NATO: le invasioni degli amici sono sempre belle

articoli, immagini e video di bortocal, Jonathan Cook, Peppe Sini, Maurizio Vezzosi, Vittorio Rangeloni, Domenico De Masi, Matteo Saudino, ingegneri disertori, Tiziana Barillà, Laura Tussi, Alessandro Marescotti, Andrea Zhok, Pepe Escobar, Enrico Euli, Fabio Mini, Fabio Alberti, Noam Chomsky, Eleonora Camilli, Gian Luigi Deiana, Peacelink, New York Times, Cassandre Thomas, Francesco Masala, Marianella PB Sclavi, Pasquale Pugliese, Alessandro Capuzzo, Geraldina Colotti, Mario Sironi, Mauro Biani, Benigno Moi, Vauro, Carlos Latuff, Manlio Dinucci, StefanoOrsi, Giuseppe Masala, Francesco Santoianni

 

 

la guerra mondiale in corso contro il nostro consumismo – bortocal

inutilmente qualcuno chiede di trattare in Ucraina: nessuno ci ascolta; la grande massa è rassegnata e chi ha il potere ha già deciso per una guerra di lunga durata.

il diritto dei popoli è solo un pretesto: se fosse rispettato, la guerra non sarebbe neppure iniziata.

l’Ucraina è solo il campo di battaglia, il suo destino non verrà deciso da lei.

la sua libertà non è la vera causa e neppure il vero scopo di questa guerra, ma soltanto un argomento di propaganda.

la guerra vera si gioca altrove, ha altri scopi, che diventano di giorno in giorno più chiari, e li dichiarano il 25esimo forum di San Pietroburgo del 15 giugno, e il vertice del 23-24 giugno dei Brics – Brasile · Russia · India · Cina · Sudafrica -, . i nuovi Paesi non allineati,

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come ogni altra, anche questa guerra ha dei costi che possono diventare terribili, ma chi pensa che la pace sia gratis non ha capito nulla.

oramai è diventato sempre più chiaro che si combatte per il predominio occidentale sul pianeta, per il diritto dell’Occidente di decidere che cosa è giusto e che cosa no per tutto il resto del mondo, e per la conseguenza più concreta e precisa di questo predominio: il nostro tenore di vita occidentale.

non basta l’epidemia che non finisce, non basta la crisi climatica che si aggrava, a convincerci che in questa parte del mondo viviamo in un modo follemente impossibile; servirà la guerra economica contro il resto del mondo e una sconfitta sul campo.

la vera posta in gioco è ridimensionare i nostri consumi, spingere anche gli occidentali poveri nella povertà in cui vivono i poveri del resto del mondo: un vasto disegno che persegue la distruzione dell’unipolarismo del morente impero americano e la liquefazione della sua area periferica, denominata Unione europea.

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non ha capito molto chi teme i costi della guerra e l’inflazione – che del resto dipende anche dal folle indebitamento in corso e dalla stampa libera di moneta destinata a perdere di valore.

chi sa e decide sotto l’ipocrita velo oramai trasparente della democrazia, ha calcolato che sarebbe molto più costosa una trattativa che permetta alla Russia di restare in piedi e impedisca di sottometterla e di impadronirsi delle sue immense ricchezze in materie prime.

e si presume di potere vincere, grazie alla potenza militare americana e alla potenza economica occidentale.

secondo quel che ha dichiarato Putin al Forum di San Pietroburgo, negano la realtà, […] addirittura stanno tentando di invertire il corso della storia».

ma vincerà la guerra in corso per l’egemonia mondiale chi sarà più in grado di resistere economicamente: il campo di battaglia decisivo sarà questo: oggi il 59% del commercio mondiale è denominato in dollari, il 20% in euro e il resto suddiviso tra sterlina, yen e yuan: quindi il predominio occidentale sembra assoluto ed indiscutibile.

ma economicamente l’Occidente potrebbe rivelarsi un gigante dai piedi d’argilla, e anche una eventuale vittoria servirebbe soltanto a rinviare il problema.

chi ama davvero l’Occidente e vuole salvarlo, vuole la trattative, il compromesso e la pace oggi, perché è consapevole che una sconfitta sul campo è improbabile e sarà molto più devastante.

ma chi vuole la pace, deve sapere qual’è il suo prezzo ed essere disposto a pagarlo.

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chi è pacifista davvero, deve quindi essere anche anti-consumista, deve mettere nel conto un ritorno a modelli di vita e di consumi simili a quelli di qualche decennio fa; e non dovrebbe fare troppa fatica in questo collegamento.

oggi si deve convincere un intero mondo di agiati che si sentono onnipotenti a ritornare modesti, a vivere discretamente a fianco di altri popoli fratelli, che finora abbiamo disprezzato perché erano più poveri di noi.

un compito immane al quale nessuna democrazia può sopravvivere e del resto neppure appare minimamente attrezzata ad affrontare il problema.

e vi sarà una parte, neppure piccola, che preferirà il suicidio collettivo alla prospettiva di vivere anche soltanto senza più avere l’auto: non mancheranno forconi né giubbe gialle né fascismi di vario tipo a fomentare le rivolte, giocando sulla disperazione di massa.

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i pochi che non soffriranno sono quelli che si sono già orientati verso questa trasformazione, che hanno vissuto i lockdown senza farne tragedie, che hanno saputo rinunciare ad una socialità esasperata e viziata dall’esibizione del benessere, che sanno ridimensionare se stessi, ma consapevoli di essere una minoranza.

senza convincere pacatamente a vivere in un modo diverso e più misurato e a conosce le gioie di altri piaceri, che non siano quelli artificiali indotti dal mercato onnipotente, l’esito più scontato di questa guerra già aperta e in corso è che la maggioranza decida alla fine che vale la pena di farla e di giocarsi il tutto per tutto.

quando la massa consumista capirà quali sono i costi reali della pace, forse smetterà di essere pacifista…

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Il mondo prossimo venturo – Francesco Masala

La partita Ucraina-Russia sembrava la solita guerretta locale, nel primo minuto. Dal secondo minuto in poi si è visto che era un’altra cosa: la Russia ha invaso, dopo mille provocazioni ma l’arbitro che non aveva fischiato i falli ucraini per otto anni (cioè la lunghissima preparazione della guerra) ha tirato fuori il cartellino rosso. Secondo il manuale del bravo arbitro significa espulsione della Russia dalla comunità internazionale.

Sappiamo che nonostante la Nato abbia iniziato con le sanzioni subito e l’invio di armi il giorno prima, la vittoria – anzi il trionfo dell’Ucraina – era sicura (era una fake news, come quella che alla Nato interessi l’Ucraina in sé).

Era iniziata una guerra che avrebbe cancellato l’Ucraina, con armi occidentali in parte distrutte a ripetizione, e le altre usate contro i soldati russi e gli ucraini civili che parlavano in russo. Più durerà la guerra più ovviamente saranno pesanti i danni umani e materiali.

Intanto la comunità internazionale non occidentale (*) si compattava, pensando a una nuova moneta, alternativa al dollaro, con rapporti commerciali equilibrati, non da padrone a servo.

Quella che alcuni occhi hanno visto come un’invasione, in altri Paesi è stata vista in modo diverso. Una Nato vergognosa (che promette di muoversi come un solo esercito se un solo membro verrà toccato) potrebbe a breve confrontarsi con un’associazione di Paesi non disposti a farsi invadere e comprare.

E siccome le materie prime per far funzionare il mondo stanno quasi tutte nella parte non occidentale del pianeta potrebbero capitare (e capiteranno) alcune novità nei rapporti internazionali.

Se quei sette ottavi di mondo si mettessero d’accordo potrebbero – è un’ipotesi di fantascienza, come lo era il viaggio sulla Luna fino al 1969 – nazionalizzare le loro risorse. Potrebbe capitare che i prezzi li stabilisca il venditore, e non il compratore, e non in una moneta senza valore come il dollaro e l’euro (il valore glielo dà non l’oro depositato per i dollari, o gli euro, emessi, ma le armi della Nato: In God and Nato we trust).

Se un Paese della Nato, se un’impresa in uno dei Paesi della Nato, avrà necessità di materie prime, in quantità sostenibile, dovrà chiedere; se si metteranno d’accordo, dovrà pagare con la valuta e i tassi di cambio che decide il venditore.

Invadere e fare i colpi di Stato diventerà impossibile per i Paesi della Nato, e le Borse delle merci e delle materie prime (se quelle Borse continueranno a esistere) non saranno più a Chicago e Londra ma a Johannesburg e Buenos Aires.

 

Gli assassini della NATO hanno venduto i curdi all’esercito di Erdogan, il boia turco, conquistando il record dell’ignobiltà: “Il libro nero della Nato” potrebbe essere il bestseller del secolo. Tutto può la NATO: solo invadere l’Ucraina è vietato.

E quando la Cina vorrà la riunificazione con Taiwan come faranno a spiegare che Israele occupa i territori palestinesi perché c’è scritto in un libro di qualche migliaio d’anni fa, fonte della politica espansionistica israeliana? Misteri delle nazioni e delle (non)regole!

 

Tutto questo potrà succedere o prima o dopo della terza guerra mondiale, non quella a pezzi, ma tutta intera, questione di imperi.

 

 

(*) La comunità internazionale non occidentale comprende i sette ottavi della popolazione del pianeta e ha tassi di crescita economica mediamente superiori a quelli dei Paesi occidentali; si tratta di Paesi che hanno subìto i colonizzatori, gli schiavisti, gli imperialisti occidentali (i componenti della Nato) e non ne possono più. Colonialismo, schiavismo,  imperialismo fanno rima con capitalismo, sarà la volta buona per liberarcene? Non sarà facile, ma è necessario. Se le sanzioni contro la Russia fossero destinate al capitalismo sarebbe fatta.

 

 

 

 

 

Forze speciali della Nato già operano in Ucraina

Un’operazione segreta che coinvolge le forze delle operazioni speciali statunitensi indica l’entità dello sforzo per assistere l’esercito ucraino che non ha ancora ricevuto le nuove armi.

 Tradotto da per PeaceLink – Fonte: New York Times

Mentre le truppe russe portano avanti una feroce campagna per impadronirsi dell’Ucraina orientale, la capacità della nazione di resistere all’assalto dipende più che mai dall’aiuto degli Stati Uniti e dei loro alleati, inclusa una rete furtiva di commando e spie che si affrettano a fornire armi, intelligence e formazione, secondo i funzionari statunitensi ed europei.

Gran parte di questo lavoro avviene al di fuori dell’Ucraina, ad esempio nelle basi in Germania, Francia e Gran Bretagna. Ma anche se l’amministrazione Biden ha dichiarato che non dispiegherà truppe americane in Ucraina, alcuni uomini della C.I.A. hanno continuato ad operare segretamente nel paese, principalmente nella capitale, Kiev, dirigendo gran parte dell’enorme quantità di intelligence che gli Stati Uniti condividono con le forze ucraine, secondo i funzionari attuali e del passato.

Allo stesso tempo, anche alcune dozzine di commando di altri paesi della NATO, tra cui Gran Bretagna, Francia, Canada e Lituania, hanno lavorato all’interno dell’Ucraina. Gli Stati Uniti hanno ritirato i propri 150 istruttori militari prima dell’inizio della guerra a febbraio, ma i commando di questi alleati sono rimasti o sono entrati e usciti dal paese da allora, addestrando e consigliando le truppe ucraine e fornendo un’assistenza sul terreno per armi e altri aiuti, hanno detto tre funzionari statunitensi.

L’articolo continua qui https://www.nytimes.com/2022/06/25/us/politics/commandos-russia-ukraine.html

Note: Se la notizia fosse confermata sarebbe di una gravità assoluta in quanto tutto questo avverrebbe in violazione dell’articolo 5 dello Statuto NATO, senza condivisione con le nazioni dell’Alleanza.

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Slavoj Zizek e la sinistra per la guerra: un lemming che guida i lemming – Jonathan Cook

Avete notato come ogni grande crisi di politica estera dall’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti e del Regno Unito nel 2003 abbia portato un altro strato della sinistra a unirsi al campo pro-NATO e pro-guerra?

Ora è difficile ricordare che molti milioni di persone hanno marciato negli Stati Uniti e in Europa contro l’attacco all’Iraq. A volte sembra che non ci sia più nessuno che non faccia il tifo per la prossima ondata di profitti per il complesso militare-industriale dell’Occidente (di solito chiamato “industria della difesa” da quegli stessi profittatori).

Washington ha imparato una dura lezione dall’impopolarità del suo attacco all’Iraq del 2003, volto a controllare una parte maggiore delle riserve petrolifere del Medio Oriente. Alla gente comune non piace vedere le casse pubbliche saccheggiate o subire anni di austerità, solo per riempire le tasche di Blackwater, Halliburton e Raytheon. A maggior ragione quando una guerra del genere viene venduta loro sulla base di un enorme inganno.

Da allora, gli Stati Uniti hanno riconfezionato il loro neocolonialismo attraverso guerre per procura che sono molto più facili da vendere. Se ne sono susseguite diverse: Libia, Siria, Yemen, Iran, Venezuela e ora Ucraina. Ogni volta, qualche altro uomo di sinistra viene attirato nel campo dei falchi della guerra dall’istinto umanitario e altruista dell’Occidente – promosso, ovviamente, attraverso il barile di un arsenale fornito dall’Occidente. Questo processo ha raggiunto il suo nadir con l’Ucraina…

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SQUALLORE E FOLLIA – Gian Luigi Deiana

Nato, g7, ue.

Il g7 consiste in sette capi di governo: presa la misura media del capo del governo italiano draghi, gli altri sei non valgono una cicca di più; si tratta esattamente della leadership mondiale più minorata sulla scena della storia recente; ciascuno di essi fa gioiosamente chicchiricchì in quanto in sette ci si gasa di più; il grande circo mediatico amplifica la gioia del grande pollaio;

La partita che si è aperta è di portata straordinariamente grande: purtroppo gli attori che la stanno giocando sono irrimediabilmente piccini, falsi e stupidi rispetto ad essa: gas, petrolio, guerra, armamenti, clima, unione europea; e alleati e confini, turchia e kurdistan prima di tutto.

Ed ecco quindi il risultato: la riunione del g7 si svolge alla vigilia della riunione nato; bella vigilia: in essa il g7, cioè l’intera leadership politica dell’occidente, decide di delegare alla nato la nuova politica sul clima; il riscaldamento climatico diventa una partita militare;

Il segretario della nato stoltenberg, a sua volta una specie di stranamore in sedicesimo, gioisce nell’annunciare questa nuova frontiera: la nato avrà la regia della lotta al riscaldamento climatico; ciò significa la militarizzazione integrale dello spazio intorno e del tempo a venire; ma questa è follia.

