia delle singole famiglie, ma che non conservano traccia in alcun documento (nella maggior parte dei casi risucchiati dal mare) e comunque attestato, come avviene da queste parti, solo oralmente.

Così è cominciata la protesta, silenziosa per ora, o comunque non ufficiale. Una mattina qualunque e poi ancora il giorno dopo il gongo beater è andato su e giù per il villaggio annunciando un incontro con il chief locale e i rappresentanti della comunità. Luogo del meeting la spiaggia, sotto foglie di palma prosciugate dal sole e dall’aria che soffia dall’Oceano. L’introduzione degli anziani del gruppo e poi gli interventi, senza distinzione tra vecchi e giovani, uomini e donne. Tutti ad esprimere la loro paura di rimanere senza quel poco: case fatte di legno leggero, tetti in lamiera, palme intrecciate e confini tra gli uni e gli altri spesso segnati solo da reti, le stesse reti strumento di lavoro di quasi tutti gli uomini del posto.

Tipica capanna ad Aflasco. Foto di Antonella Sinopoli ©

Anche in questo caso gli Ewe del villaggio (cristiani, animisti, musulmani) mostrano la scarsa propensione alla lotta, se non nelle parole. La maggior parte ha proposto di chiedere (pregare, questo il termine usato) agli uomini del Distretto, rappresentanti del governo, di lasciarli dove sono o di assicurare loro una nuova sistemazione. Ma molti altri hanno detto qualcosa come: dobbiamo farci sentire. Anche noi siamo cittadini.Andremo a parlare o a urlare se necessario. Cittadini senza diritti, che cercano di stare il più lontano possibile dalle sedi istituzionali, centrali o locali che siano. Perché tanto se non hai i soldi per pagare, qualunque sia la tua richiesta…

Va però detto che proprio in questa stessa area – Adzido – sono in corso costruzioni finanziate dal governo e riservate alle disaster victims, quelli appunto colpiti dagli eventi degli anni scorsi che hanno lasciato in migliaia senza più un tetto e un’attività. La maggior parte sono andate a chi davvero ne ha diritto ma, si vocifera, alcune sono andate a chi aveva soldi per pagare la persona giusta e acquisire così il diritto ad occupare la casa.

Spiaggia a Keta, particolare. Foto di Antonella Sinopoli ©

Cosa accadrà adesso agli abitanti di Aflao? Dove saranno spostati e quando? Al termine dell’incontro si è formato un comitato, un gruppo di una decina di persone che si faranno portavoce presso le autorità locali delle esigenze e delle richieste della comunità. Per ora, a parte le paure, le ipotesi e la voglia di lottare stavolta, è ancora tutto fermo. Come un po’ rischia di rimanere fermo il Paese, troppo concentrato sulla Election Petition, avviata il 16 aprile scorso davanti alla Corte Suprema su richiesta del New Patriotic Party (NPP), partito oppositore dell’attuale presidente, che contesta i risultati elettorali. Un evento che, secondo molti osservatori sta facendo perdere al Paese credibilità e opportunità economiche. E che, anche ad Aflao dicono, è solo una perdita di tempo e di denaro e rischia di metterci gli uni contro gli altri.

Di divisioni qui non ne hanno bisogno. Quello di cui hanno bisogno è qualcosa di concreto su cui contare. Anche solo la speranza di un futuro certo. Che nessuno li manderà più via. Né il mare, né lo Stato.   

(*) Questo post (del 17 luglio) di Antonella Sinopoli è su Voci globali-Global Voices Online; ricordo che è possibile iscriversi alla newsletter settimanale che segnala le novità. (db)

 

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