Le molte trame del fascista Erdogan e …

 …  e i silenzi dell’Occidente mentre i curdi restano sotto assedio. Con un reportage da Shengal. 

articoli ripresi da Osservatorio Balcani, da serenoregis.org, dal quotidiano “il manifesto” e dall’agenzia Anbamed. Con una video-analisi di Alberto Negri

 

 VIDEO | Negri: “Perché Erdogan fa comodo all’Occidente” | di VALERIO NICOLOSI
Alberto Negri, giornalista esperto di Medio Oriente, spiega a MicroMega l’ambiguo ruolo della Turchia di Erdogan nello scacchiere internazionale.

Da “OSSERVATORIO BALCANI E CAUCASO”

Kanal Istanbul, il nuovo Bosforo sognato da Erdoğan
Filippo Cicciù
Il presidente turco Erdoğan sembra pronto a far partire il progetto “folle” di Kanal Istanbul – il canale artificiale che dovrebbe “raddoppiare” il Bosforo – nonostante le preoccupazioni sul possibile impatto ambientale e geopolitico dell’opera. Il punto del nostro corrispondente

Obiettori di coscienza in Turchia

di Nicolò Spinola

Manifestazione contro il militarismo per l’obiezione di coscienza | Fonte: lafisyanda.org

La rete di associazioni impegnate nella difesa del diritto all’obiezione di coscienza e in particolare legate al Movimento Nonviolento e alla War Resisters’ International, ha deciso di organizzare un seminario incentrato sullo stato giuridico di questo diritto e sulla situazione degli obiettori di coscienza in Turchia e in alcuni paesi europei e non.

La Turchia è uno degli Stati che si oppongono maggiormente all’obiezione di coscienza. Il giudizio del 2006 sul caso Ülke contro Turchia della Corte Europea dei Diritti Umani evidenzia la vera e propria “morte civile” di quanti scelgono di non accettare l’imposizione del servizio militare obbligatorio.

ln genere nelle costituzioni il diritto all’obiezione di coscienza è garantito dagli articoli sulla libertà di pensiero, coscienza e religione. Sono protetti da due trattati che hanno avuto un profondo impatto sull’evoluzione del diritto internazionale: la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Tra i Paesi che hanno ratificato entrambe le dichiarazioni è presente anche la Turchia. I numerosi casi di persone perseguitate a livello giudiziario per la loro scelta permette però di capire come il governo di Erdo?an non riconosca questo diritto per i suoi cittadini.

Secondo la dottrina internazionale, l’obiezione di coscienza deve essere possibile per tutti i cittadini di uno stato, senza discriminazioni rispetto al periodo di servizio militare. Infatti, la durata del servizio civile deve essere simile a quello militare. Questo non succede in Turchia, dove la coscrizione è obbligatoria e non si riconosce una forma civile alternativa. Compiuti 20 anni, un cittadino turco è costretto a 6 mesi di servizio nell’esercito. È possibile diminuire a 30 giorni pagando una sanzione. L’importo viene aggiornato ogni sei mesi e attualmente equivale a 37 mila lire turche (circa 3.600 €).

La decisione di iscriversi a un corso universitario non comporta l’esenzione dal servizio militare. Viene semplicemente rimandato alla fine del percorso di studi o fino al compimento dei 28 anni, età oltre la quale non è più possibile rinviarlo.

Associazioni legate al mondo della nonviolenza e dell’obiezione di coscienza hanno organizzato un incontro con attivisti e cittadini turchi che hanno scelto di non partecipare al servizio militare obbligatorio, presentando l’attuale situazione turca e la loro esperienza. 50 giorni dopo il ricevimento della lettera di convocazione, i giovani che non si presentano in caserma diventano disertori. Questa condizione cambia completamente le loro vite. A ogni controllo di polizia sarà segnalata alle autorità la propria situazione giudiziaria, con l’obbligo di presentarsi entro 15 giorni al centro di reclutamento indicato nella lettera ricevuta. La scelta di non presentarsi dà inizio a un processo che si conclude con l’obbligo di pagare delle sanzioni amministrative, non precludendo inoltre la possibilità di ricevere nuove sanzioni.

Nel corso degli anni le multe aumentano considerevolmente. L’impossibilità di pagare ogni singola sanzione ha come risultato la chiusura dei conti correnti intestati agli obiettori di coscienza. Nel tempo, le continue sanzioni portano a un procedimento penale. Le condanne vanno dai 2 mesi ai tre anni, secondo le informazioni condivise dall’European Bureau for Conscientious Objection (EBCO).