Difficile stabilire se l’argomento sia semplicemente rozzo o subdolamente falso; esso consiste in questo: ai fini del contrasto al riscaldamento climatico è necessario ridurre le emissioni di gas serra; quindi è necessario ridurre al minimo il ricorso alle fonti fossili; le fonti fossili sono la grande ricchezza della russia; la russia è il grande nemico militare; quindi la regia di contrasto al riscaldamento climatico è in primo luogo una questione militare; la nato è la nostra super regia militare, quindi essa deve poter agire sussumendo ogni materia di carattere civile e sussumendo ogni materia di competenza politica; – questo, è la follia.

Ciliegine rosso sangue: la svezia e la finlandia entrano in nato, promettendo di perseguitare il partito kurdo pkk; tutti i coinvitati, pur memori della lotta metro su metro dei kurdi contro l’isis, lasciano di nuovo le genti kurde al loro destino; ma esse resisteranno; la patria non è un territorio, è una comunanza spirituale: la gente kurda è oggi la nostra patria, nella quale riconosciamo quanto resta della nostra umanità sfregiata;

Una sola cosa dobbiamo ospitare oggi in mente e in cuore: il popolo kurdo, il pkk, il presidente ocalan; tutto il resto, merda del gallinaro, va dilavata e spalata via;

Giorni della vergogna.

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I SETTE RAPINATORI E L’ORGANIZZAZIONE TERRORISTA E STRAGISTA – Peppe Sini

Prima si sono riuniti i rappresentanti dei sette maggiori rapinatori del mondo, ed hanno banchettato trangugiando carne umana.

Poi si sono riuniti i rappresentanti della più grande organizzazione terrorista e stragista, e trangugiando carne umana si è banchettato ancora.

 

 

DISERTARE È UN ATTO COLLETTIVO E POLITICO. IL MANIFESTO DELLE/DEGLI INGEGNERI DISERTORI

Nel contesto di distruzione della vita e delle strutture sociali da parte di un’élite tecnocratica che concentra nelle sue mani potere e ricchezza, noi ingegner* capiamo che con le nostre attività contribuiamo ad aggravare i disastri ambientali e sociali in corso. Attraverso la nostra posizione sociale contribuiamo anche a perpetuare i sistemi di dominio che governano le nostre società.

Abbiamo deciso, quindi, di non partecipare più a questa farsa. Stiamo abbandonando le nostre professioni, i nostri studi, le nostre posizioni, per poterci organizzare al di fuori dei sistemi che ci hanno plasmato e al di fuori di questa bolla.

Siamo impegnat* in molti modi in lotte ecologiche e sociali. È all’incrocio di queste specificità, come ingegner* e come attivist*, che vogliamo agire.

Noi, disertor* felici (Désert’heureuses), ci rifiutiamo di continuare a robotizzare, meccanizzare, ottimizzare, informatizzare, accelerare e disumanizzare il mondo.

Perché disertare?

Prendiamo atto del numero crescente di coloro, anche tra di noi, cui sfugge il senso di ciò che fanno, che si sentono talmente a disagio nel lavoro o negli studi da giungere a volte al burn-out o addirittura al suicidio. Abbiamo deciso allora di liberare un po’ di tempo per capire le ragioni di questo disagio, di riunirci per analizzarne le origini.

Poiché abbiamo disertato e ci siamo uniti alle lotte e alle pratiche alternative nei confronti delle stesse industrie che ci hanno formato, abbiamo potuto intravedere fino a che punto la funzione di ingegnere è indispensabile al funzionamento del sistema capitalista ed estrattivista che devasta l’ambiente e riproduce le disuguaglianze sociali.

Durante gli studi ci viene insegnato che la scienza e la tecnica sono neutre e apolitiche, e che le leggi dell’organizzazione economica e tecnica delle nostre società vi sono integrate: le leggi della crescita, del progresso e dello sviluppo industriale, della soluzione di tutti i problemi attraverso tecniche sempre più complesse.

Nella nostra formazione o nelle nostre professioni non ci è mai stato chiesto di mettere in discussione la validità di queste leggi, e ci mancano completamente gli strumenti di analisi politica e sociale per farlo. È quindi facile per noi chiudere gli occhi sull’impatto reale dei nostri progetti e convincerci che ciò che stiamo facendo contribuisce al benessere collettivo.

Siamo ingranaggi di un complesso sistema di dominio:

– un sistema di classe che ha confiscato le conoscenze tecniche necessarie all’organizzazione delle nostre società e le ha messe nelle mani di élite tecnocratiche, che ha separato chi pensa i sistemi tecnici da chi li realizza o li utilizza;

– un sistema patriarcale e razzista che concede autorità e potere decisionale principalmente a maschi bianchi, e che si riproduce per mezzo di un insieme elitario di scuole di ingegneria che conducono soprattutto maschi bianchi a tali posizioni di autorità e potere;

– un sistema coloniale che organizza l’accaparramento e il saccheggio delle risorse nei paesi non occidentali attraverso la progettazione e la gestione di reti globali di trasporto di materie e di conversione di energia, rendendo, in più, le popolazioni interessate dipendenti da queste infrastrutture.

Siamo stat* rinchius* in una bolla tecnicista che ci ha consentito di costruirci intorno solide mura di negazione. Ebbene, noi Désert’heureuses abbiamo deciso di abbattere queste mura.

Quali diserzioni?

Ci rivolgiamo a tutt* le/gli ingegneri, tecnic*, ricercator*, a tutt* coloro che dubitano, si interrogano e criticano le implicazioni delle loro attività e il loro ruolo essenziale nell’industria.

Disertare per noi significa darci i mezzi per fare un passo indietro, per incontrarci e condividere le nostre esperienze in modo da non essere più soli di fronte alle incongruenze di questo mondo.

Disertare, per noi, non significa solo abbandonare tutto individualmente: le/i Désert’heureuses intendono rendere collettivo e politico questo atto per renderlo desiderabile e più affrontabile, fornendo di che proiettarsi nel “mondo esterno”. Esplorare il possibile, uscire dai vicoli ciechi che ci vengono offerti dalle aziende e dalle industrie, inventare altri modi di agire, di esistere e di realizzarsi.

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Se l’Occidente accontenta Erdogan sulla pelle del Kurdistan e dei dissidenti – Tiziana Barillà

La Turchia «ha avuto quello che chiedeva» ha fatto sapere Erdogan. Cosa voleva? L’estradizione dei ricercati curdi rifugiati in Finlandia e Svezia e la revoca delle restrizioni sulle armi imposte dopo l’incursione militare della Turchia nel 2019 nel nord-est della Siria.

In nome dell’antiterrorismo e con la benedizione di Biden e del G7, Finlandia, Svezia e Turchia hanno firmato un memorandum trilaterale che apre la strada all’ingresso nella Nato di Finlandia e Svezia. Ingresso fin qui ostacolato proprio da Ankara.

In testa all’elenco dei ricercati di Erdogan ci sono gli esponenti del Partito dei lavoratori del Kurdistan, (Pkk) e della sua estensione siriana (Ypg).

Ma è d’obbligo chiedersi che ne sarà dei giornalisti curdi e degli esponenti dell’opposizione rifugiati in Svezia e Finlandia. Quando glielo ha chiesto una giornalista, Stoltenberg ha risposto che lo leggeremo presto sul sito della Nato.

Garantiscono che l’estradizione avverrà esclusivamente su accuse provate e secondo quanto previsto dalla convenzione europea. Ci possiamo fidare? Bisognerebbe chiederlo alle migliaia di dissidenti, giornalisti, oppositori politici, attivisti LGBTQ incarcerati in questi ultimi anni.

Lo scorso 26 giugno, nel centro di Istanbul, centinaia di persone sono state arrestate (senza contare quelle picchiate e perquisite) per aver marciato con l’Istanbul Pride Parade nonostante il divieto delle autorità.

Fino al 2014 la Turchia è stata uno dei pochi paesi a maggioranza musulmana a consentire la Marcia dell’Orgoglio. Poi, con l’arrivo di Recep Tayyip Erdogan, le marce sono state bandite. E chi osa scendere in piazza deve affrontare violenze, lacrimogeni, proiettili di plastica e arresti.

L’associazione degli avvocati MLSA ha denunciato che tra i detenuti c’è anche Bülent Kilic, un fotografo di Agence France-Presse.

Ora per fare il lavoro sporco al posto nostro con i migranti, ora per trattare con Putin, ora per allargare il raggio atlantista, l’Occidente continua a riconoscere il regime osceno di Erdogan come se niente fosse.

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La denuclearizzazione del Golfo Internazionale di Trieste. Da Trieste un forte NO ai porti nucleari – Laura Tussi

 

Abbiamo intervistato Alessandro Capuzzo del movimento antinucleare triestino appena rientrato dal Nuclear Ban Week di ICAN e dalla Conferenza degli Stati Parti del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari.

La denuclearizzazione del Golfo Internazionale di Trieste, sulla base del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari e del Trattato di Pace del 1947 con l’Italia, è sempre un argomento attuale?

Il 20 giugno 2017 a New York le ONG WILPF Italia e Disarmisti Esigenti hanno depositato agli atti del Convegno ONU di fondazione del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPAN) il Documento di lavoro A/CONF.229/2017/ONG/WP.44 dal titolo DA TRIESTE (ITALIA) PROPOSTA DI CASI DI STUDIO SUI PORTI DA DENUCLEARIZZARE, firmato dal sottoscritto e dall’ex sindaco di Koper-Capodistria (Slovenia) Aurelio Juri.

Che ruolo svolge nella denuclearizzazione del Golfo Internazionale di Trieste il TPAN?

Il Trattato per la messa al bando delle armi nucleari, che la maggior parte dei paesi membri delle Nazioni Unite ha istituito in base alla pressione della Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN) di cui tutti gli eco-pacifisti si sentono parte, può cambiare gli equilibri di potere tra stati nucleari e non, grazie all’introduzione di una sostanziale trasparenza a vantaggio della società civile, e dell’insieme dell’Umanità. In quanto cittadini del territorio che il Trattato di Pace con l’Italia del 1947 definì demilitarizzato e neutrale ne siamo particolarmente coinvolti.

Qual è il ruolo della Nato?

Attualmente Italia e Slovenia condividono il Golfo di Trieste con la Croazia, fanno parte dell’Alleanza Atlantica e si oppongono a questo Trattato, poiché coinvolte nei programmi nucleari militari dell’Alleanza.

Quali sono i pericoli che comporta il nucleare nel Golfo Internazionale di Trieste?

Il Golfo di Trieste ospita, in contrasto con il Trattato di Pace, due porti nucleari militari di transito, Trieste in Italia e Koper-Capodistria in Slovenia. La presenza stessa dei due centri urbani rende impossibile prevenire seriamente i possibili incidenti, rispetto alla propulsione nucleare delle navi, alla presenza a bordo di armi di distruzione di massa, e alla possibilità di diventare bersaglio di guerra.
Inoltre, il segreto imposto “per motivi di sicurezza” sulle notizie necessarie a una puntuale informazione, impedisce la valutazione del rischio in relazione ai pericoli esistenti, costringe le istituzioni a omettere parti importanti di informazione e nasconde le situazioni di pericolo alla popolazione stessa.

Quali istanze avete proposto alle Nazioni Unite?

Col working paper presentato nel 2017 abbiamo proposto alla Conferenza ONU per un Trattato che metta al bando le armi nucleari, l’avvio di casi di studio sul rischio e la mancanza di trasparenza in materia da affidare, riguardo a Trieste alla Scuola di Prevenzione Nucleare dell’Agenzia Atomica (AIEA), presso il Centro Internazionale di Fisica Teorica di Miramare.

Quali sono gli altri siti nucleari? E quali soluzioni proponete per la loro denuclearizzazione?

I casi di studio proposti possono interessare i dodici porti nucleari militari italiani (oltre a Trieste, Venezia, Brindisi, Taranto, Augusta, Castellammare di Stabia, Napoli, Gaeta, Livorno, La Spezia, La Maddalena e Cagliari) e le basi aeree nucleari di Aviano e Ghedi. Chiediamo anche una ripresa dei colloqui per la denuclearizzazione del Mar Mediterraneo, ispirati al Trattato per la messa al bando delle armi nucleari, che coinvolge il nostro Golfo in quanto legalmente vincolato alla Demilitarizzazione e Neutralità, dal Trattato di Pace con l’Italia.​

Qual è la situazione di oggi, dopo la tua partecipazione alla Conferenza di revisione del TPAN a Vienna in delegazione coi Disarmisti esigenti?

Oggi, a cinque anni dalla sua approvazione, il Trattato è finalmente entrato in vigore, e siamo stati a Vienna ad esaminarne contenuti e attuazione. Lì abbiamo invitato le delegazioni presenti a considerare la proposta avanzata, e la sua fattibilità, resa possibile dai due Trattati citati nel Working Paper 2017: il TPAN e il Trattato di Pace del 1947.

Benché le implicazioni del Nuclear Ban Treaty siano note, pochi sono a conoscenza delle disposizioni del Trattato di Pace, recepito dal Consiglio di Sicurezza con Risoluzione S/RES/16, che ha avocato alle Nazioni Unite la giurisdizione sul Territorio Libero di Trieste; esistito come stato indipendente dal 1947 al 1954 all’estremità meridionale della “cortina di ferro”.

Competenze giurisdizionali mantenute nel tempo, come confermato nel 2015 dall’ex segretario generale Ban Ki-Moon in una lettera al presidente palestinese Abbas, ove si elencano i territori sotto diretta competenza ONU.
Lo Statuto dell’ex Territorio Libero di Trieste, contenuto nel Trattato di Pace con l’Italia, è un unicum giuridico nel Diritto Internazionale, paragonabile alla scelta costituzionale di abolizione dell’Esercito operata dal Costa Rica; vi sono iscritti il Disarmo e la Neutralità della fascia costiera sul Golfo Adriatico, dove si uniscono Italia Slovenia e Croazia.
Queste norme, “dimenticate” per esigenze politiche degli Stati coinvolti, se associate al Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari consentono la denuclearizzazione del Golfo di Trieste. Invitiamo quindi ONG e Stati parte del TPAN a verificare insieme la fattibilità di questa proposta di implementazione del Nuclear Ban Treaty.
Un invito particolare è rivolto agli Stati iscritti nel Trattato di Pace con l’Italia, per il diritto di utilizzare il Porto Franco Internazionale di Trieste: Austria, Cechia, Francia, Gran Bretagna, Italia, Polonia, Slovacchia, Stati Uniti, Svizzera, Ungheria, e tutti gli Stati emersi da Jugoslavia ed Unione Sovietica.

