Mamme NoPfas contro MITENI

a cura di Daniela Bezzi (ripreso da serenoregis.org). Con un link a “Quando le mamme si incazzano”, film-inchiesta di Andrea Tomasi

Dalle Mamme NoTap, che in Salento hanno cercato di difendere la loro magnifica Terra Madre da quel vero e proprio stupro che è il gasdotto della Trans Adriatic Pipiline dall’Azerbaijan, eccoci di nuovo al nord dello stivale, per la precisione in Veneto. Per raccontare l’impressionante nocività che da anni vede impegnate le Mamme NoPfas insieme al Comitato Genitori Attivi contro l’ex colosso chimico MITENI, responsabile dell’inquinamento della seconda falda acquifera più grande d’Europa: sversamenti di sostanze chimiche nell’arco di decenni, in una zona rossa di ca 150 km2 che impatta su una popolazione di ca 350.000 abitanti in decine di comuni, il peggior disastro ambientale in Italia e tra i più grandi del mondo.

Storia di straordinaria coesione nella peggior sventura che possa capitare: quella di scoprirsi aggrediti da un nemico insapore, incolore, inodore, insomma invisibile, di cui hai fatto uso da sempre con la normale acqua del rubinetto. E quindi che fare, arrendersi alla fatalità? Ma proprio per niente! Quando le mamme si incazzano, come recita il titolo del film-inchiesta che Andrea Tomasi ha realizzato su questa storia nel 2019, smuovono montagne.

 

Per cui eccole che studiano, si confrontano su quel che trovano on line, cercano di capire. E poi le lettere: ai giornali, alle Amministrazioni locali, ai Sottosegretari dei vari Ministeri di Sanità e Ambiente, lettere sempre molto personali, da mamme a manager e politici (quasi sempre uomini) che sono anche dei padri. E poi le delegazioni: persino a Bruxelles e Strasburgo, grazie all’appoggio dei deputati del GUE al Parlamento Europeo. E più volte a Roma, pronte a resistere in sit in anche per tre giorni filati – come nel giugno del 2019 per ottenere udienza al Ministero dell’Ambiente. E alla fine il Ministro di allora Sergio Costa le ascolta, e le cose cominciano a muoversi.

E dopo anni di manifestazioni, incartamenti, approfondimenti, dopo consulenze legali sempre più specialistiche e autorevoli, dopo le prime udienze preliminari al Tribunale di Vicenza oltretutto complicate dalla pandemia, queste formidabili Mamme NoPfas possono essere fiere di aver inaugurato il loro percorso di giustizia, perché il 1° luglio è finalmente cominciato il vero e proprio Processo. Ed essere riuscite a mobilitare ben 318 cittadini, insieme a Medicina Democratica, WWF, Lega Ambiente, Italia Nostra, oltre alle USL di Vicenza, Padova e Verona, i vertici della Regione Veneto, delle varie Province e Comuni, lo stesso Ministero dell’Ambiente, che si sono costituiti parte civile nella prima Class Action degna di questo nome in Italia, è un indubbio successo.

Sul banco degli imputati quindici manager che nell’arco degli anni si sono avvicendati ai vertici della MITENI di Trissino, colosso della chimica nata verso la metà degli anni ’60 come polo di ricerca per le industrie tessili dei Conti Marzotto (quando si chiamava RiMar), poi acquisita da ENIChem nel 1988 in joint venture con la giapponese MITsubishi (da cui appunto MITENI) che nel 1999 ne divenne al 100% proprietaria per poi cederla (2009) all’olandese ICIG Group, colosso tedesco con base in Lussemburgo, tanto per avere un’idea delle forze in campo.

“Me li ricordo come fossero adesso quei giorni di marzo 2017” rievoca Michela Piccoli, tra le più attive portavoce delle Mamme NoPfas “quando insieme ad altre mamme mi trovai in mano le analisi del sangue che i nostri figli avevano appena fatto, sollecitati della Regione Veneto. Nessuna ci capiva granché, io forse un po’ più delle altre perché faccio l’infermiera. Ma i valori parlavano chiaro: il sangue che scorreva nelle vene dei nostri figli, oltre che di tutti noi, era gravemente contaminato da questa sostanza dalla sigla lì per lì incomprensibile, PFAS, che non ci mettemmo molto a capire in tutta la sua nocività. Ci incontrammo in un bar qui a Lonigo, dove vivo, e così nacque il Comitato”.