Obiettori di coscienza in Turchia
Manifestazione contro il militarismo per l’obiezione di coscienza | Fonte: lafisyanda.org

Un attivista ha rivelato di aver ricevuto 50 multe dal 2016 al 2021. Questa situazione lo ha portato a cercare di evitare ogni interazione con la polizia, molto presente nella società turca. Diventa quasi impossibile viaggiare usando i mezzi pubblici, in quanto le forze dell’ordine sono spesso presenti per controlli. La chiusura dei conti correnti vieta agli obiettori di poter uscire fuori dai territori nazionali. Infatti la decisione di concedere un visto è legata alla situazione economica del richiedente.

Nel suo intervento uno degli obiettori spiega che pagare le multe e gli avvocati per i processi a cui si è sottoposti diventa quasi impossibile. Si nega loro la possibilità di lavorare legalmente. Il datore di lavoro riceve infatti una multa se assume persone che non hanno prestato il servizio militare.

Si sospende anche il diritto di voto, fornendo così un pericoloso precedente per la condizione di alcuni cittadini turchi.  Un attivista per l’obiezione di coscienza ha raccontato la sua esperienza. Alla nascita del figlio non ha potuto inserire il proprio nome nel certificato di paternità.

La costituzione turca e in particolare gli articoli 10 e 90 affermano l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, oltre a recepire nella giurisprudenza i maggiori trattati di diritto internazionale. Nonostante questo l’EBCO denuncia le misure punitive a carico degli obiettori di coscienza. Sono discriminati a causa di un diritto che è sancito e protetto da diversi trattati internazionali.

Nel corso degli anni sono state numerose le richieste delle associazioni per istituire un servizio civile volontario alternativo. Ma fino a questo momento la politica nazionale non è stata ricettiva nei confronti delle loro istanze. Nonostante questo, gli attivisti chiedono un aumento della pressione internazionale per portare Ankara ad ammettere questo diritto, promuovendo un’azione da parte del Consiglio d’Europa, in cui la Turchia è l’unico paese membro a non riconoscere il diritto all’obiezione di coscienza.

In particolare, la decisione di diminuire il periodo di servizio militare a seguito del pagamento di un contributo non sembra nascere dall’esigenza di riformare la leva obbligatoria nel paese, ma solo da questioni di bilancio. Il contributo di 37 mila lire turche non è alla portata di una popolazione con un salario medio di 2300 lire al mese, all’incirca 220€ e con un livello di disoccupazione che nel 2019 era pari al 13,67% della popolazione, portando così a un aumento delle disparità tra individui con una condizione economica e sociale disuguale.

 da serenoregis.org

Le macerie nel centro storico Shengal City – foto di Chiara Cruciati

L’autonoma Shengal nata tra le montagne

Reportage di Chiara Cruciati. Sul monte Sinjiar le famiglie ezide sono arrivate a piedi per lasciarsi alle spalle la ferocia dello Stato islamico, ancora visibile tra le rovine, e costruire un modello di società condivisa, ecologica e matriarcale. Alla ricerca di un riconoscimento ufficiale (*)

La casa di un solo piano ha forme arrotondate e color crema. Fuori il giardino è ricoperto di sterpaglie. Due finestre sono murate. Appena si entra, appare la porta di una cella. Nella prima stanza l’attenzione è attirata da un buco sul muro. «L’HA APERTO L’ISIS, durante i combattimenti, per scappare senza farsi vedere dalle forze curde», ci dicono. All’interno ci sono sei stanze, per terra bottiglie d’acqua vuote, scarpe da donne impolverate, brandelli di vestiti, cucchiaini di plastica.

Sulla parete di una camera senza finestre è stata disegnata una freccia rossa: «Così i miliziani islamisti indicavano la direzione della Mecca». Questa casa, nel villaggio di Tilezer nella piana di Ninive, era una prigione per le donne ezide schiavizzate dall’Isis durante l’occupazione della regione di Shengal (Sinjar in arabo). «È rimasta nelle mani dell’Isis fino al 29 maggio 2017 – ci racconta Faris Harbo, responsabile della diplomazia dell’amministrazione dell’autonomia di Shengal – Quando le forze di autodifesa ezida Ybs e le milizie sciite sono arrivate, gli islamisti sono scappati senza combattere. Sono entrato in quella casa. C’erano i segni di quello che era successo lì dentro. Ma nessuna donna. Non ce n’era più nessuna».