Inoltre, Australia, Belgio, Bielorussia, Brasile, Canada, Cina, Etiopia, Grecia, India, Nuova Zelanda, Paesi Bassi, Ucraina e Sud Africa, sono pure coinvolti nel Trattato di Pace con l’Italia.

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Caporetto non è in Italia, lo sapevate? – Alessandro Marescotti

Oggi infatti Caporetto è in Slovenia e si chiama Kobarid. Perché allora sono morti tanti soldati italiani a Caporetto? E’ scivoloso e ingannevole il discorso sui confini nazionali ed è bene tenerne conto anche quando si ragiona sui “confini dell’Ucraina” per cui si combatte una guerra terribile.

Avete studiato a scuola la “disfatta di Caporetto”?

Nel 1917 vi fu una delle più pesanti sconfitte italiane della prima guerra mondiale, con conseguente rovinosa ritirata.

Alla fine della guerra l’Italia tuttavia l’occupò nuovamente nel 1918. Il “censimento etnico” italiano del 1921 riportava che, tra i 6224 abitanti di allora, 98 erano italiani.

Praticamente sono morti migliaia di soldati italiani (si pensi solo alla disfatta di Caporetto) per una località dove gli “italiani” erano meno del 2 per cento.

Ma D’Annunzio scriveva: “Dio segnò i confini dell’Italia”.

Perché Caporetto

Dopo la seconda guerra mondiale il Dio di D’Annunzio si era già dimenticato dei “sacri confini”: Caporetto è oggi in Slovenia.

E si chiama Kobarid.

Su un totale di 4472 abitanti, 4237 sono sloveni, 33 macedoni, 24 serbi, 23 serbo-croati, 18 croati, 10 albanesi e 9 bosniaci (1). Nessun italiano. Solo lo 0,2% conosce la lingua italiana.

E’ bene saperlo che i confini sono qualcosa di scivoloso e ingannevole, riflettiamoci quando si mandano oggi armi per difendere i “sacri confini” dell’Ucraina.

Note: (1) Le informazioni qui utilizzate sono tratte da https://it.wikipedia.org/wiki/Caporetto

da qui

L’Argentina ha fatto richiesta di ingresso nei BRICS – Andrea Zhok

L’insieme dei BRICS viene così a rappresentare in termini territoriali circa un terzo delle terre emerse del pianeta (42.557.166 kmq su 148 milioni di kmq – cui vanno sottratti i 14 milioni di kmq dell’Antartide, neutrale), in termini economici rappresenta il 25% del PIL mondiale, in termini demografici il 43% della popolazione mondiale.

Quella che trattiamo usualmente come “comunità internazionale”, e che corrisponde all’impero americano (USA, Canada, UE + UK, Australia, Nuova Zelanda e Israele) corrisponde a:

quasi il 50% del PIL mondiale;

in termini demografici corrisponde a 856 milioni di abitanti, pari a circa l’11% della popolazione mondiale,

e a circa 31.754.000 kmq, pari a un po’ meno di un quarto della superficie delle terre emerse.

Come la richiesta argentina segnala, i BRICS sono visti come una speranza di autonomia (e di rivalsa) per il resto del mondo, finora escluso dal club degli armigeri di Washington.

All’interno dell’impero americano solo la Francia si è mossa con qualche parziale autonomia, ottenendo una certa autosufficienza (energetica e alimentare) e coltivando, sia pure in modo autoritario, rapporti col continente africano.

Tutti gli altri hanno accettato con gaia imbecillità le regole del gioco americano, che fino a ieri predicava l’iperspecializzazione produttiva e la globalizzazione infinita (con sfruttamento di risorse a basso costo dai paesi più ricattabili).

E così facendo si sono condannati ad una condizione di dipendenza illimitata da scambi internazionali il cui unico garante erano gli USA. Ora che gli USA non sono più nelle condizioni di garantire la prosecuzione di quel gioco, le province dell’impero americano si avviano ad un progressivo declino, e questo tanto più quanto più sono state prone alla voce del padrone.

L’attuale scenario sta mostrando ciò che i più attenti avevano rilevato da tempo, ovvero l’illusorietà del sogno capitalista di una crescita esponenziale infinita. In questo nuovo contesto la terra (risorse naturali) e le popolazioni incrementano di importanza rispetto al PIL (che è un indice della quantità di scambi monetari, e solo indirettamente – ed eventualmente – della “ricchezza”.)

Certo, i BRICS avranno la difficoltà consistente di muoversi armonicamente, in quanto hanno alle spalle una pluralità di tradizioni e culture differenti, ma finché esisterà l’impero americano con il suo bullismo internazionale, essi avranno sia un forte incentivo a farlo, sia una guida chiara a cosa fare.

Dunque, nonostante battute d’arresto, questo sarà lo scenario emergente, che travolgerà e capovolgerà il mondo che abbiamo conosciuto. Ci vorranno alcuni decenni per vedere pienamente tutti gli effetti economici e demografici, ma un effetto si vedrà subito: le province dell’impero americano faranno i conti con il crollo della propria struttura ideologica, quella struttura che li ha condotti a innalzare una teoria economica neoliberale e una teoria etica liberale a unica visione del mondo.

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Dietro la Cortina di Latta: BRICS+ vs NATO/G7 – Pepe Escobar

The Cradle [tradotto dall’inglese da Nora Hoppe]

L’Occidente è nostalgicamente coinvolto in politiche di “contenimento” ormai superate, questa volta contro l’integrazione del Sud globale. Purtroppo per loro, il resto del mondo sta andando avanti, insieme.

C’era una volta una Cortina di Ferro che divideva il continente europeo. Coniato dall’ex primo ministro britannico Winston Churchill, il termine si riferiva agli sforzi dell’allora Unione Sovietica di creare un confine fisico e ideologico con l’Occidente. Quest’ultimo, da parte sua, perseguiva una politica di contenimento contro la diffusione e l’influenza del comunismo.

Premiamo l’acceleratore e sbarchiamo nell’era contemporanea del tecno-feudalesimo, nella quale esiste ora quella che dovrebbe essere definita una Cortina di Latta, costruita dall’Occidente collettivo, timoroso e sprovveduto, attraverso il G7 e la NATO: questa volta, per contenere essenzialmente l’integrazione del Sud globale.

Il BRICS contro il G7

L’esempio più recente e significativo di questa integrazione è stato l’emergere del BRICS+ al vertice online ospitato da Pechino la scorsa settimana. Ciò è andato ben oltre la definizione dei lineamenti di un “nuovo G8”, per non parlare di un’alternativa al G7.

Basta guardare agli interlocutori dei cinque BRICS storici (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica): troviamo un microcosmo del Sud globale, che comprende il Sud-Est asiatico, l’Asia centrale, l’Asia occidentale, l’Africa e il Sud America – mettendo davvero il “globale” nel Sud globale.

In modo rivelatore, i chiari messaggi del Presidente russo Vladimir Putin durante il vertice di Pechino, in netto contrasto con la propaganda del G7, erano in realtà rivolti all’intero Sud globale:

– La Russia rispetterà i suoi obblighi di fornitura di energia e fertilizzanti.

– La Russia si aspetta un buon raccolto di grano – e di fornire fino a 50 milioni di tonnellate ai mercati mondiali.

– La Russia garantirà il passaggio delle navi da grano nelle acque internazionali anche se Kiev ha minato i porti ucraini.

– La situazione negativa sul grano ucraino è artificialmente gonfiata.

– Il forte aumento dell’inflazione nel mondo è il risultato dell’irresponsabilità dei Paesi del G7, non dell’Operazione Z in Ucraina.

– Lo squilibrio delle relazioni mondiali è in atto da molto tempo ed è diventato un risultato inevitabile dell’erosione del diritto internazionale.

Un sistema alternativo

Putin ha anche affrontato direttamente uno dei temi chiave che i BRICS hanno discusso a fondo fin dagli anni 2000: la progettazione e l’implementazione di una valuta di riserva internazionale.

“Il Sistema di trasmissione dei messaggi finanziari russo è aperto alla connessione con le banche dei Paesi BRICS”.

“Il sistema di pagamento russo MIR sta espandendo la sua presenza. Stiamo esplorando la possibilità di creare una valuta di riserva internazionale basata sul paniere di valute dei BRICS”, ha dichiarato il leader russo.

Questo è inevitabile dopo le isteriche sanzioni occidentali post Operazione Z, la totale de-dollarizzazione imposta a Mosca e l’aumento del commercio tra i Paesi BRICS. Ad esempio, entro il 2030, un quarto della domanda di petrolio del pianeta proverrà da Cina e India, con la Russia come principale fornitore.

I “RIC” dei BRICS non possono rischiare di rimanere esclusi da un sistema finanziario dominato dal G7. Anche la funambolica India sta iniziando a cogliere la palla al balzo.

Chi parla a nome della “comunità internazionale”?

Allo stato attuale, i BRICS rappresentano il 40% della popolazione mondiale, il 25% dell’economia globale, il 18% del commercio mondiale e contribuiscono per oltre il 50% alla crescita economica mondiale. Tutti gli indicatori sono in crescita.

Sergey Storchak, CEO della banca russa VEG, ha inquadrato la questione in modo piuttosto diplomatico: “Se nei prossimi anni le voci dei mercati emergenti non verranno ascoltate, dovremo pensare molto seriamente alla creazione di un sistema regionale parallelo, o forse di un sistema globale”.

Un “sistema regionale parallelo” è già in fase di discussione tra l’Unione Economica Eurasiatica (UEEA) e la Cina, coordinata dal Ministro dell’Integrazione e della Macroeconomia Sergey Glazyev, che ha recentemente scritto un folgorante manifesto che amplifica le sue idee sulla sovranità economica mondiale.

Sviluppare quel “mondo in via di sviluppo”

Ciò che accade sul fronte finanziario trans-eurasiatico procederà in parallelo con una strategia di sviluppo cinese finora poco conosciuta: Global Development Initiative (GDI – l’Iniziativa di sviluppo globale), annunciata dal presidente Xi Jinping all’Assemblea generale delle Nazioni Unite lo scorso anno.

La GDI può essere vista come un meccanismo di supporto della strategia globale, che rimane la Belt and Road Initiative (BRI), costituita da corridoi economici che collegano l’Eurasia fino alla sua penisola occidentale, l’Europa.

In occasione del High-level Dialogue on Global Development [Dialogo di alto livello sullo sviluppo globale], parte del vertice BRICS, il Sud del mondo ha appreso qualcosa in più sulla GDI, un’organizzazione istituita nel 2015.

In poche parole, il GDI mira a dare un impulso alla cooperazione internazionale allo sviluppo integrando i finanziamenti a una pletora di organismi, come ad esempio il Fondo di cooperazione Sud-Sud, l’Associazione internazionale per lo sviluppo (IDA), il Fondo asiatico di sviluppo (ADF) e il Fondo globale per l’ambiente (GEF).

Le priorità includono “riduzione della povertà, sicurezza alimentare, risposta alla COVID-19 e vaccini”, industrializzazione e infrastrutture digitali. Successivamente, all’inizio del 2022 è stato istituito un gruppo di Amici della GDI, che ha già attirato oltre 50 Paesi.

La BRI e la GDI dovrebbero avanzare di pari passo, anche se lo stesso Xi ha chiarito durante il vertice BRICS che “alcuni Paesi stanno politicizzando e marginalizzando l’agenda dello sviluppo costruendo muri e imponendo sanzioni paralizzanti ad altri”.

D’altra parte, lo sviluppo sostenibile non è esattamente pane per i denti del G7, tanto meno della NATO.

Sette contro il mondo

L’obiettivo dichiarato del vertice del G7 a Schloss Elmau, sulle Alpi bavaresi, è quello di “proiettare l’unità” – come i pilastri dell’Occidente collettivo (Giappone compreso) uniti nel “sostegno” sostenibile e indefinito allo Stato ucraino, irrimediabilmente fallito.

Questo fa parte della “lotta contro l’imperialismo di Putin”, ma c’è anche “la lotta contro la fame e la povertà, la crisi sanitaria e il cambiamento climatico”, come ha detto il cancelliere tedesco Scholz al Bundestag.

In Baviera, Scholz ha spinto per un Piano Marshall per l’Ucraina – un concetto grottesco, se si considera che Kiev e i suoi dintorni potrebbero essere ridotti a un misero stato superstite entro la fine del 2022. L’idea che il G7 possa lavorare per “prevenire una carestia catastrofica”, secondo Scholz, raggiunge un parossismo di ridicolaggine, dato che la carestia incombente è una conseguenza diretta dell’isteria delle sanzioni imposte dal G7.

Il fatto che Berlino abbia invitato India, Indonesia, Sudafrica e Senegal come membri aggiunti al G7 è servito come ulteriore sollievo comico.

Si alza la Cortina di Latta

Sarebbe inutile aspettarsi dalla stupefacente collezione di mediocri “riuniti” in Baviera, sotto il leader de facto della Commissione Europea (CE), la Fuehrer Ursula von der Leyen, un’analisi sostanziale sulla rottura delle catene di approvvigionamento globali e sulle ragioni che hanno costretto Mosca a ridurre i flussi di gas verso l’Europa. Hanno invece dato la colpa a Putin e Xi.

Benvenuti alla Cortina di Latta – una reinvenzione del XXI secolo dell’Intermarium dal Baltico al Mar Nero, ideata dall’Impero della Menzogna, con l’Ucraina occidentale assorbita dalla Polonia, i Tre Nani Baltici, Bulgaria, Romania, Slovenia, Cechia e persino Svezia e Finlandia, aspiranti alla NATO, che saranno tutte protette dalla “Minaccia Russa”…

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soltanto ostaggi – Enrico Euli

Il popolo ucraino, sempre meno entusiasta e sempre più devastato, scopre sempre più di essere soltanto un ostaggio.

E che il suo rappresentante politico più alto, Zelensky, sta ottenendo i suoi risultati politici e personali a discapito del suo popolo.

‘Ci siamo meritati la candidatura in Europa!’, esclama.

Il prezzo? Decine di migliaia di morti tra i suoi concittadini.

Ma la ragion di stato conta sempre più delle vite, umane e non, nella necropolitica.

É qui, sulla pelle degli ostaggi ucraini, che le superpotenze giocano il loro dominio sul mondo, combattendosi tra loro, ma alleati contro la vita ed il pianeta.

L’Ucraina va verso la sconfitta militare, lentamente ma inesorabilmente.

Ma il cerchio si sta chiudendo non solo intorno alla gola di quei poveracci ai confini dell’impero.