Poly Fluoro Alkyl Substances, Pfas identifica insieme ai Pfos (perfluoroottansolfonico), ai Pfoa (Acido perfluorottanoico) e a una quantità di acronimi non meno astrusi (per chi di chimica non sa granchè) una famiglia di ben 4.730 sostanze chimiche, che dagli anni ’40 in poi hanno trovato applicazione in un’infinità di prodotti, dai tessuti impermeabili, al packaging per gli alimentari, alla cosmetica, vernici, tappeti e rivestimenti antimacchia, schiume ignifughe, spray di vario genere, le famose pentole antiaderenti (il micidiale Teflon, brevetto targato DuPont), cere e brillantanti vari, stoviglieria usa-e-getta, per esempio per il take away, l’elenco sarebbe lunghissimo. Il mensile Salvagente ha dedicato a questo habitat di nocività l’intero numero di giugno, insieme alla guida Inquinanti per sempre e la conclusione che se ne trae è che ci siamo tutti dentro. Probabile che la nostra acqua del sindaco non sia irrimediabilmente inquinata come nella zona rossa del Veneto, ma gran parte di ciò che usiamo e riteniamo di smaltire correttamente in discarica è sicuramente trattato di quelle medesime sostanze.

 

 

Il loro impatto sull’ambiente è inimmaginabile, non solo per la particolare resistenza di queste sostanze a qualsiasi smaltimento nell’ambiente, oltre che per l’organismo umano, ma perché la ricerca circa gli effetti a livello epidemiologico è quasi appena cominciata.

“All’inizio eravamo solo in quattro: oltre a me la Giovanna Dal Lago che ha cinque figli e in tutti loro è stata trovata una percentuale di Pfas da 10 a 40 volte superiore ai valori considerati normali; e poi la Chiara Panarotto, tre figli nella stessa situazione, e la Elena Canola anche lei di Lonigo dove vivo io, che di figli ne ho due” rievoca Michela.

“La Regione aveva promosso questo monitoraggio tra centinaia di ragazzi in età adolecente, i giornali scrivevano che già dal 2013, anno in cui l’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) aveva aderito al progetto Perforce su iniziativa della EU, la falda acquifera che alimentava i nostri acquedotti era pesantemente inquinata – ma nessuno ci aveva avvisato! Annunciava uno screening epidemiologico ben più ampio, su 185mila residenti di età compresa tra i 14 e i 65 anni. Per tutti, i livelli di nanogrammi per millilitro di sangue erano altissimi, ben oltre la soglia massima che sarebbe di 8 ngr, le analisi di alcuni lavoratori della MITENI segnalavano addirittura 90.000 ngr! E non capivamo come potesse essere successo. Per esempio, nella nostra famiglia avevamo sempre bevuto acqua in bottiglia, per cui immagina le congetture: sarà l’acqua con cui riempiono la piscina, sarà quando ci laviamo… sarà il cibo a essere inquinato, sarà la polvere, sarà l’aria.

L’Arpav del Veneto insisteva sulla falda inquinata, per cui niente più orto, guai attingere acqua dai pozzi, chi aveva qualche gallina le dava da bere solo acqua minerale per non rischiare di assumere con le uova un concentrato di veleno. E niente più chilometro zero, solo verdure e frutta provenienti da fuori. I giornali locali riferivano circa le patologie riscontrate nei dipendenti MITENI, e c’era di tutto: diabete, disturbi alla tiroide, aumento del colesterolo, mammelle anomale, tumori ai testicoli, ma come dovessimo difenderci… nebbia fitta. Capimmo che se volevamo trovare una risposta alla rabbia che ci montava dentro, dovevamo fare da sole e impegnarci full time nei più diversi ruoli.“

Giovanni Cecchi, laureato al Dipartimento di Antropologia dell’Università di Bologna, ha analizzato con notevole sensibilità le dinamiche che fin dall’inizio hanno nutrito di valori propositivi questo movimento, con una Tesi dal titolo La salute al contrario. Non solo rabbia, insomma, per queste Mamme NoPfas alle prese con il disastro ambientale nel contesto veneto (questo il sottotitolo), ma serissimo lavoro di squadra declinato in tutti i possibili modi, e con grande spirito di sorellanza, unite da un’ingiustizia troppo grande per essere ignorata, armate di quel fondamentalismo che non ammette deroghe perché fa capo alla vita, alla legittima rivendicazione di tutele, a un’aspettativa di futuro che dovrebbe darsi per scontata e invece dev’essere continuamente difesa, come se non bastasse la Costituzione. Da quattro che erano si trovarono presto in decine e poi centinaia, determinate a sensibilizzare il maggior numero di persone circa la nocività di quel nemico invisibile che per anni avevano tutti assorbito con l’acqua.