La prigione delle donne nel villaggio Tiseker foto Chiara Cruciati


IN QUELLE SEI STANZE
erano state rese schiave dopo il massacro del 3 agosto 2014, almeno 10mila uccisi. Quel giorno in poche ore gli islamisti hanno occupato questa regione nel nord-ovest dell’Iraq, togliendola al molle controllo di peshmerga ed esercito iracheno.

I soldati di Erbil e di Baghdad si sono ritirati senza combattere mentre lo Stato islamico proseguiva nella sua avanzata irachena, appena due mesi dopo la presa (in 48 ore) di Mosul, trasformata in poche settimane nella seconda capitale del «califfato» insieme alla siriana Raqqa. I 500mila ezidi di Shengal hanno tentato di difendersi, con le poche armi e munizioni a disposizione: «Le armi migliori, quelle arrivate dalla Germania, sono state convogliate su Erbil. A noi hanno lasciato i fucili degli anni Settanta», dice un ezida ex membro del settimo battaglione dei peshmerga. Shengal è caduta in sette, otto ore. Come il villaggio di Girzerik: gli islamisti hanno ucciso gli uomini, rapito le donne, seppellito 74 persone in una fossa comune di fronte a una bella casa di due piani. Sopra le montagnole di terra hanno preso il sopravvento ciuffi di cardi. Nessuno ha mai riesumato quei corpi: la zona è piena di mine, eredità dell’Isis in fuga, e le richieste di intervento alle autorità di Baghdad sono ancora senza risposta.

INTORNO C’È UN VILLAGGIO fantasma. L’intera popolazione è scomparsa, uccisa o fuggita. Per anni Girzerik è stato interamente in mano allo Stato islamico , fino alla liberazione di Shengal City nel novembre 2015 e del resto delle comunità nei mesi successivi. Negozi sventrati, erbacce che si sono fatte strada nel cemento, sui muri i segni della battaglia tra islamisti e le unità di autodifesa del Rojava, Ypg e Ypj.

E POI IMMONDIZIA dentro le case, sedie rotte, un frigorifero spento, saracinesche divelte. Il panorama è spiazzante, strade di cemento assolate senza anima viva. Un orizzonte diverso ma uguale a quello della città vecchia di Shengal City. Lì sono le macerie a narrare la guerra, gli scontri strada per strada tra islamisti e curdi e i bombardamenti americani, lanciati da Obama proprio nell’agosto 2014, quando il mondo scoprì la popolazione ezidi con la sua fuga sul monte Sinjar, senza cibo, acqua né ripari.

LE CASE SONO SVUOTATE, accartocciate su se stesse, pezzi di ferro liberati dal cemento puntano in ogni direzione. Nessuna ricostruzione in vista, mancano i soldi sì ma i piani sono comunque altri, spiega il co-presidente dell’Assemblea del popolo di Shengal, Haso Hibraim: «Non vogliamo ricostruire, vogliamo che quelle macerie restino dove sono a riprova del massacro subito dal nostro popolo».

Lassù, sul monte Sinjar, con temperature di 45 gradi, con in braccio solo i figli, le famiglie ezide sono arrivate a piedi per lasciarsi alle spalle la ferocia dello Stato islamico. Sono saliti in montagna, per giorni senza cibo né riparo, finché le Ypg e le Ypj arrivate dalla vicina Rojava, insieme a combattenti del Pkk, sono riuscite ad aprire un corridoio umanitario verso la Siria del Nord e il Kurdistan iracheno.

DI QUEGLI SFOLLATI, la metà non sono ancora tornati: 250mila si dividono tra i campi profughi, troppo spaventati per tornare o senza una porta di casa da riaprire, e tra la diaspora in Germania. Moltissime donne non sono ancora state trovate, almeno 1.117 delle 5mila rapite nell’agosto 2014 e rese schiave, vendute al mercato di Mosul, passate di mano in mano, stuprate innumerevoli volte.

Sul monte però è successo anche altro. La comunità ezidi si è ricomposta e ha iniziato a lavorare sul proprio futuro. L’influenza della teorizzazione del leader del Pkk Abdullah Ocalan e del confederalismo democratico del Rojava, penetrati e assorbiti insieme alla controffensiva contro l’Isis, è diventata un modello possibile.

È così nata l’autonomia di Shengal, regione storicamente contesa dai pesi massimi e anche da quelli minimi regionali, dalla Turchia e i suoi sogni di gloria pan-turchi (non a caso qui i caccia di Ankara hanno sganciato bombe dopo la cacciata dell’Isis) al governo centrale di Baghdad fino a quello regionale del Kurdistan iracheno.