Si sta chiudendo anche attorno alla nostra, ultimi privilegiati del mondo.

Anche noi scopriamo di essere soltanto dei poveri ostaggi sotto ricatto.

Il ricatto energetico inizia a presentare il conto.

Le materie prime aumentano spropositatamente i loro costi, l’inflazione sale esponenzialmente e fuori controllo (e con essa, la povertà materiale di molti).

L’acqua procede a diventare un bene di lusso, e non più soltanto per i popoli del deserto.

I cambiamenti climatici accelerano e ne vediamo gli effetti sempre più evidenti ed inquietanti per il nostro comfort.

Energia, materie prime, acqua: da quanto diciamo che sono e saranno le cause di nuove, continue, terrificanti guerre?

Sta accadendo, ora, anche per noi: noi che avevamo (soli nel mondo) la possibilità di scegliere la decrescita, iniziamo a subirla per obbligo, ostaggi di noi stessi.

La risposta la conosciamo già, arriva automatica e l’abbiamo già sperimentata con la pandemia.

Stati d’emergenza permanenti, gestiti da esperti e politici che continuano ad esigere -col paternalismo o l’aperta repressione- di essere seguiti, obbediti, votati e magari anche ringraziati per le loro soluzioni e rassicurazioni.

Come veri banditi gentiluomini quali sono, si prendono cura di noi, mentre ci tengono in prigionia.

Siamo ostaggi, e- anche se volessimo- non possiamo neppure offrire un riscatto per liberarci di chi ci ha rapito e ci ha tolto la libertà.

E se qualcuno si lamenta, o -anche solo timidamente- protesta, è subito trasformato in ribelle fuori dal tempo o traditore della patria in armi.

Nessun minimo segno di ripensamento, nessun -neppur parziale o momentaneo- sprazzo di lungimiranza.

Non vogliamo finire di giocare questo gioco che ormai è giunto a coincidere con la nostra ed altrui vita. É un gioco che non sa come finire e che conosce come unica sua fine solo la fine di chi lo gioca.

Ecco perché, sino alla fine, non crederemo alla nostra fine.

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Le nostre armi sono il suicidio assistito dell’Ucraina- Fabio Mini

…l’Ucraina non ha alternative all’impiego dei materiali ricevuti con il sistema dell’usa e getta. Attualmente non ha tempo di rimettere in piedi né una forza combattente strutturata né un’organizzazione di supporto tecnico e logistico in grado di mantenere i materiali ricevuti. Può disporre di non più di 70.000 uomini al fronte sottoposti a un alto tasso di usura. Oltre il fronte le forze non subiscono perdite, ma non sono in grado di compensarle. L’entità degli armamenti richiesti indica che non servono a raggiungere la parità con la Russia né tantomeno a finire la guerra, ma servono a ripianare le perdite perché la guerra possa continuare così com’è: lenta e distruttiva. D’altra parte, le armi promesse non servono né a fare pressione strategica sulla Russia (anzi è il contrario) né a invertire il rapporto di forze sul campo. Non hanno nemmeno valore morale sui combattenti che vedono allontanarsi ogni giorno di più le prospettive di vittoria pompate dalla propaganda di regime. Non hanno neppure valore autoassolutorio per chi le manda. Gli ucraini in combattimento ci hanno già condannato: troppo poco e troppo tardi. Non ci rispettano: dicono di combattere per noi e ora vogliono che combattiamo per loro. Mentre loro muoiono noi pensiamo all’aria condizionata. Se ne fregano dei rischi di escalation e anzi vogliono che li affrontiamo. Anche la logica di Boris Johnson è pericolosa e tende al coinvolgimento della Nato e degli Usa in una guerra di distruzione europea. Ha promesso di addestrare 10.000 ucraini in quattro mesi. Troppo poco e forse troppo tardi: se adesso l’ucraina perde 200-300 soldati al giorno, i 10.000 addestrati dovranno rimpiazzare i 24-36.000 perduti e così via in un crollo esponenziale verso la capitolazione operativa in due soli cicli quadrimestrali. E quante armi occorrerà fornire per rimpiazzare quelle che andranno distrutte o catturate? Per non parlare di quante altre armi e combattenti serviranno all’ucraina per riconquistare i territori perduti se mai sarà possibile. Abbiamo avuto l’occasione di evitare questa guerra tempo fa. Non l’abbiamo considerata e ora siamo in una spirale distruttiva in cui l’Ucraina è tenuta in vita dalle macchine belliche mentre invoca il suicidio assistito suo e di tutta l’europa. Una spirale che può essere interrotta o negoziando seriamente non tanto una tregua in Ucraina, quanto un nuovo assetto di sicurezza europea; o “invadendo” noi l’ucraina per combattere ad “armi pari” la Russia, con tutto ciò che questo comporta. Non si profila alcun grande affare per nessuno. Tranne che…

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L’essenza del liberalismo reale – Andrea Zhok

 

…in un sistema liberale questo è un problema del tutto trascurabile, perché il politico idealmente è semplicemente un prestanome, eventualmente con doti attoriali (da Reagan a Zelensky esiste anche una brillante tradizione di trasferimenti diretti dallo schermo alla scena politica).

E così, anche questa volta nessuno ha perduto neanche un secondo a considerare quali capacità dovesse avere Biden per recitare la parte de

“L’UOMO PIU’ POTENTE DEL MONDO”,

“IL COMANDANTE IN CAPO” dell’impero americano.

Non ci hanno pensato perché questo per il liberale è semplicemente l’ultimo dei problemi, visto che il politico è solo l’ultima rotella di una catena di trasmissione dell’interesse del capitale alla propria moltiplicazione.

Anzi, se qualcuno dovesse avere delle idee proprie, questo potrebbe rappresentare un problema: si potrebbe creare un attrito nel passaggio dei contenuti dalla sorgente al ricevitore. Il ruolo del politico liberale è idealmente quello di megafono stipendiato dei desiderata di chi paga il conto delle elezioni.

Il nocciolo della politica liberale sta infatti nel trovare i finanziamenti, canalizzarli, e garantire che chi paga veda tutelato il proprio investimento. Il resto, elezioni, discussioni, ecc. è vissuto con fastidio, come superfluo folclore.

Ed è precisamente questa cosa che, altri stipendiati dagli stessi datori di lavoro, chiamano sui giornali “liberaldemocrazie occidentali”.

I cui valori eterni siamo tutti chiamati a difendere costi quel che costi.

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Dalla Jugoslavia all’Ucraina – Fabio Alberti

 

“Per la prima volta dalla seconda guerra mondiale la guerra è tornata in Europa”. Così almeno ci ha detto la vulgata mainstream diffusa dalla stampa atlantica. Già, perché i bombardamenti effettuati da aerei della Nato partiti da Aviano su Belgrado nel ’99 non erano una guerra, ma un’operazione militare speciale.  O forse, al massimo, una “guerra umanitaria”.

Ricordiamo come andò: dopo il crollo del socialismo reale le élite di potere postcomuniste puntarono sul nazionalismo per rimanere al potere o per prendersene una quota. Non so da dove cominciarono, ma dalla Slovenia, alla Croazia, e giù, giù fino al Kosovo, passando per le cosiddette entità etniche della Bosnia e per la Serbia, dove andarono indietro fino al Medioevo per ricercare presunte radici della Grande Serbia. Tutti si riscoprirono Nazioni. E le Nazioni, si sa, hanno bisogno di territori e di condottieri e si forgiano con la guerra.

Ma poi ci fu chi, come la Germania, distribuì marchi e frettolosi, ma interessati, riconoscimenti, approfittando (o istigando) alla secessione per ampliare la propria area di influenza. E chi invece distribuì dollari e cominciò ad addestrare milizie paramilitari. Tanto per calmare gli animi.

Così questi nazionalismi trascinano nella guerra una dopo l’altra tutte le vecchie entità della federazione jugoslava. Le famiglie si dividono, gli amici si sparano tra di loro, in nome della patria. Stragi (ora vere, ora di verità), cecchini, stupri, fosse comuni come in tutte le guerre come si deve.

In questa situazione anche i kosovari chiesero il loro staterello, la Serbia invece di discutere revoca l’autonomia, le bande armate fanno il loro mestiere, i carri armati serbi fanno il loro e la Nato “per impedire il genocidio dei popoli del Kosovo” bombarda Belgrado con bombe umanitarie.

Ciò che resta, alla fine, a parte morti e distruzioni nel cuore dell’Europa, è la più grande base militare statunitense piazzata su uno dei corridoi che connettono la Russia al Mediterraneo.

Sembra, quella di 22 anni fa, proprio una “operazione militare speciale” per salvare i nazionalisti buoni dai nazionalisti cattivi. O almeno così ci era stato detto.

La rivalutazione della guerra

Già con la “Tempesta nel deserto”, nel 1991 si era sancito che la guerra, quella totale, quella che non fa prigionieri, era tornata ad essere uno strumento legittimo di risoluzione delle controversie internazionali. Ma, almeno, lì Saddam Hussein aveva invaso il Kuwait, un confine era stato cambiato con la forza contro il diritto internazionale e si poteva spacciare un’ambigua e probabilmente illegittima copertura del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Si rase al suolo un paese e la si chiamò “operazione di polizia internazionale”.

Con la guerra alla Serbia, nel ’99, l’Onu non viene nemmeno consultato, la Nato passò da difensiva a offensiva e viene accettato il fatto che si possono cambiare i confini con la forza.

Poi, con la seconda guerra del Golfo, si fa un altro passo avanti e si dichiara che anche i governi possono essere cambiati con la guerra. E che la difesa può essere “preventiva”. Cioè che la guerra è pace e che la pace è guerra.

Con l’invasione dell’Ucraina la Russia fa tesoro di tutte queste acquisizioni: la guerra è legittima nel dirimere le controversie, la difesa può essere preventiva, si possono cambiare i confini con la guerra, si può ignorare l’Onu.

Non resta da sdoganare che la guerra nucleare. Si chiuderebbe così il cerchio tornando a prima di Hiroshima.

Ma forse si è già tornati a prima della Prima guerra mondiale quando, dopo aver esaurito il territorio oltremare da spartirsi, le potenze capitaliste coloniali europee si fecero la guerra per contendersi fameliche brandelli di mercato e le spoglie di quello che era stato l’impero ottomano. Quella guerra per il dominio sul continente europeo e quindi sul mondo tra le allora potenze dominanti e la Germania in ascesa fece 40 milioni di morti (100 se si conta anche la seconda tappa) assomiglia molto a quella che potrebbe scoppiare da una scintilla ucraina.

Basta con lo stato-nazione

Fu durante il conflitto jugoslavo che con Tom Benettollo discutemmo della necessità di mettere sotto esame il concetto di “autodeterminazione dei popoli”, almeno per come esso era stato interpretato nei territori ex jugoslavi come diritto di secessione senza negoziare con la parte da cui ci si vuole scindere.

In quei territori, come già prima in quelli della ex Unione Sovietica, il concetto di autodeterminazione era stato utilizzato da élite locali o aspiranti tali per mantenere o accedere al potere utilizzando ed alimentando identitarismo come strumento di mobilitazione subalterna al potere.

Già il disegno wilsoniano “ogni popolo uno stato” era servito per disgregare gli imperi multietnici tra la fine dell’800 e la fine della Prima guerra mondiale, poi era stato utilizzato dal potere sovietico per assicurarsi la fedeltà delle élite di potere locali ed infine è servito anche per forzare la decolonizzazione dentro confini di stati nazionali inventati.

Questa idea dello stato identitario è fino in fondo interna alla dinamica che ha portato alla guerra in Ucraina o almeno al sistema giustificativo invocato. Dalla rivendicazione dell’identità nazionale ucraina, (in uno stato in cui si contano 19 gruppi etnici) utilizzata ed esacerbata nella mobilitazione Euromaidan che ha portato fino alla assurdità di abolire la lingua del 20% della popolazione, alla reazione di coloro che invece che rivendicare uguaglianza hanno rivendicato separazione, fino alla giustificazione dell’invasione da parte di Putin per difendere i “fratelli russi” (che presuppone che gli altri non sono fratelli) o alla grottesca disquisizione sulla base di una presunta “storia” sulla esistenza o meno di un popolo ucraino.

Tutta questa follia “identitaria” viene svolta sotto la copertura del concetto di stato nazione e con il pretesto della autodeterminazione dei popoli.

So bene che andare a fondo in questo ragionamento può portare lontano, fino a ripensare alla legittimità del risorgimento italiano, del sionismo e perfino della rivendicazione del carattere “palestinese” di uno stato di Palestina, ma dopo un paio si secoli di guerre basate sulla Nazione forse si dovrebbe essere in grado di dire che il concetto “un popolo uno stato” è sbagliato, che l’autodeterminazione non vuol dire scissione senza trattativa. Tanto più che non esiste e comunque non può esistere più, (e forse non è mai esistito) e forse è meglio che non esista sulla terra uno stato con omogeneità culturale.

Abdullah Ocalan, dal carcere di Imrali, ha dato un contributo fondamentale ad un ragionamento su questo tema con la proposta di confederazione democratica dei popoli e dichiarando che l’obiettivo del movimento di liberazione del popolo kurdo non è più avere un “loro stato”.

Troppo testosterone

Francesca Mannocchi, in uno dei suoi reportage dall’Ucraina, ha dato una definizione che mi sembra calzante. Ha detto: “C’è troppo testosterone in giro”. Mi sembra un’osservazione di grande spessore.

Dentro questo conflitto, nei parlamenti, come sui media, come nei social, è in corso una preoccupante rivalutazione di tutto il ciarpame della cultura maschile della potenza che, in qualche modo e a poco a poco, si era cominciato a mettere in discussione negli ultimi decenni.

Abbiamo sentito Putin applicare a uno Stato figure retoriche come l’“umiliazione” e l’“onore” e vantare le virtù del popolo russo capace di “sopportare il sacrificio” [virilmente] più degli europei. Parole di chi è orrendamente abituato a considerare il sacrificio degli altri come risorsa per il proprio potere.

Abbiamo sentito Zelensky dichiarare che avrebbe combattuto “fino all’ultimo uomo”, che il popolo ucraino [virilmente] non si piegherà ed altre ineffabili amenità che possono essere dette solo da chi è disposto a far morire gli altri senza nemmeno contarli.

Abbiamo visto sdoganare categorie belliche, derubricare il nazismo a nazionalismo (come se fosse poi tanto diverso). E vediamo tanti politici italiani fremere della voglia di menar le mani, tanti politici sentirsi improvvisamente “statisti” (dicono che non si è statisti se non si è disposti a fare la guerra).