Molto efficaci furono le magliette che dall’estate di quello stesso anno, le rese testimonial ovunque andassero: magliette bianche con sopra stampati a caratteri cubitali i nomi dei figli, accanto ai valori di veleno per millilitro di sangue. “Le indossavamo ovunque, a far la spesa, in piazza a bere il caffè, girando in bicicletta. A luglio andammo a parlare con i carabinieri del NOE (Nucleo Operativo Ecologico) il cui rapporto parlava chiaro: di quello scempio la MITENI sapeva già dal 2008, alla vigilia della cessione alla tedesca ICIG – ovvero cinque anni prima che lo studio del CNR lanciasse l’allarme!”.

 

Ottobre 2017: non meno di 10.000 persone sfilano per la prima manifestazione delle Mamme NoPfas nel cuore di Lonigo, ed è una fiumana, con le mamme, i papà, gli scout, l’arcobaleno del miglior attivismo ambientale, gli striscioni che riportano ancor più grandi i valori di Pfas riscontrati nel sangue di molti ragazzini. Sulle note di Acqua azzurra, acqua chiara di Lucio Battisti il corteo si conclude nel centro di potabilizzazione Acque Veronesi, con il Vescovo di Vicenza, Beniamino Pizziol, che affiancato da un gruppo di indiani Sikh e altri stranieri (in omaggio alla multiculturalità del territorio) recita alcuni versi del cantico della creature di San Francesco: “la richiesta di acqua pulita è richiesta di vita”.

 

“Momento bellissimo, tra i più belli nel nostro album dei ricordi” sottolinea Michela. “Che ci fece capire quanto fosse importante portare la questione ai più alti livelli, senz’altro all’attenzione di Luca Zaia ai vertici della Regione e poi al Ministero dell’Ambiente, impresa non da poco.”

Il 2018 si inaugura con un lettera di papa Francesco, nientemeno: “Vi benedico, andate avanti”. Tramite il segretario Pietro Parolin le incoraggia a “proseguire con pazienza e perseveranza nel cercare le vie buone per la soluzione del problema” e si raccomanda al Vescovo di tenerlo informato.

Nel febbraio del 2018 si sbloccano 80 milioni di euro per la costruzione di un nuovo acquedotto e il TG locale riporta la notizia come “l’indubbia vittoria strappata a Roma dalla Regione Veneto insieme a tre mamme, Michela, Ivana e Nike, che al tavolo tecnico politico del Ministero hanno ottenuto la dichiarazione dello stato di emergenza, preliminare alla nomina di una figura chiave come quella del commissario.”

 

Risultato attribuibile anche alla passione ambientalista dei legali che da tempo sono al lavoro su questa vicenda, in particolare Edoardo Bortolotto, che oltre ad essere il difensore (come avvocato del lavoro affiliato a Medicina Democratica) di 41 ex lavoratori della MITENI, rappresenta le tante associazioni fin dall’inizio coinvolte. Studiando la casistica di nocività ambientale legata al Pfas in giro per il mondo, Bortolotto è venuto a contatto con una vicenda del tutto simile a quella di Trissino però in USA, West Virginia. Protagonista l’avvocato Robert Bilott, che nel 2001 aveva denunciato la possente DuPont per sversamenti chimici nel fiume Ohio – esattamente come la MITENI aveva fatto sul Poscolo, il corso d’acqua più vicino allo stabilimento. Causa lunga e difficile che nel 2016 decollò grazie a un articolone sul New York Times Magazine che diventò poi libro-inchiesta e nel 2019 persino film, uscito in Italia col titolo Cattive Acque alla vigilia della pandemia per cui visto pochissimo – ma gran successo in USA.