LA BATTAGLIA CONTRO SHENGAL si è data nuovi mezzi lo scorso 9 ottobre con un accordo bilaterale (con la supervisione turca) tra Erbil e Baghdad e che ha escluso l’autonomia ezida: alla base sta il disarmo delle forze di autodifesa maschili e femminili, le Ybs e le Yjs, ma anche la nomina di un nuovo sindaco (quello «ufficiale» è in esilio a Duhok) e vaghi piani di ricostruzione. Tutto in mano a Iraq e Kurdistan iracheno. «Sulla nostra testa pesa il mancato riconoscimento del governo autonomo – spiega Leyla Kasim, la co-presidente dell’amministrazione – Gli altri governi vogliono tornare qui come se nel frattempo non ci fosse stato alcun massacro e come se non fossero fuggiti invece di difenderci. Non ci hanno coinvolto nel loro accordo. La nostra richiesta è chiara: vogliamo uno status ufficiale per Shengal».

Nella sala al secondo piano dell’amministrazione, a poca distanza dalle macerie della città vecchia, la co-presidente ci accoglie insieme ai responsabili, uomini e donne, di alcuni dei comitati creati per la gestione dei vari aspetti della vita politica e sociale ezida: i comitati ai giovani, alla cultura, alla salute, alla scuola. «Alla base della nostra autogestione c’è l’Assemblea del popolo creata subito dopo il massacro. L’amministrazione è stata invece creata nel 2017. L’obiettivo è prendersi cura della nostra società, difenderla da altri potenziali massacri e ascoltare le sue richieste».

Il sistema è molto simile a quello del vicino Rojava. «L’amministrazione si riunisce ogni mese per affrontare i temi e le priorità individuate dall’Assemblea del popolo», continua Kasim. «Sulle montagne abbiamo seminato quello che vedete oggi – aggiunge Masad, responsabile del comitato alla cultura – Abbiamo creato i primi gruppi di formazione e le forze di autodifesa. Oggi dobbiamo tutelare quel sistema». Che in qualche modo, ci spiegano nella grande sala circolare bianca e viola dove si riunisce l’Assemblea, riprende caratteristiche ataviche della comunità ezida: la condivisione e la cooperazione, la messa in comune dei mezzi, soprattutto in agricoltura, l’ecologia, i riflessi di un antico «matriarcato».

SI OPERA COME UNA PIRAMIDE. Alla base stanno le assemblee (tutte con due co-presidenti, una donna e un uomo) dei quartieri e quelle dei villaggi che nominano rappresentanti all’Assemblea del popolo. Sono 73 membri, uno per ogni massacro subito nella storia dagli ezidi. Così nascono le leggi interne, si ascoltano le esigenze e si cerca una soluzione.

Intanto sul monte Sinjar, il rifugio di ieri e l’amico di oggi, tra i terrazzamenti agricoli e le tende che ancora ospitano migliaia di sfollati, riposano i corpi dei martiri. Nel cimitero, ben curato, file di tombe bianche danno un nome a chi è morto per liberare Shengal ma anche le città irachene e della vicina Rojava. Ci sono le date di nascita e di morte, il luogo in cui sono caduti. Alcune lapidi sono avvolte in una kefiah. Un piccolo gruppo di anziani, membri dell’associazione dei familiari dei martiri, sintetizza il dolore: «Non vogliamo che tutto quello che è nato dal sangue e il sacrificio, l’autonomia, l’Assemblea del popolo, l’autodifesa, svanisca», dice la madre di un giovane ucciso a Serekaniye. Un bambino si abbraccia al nonno. Lui ha perso il suo papà.

(*)pubblicto sul quotidiano “il manifesto” del 1 giugno

ALCUNE NOTIZIE RIPRESE dall’agenzia AMBAMED (e quasi invisibili per il giornalismo italiano)

Siria

Un rapporto sulla situazione ad Afrin accusa le truppe di Ankara di operare nella zona una sostituzione etnica strisciante. Nella cittadina curda e nei suoi dintorni, prima dell’occupazione militare, abitavano 700 mila persone, 300 mila dei quali sono fuggiti di fronte all’avanzata dei soldati turchi e delle milizie affiliate. In questi due anni di occupazione, altra popolazione è stata costretta a sfollare verso altre zone curde oppure sotto il controllo di Damasco. I metodi usati per costringere la gente ad abbandonare le proprie case vanno dalle intimidazioni alle imposizioni di tasse e pizzo per le milizie. Non sono mancate le aggressioni e gli stupri, la distruzione dei raccolti e il taglio degli alberi di ulivi e da frutta. Nella zona sono rimasti soltanto 250 mila abitanti, in maggioranza anziani. L’esercito di Ankara ha fatto affluire 275 mila profughi siriani di ritorno dalla Turchia oppure di sfollati nelle province limitrofe, per creare un cambio demografico che renderà i curdi minoranza nelle loro terre. (11 maggio)