Dal “mi spezzo, ma non mi piego” al “con lui non ci parlo” il passo e breve e porta all’escalation invece che alla pace.

Nessuno che dica: “Cerchiamo di capire quale è il problema dal punto di vista dell’altro e vediamo cosa possiamo fare per aiutare a risolverlo”, che è l’atteggiamento giusto di chi vuole fare la pace. E invece c’è la demonizzazione, anzi hitlerizzazione dell’altro. Di volta in volta per giustificare di fronte alla propria gente di averla portata in guerra o per giustificare che non si vuole cercare la pace. Ed anche la descrizione della guerra ha bisogno (forse perché la facciamo anche noi) di aggettivazioni e di descrizioni sempre più truculente, come se la parola “guerra” non ricomprendesse già in sé mille e una Bucha.

Ma così, giorno dopo giorno, si tagliano i ponti alla trattativa, si rende sempre più moralmente costoso fare la pace. E quindi facciamoli ammazzare “fino alla vittoria”. E forse è proprio questo l‘obiettivo.

Finora la popolazione italiana sembra resistere a questa caterva di sollecitazioni machiste e mantenere una più ragionevole – e sana – paura che il coinvolgimento possa portare fino all’entrata in guerra dell’Italia con tutte le conseguenze che ne derivano. Un ragionevole timore che va coltivato perché è una risorsa fondamentale per la ricerca della necessaria trattativa e del necessario compromesso.

Le sanzioni

Per ora, non potendo sparare supercazzole nucleari direttamente da Montecitorio sul Cremlino, che sarebbe il sogno segreto di tanti aspiranti statisti con contorno di giornalai che avrebbero tanto voglia di vedere che effetto che fa, la rincorsa a chi ce l’ha più lungo si fa sul terreno delle sanzioni. E allora giù la richiesta di provvedimenti sempre più draconiani, ispirati alla massima “facciamogli male”.

Solo che “facciamogli male” si rivolge alla popolazione russa che, si dice – giustamente – sia sotto il tallone di un autocrate che la manipola con le narrazioni nazionaliste, scaricando all’estero la responsabilità del furto di futuro perpetrato dalla locale oligarchia di potere e scaricando nelle patrie galere quelli che non si fanno manipolare.

Opportunamente lo Special Rapporteur delle Nazioni Unite “sull’impatto delle sanzioni unilaterali sui diritti umani“ ha ricordato il 25 marzo che “l’accesso al cibo, all’acqua, alle medicine e agli altri beni necessari per la manutenzione delle infrastrutture critiche per la sopravvivenza delle popolazioni non dovrebbero mai essere attaccate dalla sanzioni” e che ciò costituirebbe una violazione dei diritti umani.

Ma se si può “fare la pace attraverso la guerra” si potrà anche “difendere i diritti umani violandoli”.

Da sempre le sanzioni economiche non sono un’alternativa alla guerra, ma un’arma della guerra.

Tutti i russi però sono diventati target legittimi dell’obiettivo occidentale di affamarli, così come successe per il mezzo milione di bambini iracheni fatti morire di fame dalle sanzioni economiche all’Iraq considerati – sono parole del segretario della difesa statunitense Magdalene Albright (quella della trattativa truffa di Rambouillet) – “un prezzo che vale la pena di pagare”. Quanti russi e quante russe varrà la pena di affamare questa volta?

Non si sa, ma intanto è cominciato un processo di essenzializzazione culturale delle popolazioni e mentre gli ucraini, tutti, anche quelli del battaglione Azov, sono diventati buoni, i russi, tutti, anche Tolstoj, stanno diventando nell’essenza cattivi. Ho letto, non so dove, del “cuore tenebroso dell’Asia” e via con oscenità simili.

Il suprematismo europeo

D’altronde l’occidente è aduso a produrre definizioni essenzializzanti dell’altro non-Europeo. Lo fa da 500 anni per convincere sé stesso, prima ancora dei colonizzati, della propria intrinseca superiorità.

Il grande fremito di solidarietà che si è diffuso in Europa verso i profughi ucraini non può che fare piacere. Eppure, proprio questo fremito, così diverso da quello che percorse l’Europa all’arrivo dei profughi che scappavano dai bombardamenti di Putin (e di altri) in Siria, è la dimostrazione più palese di quanto profondamente il razzismo sia incistato nella cultura europea, quasi una componente fondativa. Non è il respingimento del nero che attesta il razzismo, ma è la stessa accoglienza del bianco che, nel fare la differenza, diventa autodenuncia.

Ed è il suprematismo europeo, o Atlantico, come ama dire il nostro ineffabile Presidente del Consiglio (che studi da segretario generale della Nato?) ad essere uno dei fattori che hanno scatenato la guerra. Lo si è già detto tante volte, ma vale la pena ripeterlo: dopo il crollo della economia e del sistema istituzionale dell’Unione Sovietica il cosiddetto Occidente, invece di aiutare il paese a tirarsi su, ha deciso che poteva approfittare della Vittoria e che poteva schiacciare il perdente. Si fabbricò il concetto del “mantenimento della supremazia” che è alla base della attuale spaventosa corsa agli armamenti in tutto il globo e che sarà alla base del prossimo concetto strategico che la Nato approverà in maggio. Il mantenimento della supremazia è alternativo all’equilibrio necessario alla sicurezza condivisa. L’accerchiamento militare e la sottrazione di risorse alla Russia ne è venuta di conseguenza.

Ciò non scagiona Putin. Casomai ne aggrava la responsabilità perché, invece che rivendicare un nuovo equilibrio globale rispettoso di tutti i paesi e basato sullo sviluppo condiviso e il rilancio del multilateralismo, ha accettato il gioco dell’Occidente chiedendo semplicemente di compartire il dominio. Secondo Putin il pianeta dovrebbe avere due padroni invece che uno. Una proposta inaccettabile come quella dell’impero atlantico.

Ma le cose stanno comunque cambiando e forse questa guerra si porterà appresso qualcosa di inaspettato. Nella votazione all’Onu sulla condanna della invasione russa i paesi più popolosi – India, Pakistan, Indonesia, Sud Africa – si sono astenuti insieme alla Cina e ben 143 paesi hanno deciso di non applicare sanzioni. Questi paesi rappresentano il 30 per centro del PIL mondiale, ma oltre il 50 per cento della popolazione. E non lo hanno fatto certo per simpatia per Putin. Come ha notato Franco Berardi, nel definire questa una guerra “inter-bianca”, la linea di frattura ripercorre la linea di separazione tra colonizzati e colonizzatori dello scorso secolo.

Un segno che il sud globale sta perdendo la pazienza? Presto per dirlo, ma il Pil di questa parte maggioritaria di mondo crescerà e con esso la volontà di non essere tenuti ai margini.

da qui

 

 

 

Una proposta per ripensare la pace – Marianella PB Sclavi

L’aggressione russa in Ucraina, come tutte le emergenze che non abbiamo saputo prevedere, ci obbliga a porci due domande. Prima: come avremmo potuto evitarla? Seconda: cosa fare per non perpetuarla?

La risposta più generale è che questa guerra è anche la conseguenza della mancanza di visione e di coraggio dei leader europei i quali, alla caduta del muro di Berlino (1989) e allo scioglimento del Patto di Varsavia (1 aprile 1991), avrebbero dovuto iniziare il processo di costituzione degli Stati Uniti di Europa, con un proprio esercito difensivo e una forte presenza di Corpi Civili di Pace, in sostituzione della NATO.

C’era ancora Gorbaciov ed era il modo più elegante per mettersi alle spalle la Guerra Fredda e per acquisire come Europa un ruolo autonomo e trainante (anche rispetto gli USA) nei processi di pacificazione fra i popoli della terra.

Questo non giustifica minimamente l’attuale aggressione, però ci aiuta a vedere le cose in prospettiva: una possibile reazione a questa aggressione è un allargamento della NATO, il che comporta ridisegnare una cortina di ferro verso qualcosa che diventa una enorme Korea del Nord nel cuore dell’Europa.

Un’altra reazione è prendere atto che siamo nel XXI secolo, nell’Era della complessità e interdipendenza, e che da un lato è nostro interesse, come europei, darci delle strutture di governo più adeguate alle crescenti esigenze di democrazia partecipativa, e dall’altro questo può spiazzare “il nemico”, invitando anche lui a ragionare più in grande per le sorti sia del suo Paese che del Mondo. Ad una mediazione con Putin si può arrivare solo da posizioni di forza. Questa forza non è solo basata sulle armi e/o sulla coscienza “del giusto”, ma anche (e principalmente) politica. L’UE ha la forza politica per mediare? E se no, cosa le manca per acquisirla? L’idea che condivido con gli altri membri del Movimento Europeo di Azione Nonviolenta (MEAN)  è che una Europa autorevole oggi non può fare a meno di un esercito difensivo autonomo, una importante componente del quale deve essere costituita dai CCP.

Quando Alex Langer nel 1994 ha avanzato la proposta dei CCP, Corpi Civili di Pace, al parlamento europeo, dall’insieme del suo discorso e del suo modo di operare, era chiaro che una tale struttura avrebbe richiesto un ripensamento radicale della architettura del governo europeo. Un salto dall’Europa degli Stati a quella dei suoi cittadini. Un dispositivo come i Corpi Civili di Pace che ha a suo fondamento il protagonismo degli attori direttamente interessati e la capacità di trasformare il dissenso e la diversità in risorse conoscitive, può fiorire solo dentro una più ampia “Casa” che funziona fondamentalmente con le stesse regole.

In Donbass, territorio segnato da una pluralità di motivi di crisi e dalla crescente contrapposizione fra gruppi di lingua russa e ucraina, sarebbe stata necessaria la presenza dei CCP fin da ben prima del 2014. Tuttavia l’esperienza messa in atto in questi anni, pur fallimentare, rimane preziosa nella misura in cui ci permette di essere consapevoli di resistenze, ostacoli, modi di vedere e di operare, che con grande probabilità si ripresenteranno se non li sappiamo prevedere e prevenire.

Una linea di ragionamento potrebbe essere la seguente:

La proposta di istituire i ECPC , nel 1994 ancora del tutto inedita e “forse irrealistica” (parole di Alex Langer), era finalizzata a creare un efficace corpo di intervento sui territori segnati da grave conflittualità, per impedirne l’escalation e operare assieme agli attori locali per trasformare i conflitti in occasioni di co-progettazione di futuri mutualmente desiderabili.

Questa proposta è stata recepita dal Parlamento europeo nel 1995 nei seguenti termini: “un primo passo verso un contributo nella prevenzione del conflitto potrebbe essere la creazione di un Corpo civile di pace europeo (che includa obiettori di coscienza) con il compito di addestrare osservatori, mediatori e specialisti nella risoluzione dei conflitti” ( Rapporto Bourlanges/Martin, adottato il 17 maggio 1995)

Ma l’architettura del governo europeo è piena di veti e controlli incrociati, e quando finalmente nel 2001 la istituzione dei Corpi civili di Pace Europei è stata deliberata, questi erano già stati scorporati (divisi per materie, per tematiche..) e fatti dipendere da una serie di apparati i quali, tenendo ferma la proclamazione degli alti e ambiziosi obbiettivi, ne hanno reso impossibile il funzionamento. Non è una questione di cattiva volontà: semplicemente la proposta è stata reinterpretata entro organismi adatti a interventi settorializzati e specifici, diversi e opposti a un approccio integrato e “dal basso”.

In altre parole, dalla metà degli anni ’90 in poi la sigla è stata ribadita senza un dibattito sui  cambiamenti istituzionali in grado di promuovere questo approccio e renderlo per davvero operativo.

La proposta dei CCP è diversa dall’avere una squadra che occasionalmente si mette al lavoro in situazioni di emergenza. Riguarda un dispositivo stabile, permanente, che rappresenta e incorpora un modo sistematico un patrimonio culturale relativo alla trasformazione dei conflitti sia all’interno di un territorio che nei rapporti fra stati. Pur avendo anche bisogno in determinate situazioni di un appoggio militare, è l’arma della nonviolenza che sostituisce quella dei cannoni.

In sintesi: oggigiorno la rivendicazione di istituire i CCP ( o ECPC ) è inscindibile dal rilancio di un movimento europeo di azione nonviolenta che mira a un salto di paradigma nella concezione dell’ Europa e della democrazia europea e in generale a una ripresa e riproposizione del movimento federalista europeo.

Senza questo respiro visionario e culturale, dobbiamo rassegnarci che la fine dell’aggressione in Ucraina sarà una tappa provvisoria di una guerra sotterranea destinata a durare decenni in uno scenario di crescenti difficoltà delle azioni e decisioni politiche a tutti i livelli.

All’interno di questo quadro è fondamentale  incominciare a delineare quali sono le coordinate di un intervento in zone di crisi con l’approccio dei CCP e quali architetture istituzionali sono in grado di  promuoverne l’esistenza e operatività. Ecco una lista relativa ai principali compiti della equipe di intervento e della sua composizione:

  1. L’equipe ha il compito prioritario di elaborare assieme alla popolazione locale una diagnosi della situazione di partenza, e una visione di un futuro desiderabile in base al quale co-progettare dei passi concreti che consentendo l’ampliamento delle opzioni di ognuno, promuovono contesti favorevoli alla pacifica convivenza
  2. Questo fra l’altro implica dei finanziamenti adeguati ai quali attingere in tempi certi e a tempo debitoperché la diffidenza si vince con atti concreti che dimostrano che “un altro mondo è possibile”
  3. La diagnosi della situazione è attuata col metodo della narrazione polifonica, ovvero  coinvolgendo tutte le parti  in causa in un processo di ascolto attivo reciproco e collettivo. Non si tratta di stabilire chi ha ragione e chi ha torto,ma di dare spazio a tutti i vissuti e i punti di vista, per poi riflettere collettivamente sul loro insieme.
  4. Mettere in atto questo approccio richiede una equipe non solo inter e trans-disiplinare e inter-settoriale (con competenze e strumentazioni che riguardano la gestione creativa dei conflitti nei rapporti interpersonali e nelle dinamiche di gruppo, la facoltà di denunciare e bloccare i comportamenti criminali, la possiiblità di coordinarsi con gli aiuti umanitari e offrire assistenza psicologica, ecc ) ma i cui membri godano di una consistente formazione sul campo.
  5. Al tempo stesso è vitale laistituzione di centri di ricerca che consentono lo studio di un vasto arco di buone pratiche e la riflessione sistematica sulle esperienze personali.

Il modo di operare delle attuali strutture europee che si occupano di sicurezza e interventi in aree di crisi è praticamente l’opposto per ognuno di questi punti.

Elaborare la proposta di CCP in modo chiaro e praticabile così da rilanciarla in ambito italiano ed europeo richiede la consapevolezza che obiettivi e formazione senza cambiamento istituzionale, non diventano capacity-building. Per ripensare oggi la pace, si tratta di ripensare l’Europa.

  • .Presidente di Ascolto Attivo srl (ascoltoattivo.net) e di recente co-fondatrice con Angelo Moretti ed altri, del  Movimento Europeo di Azione Nonviolenta.  Vedi: www.projectmean.it


da qui

 

Per non perdersi nell’oscurantismo – Pasquale Pugliese

  1. Tracce di etica e politica

Di fronte al reiterato ribaltamento logico, mai forte come adesso, per cui la pace costruita con mezzi di pace – seppur retoricamente invocata – viene ancora relegata al regno dell’utopia, mentre l’ossimoro della pace attraverso la guerra – nonostante le continue smentite della storia – continua ad essere alimentata e meticolosamente preparata, meglio ricordare che c’è un ampio e importante filone di scienza della politica che fonda invece – direttamente o indirettamente – il realismo della costruzione della “pace con mezzi pacifici” (Johan Galtung) su solide basi etiche e razionali. Scienziati della politica non sempre legati direttamente al pensiero “pacifista”, ma accomunati dall’uso della responsabilità e della razionalità, in particolare nell’approccio ai conflitti. Facciamone qui un rapido – incompleto e limitato – excursus, a partire dal ‘900. Come tracce luminose sul sentiero da percorrere per non perdersi nell’oscurantismo e salvare l’umanità.

Max Weber e Hans Jonas

Alla fine della prima guerra mondiale, nel 1919, Max Weber tenne una lezione all’università di Monaco in cui, affrontando il rapporto tra etica e politica, pose la fondamentale distinzione nella politica contemporanea, tra «etica dei principî» ed«etica della responsabilità»”. Nell’etica dei principi, o dell’intenzione, ci preoccupiamo di avere la coscienza a posto rispetto all’obiettivo da conseguire, qualunque esso sia, e quindi ogni strumento appare legittimo per raggiungere il fine, senza pre/occuparci delle conseguenze. L’etica della responsabilità, al contrario, si chiede e cerca di prevedere e valutare le conseguenze del proprio agire. Qui entra in gioco il tema decisivo del rapporto tra i mezzi e i fini nell’agire politico, che Weber esplicita così: “Nessuna etica al mondo può mostrare quando e in che misura lo scopo eticamente buono «giustifichi» i mezzi eticamente pericolosi e le sue possibili conseguenze collaterali”.

Di fronte ai progressi “spaventosi” della tecnica ed al loro impatto sull’eco-sistema, e dunque sulla stessa sopravvivenza dell’umanità, nel 1979 sarà Hans Jonas a fondare sul “Principio responsabilità” l’etica del futuro, “un’etica per la civiltà tecnologica”, ancorata ad un nuovo imperativo categorico: “agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza di un’autentica vita umana sulla terra”.

Mohandas Gandhi e Aldo Capitini

Nello stesso anno della lezione di Weber, Mohandas K. Gandhi, nel pieno della lotta per l’auto-governo dell’India, formulò la regola aurea della nonviolenza sul rapporto mezzi-fini: “i mezzi possono essere paragonati al seme, e il fine all’albero; tra i mezzi e il fine vi è lo stesso inviolabile rapporto che esiste tra il fine e l’albero”. Ovvero i mezzi usati nell’agire politico devono essere coerenti con il fine da raggiungere, tanto come principio etico fondamentale, quanto come efficace pratica rispetto alla realizzazione dello scopo. Tanto più, scriverà, nel 1947 dopo Hiroshima e Nagasaki “la morale che si può trarre dalla spaventosa tragedia provocata dalla bomba atomica è che una bomba non può essere distrutta da un’altra bomba, come la violenza non può essere distrutta dalla violenza”. Anche Aldo Capitini, in Italia – ispirato da Gandhi – ribadirà più volte questo concetto fondamentale: “nella grossa questione del rapporto tra mezzi e fini, la nonviolenza porta il suo contributo in quanto indica che il fine dell’amore non può realizzarsi che attraverso l’amore, il fine dell’onestà con mezzi onesti, il fine della pace non attraverso la vecchia legge di effetto tanto instabile se vuoi la pace prepara la guerra, ma attraverso un’altra legge: durante la pace, prepara la pace”

Dwight David Eisenhower

Il 17 gennaio 1961, il 34° presidente USA Eisenhower – che conosceva bene la guerra e il sistema militare in quanto era stato comandante in capo delle Forze alleate nel Mediterraneo durante la seconda guerra mondiale – nel discorso di addio alla nazione mise in guardia la democrazia statunitense, e di conseguenza tutte le democrazie, con estrema lucidità e chiarezza, dall’enorme potere che stava acquisendo la saldatura dell’industria degli armamenti con gli apparati della difesa: “Questa congiunzione tra un immenso corpo di istituzioni militari e un’enorme industria di armamenti è nuova nell’esperienza americana. L’influenza totale nell’economia, nella politica, anche nella spiritualità è sentita in ogni città, in ogni organismo statale, in ogni ufficio del governo federale. […] Nei concili di governo dobbiamo guardarci dall’acquisizione di influenze che non diano garanzie, sia palesi che occulte, esercitate dal complesso militare-industriale. Il potenziale per l’ascesa disastrosa di poteri che scavalcano la loro sede e le loro prerogative esiste ora e persisterà in futuro. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione di poteri metta in pericolo le nostre libertà o processi democratici. Non dobbiamo presumere che nessun diritto sia dato per garantito”.

Hannah Arendt

Qualche anno dopo, nel 1964, Hannah Arendt ne La banalità del male, indicava la resistenza danese all’occupazione nazista come esempio da studiare in tutte le università. La Danimarca è l’unico paese europeo nel quale il governo decise di non contrapporre alla potenza di fuoco della wehrmacht il piccolo esercito ed il popolo organizzò una grande e significativa resistenza civile e non armata. “A quel che si sa” – spiega la Arendt – “fu questa l’unica volta che i nazisti incontrarono una resistenza aperta, e il risultato fu a quanto pare che quelli di loro che vi si trovarono coinvolti cambiarono mentalità. Non vedevano più lo sterminio di un intero popolo come una cosa ovvia. Avevano urtato in una resistenza basata su saldi principi, e la loro durezza si era sciolta come ghiaccio al sole permettendo il riaffiorare, sia pur timido, di un po’ di vero coraggio. (…). Su questa storia” – che salvò, unico paese in Europa, il 98% degli ebrei danesi (ndr), continua Arendt – “si dovrebbero tenere lezioni obbligatorie in tutte le università ove vi sia una facoltà di scienze politiche, per dare un’idea della potenza enorme della nonviolenza e della resistenza passiva, anche se l’avversario è violento e dispone di mezzi infinitamente superiori”.

Alex Langer

Alex Langer da capogruppo dei Verdi al Parlamento europeo, nel 1995, elaborò il documento “Per la creazione di un corpo civile di pace europeo” che poneva la necessità di non lasciare al solo generoso volontariato l’onere della costruzione delle alternative alla guerra. Nel pieno del conflitto armato fratricida nell’ex Jugoslavia, Langer immaginava una vera e propria forza disarmata, costituita “dall’Unione Europea sotto gli auspici dell’ONU”, inizialmente composta da professionisti e volontari, formati ed equipaggiati per intervenire nei conflitti internazionali prima dell’esplosione della violenza e capaci di rimanervi efficacemente anche durante la fase acuta. Il corpo di pace, scriveva tra l’altro Langer “agirà portando messaggi da una comunità all’altra. Faciliterà il dialogo all’interno della comunità al fine di far diminuire la densità della disputa. Proverà a rimuovere l’incomprensione, a promuovere i contatti nella locale società civile. Negozierà con le autorità locali e le personalità di spicco. Promuoverà l’educazione e la comunicazione tra le comunità. Combatterà contro i pregiudizi e l’odio. Incoraggerà il mutuo rispetto fra gli individui. Cercherà di restaurare la cultura dell’ascolto reciproco…”. Non è difficile, in questo senso, immaginare oggi il ruolo positivo di mediazione e de-escalation tra le parti in conflitto – coerente con il ripudio costituzionale della guerra e di costruzione della pace con mezzi pacifici – che un Corpo civile di pace europeo avrebbe potuto svolgere nelle auto-proclamate repubbliche del Donbass ucraino fin dal 2014 – anche per monitorare il rispetto o meno dei “protocolli di Minsk” – invece dell’arrivo di armi Nato da un lato e russe dall’altro, con i relativi consulenti ed addestratori di guerra che hanno preparato l’escalation in corso.

  1. Tracce di scienza e filosofia

In particolare dopo la seconda guerra mondiale, che si concluse con la sperimentazione della violenza delle bombe atomiche statunitensi su Hiroshima e Nagasaki – non necessaria a chiudere la Seconda guerra mondiale, ma a definire la supremazia assoluta tra i suoi vincitori – anche gli scienziati propriamente detti, quelli che indagano le leggi della natura, cominciano a segnalare, sempre più spesso, insieme ad alcuni filosofi, l’irrazionalità della guerra e a promuovere la ricerca di soluzioni alternative per affrontare e risolvere i conflitti. Per fare il salto di civiltà necessario alla sopravvivenza dell’umanità. Anche qui un rapido sguardo ad alcune tracce luminose.

Manifesto Einstein-Russell

Il Manifesto Einstein-Russell, reso noto nel luglio 1955, chiedeva ai governi del mondo il disarmo atomico e la ricerca di “mezzi pacifici per la soluzione di tutti i loro motivi di contesa”. E’ frutto dell’impegno comune del filosofo inglese Bertrand Russell e del fisico tedesco Albert Einstein e del fitto carteggio preparatorio – nel quale il primo scriveva al secondo «penso che eminenti uomini di scienza dovrebbero fare qualcosa di spettacolare per aprire gli occhi ai governi sui disastri che possono verificarsi» – che diede vita al Manifesto, firmato da eminenti scienziati ed intellettuali del tempo, tra i quali anche i premi Nobel Max Born e Linus Pauling. E’ un manifesto di grande attualità, nel quale Einstein e Russell pongono il tema cruciale per la loro come per la nostra generazione: “Dobbiamo imparare a pensare in modo nuovo. Dobbiamo imparare a domandarci non già quali misure adottare affinché il gruppo che preferiamo possa conseguire una vittoria militare, poiché tali misure ormai non sono più contemplabili; la domanda che dobbiamo porci è: Quali misure occorre adottare per impedire un conflitto armato il cui esito sarebbe catastrofico per tutti?”

Tesi sull’età atomica di Günther Anders

Negli stessi anni ed in quelli successivi ribadiva ad approfondiva lo stesso concetto anche uno dei massimi pensatori dello stato dell’umanità nell’epoca della possibilità dell’apocalisse nucleare: Günther Anders, autore di opere fondamentali per comprendere il nostro precario stare al mondo di quelli-che-esistono-ancora. Tra i suoi scritti, fondamentali sono Le Tesi sull’età atomica , un testo “improvvisato” di Anders nel 1960 dopo un dibattito sui problemi morali dell’età atomica con gli studenti dell’Università di Berlino, dove sono esposte in maniera limpida ed essenziale le caratteristiche, inedite e inaudite, dell’epoca atomica. Nella quale bisogna trovare “il coraggio di aver paura” perché la paura è segno di consapevolezza ed ha perciò un valore euristico, cioè di strumento di conoscenza della realtà: “La tesi apparentemente plausibile che nell’attuale situazione politica ci sarebbero (fra l’altro) anche armi atomiche, è un inganno. Poiché la situazione attuale è determinata esclusivamente dall’esistenza di armi atomiche, è vero il contrario: che le cosiddette azioni politiche hanno luogo entro la situazione atomica”. E di questa devono gli attori politici necessariamente tenere conto, razionalmente e responsabilmente.

Bollettino degli scienziati atomici

Le lancette del Doomsday clock, l’Orologio dell’Apocalisse, sono l’indicatore simbolico del pericolo nucleare per l’umanità, messo a punto dal Bollettino degli scienziati atomici fin dal 1947, ideato dai fisici Eugene Rabinowitch e Hyman Goldsmith – che erano fissate a 2 minuti dalla mezzanotte quando Einstein e Russell stesero il loro Manifesto – hanno guadagnato tempo negli anni immediatamente successivi all’abbattimento del Muro di Berlino, e ne hanno perso drammaticamente dei decenni successivi, fino ad arrivare ai 100 secondi dalla mezzanotte nella quale è stato fissato ancora, il 20 gennaio scorso, per il terzo anno consecutivo. “L’Orologio rimane più vicino di quanto sia mai stato all’apocalisse della fine della civiltà, perché il mondo rimane bloccato in un momento estremamente pericoloso”, hanno scritto gli scienziati del Bollettino, rendendo nota l’ultima posizione delle lancette.

Dividendo di pace

In questo scenario, già lo scorso dicembre più di cinquanta tra scienziati premi Nobel internazionali, prevalentemente fisici, chimici, medici, e presidenti di Accademie delle scienze – tra i quali gli italiani Giorgio Parisi, Carlo RubbiaCarlo Rovelli – hanno firmato un appello inviato al Segretario generale delle Nazioni Unite ed ai presidenti dei cinque governi componenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu (USA, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna) nel quale chiedono un tagliocomune del 2% delle loro spese militari annuali, proponendo che la cifra così annualmente risparmiata venga dirottata su un fondo globale per la lotta contro la crisi sistemica globale in corso: cambiamento climatico, pandemie, povertà. Nel periodo 2025-2030, il “dividendo di pace” generato da questa proposta – pur modesta nella percentuale richiesta – supererebbe mille miliardi di dollari: un importo paragonabile al totale degli investimenti in energia rinnovabile in tutto il mondo, e sei volte maggiore dei fondi disponibili per la ricerca e il trattamento di cancro, HIV/AIDS, TBC e malaria messi insieme. Una proposta realista e razionale

  1. Le ragioni della pace contro l’ideologia della guerra

Nonostante la razionalità politica e scientifica continuino ad indicare la via del disarmo e della costruzione di strumenti umani, alternativi alla guerra, per affrontare, gestire e risolvere i conflitti tra gli Stati, e liberare preziose risorse per far fronte alla crisi sistemica globale, che è contemporaneamente climatica, pandemica, energetica, idrica, alimentare e bellica, i governi – apparentemente alieni alla ragione, in preda ad una sorta di oscurantismo ideologico pre-scientifico – continuano a preparare, organizzare e finanziare, con costi crescenti per tutti, la monocultura della guerra nelle relazioni internazionali. Una vera e propria credenza magica dilagante che si auto-alimenta della sua narrazione ideologica e favolistica… se già il presidente Eisenhower non ne avesse spiegato le “ragioni” profonde. Eccone alcuni dati:

I dati dell’oscurantismo

– dal 2001 al 2020 le spese militari globali sono raddoppiate, grazie ai vent’anni di illegale e fallimentare occupazione militare in Iraq e Afghanistan, che non hanno risolto nessuno dei problemi per le quali erano state formalmente avviate, ma li hanno aggravati tutti, facendo centinaia di migliaia di vittime civili e alimentando l’instabilità globale e il terrorismo internazionale, (come abbiamo spiegato qui).