 

 

Su invito del collega Bortolotto l’avvocato Bilott vola in Veneto per un sopralluogo – e come vede quel fiumiciattolo non si risparmia: “La DuPont ha fatto quel che ha fatto per anni in un fiume come l’Ohio, con uno scorrimento ben più vivace… non oso immaginare la quantità di veleni che si sono sedimentati nelle falde acquifere da questo stagnante canale!” ed ecco spiegata l’enormità e gravità del disastro, e dell’impatto su una popolazione quattro volte più numerosa di quella che la DuPont dovette indennizzare dopo una Class Action di 3.500 querelanti.
“Quando ha visto le analisi del sangue dei nostri figli è rimasto allibito: non aveva mai visto valori così alti” sottolinea Michela. “E non meno allibito dinnanzi all’immobilismo delle nostre autorità, come se la nocività dei Pfas non fosse ampiamente documentata a livello mondiale, come se potessero esserci dei dubbi sulle responsabilità della MITENI!”

I mesi seguenti sono un crescendo di attivismo, a cominciare dalla delegazione di giugno al Parlamento Europeo, ospiti del GUE e poi ancora in settembre a Bruxelles.

 

Nel mezzo c’è il ricordo di un eroico presidio, 5 giorni e 5 notti filate (fine agosto 2018) davanti alla Procura di Vicenza: “Hanno avvelenato i nostri figli, ora vogliamo giustizia” dicono i loro striscioni. E finalmente arriva una presa di posizione del Ministero dell’Ambiente che definisce la Pfas questione prioritaria. “Sono venuto a incontrarvi, per la seconda volta in pochi mesi, non solo per testimoniare la vicinanza e la sensibilità del governo al vostro dramma ma per portarvi azioni concrete”: così comincia il messaggio dello stesso Ministro di allora Sergio Costa che inaugura il tavolo istituzionale per il rinnovo delle condotte, riprogettare l’intero sistema acquifero, interventi che richiederanno ingenti finanziamenti da Roma.

19 giugno 2019, ennesima trasferta a Roma con un programma intensissimo: ore 10 presentazione del film-inchiesta di Andrea Tomasi Quando le mamme si incazzano, presso la sede de Il Salvagente; ore 11 Udienza da Papa Francesco, con la mamma Annamaria Panarotto che gli consegna una lettera a nome di tutte (emozione grande!); ore 16 ennesimo incontro con Sergio Costa al Ministero dell’Ambiente. “Una trasferta quella memorabile, in 150 in autobus dal Veneto fino al Vaticano per la soddisfazione di sentirsi dire almeno dal Papa della Laudato Si’: ‘coraggio, siete nel giusto, non mollate…’”.

Ma in ottobre eccole di nuovo a Venezia, per denunciare i ritardi nelle operazioni di bonifica, ed è una vera e propria ‘invasione’ con la partecipazione da tutt’Italia della neo-nata rete di Mamme da Nord a Sud: ben 34 comitati che sull’esempio della Mamme NoPfas si sono attivati nei mesi precedenti. L’assessore all’Ambiente Gianpaolo Bottacin non gradisce: “Basta con questo clima d’odio, la bonifica dell’area MITENI non è di nostra competenza, attendiamo che il governo nomini il Commissario straordinario”, il solito rimpallo di responsabilità. Ma a suffragare l’ipotesi di reato per disastro ambientale, c’è la relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite nel ciclo dei rifiuti del febbraio 2018. “La MITENI non ha informato gli enti che era a conoscenza che la sorgente dell’inquinamento non era stata rimossa fin dal 1990, continuando a contaminare il terreno e la falda” si legge a pagina 50. E poco dopo si rileva che già nel 2008 Mitsubishi aveva stimato tra i 5,5 e i 6,5 milioni di euro per lo smantellamento e la bonifica del sito, oltre ai 18 milioni per la bonifica – per poi andarsene, perché nel febbraio 2009 la multinazionale ICIG acquisiva l’impianto per la cifra simbolica di un euro.

I dati sulle condizioni di salute della popolazione presentati dalle Mamme alla Commissione ecomafie nello stesso periodo sono comunque allarmanti e tra i più autorevoli alleati delle Mamme NoPfas c’è Vincenzo Cordiani, onco-ematologo presso l’Ospedale di Valdagno la cui testimonianza (e copiosa documentazione) alla prima udienza preliminare del 25 novembre 2019 viene ripresa dal TG1 e dice una cosa sola: la situazione è grave, basta temporeggiare.