Turchia-Arabia Saudita

Il ministro degli esteri turco ha annunciato una sua visita a Riad la prossima settimana. Qualche giorno fa Erdogan ha telefonato a re Salman, esprimendo elogi al ruolo del regno per la concordia del mondo musulmano. Ipocrisia palese al servizio della nuova linea di Ankara per uscire dall’isolamento internazionale. Una delle richieste di Riad per il ritorno alle normali relazioni è l’insabbiamento del processo per l’assassinio del giornalista saudita Khashoggi, ucciso da uno squadrone della morte mandato da Riad a Istanbul. (8 maggio)

Turchia

L’opposizione turca è insorta all’annuncio governativo che la bozza della nuova Costituzione è pronta per essere approvata dal Parlamento e da un referendum popolare. La riforma costituzionale dovrebbe essere approvata entro 2023, centenario della fondazione dello Stato turco. Già nel 2017, Erdogan aveva imposto a suon di referendum una modifica costituzionale iperpresidenzialista, rafforzando a dismisura i suoi poteri. Nel mirino della coalizione governativa, formata da islamisti e destra nazionalista, vi sono la laicità dello stato e una modifica ulteriormente peggiorativa della giustizia. (8 maggio)

Turchia

Il presidente Erdogan ha denunciato alla procura, per diffamazione, Hanan Kaftangi Oghlu, presidente del Partito Popolare Repubblicano ad Istanbul, principale partito di opposizione. Erdogan lamenta che Kaftangi lo ha definito “Colui che occupa la carica di presidente”, considerata frase offensiva per la carica istituzionale. Non è tardata la contro denuncia di Kaftangi per gli attacchi pesanti di Erdogan nei suoi confronti, da quando è stata eletta presidente del PPR ad Istanbul. (29 maggio)

Turchia: donne e giornaliste, la repressione raddoppia (*)

Un recente rapporto di Coalition for Women in Journalism evidenzia che la Turchia è al primo posto al mondo per attacchi e minacce contro le giornaliste. Tra gennaio e aprile 2021, 114 giornaliste ne sono state vittime, mentre 50 giornaliste sono state convocate in tribunale trovandosi a rispondere di accuse montate ad arte; 22 sono state aggredite sul posto di lavoro; quindici sono state vittime della violenza della polizia; quattordici imprigionate; tre condannate a pene detentive e altre tre espulse dal paese.

Le giornaliste esposte a queste minacce sono ridotte spesso a praticare l’autocensura o ad abbandonare la professione.

Per Scott Griffen, vicedirettore dell’International Press Institute (IPI), “le giornaliste sono doppiamente minacciate, a causa del loro lavoro e del loro genere, il che riflette il sessismo della società. Uno studio di IPI ha dimostrato che gli attacchi informatici contro le giornaliste sono più gravi di quelli subiti dai colleghi maschi e gli insulti e le minacce che ricevono sono spesso di natura sessuale”.

Il ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istanbul è stata una grande delusione per le donne che lottano per i propri diritti e l’uguaglianza di genere. L’impunità per i crimini e la violenza contro le donne è diventata la nuova normalità per questo paese”, sottolinea Renan Akyavas, coordinatrice del programma IPI per la Turchia.

Link: Le Courrier des Balkans

(*) da www.balcanicaucaso.org

E’ in libreria (per Meltemi) «Erdogan. Storia di un uomo e di un Paese» di Cristoforo Spinella con prefazione di Alberto Negri. Ne parleremo presto in “bottega” per molti motivi, non ultimo il capitolo “Silvio, ti voglio bene” sui rapporti che da sempre legano la Turchia al signor tessera P2-1816 … ai più noto come Silvio Berlusconi.

 

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Militante Curdo del Rojhilat rifugiato in Bashur si immola a Hewlwr 

Con il suo gesto estremo Behzad Mahmudi ha denunciato la situazione in cui versano i rifugiati curdi anche in Bashur (il Kurdistan del Sud, regione semi-autonoma governata dal PDK all’interno dei confini iracheni). 

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