– Come certifica il SIPRI, le spese militari sono aumentate ancora nel 2021 in piena pandemia globale, abbattendo il muro dei 2000 miliardi di dollari giungendo all’incredibile cifra di 2.113 miliardi di dollari: ossia 5,8 miliardi al giorno. Che è cifra maggiore del budget di un anno delle Nazioni Unite (3,2 miliardi) e del budget di un anno dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (3,5 miliardi).

– Dall’avvio dell’invasione russa dell’Ucraina, approfittando dell’onda emotiva generata, molti Parlamenti europei, compreso quello italiano – su pressante indicazione della NATO – hanno deliberato l’aumento al 2% del Pil delle spese militari strutturali dei bilanci degli stati. In Italia ciò comporterà il passaggio dai circa 26 miliardi di euro a circa 40 miliardi di euro all’anno di risorse pubbliche usate per preparare altre guerre, sottratte agli investimenti civili e sociali.

– Circa 13.000 testate nucleari di nuovissima generazione – la cui minaccia era stata rimossa dalla coscienza dell’umanità dopo l’abbattimento del Muro di Berlino – sono puntate contro le nostre teste, di cui dall’inizio della guerra in Ucraina si minaccia nuovamente e irresponsabilmente l’utilizzo (come abbiamo raccontato qui).

– L’Università di Uppsala monitora l’esistenza di oltre 160 conflitti armati (di bassa, media e alta intensità) in corso nel pianeta, con 100.000 morti all’anno e milioni di profughi. Oltre alla guerra e ai profughi ucraini,

L’obsolescenza paradigmatica del principio “si vis pacem para bellum”

Questi dati dimostrano, nel loro insieme – se ce ne fosse ulteriore bisogno – l’obsolescenza paradigmatica del principio “si vis pacem para bellum”, se vuoi la pace prepara la guerra, che fonda ancora le relazioni internazionali sull’oscurantismo bellico, perché:

  1. è palesemente falso: con l’enormità di queste spese militari, mai raggiunte prima d’ora, la guerre dovrebbero essere un ricordo del passato e invece dilagano, perfino nel cuore dell’Europa;
  2. è pura credenza magica: quel paradigma ha avuto infinite e clamorose smentite in tutto il corso della storia, ed è rigettato dalla razionalità etica e scientifica;
  3. è predatorio di risorse economiche sempre crescenti dai bilanci degli Stati, sottratte agli investimenti di cura dell’ecosistema, dell’umanità e della civiltà;
  4. nell’età atomica, è il più irresponsabile dei paradigmi, perché prepara e alimenta incredibilmente uno dei corni del dilemma posto da Einstein e Russell, a discapito dell’altro: “metteremo fine al genere umano oppure l’umanità saprà rinunciare alla guerra?”

Il paradigma nuovo

Dunque, per non perdersi nell’oscurantismo, salvare l’umanità dall’olocausto nucleare e liberare risorse per affrontare la crisi sistemica globale, non c’è che una cosa da fare immediatamente: cambiare il paradigma obsoleto con il paradigma nuovo, passare da “se vuoi la pace prepara la guerra” a se vuoi la pace prepara la pace. E farne discendere politiche attive di pace coerenti, razionali e responsabili per affrontare e risolvere i conflitti: disarmo, riconversione sociale delle spese militari, riconversione civile dell’industria bellica, proibizione delle armi nucleari, approntamento della difesa civile, non armata, nonviolenta e dei corpi civili di pace, educazione preventiva e sistematica alla pace ed alla trasformazione nonviolenta dei conflitti dalla dimensione micro a quella macro. Secondo realismo e razionalità.

Titolo originale “Si vis pacem para bellum”: obsolescenza di un paradigma fondato sul pensiero magico. Tracce di critica realista e razionale

da qui

 

 

 

Grande manifestazione a Piombino contro il rigassificatore galleggiante (FSRU) – Francesco Santoianni

Grande manifestazione a Piombino (unici parlamentari presenti quelli di Alternativa). Manifestazione travisata dai pochi media che l’hanno considerata degna di interesse e che si sono guardate bene dal segnalare l’onnipresente slogan “Basta guerra e sanzioni alla Russia”: unica concreta soluzione per evitare lo stabile insediamento nel porto di Piombino della nave Golar Tundra: un rigassificatore galleggiante (FSRU) non solo dannoso per l’ecosistema (considerando  le sostanze che rilascerà in mare) ma pericoloso considerati i gravi incidenti (l’ultimo qualche settimana fa)  che hanno provocato le navi gassiere e gli impianti di rigassificazione e che considerando l’affollamento dell’area e della costa di Piombino potrebbero determinare una catastrofe.

Ma al di là dei rischi dell’impianto, la fornitura di gas Usa (ed eventualmente del Kuwait) tramite navi gasiere ci permetterebbe di sopportare la verosimile, imminente, sospensione delle forniture di gas russo tramite gasdotto? Assolutamente no: lo attesta, addirittura l’ISPI. Anche per l’impossibilità di poter sostituire, in non meno di dieci anni, con navi gasiere il gas russo proveniente dai gasdotti.

E allora? Perché in Italia si stanno sprecando tanti soldi (330 milioni di euro per l’impianto di Piombino, tutti a beneficio del gruppo finanziario Blackrock, principale azionista  nel settore impianti di rigassificazione) per impianti sostanzialmente inutili e pericolosi come quello di Piombino e gli altri in cantiere?

Per far vedere che si sta “facendo qualcosa”, in attesa del caffè fatto con il Nescafè e l’acqua del rubinetto.

Intanto, avanti con la fornitura di armi all’Ucraina e con le sanzioni alla Russia.

da qui

 

Rifugiati ucraini, solo 13mila nel sistema di accoglienza italiano – Eleonora Camilli 

Sono 13.304 i rifugiati ucraini ospitati nei centri di accoglienza italiani: 12.214 sono nei centri di accoglienza straordinaria, 1090 nel Sai (Sistema di accoglienza e integrazione). Un numero bassissimo che sfiora appena il 10 per cento degli oltre 137 mila ingressi in Italia dei profughi (132mila dei quali hanno fatto richiesta di protezione temporanea come previsto dalla direttiva 55/2001). Questi dati, che Redattore Sociale per la prima volta può rendere noti, sono solo una parte dei numeri totali dell’accoglienza in Italia. In totale i migranti presenti nei centri di accoglienza di primo e di secondo livello al 27 giugno sono, infatti, 89.495, di cui  59.967 nei centri di accoglienza straordinari (Cas) e 29.528 nell’ambito dei progetti Sai.

“I dati sull’accoglienza degli ucraini nel sistema pubblico, dopo 4 mesi di guerra e 140 mila ingressi spiegano più di qualsiasi analisi che l’Italia ha scaricato in gran parte sui privati l’onere dell’assistenza ai profughi provenienti dall’Ucraina – sottolinea Filippo Miraglia di Arci e portavoce del Tavolo Asilo -. La proporzione poi tra Cas e Sai indica ancora una volta come prevalga la risposta emergenziale con soggetti e strutture non adeguate ad una accoglienza dignitosa”. Miraglia ricorda, inoltre, che l’accoglienza diffusa della Protezione Civile tarda a partire a causa di ostacoli burocratici “che potevano essere aggirati”.  “Ad oggi non è partito nessuno dei progetti approvati – aggiunge – Questa guerra non sembra destinata purtroppo a finire presto e sarebbe opportuno che lo Stato si occupasse di trasferire l’onere dell’accoglienza, che sta sperimentando anche processi positivi (la libertà di scegliere dove andare, la libertà di movimento) dal privato al pubblico prima possibile. Non si possono accettare in una crisi così grande e in una situazione di emergenza, risposte così tardive da amplificare i problemi dei profughi e un carico dell’accoglienza in capo ai privati per l’80%”…

continua qui

 

Contro la nuova Guerra fredda – Noam Chomsky

intervista di David Barsamian

Il novantatreenne Noam Chomsky concede ancora le sue intuizioni e la sua saggezza alle giovani generazioni di sinistra. Siamo felici di pubblicare la sua ultima intervista a David Barsamian di Alternative Radio, apparsa su TomDispatch.

Entriamo nell’incubo più ovvio di questo momento, la guerra in Ucraina e i suoi effetti a livello globale. Ma prima un piccolo elemento di contesto. Cominciamo con l’assicurazione del presidente George H.W. Bush all’allora leader sovietico Mikhail Gorbaciov che la Nato non si sarebbe spostata «di un centrimetro a est», e quella promessa è stata verificata. La mia domanda per te è: perché Gorbaciov non ha avuto questa rassicurazione per iscritto?

Ha accettato un accordo tra gentiluomini, cose che esistono in diplomazia. Una stretta di mano. Inoltre, averla avuta sulla carta non avrebbe fatto alcuna differenza. I trattati che sono sulla carta vengono continuamente disattesi. Ciò che conta è la buona fede. E infatti H.W. Bush, il primo Bush, ha onorato esplicitamente l’accordo. Si è anche mosso verso l’istituzione di un partenariato di pace, che avrebbe ospitato i paesi dell’Eurasia. La Nato non sarebbe stata sciolta, ma emarginata. Paesi come il Tagikistan, ad esempio, avrebbero potuto aderire senza far parte formalmente della Nato. E Gorbaciov lo approvò. Sarebbe stato un passo verso la creazione di quella che lui chiamava una casa europea comune senza alleanze militari.

Anche Bill Clinton nei suoi primi due anni vi aderì. Quello che dicono gli specialisti è che verso il 1994 Clinton iniziò, come dicono loro, a parlare da entrambi i lati della bocca. Ai russi diceva: sì, ci atteniamo all’accordo. Alla comunità polacca negli Stati uniti e ad altre minoranze etniche, diceva: non preoccuparti, ti faremo entrare nella Nato. Verso il 1996-’97, Clinton lo disse in modo abbastanza esplicito al suo amico presidente russo Boris Eltsin, che aveva aiutato a vincere le elezioni del 1996. Ha detto a Eltsin: non insistere troppo su questa questione della Nato. Ci espanderemo, ne ho bisogno a causa del voto etnico negli Stati uniti.

Nel 1997 Clinton invitò i cosiddetti paesi di Visegrad – Ungheria, Cecoslovacchia, Romania – ad aderire alla Nato. Ai russi non piaceva, ma non facevano molto rumore. Poi si unirono le nazioni baltiche, e fu la stessa cosa. Nel 2008, il secondo Bush, molto diverso dal primo, ha invitato Georgia e Ucraina nella Nato. Ogni diplomatico statunitense ha capito molto bene che la Georgia e l’Ucraina erano linee rosse per la Russia. Tollereranno l’espansione altrove, ma questi sono nel loro cuore geostrategico e non tollereranno l’espansione lì. Per continuare con la storia, la rivolta di Maidan ha avuto luogo nel 2014, espellendo il presidente filo-russo, e l’Ucraina si è spostata verso l’Occidente.

Dal 2014, gli Stati uniti e la Nato hanno iniziato a mandare armi in Ucraina: armi avanzate, addestramento militare, esercitazioni militari congiunte, mosse per integrare l’Ucraina nel comando militare della Nato. Non è un segreto. Era abbastanza esplicito. Di recente se ne è vantato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. Ha detto: questo è quello che stavamo facendo dal 2014. Be’, ovviamente, questo è molto consapevolmente, altamente provocatorio. Sapevano che stavano facendo ciò che ogni leader russo considerava una mossa intollerabile. Francia e Germania hanno posto il veto nel 2008, ma sotto la pressione degli Stati uniti, è stato mantenuto all’ordine del giorno. E la Nato, cioè gli Stati uniti, si è mossa per accelerare l’integrazione de facto dell’Ucraina nel comando militare della Nato.

Nel 2019, Volodymyr Zelensky è stato eletto a stragrande maggioranza – penso circa il 70% dei voti – su una piattaforma di pace, un piano per attuare la pace con l’Ucraina orientale e la Russia, per risolvere il problema. Iniziò ad andare avanti e, infatti, cercò di recarsi nel Donbas, la regione orientale a orientamento russo, per attuare quelli che vengono chiamati gli accordi di Minsk II. Avrebbe significato una sorta di federalizzazione dell’Ucraina con un certo grado di autonomia per il Donbas, che è quello che volevano. Qualcosa come la Svizzera o il Belgio. È stato bloccato dalle milizie di destra, che hanno minacciato di ucciderlo se avesse insistito con i suoi sforzi.

Be’, è un uomo coraggioso. Avrebbe potuto andare avanti se avesse avuto il sostegno degli Stati uniti. Gli Stati uniti rifiutarono. Nessun supporto, niente, il che significava che era stato lasciato ad asciugare e doveva fare marcia indietro. Gli Stati uniti erano votati a questa politica di integrazione graduale dell’Ucraina nel comando militare della Nato. Questa dinamica si è accelerata ulteriormente quando è stato eletto il presidente Biden. A settembre 2021 potresti leggerlo sul sito web della Casa Bianca. Non è stato segnalato ma, ovviamente, i russi lo sapevano. Biden ha annunciato un programma, una dichiarazione congiunta per accelerare il processo di addestramento militare, esercitazioni e altre armi come parte di quello che la sua amministrazione ha definito un «programma avanzato» di preparazione per l’adesione alla Nato.

Ha accelerato ulteriormente questo piano a novembre. Tutto ciò prima dell’invasione. Il segretario di Stato Antony Blinken ha firmato quella che è stata chiamata una carta, che essenzialmente ha formalizzato ed esteso questo accordo. Un portavoce del Dipartimento di Stato ha ammesso che prima dell’invasione, gli Stati uniti si erano rifiutati di discutere qualsiasi problema di sicurezza russa. Tutto questo fa parte dello sfondo.

Il 24 febbraio Vladimir Putin ha invaso l’Ucraina, un’invasione criminale. Queste gravi provocazioni non lo giustificano. Se Putin fosse stato uno statista, avrebbe fatto qualcosa di completamente diverso. Sarebbe tornato dal presidente francese Emmanuel Macron, avrebbe colto le sue proposte provvisorie e si sarebbe mosso per cercare di raggiungere un accordo con l’Europa, per fare passi verso una casa comune europea.

Gli Stati uniti, ovviamente, si sono sempre opposti a questo. Fin dalla Guerra fredda fino alle iniziative del presidente francese De Gaulle per dare vita a un’Europa indipendente. Nella sua espressione «dall’Atlantico agli Urali», l’integrazione della Russia con l’Occidente, è stato un accomodamento molto naturale per ragioni commerciali e, ovviamente, anche di sicurezza. Quindi, se ci fossero stati statisti all’interno della ristretta cerchia di Putin, avrebbero colto le iniziative di Macron e avrebbero sperimentato per vedere se, in effetti, potevano integrarsi con l’Europa ed evitare la crisi. Invece, ha scelto una politica che, dal punto di vista russo, era una totale imbecillità. A parte la criminalità dell’invasione, ha deciso una politica che ha spinto l’Europa in bocca agli Stati uniti. In effetti, sta persino inducendo Svezia e Finlandia ad aderire alla Nato, il peggior risultato possibile dal punto di vista russo, a parte la criminalità dell’invasione e le gravissime perdite che la Russia sta subendo a causa di ciò.

Quindi, criminalità e stupidità da parte del Cremlino, severa provocazione da parte statunitense. Questo è lo sfondo che ha portato alla situazione attuale. Possiamo provare a porre fine a questo orrore? O dovremmo cercare di perpetuarlo? Queste sono le opzioni.

C’è solo un modo per farla finire. La diplomazia. Ora, diplomazia, per definizione, significa che entrambe le parti accettano. A loro non piace, ma lo accettano come l’opzione meno negativa. Offrirebbe a Putin una sorta di via di fuga. Questa è una possibilità. L’altro è solo vedere quanto soffriranno tutti, quanti ucraini moriranno, quanto soffrirà la Russia, quanti milioni di persone moriranno di fame in Asia e in Africa, quanto procederemo verso il riscaldamento dell’ambiente al punto che non ci sarà alcuna possibilità per un’esistenza umana vivibile. Queste sono le opzioni. Bene, con quasi il 100% di unanimità, gli Stati uniti e la maggior parte dell’Europa vogliono scegliere l’opzione senza diplomazia. È esplicito. Dobbiamo continuare a ferire la Russia.

Puoi leggere le colonne del New York Times, del Financial Times, in tutta Europa. Un ritornello comune è: dobbiamo assicurarci che la Russia soffra. Non importa cosa succede all’Ucraina o a chiunque altro. Naturalmente, questa scommessa presuppone che se Putin è spinto al limite, senza scampo, costretto ad ammettere la sconfitta, accetterà la situazione e non userà le armi che ha per devastare l’Ucraina.

Ci sono molte cose che la Russia non ha fatto. Gli analisti occidentali ne sono piuttosto sorpresi. Vale a dire, non hanno attaccato le linee di rifornimento dalla Polonia che stanno riversando armi in Ucraina. Sicuramente potrebbero farlo. Ciò li porterebbe molto presto a un confronto diretto con la Nato, ovvero gli Stati uniti. In quale direzione, puoi capirlo bene. Chiunque abbia mai guardato i war games sa dove andranno: su per la scala crescente verso la guerra nucleare terminale.

Quindi, questo ci stiamo giocando con le vite di ucraini, asiatici e africani, il futuro della civiltà, per indebolire la Russia, per assicurarsi che soffrano abbastanza. Bene, se vuoi giocare a quel gioco, sii onesto. Non ci sono giustificazioni etiche. In effetti, dal punto di vista morale è orrendo. E le persone che si ergono a dire che stiamo sostenendo posizioni di principio sono imbecilli morali, se pensi a cosa c’è in ballo…

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I profughi ucraini di origine rom non sono benvenuti ovunque – Cassandre Thomas

Un anno fa, il 19 giugno, Stanislav Tomáš, un rom residente in Cechia, morì dopo che diversi agenti di polizia lo avevano bloccato a terra premendogli le ginocchia sul collo per diversi minuti, proprio com’era successo all’afroamericano George Floyd pochi mesi prima negli Stati Uniti. In linea con discriminazioni non certo nuove, nell’aprile del 2022 l’Ufficio del Pubblico Difensore dei Diritti (ombudsperson  ) ceco ha rivelato che nel paese i profughi rom provenienti dall’Ucraina erano trattati come profughi di “seconda classe”. “[Abbiamo scoperto che] non vi era eguale accesso per i profughi rom. Non gli era permesso di entrare nel centro di registrazione se non accompagnati da un membro di un’Ong o da un ufficiale di polizia. Si sono ritrovati così a dover aspettare all’esterno, oppure in una tenda sistemata di fronte all’edificio”, ha riferito a Seznam.cz la vice ombudsperson Monika Šimůnková, che ha guidato l’inchiesta.

Alcuni profughi ucraini di etnia rom non hanno avuto scelta e hanno dovuto vivere per settimane nella stazione ferroviaria di Praga. L’europarlamentare Peter Pollak, di origini rom, ha condannato la situazione dichiarando che “è molto preoccupante vedere l’elevato numero di bambini che si trova nella stazione”. Casi di abusi più recenti nei confronti di profughi ucraini di origine rom sono stati segnalati nella città ceca di Brno. Maria, che ha lasciato l’Ucraina insieme a sua figlia e tre nipoti, ha riferito a Romea.cz  che in teoria avrebbe dovuto vivere in un posto “in mezzo al bosco”, circondato da “filo spinato e sicurezza armata”, dove non poteva cucinare per sé stessa. In queste condizioni, ha deciso di andarsene.

Al di fuori dell’UE, la situazione per i rom ucraini è preoccupante anche all’interno della stessa Ucraina e in Moldavia. Nel marzo del 2022, un’organizzazione ceca per i diritti dei rom  ha riferito che a Leopoli alcune persone rom erano state legate a dei lampioni e pubblicamente umiliate. In Moldavia, Human Rights Watch ha segnalato  la pratica, che sembra essere basata su una scelta deliberata, di segregare i profughi rom provenienti dall’Ucraina in centri statali di accoglienza appositamente designati, negando loro ospitalità in altri centri destinati ai profughi. Sean Benstead, un attivista e scrittore che si occupa di questioni legate a rom e nomadi, ci ha confermato che in Moldavia i profughi rom sono stati “interamente separati” e “spesso segregati in altri campi, in alcune ‘strutture di seconda classe’”…

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Onu: 19 milioni di yemeniti soffrono la fame. Usa e Gran Bretagna inviano armi e istruttori militari

Chiediamo scusa ai lettori. Abbiamo più volte scritto che la guerra condotta dall’Arabia Saudita contro lo Yemen con il supporto di armi dell’Occidente, Usa e Gran Bretagna in testa, non interessa mediaticamente e politicamente. Non è così, è tutto mirato, c’è tutto l’interesse, dal 2015, quando la monarchia saudita avviò questa aggressione, con Barack Obama Presidente Usa, per provocare un genocidio, con bombardamenti, blocchi navali, furto di risorse, in particolare petrolio, per cancellare ogni traccia del popolo yemenita e appropriarsi delle sue risorse.

Il popolo yemenita ha resistito eroicamente in questi anni nonostante le terribili sofferenze. Ma mentre l’attenzione dell’opinione pubblica è stata dirottata sulla guerra in Ucraina, l’Onu ha lanciato un allarme che fa rabbrividire.

Secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite, 19 milioni di yemeniti stanno attualmente affrontando una carestia alimentare, il numero più alto dall’inizio dell’invasione della coalizione a guida saudita.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha commentato: “Più di 19 milioni di persone stanno soffrendo la fame, di cui oltre 160.000 sull’orlo della carestia… I tagli ai fondi stanno ostacolando la nostra capacità di aiutare le persone bisognose”.

L’ufficio ha aggiunto che il Programma alimentare mondiale (WFP) ha ridotto le razioni di cibo per otto milioni di persone nel dicembre dello scorso anno a causa della mancanza di fondi, introducendo un altro giro di tagli il mese scorso.

Si stima che cinque milioni di persone ricevano meno della metà del loro fabbisogno alimentare giornaliero, con otto milioni che ricevono meno di un terzo del loro fabbisogno giornaliero.

Nella relazione si evidenzia, inoltre, che otto milioni di donne e bambini hanno bisogno di aiuto nutrizionale, con oltre 500.000 bambini gravemente malnutriti.

I resoconti dei media suggeriscono che potenzialmente ulteriori tagli ai finanziamenti inizieranno il 1° luglio.

Il rapporto delle Nazioni Unite arriva pochi giorni dopo che una petroliera degli Emirati Arabi Uniti è partita dal porto di Radhum, nella provincia meridionale di Shabwa, nello Yemen, il 26 giugno, dopo aver rubato più di 400.000 barili di petrolio greggio dalla regione ricca di questo prezioso idrocarburo.

Un funzionario yemenita, all’agenzia di stampa yemenita Saba aveva riferito che il costo stimato del carico rubato era di 43,640 milioni di dollari, secondo i prezzi del petrolio alla borsa internazionale.

Una cifra enorme, importante che avrebbe potuto salvare milioni di yemeniti acquistando cibo e medicine.

La Mossa “umanitaria” di Usa e Gran Bretagna

Mentre la popolazione yemenita è allo stremo, ecco che arrivano Usa e Gran Bretagna ad infierire ancora di più su quello che già prima della guerra era il paese più povero del mondo arabo.

Non bastassero i miliardi di dollari e sterline in armi fornite alla Casa di La Saud che, come ha denunciato all’agenzia Saba, Al-Qatabi Ali Husein al-Farayi, il governatore della provincia di Al-Mahra, situata nello Yemen orientale, grandi carichi di armi a bordo di navi militari sono sbarcati nel porto di Nishtun e addestratori militari britannici e americani sono di stanza all’Aeroporto internazionale di Qaydah.

Avvertendo dei pericolosi complotti della coalizione di occupazione saudita-emiratina contro Al-Mahra e il suo popolo, ha indicato che gli aggressori e le loro milizie alleati stanno cercando di far precipitare la provincia nel caos e nella totale confusione, perché i locali si oppongono alla presenza delle forze straniere.

“La coalizione di aggressione a guida saudita è coinvolta nel contrabbando e nel commercio di stupefacenti nell’area per perpetuare l’insicurezza, portare avanti i loro piani diabolici e dissuadere la popolazione locale dall’affrontare gli invasori”, ha avvertito il governatore.

Non c’è contraddizione rispetto a quello che succede in Ucraina. Per salvaguardare i loro interessi, soprattutto Usa e Gran Bretagna, sono pronte, con motivazioni di facciata diverse a sacrificare fino all’ultimo ucraino o yemenita di turno prolungando guerre e caos.

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Vertice Brics e vertice Nato, un nuovo mondo contro l’imperialismo – Geraldina Colotti

Oltre il 40% della popolazione mondiale e quasi un quarto del prodotto interno lordo globale. Questo rappresentano i cinque paesi appartenenti ai Brics, acronimo di un gruppo di mercati emergenti composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica –, che si sono riuniti a Pechino il 23 e il 24 giugno, per un vertice dal titolo “Dialogo di alto livello sullo sviluppo globale”. Quest’anno, il commercio tra la Cina e gli altri Paesi del gruppo, fondato nel 2009, ha registrato un aumento del 12,1% rispetto al 2021. Il volume degli scambi commerciali è in crescita, si è detto nella riunione d’apertura, e basato su una cooperazione complementare in materia di sanità, medicina tradizionale, ambiente, scienza e tecnologia, innovazione, agricoltura, istruzione e formazione tecnica e professionale, micro, piccole e medie imprese.

Un campo destinato ad ampliarsi ulteriormente perché la Cina, a cui spetta ora la presidenza di turno, sta lavorando a una piattaforma che coinvolga le economie emergenti, e i principali paesi in via di sviluppo, in alternativa al blocco occidentale a guida Usa, e in nome di una cooperazione su scambi commerciali ed economia. Alcuni di questi paesi, come Kazakhistan, Arabia Saudita, Argentina, Iran, Egitto, Indonesia, Nigeria, Senegal, Emirati Arabi Uniti, Algeria e Tailandia, sono stati invitati ai lavori del vertice come potenziali nuovi soci, e hanno partecipato alla riunione Brics+.

L’acquisizione più importante sarà quella dell’Argentina, che cerca una sponda forte per uscire dal ricatto del Fondo Monetario Internazionale e aggirare le limitazioni nell’accesso al credito internazionale.

I Brics si trasformeranno allora in Bricsa. Buenos Aires potrà intanto entrare a far parte della Nuova banca di sviluppo (Ndb) dei Brics, che non richiede l’adesione al club dei cinque per erogare prestiti. Un’opzione a cui ricorrono già paesi come l’Uruguay, gli Emirati Arabi e il Bangladesh. La banca Ndb, ha sede a Pechino ed è stata fondata nel 2014.

Da allora, ha già approvato oltre 80 progetti per costruire infrastrutture nel mondo (in settori quali trasporti, acqua e servizi igienico-sanitari, energia pulita, digitale o sviluppo urbano), pari a 30 miliardi di dollari. Finanziamenti che Pechino non subordina a cambiamenti di tipo politico, com’è invece tipico degli organismi internazionali gestiti dagli Usa. In Argentina, le aspettative di inflazione, una delle più alte del continente, si sono ulteriormente allontanate dalle fasce 38-48% per il 2022 e 34-42% per il 2023 previste nell’accordo raggiunto con l’Fmi per rifinanziare debiti per oltre 40.000 milioni di dollari, che contemplava la possibilità di rivedere tale ipotesi a causa dei nuovi shock nell’economia mondiale. E anche la crescita per quest’anno resterà al di sotto del previsto di almeno 0,2 punti percentuali.

Già da due anni, l’Argentina è entrata a far parte dell’Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib), una banca di sviluppo creata nel 2015 su iniziativa della Cina. Uno degli obiettivi originali dell’Aiib è quello di sostenere la costruzione di infrastrutture nell’ambito della Belt and Road Initiative cinese, a cui anche l’Argentina ha aderito formalmente quest’anno quando il presidente Alberto Fernandez ha visitato Pechino. Fernández ha dichiarato che, per l’Argentina, i Brics rappresentano “un’eccellente alternativa di cooperazione di fronte a un ordine mondiale che sta funzionando per il beneficio di pochi”.

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“Apocalisse”: un quadro di Mario Sironi (del 1960)

VEDI ANCHE: https://www.labottegadelbarbieri.org/il-ciclo-di-vita-degli-imperi/

 

Redazione
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