Di lì a poco arriveranno dalla Cina le avvisaglie di quella epidamia da Coronavirus che nell’arco di qualche settimana scoppierà in primis proprio nel nord Italia, per dilagare nella pandemia che ci vede tuttora in affanno. E nonostante l’apparenza del ‘tutto sotto controllo’ orchestrata da Zaia ai vertici della Regione Veneto, quell’accumulo di nocività derivante dai Pfas ha inciso parecchio sugli indici di mortalità, come documenta uno studio dell’epidemiologo Annibale Biggeri: il 60% in più che nel resto del Veneto durante la prima ondata e il 40% in più durante la seconda.

Giusto in tempo per la seconda Covid-ondata le Mamme riescono a strappare un ultimo incontro a Roma con il Ministro Costa – che però scompare di lì a poco dal loro orizzonte con la fine del Governo Conte, l’incoronazione del Governo Draghi e il Ministero della Transizione Ecologica al posto di quello dell’Ambiente. Per cui puntuale letterina in data 3 marzo 2021 al neo insediato Ministro Cingolani: «Gentile ministro Roberto Cingolani, siamo le Mamme No Pfas del Veneto e scriviamo per darle il benvenuto, desiderose di vedere messe in pratica le tanto attese promesse fatte dal suo predecessore», guai darsi per vinte!

In aprile l’ultima udienza preliminare, prima del ‘vero’ processo iniziato il 1° luglio. Che andrà come andrà, perché siamo in Italia e non in West Virginia – e per giunta nell’Italia del PNRR scritto dalla McKinsey come piace a Draghi, ovvero più orientato alle superiori ragioni del PIL (con tutte le deroghe del caso), che al benessere dei cittadini, nonostante il tributo di vite umane pagate con la pandemia. Il primo a non farsi illusioni è Matteo Ceruti, avvocato di parte civile che il 1° luglio ha potuto solo esporre i capi d’accusa, perché nessuno dei 15 accusati era presente. “E però una Class action di oltre 318 querelanti non è poco, considerando anche l’impegno per le famiglie, perché ogni iscrizione non costa meno di € 300”, mi fa notare Michela Piccoli. “Non sai quante ce ne inventiamo per raccogliere fondi, l’ultima iniziativa è stata vendere delle piantine che ci erano state regalate da un vivaio.”

Prossimo appuntamento con la giustizia: 16 settembre. Ma sulla questione che alle Mamme sta più a cuore, ovvero sulla richiesta di fissare precisi limiti agli scarichi, vincolanti a livello nazionale, è stallo totale.

E purtroppo l’emergenza Pfas non è finita con la chiusura di MITENI, è solo migrata in quel di Alessandria, Spinetta Marengo, dove il gruppo belga Solvay ha addirittura incrementato la produzione di queste sostanze ultra-nocive. Da notare: in USA la Solvay ha avuto il veto di produzione di Pfas, che nell’Italia della Transizione Ecologica sono permessi!

Diversamente dal Veneto però, la sensibilizzazione al problema in Piemonte stenta a decollare: un assorbimento occupazionale di 600 addetti non è cosa da poco. E insomma siamo al solito ricatto: il lavoro contro la salute, contraddizione irrisolvibile se non ricorrendo a un radicale cambio di passo. È quel che provano a dire i tanti Comitati Attivi (non solo di Mamme) che stanno crescendo da Nord a Sud della penisola – e di loro ci occuperemo nelle prossime puntate.

Chiudo queste note con la notizia dell’audizione della Procura di Vicenza davanti alla Commissione Ecomafie in data 8 luglio, circa le ‘responsabilità per condotte commissive o omissive in fatto di prevenzioni infortunio sul lavoro nei confronti dei lavoratori di MITENI’.

E con l’annuncio di una docu-inchiesta di Luisa Di Simone che andrà in onda su Rai3 il 16 luglio alle 23 dal titolo appunto Il Veleno nell’Acqua. E infine con l’invito a partecipare al progetto-ricerca del fotografo Marco Carmignani di cui alleghiamo locandina e che non vediamo l’ora di veder pubblicato, o perché no emulato, perché è di queste ‘storie di cambiamento’ che abbiamo un gran bisogno.

https://serenoregis.org/2021/07/12/le-mamme-nopfas-contro-la-miteni-in-veneto/

La Bottega del Barbieri

6 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *