La guerra in corso e le spoglie degli imperi

articoli, video, musica e disegni di Gian Luigi Deiana, Michele Santoro, Toni Capuozzo, PeaceLink, Matteo Saudino, Benigno Moi, Oreste Pivetta, Notav, Fabrizio Verde, Marco Tarquinio, Lorenzo Guadagnucci, Laura Ru, Massimiliano Fortuna, Dmitri Makarov, Mary Kaldor, MIR Italia, Patrick Boylan, Yurii Sheliazhenko, Aldo Bonomi, Loris, Francesco Masala, Tiziana Barillà, Raul Mordenti, Franco Cardini, Raffaele Barbiero, Antonio Li Gobbi, Pierluigi Fagan, Antonia Sani, Teri Volini, Enzo Jannacci, Stefano Massini, Dmitri Kovalevich

Quando cadono gli imperi – Francesco Masala

 

il dirmi che una scarica di mitra è realtà mi va bene, certo; ma io chiedo che dietro al romanzo che dietro questi due ettogrammmi di piombo ci sia una tensione tragica, una consecuzione operante , un mistero, forse le ragioni o le irragioni del fatto…

Carlo Emilio Gadda (citato da Carla Benedetti, in Disumane lettere, 2011)

 

gli stregoni, quelli veri (non gli apprendisti che poi mettono tutto a posto, come racconta Walt Disney), i colonialisti e i terroristi  si stupiscono se non esiste l’unanimità di tutto il mondo per la condanna dell’invasione della Russia di Putin.

è giusto e necessario commuoversi e aiutare i profughi, tutti i profughi, di tutto il mondo (scusate se la butto in politica), ma è anche giusto capire perchè accadono le cose, tutto ha un motivo, la pioggia, i terremoti, le guerre.

quando cadono gli imperi i colonialisti e i terroristi (come dice anche Noam Chomsy) godono e tutti gli altri, la maggior parte dell’umanità, ne soffriranno per generazioni.

è necessario che gli imperi cadano, quando è il momento, ma la cosa più importante è come cadono.

è come per i palazzi, quando esplodono è meglio che ci sia un’esplosione controllata, no?

ormai si può fare tutto quello che si vuole, tranne che controllare il disfacimento degli imperi, non si vuole colà dove si puote.

i colonialisti e i terroristi sono onnipotenti, ma fanno finta di essere innocenti.

faccio qualche esempio.

per non andare troppo indietro nel tempo ricordiamo la caduta dell’impero ottomano, ancora oggi i confini degli stati sono disegnati col righello, la spartizione dei territori dell’ex impero da parte dei colonialisti ha effetti ancora dopo un secolo, e per un secolo infiniti lutti hanno dovuto subire gli abitanti di quei territori ;

ricordiamo la caduta degli imperi colonialisti europei in Africa, con confini di stati decisi a tavolino nel secolo precedente, senza pensare allle popolazioni e ai gruppi etniciche vivevano in quei territori, in quella caduta rovinosa per gli imperi colonialisti, qualche stato europeo si è impegnato per una vera indipendenza, forse i francesi, forse i belgi, forse gli inglesi (qualcuno crede che Patrice Lumumba e Thomas Sankara si siano suicidati)?.

arriviamo alla caduta dell’impero sovietico, i colonialisti e i terroristi hanno goduto come non mai.

era necessario che le repubbliche ex-sovietiche restassero com’erano, o i geni stregoni Usa ed europei, molto attivi adesso nella fornitura di armi perché crepino più persone possibili in Ucraina, avrebbero dovuto ridisegnare i confini in maniera ragionevole econcordata prima della dissoluzione dell’Unione Sovietica?

l’Unione Sovietica era all’angolo, a terra, confusa, i geni stregoni le erano sopra, lucidi e feroci, ma anche ebbri di pre-potenza, sperando solo di rubare le immense risorse del sottosuolo ex sovietico.

col senno di poi, ma anche col senno di allora, cosa si poteva fare?

esattamente quello che non si è fatto durante le manifestazioni a Genova nel 2001, non lasciare vie di fuga, una cosa che non si deve fare nella gestione una dimostrazione.

è stata una scelta, non un caso, niente vie di fuga ai dimostranti (il NEMICO), niente vie di fuga alla Russia (il NEMICO).

gli avversari si contrastano, si combattono, il NEMICO si annienta (gli amici erano i black block allora, i black nazisti oggi, a libro paga di qualcuno), individuare un nemico fa sembrare di essere nel giusto, a chi ci crede.

ecco quello che si poteva fare, per lasciare una via di fuga alla Russia.

la Russia ha un’importante flotta militare, tre basi navali per la flotta, in Crimea, in Siria, a Kaliningrad,

occorreva lasciare un accesso al mare alla Russia, che poi la Crimea se l’ha presa, dopo un referendum, e nel Donbass, e nelle zone del sud dell’Ucraina, con molti russofoni, occorreva la concessione di un’ampia autonomia, modello Alto Adige, poteva essere una via di fuga, ma se il NEMICO si vuole abbattere si aspetta la guerra, tutto è lecito.

se qualcuno viene chiuso in gabbia. o si rassegna, e viene chiuso in silenzio, o reagisce, come è successo all’orso russo, e se vicino ci sono i civili ucraini o i soldati ucraini o i nazisti, veri e presunti, è stata sua la colpa, non di chi l’ha rinchiuso.

domani toccherà (di nuovo) alla Siria, poi alla Georgia, poi a Kaliningrad (è già tutto previsto nei piani?).

poi creperà qualcuno, molti, sempre troppi, uccisi dai buoni, come a Raqqa*, ma chi se ne frega, mentre all’ospedale di Mariupol, teatro di una strage, dicono i giornali e le tv, non è morto nessun bambino e nessuna mamma, non dicono i giornali e le tv (qui )

 

se non l’avete ancora fatto provate ad ascoltare qui quello che Zelensky non ha mai detto, ma se l’avesse fatto l’avrebbe fatto diventare uno statista responsabile, dopo anni nei panni di presidente attore sbruffone.

 

quello che non ascolterete, neanche per scherzo, è il discorso di Draghi che annuncia che il momento è grave e tutti gli stipendi ed emolumenti vari oltre i 100000 euro annui pagati in Italia, verranno dimezzati con effetto immediato, come contributo necessario allo sforzo bellico della nazione (con quello che resta nessuno di loro farà la fame) .

 

 

*(Un rapporto del Pentagono riconosce che l’aeronautica USA ha distrutto, nel 2017, l’80% delle case della città di Raqqa, durante i bombardamenti per sloggiare l’Isis dal suo capoluogo. “Non è stato fatto il necessario per evitare la distruzione della città e l’uccisione di civili”, ammette il rapporto. Tra il 6 e il 30 ottobre 2017, sono morti sotto i bombardamenti aerei e dell’artiglieria USA 1600 civili. Tra le costruzioni colpite vi erano 8 ospedali, 29 moschee, 45 scuole. Un’ammissione in ritardo dei crimini di guerra dei comandi militari di Washington, coperti mediaticamente allora con la lotta contro il terrorismo jihadista, qui)

 

Il nemico non è, no non è
oltre la tua frontiera;
il nemico non è, no non è
oltre la tua trincea;
il nemico è qui tra noi,
mangia come noi, parla come noi,
dorme come noi, pensa come noi
ma è diverso da noi.
Il nemico è chi sfrutta il lavoro
e la vita del suo fratello;
il nemico è chi ruba il pane
il pane e la fatica del suo compagno;
il nemico è colui che vuole il monumento
per le vittime da lui volute
e ruba il pane per fare altri cannoni
e non fa le scuole e non fa gli ospedali
e non fa le scuole per pagare i generali, quei generali
quei generali per un’altra guerra…

da qui

 

 

La guerra di propaganda fa un’altra vittima eccellente: il giornalismo – Corrispondenti di guerra

  

Osservando le televisioni e leggendo i giornali che parlano della guerra in Ucraina ci siamo resi conto che qualcosa non funziona, che qualcosa si sta muovendo piuttosto male.

Noi siamo o siamo stati corrispondenti di guerra nei Paesi più disparati, siamo stati sotto le bombe, alcuni dei nostri colleghi e amici sono caduti durante i conflitti, eravamo vicini a gente dilaniate dalle esplosioni, abbiamo raccolto i feriti e assistito alla distruzione di città e villaggi.

Abbiamo fotografato moltitudini in fuga, visto bambini straziati dalle mine antiuomo. Abbiamo recuperato foto di figli stipate nel portafogli di qualche soldato morto ammazzato. Qualcuno di noi è stato rapito, qualcun altro si è salvato a mala pena uscendo dalla sua auto qualche secondo prima che venisse disintegrata da una bomba.

Ecco, noi la guerra l’abbiamo vista davvero e dal di dentro.

Proprio per questo non ci piace come oggi viene rappresentato il conflitto in Ucraina, il primo di vasta portata dell’era web avanzata.

Siamo inondati di notizie ma nella rappresentazione mediatica i belligeranti vengono divisi acriticamente in buoni e cattivi. Anzi buonissimi e cattivissimi. Ma non è così. Dobbiamo renderci conto che la guerra muove interessi inconfessabili che si evita di rivelare al grande pubblico.

 Inondati di notizie, dicevamo, ma nessuno verifica queste notizie. I media hanno dato grande risalto alla strage nel teatro di Mariupol ma nessuno ha potuto accertare cosa sia realmente accaduto. Nei giorni successivi lo stesso sindaco della città ha dichiarato che era a conoscenza di una sola vittima. Altre fonti hanno parlato di due morti e di alcuni feriti. Ma la carneficina al teatro, data per certa dai media ha colpito l’opinione pubblica al cuore e allo stomaco.

La propaganda ha una sola vittima il giornalismo.

Chiariamo subito: qui nessuno sostiene che Vladimir Putin sia un agnellino mansueto. Lui è quello che ha scatenato la guerra e invaso brutalmente l’Ucraina. Lui è quello che ha lanciato missili provocando dolore e morte. Certo. Ma dobbiamo chiederci: ma è l’unico responsabile?

I media ci continuano a proporre storie struggenti di dolore e morte che colpiscono in profondità l’opinione pubblica e la preparano a un’inevitabile corsa verso una pericolosissima corsa al riarmo. Per quel che riguarda l’Italia, a un aumento delle spese militari fino a raggiungere il 2 per cento del PIL.

Un investimento di tale portata in costi militari comporterà inevitabilmente una contrazione delle spese destinate al welfare della popolazione.

L’emergenza guerra sembra ci abbia fatto accantonare i principi della tolleranza che dovrebbero informare le società liberaldemocratiche come le nostre. Viene accreditato soltanto un pensiero dominante e chi non la pensa in quel modo viene bollato come amico di Putin e quindi, in qualche modo, di essere corresponsabile dei massacri in Ucraina.

Noi siamo solidali con l’Ucraina e il suo popolo, ma ci domandino perché e come è nata questa guerra. Non possiamo liquidare frettolosamente le motivazioni con una supposta pazzia di Putin.

Notiamo purtroppo che manca nella maggior parte dei media (soprattutto nei più grandi e diffusi) un’analisi profonda su quello che sta succedendo e, soprattutto, sul perché è successo.

Questo non perché si debba scagionare le Russia e il dittatore Vladimir Putin dalle loro responsabilità ma perché solo capendo e analizzando in profondità questa terribile guerra si può evitare che un conflitto di questo genere accada ancora in futuro.

continua qui

 

 

 

 

scrive Gian Luigi Deiana

 

ALBUM
storia dell’europa attuale in figurine
dove sono oggi brandt, de gaulle, andreotti?
dove sono mitterrand, erhardt, togliatti?
dolores ibarruri, olof palme, pertini,
e tina anselmi, berlinguer, nilde iotti?
dormono, dormono, dormono
sulla collina
dove sono kossighin, breznev, krushov?
dove imre nagy, dubcek, e tito?
dove helmuth khol, craxi, arafat?
jerry adams, schumann, rudy dutsckhe,
e svoboda, walesa, gorbachov?
dormono, dormono, dormono
sulla collina
chi sono oggi biden, scholz, michel?
chi sono putin, duda, zelenski?
mario draghi, letta, di maio,
macron, van der leyen, borrell?
giocano, giocano, giocano
?
*** una riflessione elementare sul pericolo mortale della mediocrità: quando l’europa era fondata sul reciproco riconoscimento di storie essa fu in grado di esprimere in tutte le parti politiche personalità alte; il processo di integrazione e di automatismo dei mercati ha generato una condizione estrema di mediocrità;
ad eccezione di un papa,
che però è della parte opposta del mondo, ed è del tempo di prima

 

scrive Toni Capuozzo

DOVE NON OSANO LE COLOMBE

Non so come la racconterà la grande informazione italiana. Ma ieri al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite la Russia e la Cina hanno presentato una proposta di risoluzione per un cessate il fuoco per ragioni umanitarie. Trucco, mossa furbesca? Quello che volete, ma era l’occasione per prenderli in parola, no ? Voti favorevoli, quelli dei due presentatori. Voti contrari tredici. Vedremo come ce lo spiegano: parlava di crisi umanitaria ma non menzionava le colpe dell’aggressore, bisognava spezzare il fronte russo-cinese, occorreva evitare che l’aggressore se ne approfittasse per riorganizzarsi, sono in difficoltà e vogliono la tregua è il momento di punirli…..domani ci mostreranno altri orrori, la medicina amara di ogni interventismo.

Sotto la grande ala di Biden non sembra essere uno stormo di colombe quello dei leader europei. E’ come se una classe politica democratica e moderata avesse preso a modello i democratici americani, che in nome dei buoni principi e di un mondo migliore, hanno avviato guerre e creato vuoti paurosi in giro per il mondo. In Italia il panorama è ancora più modesto, perché si aggiunge una specie di “taci il nemico ti ascolta” per cui ogni dubbio viene affrontato con un aggettivo definitivo: filoputiniano. La chiamata alle armi dei mansueti ha il goffo entusiasmo dei marmittoni al CAR, anfibi troppo nuovi, basco troppo largo, fucile mai imbracciato prima. E intanto la guerra, con i suoi orrori inanella giorni. Sembra di capire che la Russia abbai rinunciato non solo alla presa, ma persino all’assedio di Kiev, che non è mai iniziato. Hanno scavato trincee, subiscono contrattacchi importanti per il morale dei difensori, ma intanto tengono bloccata la capitale, le sue armi, le sue energie. E si concentrano sull’est del paese. Quando ci si siederà a un tavolo delle trattative, farlo con la costa, tranne Odessa, nelle proprie mani è avere un buon gioco: puoi ritirarti da Kiev, puoi restituire Kherson, ma il resto l’hai portato a casa. Non sarà mai trattato di pace, perché Zelenskj non può accettare la mutilazione della patria. Sarà un cessate il fuoco. E poi ? Daremo armi agli ucraini per partire all’attacco delle terre irredente ? Faremo guerra per l’Ucraina una e indivisibile ? Staremo a vedere, come stiamo facendo per Mariupol, il bunker berlinese o l’ultima Salò del battaglione Azov, con gli assedianti che non sembrano del tipo propenso a fare prigionieri. A meno che la Russia e Putin non crollino, cosa che ingolosisce. E dopo ? Abbiamo qualche esperienza a riguardo di quello che pudicamente viene chiamato “regime change”. In Iraq, in Libia, in Afghanistan, Siria e via dicendo. Scarseggiano grandi leader fermi ma capaci di colpi d’ala, di mosse inaspettate, di mani tese a disarmare l’avversario, di soluzioni che fermino l’inerzia della guerra. Volano solo aerei e, nel loro piccolo, falchi. Occhi fissi a scrutare il terreno, mai uno sguardo al futuro.

da qui

 

 

C’ERAVAMO TANTO ARMATI (trentasettesimo giorno di guerra)

La notizia che più mi ha colpito è stata la morte, in combattimento, di Edy Ongaro. Quarantasei anni, da Portogruaro, era inquadrato in una brigata internazionale a fianco dei secessionisti del Donbass. Seguivo il suo profilo, qui su FB, anche se da tempo era chiaro che avesse altre cose da fare. Era un comunista vecchio stampo, che non negava le foibe, e piuttosto ne faceva una gloria della giustizia proletaria. Riposi in pace, lui e la sua coerenza, che rivelano la grande confusione tra i cuori generosi e smarriti delle destre e delle sinistre più eccitabili. Leggo accuse taglienti tra camerati e tra compagni, e mi sembrano gli spasimi moribondi delle ideologie del ‘900. Cosa ha a che fare l’autoritarismo di Putin, e la sua politica di potenza con il vecchio comunismo ? Poco: solo l’assenza di libertà e la repressione del dissenso, anche sotto forma di Z tracciate sulle porte. Cosa ha a che fare l’Ucraina con la destra tradizionalista ? Poco: è un Occidente alla buona, fatto di Nato e laboratori chimici che è scomodo ospitare da noi, di badanti e utero in affitto, di un popolo che non vuole tornar sotto il grigiore del socialismo reale senza neanche il socialismo, e che per farlo ha rispolverato vecchi eroi collaborazionisti, e lustrato un nazionalismo etnico – il russo come lingua proibita – altro che libertà e democrazia. Il mondo, visto da queste mongolfiere ideologiche sembra un sanguinoso scherzo da primo aprile. Meglio restare con i piedi per terra. E segnalare due o tre cose che forse possono spiegarci quel che ci attende nelle prossime settimane.

La guerra continuerà. Boris Johnson, per carattere il più torrenziale e sincero tra i leader dice che Zelensky deve tener duro e non fare le concessioni cui lo spingerebbero Francia e Germania, frettolose di chiudere il conflitto. Mi pare chiaro che i negoziati difficilmente approderanno a qualcosa di più dei corridoi umanitari. L’Occidente – devo ripetere che amo l’Occidente ? – vuole continuare. Gli ucraini sono i nostri combattenti surrogati.

Come continuerà ? chiaro che nessuno può escludere incidenti, provocazioni, e le cosiddette false flag. Ma i fatti dicono che i russi hanno arretrato intorno a Kiev e addirittura mollato l’aeroporto di Hostomel che è il trampolino su Kiev. Non vogliono la capitale, che sarebbe difficilissima da prendere e peggio ancora da controllare. Credo che la battaglia, forse finale, sarà attorno al Donbass. Cosa vuol dire ? Che gli ucraini saranno costretti ad avanzare, spesso allo scoperto, sollecitati dal proprio orgoglio e dall’Occidente, e la tattica si rovescia, con i russi trincerati ad attenderli. Piccola ma significativa notizia (sì, bisogna diffidare anche delle notizie…): elicotteri ucraini avrebbero colpito un deposito di carburante a Belgorod, dentro il territorio russo. Questo cambierà un po’ la narrazione, da noi. Perché una cosa è parlare di un piccolo popolo aggredito, che ha il diritto di difendersi. E un’altra parlare di un popolo ben armato che aspira alle terre irredente (linguaggio da ‘900, parte prima). Non siamo stati disposti a morire per Kiev, lo saremo per Donetsk ? Manderemo armi per la gloria di un’Ucraina indivisibile ? Ho la sensazione che la trappola, finora aperta sull’invasione russa, stia girando dall’altra parte. Con un grande punto di domanda: il destino di Odessa.

Ultime due cose: avremo il gas, credo. Come altri paesi europei pagheremo in euro, la banca della Gazprom farà il cambio, intascando preziosa valuta estera e metterà il timbro “pagato” in rubli. Il rublo è tornato ai valori anteguerra, e le rese dei conti si fanno così: una via d’uscita che salvi la faccia a tutti, senza umiliazioni.

Mi ha colpito un dettaglio, studiando la decomunistizzazione dell’Ucraina. Il grande viale che a Kiev si chiamava Prospettiva Mosca venne cambiato in viale Stepan Bandera, collaborazionista dei nazisti. Ovvio che a est e in Russia non l’avessero presa bene. Invece in un villaggio arguto c’è stato un cambio poco costoso anche in termini di cartelli stradali su cui nessuno poteva recriminare: via Lenin è diventata via Lennon. Proviamo a immaginare, se i piccoli villaggi potessero decidere come va il mondo.

da qui

 

L’Ucraina de papèl

Non so, forse è presto per dirlo. Ma dopo un mese, forse si vede qualcosa che assomiglia all’inizio della fine. Succede quando tutti sono giunti al loro limite: gli ucraini hanno tenuto Kiev, cosa possono fare di più ? La Russia ha preso la costa, cosa vuole di più ? Gli Stati Uniti hanno schierato sull’attenti i paesi della Nato, e si portano a casa un favoloso contratto di vendita del gas: cosa possono pretendere di meglio ? Sì, mancano i dettagli, dalla caduta di Mariupol ad altri conti minori da regolare, ma l’Ucraina che si disegna sulle carte geografiche assomiglia a una nuova Cipro. I russi si ritireranno – a cessate il fuoco, ritirarsi a guerra in corso è difficile e pericoloso- dal perimetro di Kiev, lasceranno città indomite e disarmate come Kherson, si terranno la costa. E tutti potranno cantare vittoria: Putin sosterrà che ha protetto e liberato il Donbass – e denazificato Mariupol – Zelinsky che ha respinto l’invasione. A quale costo, lo sanno. Gli Stati Uniti hanno disciplinato perfino l’Unione Europea, e la corsa al riarmo, invocata a vuoto da Trump, è diventata una gara a chi spende di più. La Cina avrà dato prova di moderazione, senza tradire l’alleato russo e senza bruciare i mercati europei e globali. E noi, noi potremo tirare un sospiro di sollievo, con la fine delle brutte notizie, le bombe chimiche e quelle atomiche che tornano in garage. Nello stesso tempo abbiamo perso tutti. Perso tempo nella difesa dell’ambiente e nel combattere la pandemia, e precipitati di nuovo in mezzo ai fantasmi del secolo scorso: i nazionalismi, gli imperi, le rivendicazioni di sovranità territoriale, la sacralità dei confini. Sarà un mondo dove torneranno panorami che pensavamo vecchi: i monumenti ai caduti e alle vittorie, le macerie, le caserme. Ci saranno nuove fiammate ? Non siamo morti per Kiev, anche se in tanti hanno tirato fuori elmetti di plastica e fucili con il turacciolo, non moriremo per recuperare le terre irredente ucraine. Cammineremo con piede più leggero tra i reticolati delle sanzioni, e staremo a vedere come se la cava Putin, o se è Ercolino Sempreinpiedi. Alla fine verrebbe da dire che l’unico sconfitto senza premi di consolazione è l’Europa, ma troveranno qualche escamotage retorico per dirvi che no, che fortuna abbiamo a essere vincitori, almeno per consolarci del gas che ci costerà il 30% in più. Valeva la pena ? Eh, ma sono stati i russi ad aggredire, cosa si poteva fare, alzare le mani ? E dovevamo dirgli prego accomodatevi ? Gli ucraini forse non potevano fare altrimenti che resistere in armi (dico forse pensando a Kherson, a quella gente inerme che ha reso impotenti i carrarmati). Gli altri europei, noi per primi, sì avremmo potuto fare di più, dopo aver aiutato i profughi, per aiutare la pace. Ma le canzoni di Lennon vanno bene, da Mosca a Praga, da New York a Roma, quando ci pensiamo felici, non quando ci sentiamo minacciati. Forse, a cose finite, bisognerà tornare alle cause di questa guerra, a come è andata covando. Ma sono, come dopo Tripoli, dopo Baghdad, dopo Sarajevo, dopo Kabul, dopo Belgrado, lezioni che non interessano mai, quando si attutisce il rumore della guerra. La vera resa dei conti non sono mai le madri di tutte le battaglie, sono i cimiteri, il giorno dopo. Ma forse sono troppo ottimista, servono ancora un po’ di morti.

da qui

 

 

 

 

 

Arrivata in Ucraina la Carovana per la Pace

Redazione PeaceLink

 

La Carovana ha varcato stamattina la frontiera ed è in Ucraina a Lviv (Leopoli).

Leopoli è nell’Ucraina occidentale, a circa 70 km dalla Polonia.

La Carovana per la pace partita da Gorizia sta consegnando in queste ore gli aiuti alle popolazioni.

Queste foto sono state scattate nella mattinata di oggi.

Questa metà del gruppo ha scaricato gli aiuti al magazzino della Caritas.

L’altra metà invece al magazzino dell’Ukrainian Education Platform di L’viv.

Si possono seguire gli sviluppi dell’iniziativa di pace su https://www.peacelink.it

C’è una finestra nella home page di PeaceLink (sociale.network) su cui si possono leggere le ultime novità della Carovana per la pace, e a cui si accede direttamente cliccando su https://sociale.network/tags/carovanapace

Ha scritto ieri Repubblica: “C’è anche monsignor Giuseppe Satriano, arcivescovo di Bari-Bitonto tra i 200 uomini e donne della Carovana della Pace diretti Leopoli sul fronte della guerra in Ucraina. La partenza oggi, 1 aprile, da Gorizia con un carico di aiuti di ogni tipo ma anche con un messaggio importante sulla scorta delle parole di papa Francesco: “Padri e madri di ogni schieramento seppelliscono i loro figli”. È stato lo stesso don Giuseppe (lui stesso si presenta sempre così) ad annunciare la partenza per l’Ucraina nel messaggio di Pasqua inviato alla diocesi spiegando che “non è stato facile decidere di partecipare, ma la storia del nostro territorio da sempre frontiera di pace, luogo di incontro di uomini e religioni, mi ha aiutato a comprendere che come vostro pastore dovevo esserci”. Lui in Ucraina porta anche un messaggio della Cei. La Carovana della Pace è direttamente collegata a don Tonino Bello che come presidente di Pax Christi, nel 1992, si mise alla testa della marcia della pace diretta a Sarajevo sotto assedio. Oggi come allora numerose organizzazioni (oltre alla stessa Pax Christi, ci sono tra gli altri l’associazione Giovanni XXIII, Beati i costruttori di Pace, Libera, Comboniani, Focolarini, Cgil e Gruppo Abele e altri gruppi pacificisti che si sono ritrovati dietro l’appello “Stop the war mow”) si sono messe in viaggio con una sessantina di camion, auto e furgoni carichi di generi di prima necessità per aiutare la popolazione”.

La Carovana della Pace è

  • formata da 66 mezzi (pulmini, autobus, ecc.);
  • lunga quasi un chilometro durante il viaggio su strada;
  • partita da Gorizia con 32,6 tonnellate di aiuti umanitari;
  • animata da 221 persone appartenenti a 142 organizzazioni pacifiste e umanitarie.

La Carovana della Pace ha un suo sito web di riferimento:

https://www.stopthewarnow.eu

Sul sito si legge:

Nel chiedere che si proclami immediatamente il cessate il fuoco, che si dia spazio alla diplomazia internazionale e alle Nazioni Unite per la risoluzione della controversia e che si consenta subito alle organizzazioni umanitarie internazionali di intervenire, ognuno di noi può fare qualcosa di più e di concreto per fermare questo scempio. Non c’è più tempo! Da sempre siamo accanto agli ultimi, al fianco delle vittime con azioni umanitarie e iniziative di solidarietà internazionale. Vengono momenti in cui però “la pace attende i suoi artefici” e noi non possiamo disattenderla. Non vogliamo restare spettatori e sentiamo l’obbligo di esporci in prima persona. Con i rappresentanti della società civile nonviolenta e pacifista e di altre realtà impegnate nella costruzione della pace, entreremo in territorio ucraino per testimoniare con la nostra presenza sul campo la volontà di pace e per permettere a persone con fragilità, madri sole e soprattutto bambini, di lasciare il loro Paese in guerra e raggiungere l’Italia”.

Redattore Sociale ha pubblicato questa testimonianza di Alfio Nicotra:

“Poco meno di 30 anni fa ero tra i 500 pacifisti che violarono l’assedio di Sarajevo ed oggi rivivo quello spirito, quell’essere, come ci definì don Tonino Bello, ‘l’Onu dei popoli’ che si contrapponeva all’ignavia dell’Onu dei potenti.- racconta Nicotra – Come allora, invece delle armi mettiamo in gioco i nostri corpi, il nostro profondo ripudio della guerra, che ci ha sempre spinto ad essere dalla parte delle vittime dei conflitti. Diciamo No a Putin e No alla Nato.

Siamo al fianco del popolo ucraino, che è sotto le bombe. Siamo al fianco del popolo russo che paga la propaganda bellicista e le scelte di guerra del suo governo. Ai nostri fratelli e sorelle pacifisti russi, che rischiano la galera e la repressione per dire no alla guerra, va il nostro abbraccio e sostegno”.

I volontari della Carovana per la Pace in Ucraina hanno anche portato il gasolio che in Ucraina è praticamente introvabile.,,,

continua qui

 

 

 

 

Alcune riflessioni su guerra, crisi climatica e No Tav

In vista dell’assemblea popolare che si terrà il 6 aprile al Polivalente di Bussoleno abbiamo deciso di pubblicare questo documento che estende i temi trattati nell’appello verso la marcia del 16 aprile. Buona lettura!

In oltre trent’anni di lotta No Tav abbiamo visto succedere molte cose, abbiamo osservato il mondo trasformarsi, abbiamo avuto molte conferme delle ragioni della nostra lotta, e molte altre ragioni si sono aggiunte sul cammino. Oggi ci troviamo di fronte ad un punto critico della storia, in cui si incontrano la crisi ecologica e la pandemia che in un certo grado ne è un effetto, una crisi economica e sociale di proporzioni solo ipotizzabili e il timore di una guerra totale. Una combinazione in grado di sconvolgere l’umanità per come la conosciamo.

Non possiamo tacere di fronte a quanto sta succedendo, di fronte alla violenza drammatica che il modello di sviluppo in cui viviamo sta imponendo all’intero pianeta. Dalla nostra piccola valle abbiamo sempre lottato con due pensieri fissi in mente: difendere la possibilità di una vita più degna e più giusta per tutti e tutte, difendere e rispettare la terra che ci ospita, che ci dona la possibilità di questa vita, che è la nostra casa.

Dunque abbiamo scelto di resistere e oggi è il tempo di rinnovare questa voglia di resistenza di fronte alle sfide che ci impone il presente.

Lottiamo contro le devastazioni e le guerre per il nostro futuro

Mentre in Ucraina è in corso una guerra che sta provocando migliaia di morti e distruzione, per interessi che nulla hanno a che fare con il benessere delle popolazioni, in Italia ed in Europa è già partita la corsa al riarmo. Quanto sta succedendo si riassume in due semplici notizie che abbiamo visto apparire di sfuggita in questi giorni sui media, mentre il parlamento decideva se incrementare al 2% del PIL la spesa in armamenti (passando da 25 miliardi a 38 miliardi di euro), Draghi comunicava con serenità che va considerata la possibilità che nei prossimi tempi sia necessario un “razionamento” dei beni. Già ad oggi migliaia di persone del nostro paese si trovano a domandarsi di fronte all’aumento dei prezzi se pagare le bollette e l’affitto oppure mettere in tavola qualcosa. Altre migliaia non sanno se potranno continuare a lavorare e a che condizioni.

Tutto ciò avviene mentre è in corso una pandemia globale che avrebbe dovuto mettere in discussione quali sono le priorità delle nostre società, dove andrebbero spesi i soldi e a quali fini. La scuola, la sanità, i servizi, la sicurezza sul lavoro, la garanzia del reddito, una vera conversione ecologica e la tutela dell’ambiente. Su questi temi politici e (im)prenditori hanno predicato moderazione e realismo, mentre oggi che si tratta di sborsare per le spese militari sono quasi tutti plaudenti ed entusiasti.

Sappiamo chi si arricchirà con questi soldi, sappiamo chi guadagna dalle loro sporche guerre e di certo non siamo noi.

Ci troviamo di fronte ad un’economia di guerra, ma anche ad una guerra che ha dei presupposti economici: l’estrazione di risorse, il controllo dei mercati, la finanza, la globalizzazione. La vita di migliaia di persone è considerata come una merce sacrificabile per tutelare gli interessi di pochi.

I corridoi logistici, come quello che dovrebbe collegare Torino a Lione, in questo contesto vengono vendute come opere strategiche per lorsignori non solo per speculare e fare cassa, ma anche per trasportare armamenti, , dato che ogni progetto europeo in materia di trasporto finanziato dal CEF, e dunque anche la Torino-Lione, deve integrare i requisiti della mobilità militare.

.In un’economia di guerra si possono sacrificare servizi essenziali e costringere le famiglie a fare enormi sacrifici, ma non si può rimettere in discussione un’opera inutile ed ecocida come il Tav, infatti per le aziende che lavorano alla Torino – Lione è già stato previsto un adeguamento dei prezzi, mentre i comuni mortali devono cavarsela da soli.

Non possiamo accettare che una valle come la nostra, luogo di incontro tra popoli, di ospitalità e condivisione, diventi un corridoio di morte.

Lottiamo insieme alla natura  per un pianeta equo e solidale

 Ci viene raccontato che la guerra ha riportato le lancette della transizione ecologica al carbone. Come se crisi ecologica e guerra fossero due fatti distinti da affrontare separatamente, dando priorità naturalmente alla seconda.

Questa guerra è intimamente collegata invece alla crisi ecologica che il sistema di sviluppo in cui viviamo ha provocato. E’ una guerra che ci parla della dipendenza di questo sistema dalle energie fossili, dall’agroindustria, dall’estrattivismo.

Mentre migliaia di giovani sono scesi in piazza inascoltati e trattati con paternalismo negli scorsi anni oggi gli effetti della crisi climatica sono arrivati da noi, dopo aver già colpito duramente il sud del mondo. Si prevede che la grande siccità di questo inverno nel Nord Ovest del nostro paese provocherà una diminuzione dei raccolti del 30%, e si unirà alla crisi energetica per quanto riguarda l’aumento dei prezzi. Alluvioni ed incendi di violenza inaudita hanno accompagnato la scorsa estate e lo scorso autunno, provocando morte, danni e distruzione.

Mentre i prezzi alle colonnine crescono a fronte della speculazione finanziaria, più che per una reale scarsità, si intravede tutta la miopia dei nostri governanti che oggi per decenni hanno perseguito le politiche delle lobbies del fossile, invece di intavolare un serio progetto di transizione ecologica e di rilancio del trasporto pubblico locale.

In Valsusa da almeno 15 anni stiamo assistendo al progredire di cantieri altamente dannosi per l’ambiente che ci circonda, con conseguenze allarmanti anche per la salute dei cittadini che vivono questo territorio. La deforestazione messa in atto dai promotori dell’opera ha ormai raggiunto dei livelli che definire preoccupanti è poco: si parla di 5000 piante abbattute. Sappiamo che un solo albero può soddisfare il fabbisogno di ossigeno di 10 persone e che è in grado di assorbire dai 20 ai 50 Kg di CO2 presenti nell’aria: all’oggi in una valle piccola come la nostra a causa dei lavori scellerati legati alla costruzione del Tav, sono state emesse nell’atmosfera ben 12 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Siamo contro l’Alta Velocità e affermiamo Viva la Lentezza: per risparmiare ogni tipo di energia chiediamo che siano diminuite tutte le velocità dei nostri spostamenti, la Terra ringrazierà.

Oggi si permettono di deridere chi si è opposto ai loro sporchi gasdotti, pensando che sostituire un governo autoritario con un altro potrà salvare i loro affari nel breve termine, si spingono fino a riaprire le centrali a carbone e a sollecitare il ritorno al nucleare come panacea di tutti i mali. Ci stanno spingendo a forza nel baratro per difendere un’economia insostenibile e mortifera…

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Spese militari, i signori del 2% renderanno il mondo più insicuro – Oreste Pivetta

 

Pensando e ripensando ai fatti d’oggi, pensando ai belligeranti-non belligeranti, agli armaioli, a quelli del partito storico “armiamoci e partite”, agli arruolatori persino di Gramsci, profittando di quella sua invettiva celeberrima contro l’indifferenza (“Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”), pensando agli investitori in azioni della Colt o della Beretta, a coloro che hanno ripescato dalle memorie scolastiche il motto “si vis pacem, para bellum” (da cui Parabellum, una cartuccia inventata all’inizio del secolo dal signor Luger), ai detrattori del pacifismo, pensando dunque a lor signori, mi è venuta in mente una parola: rassegnazione. Strana parola in questo contesto quando quella che si potrebbe definire una maggioranza, dai dintorni dei campi di battaglia davanti alle telecamere, dalle poltrone presidenziali, da seggiole e scranni dei talk show, dalle scrivanie dei giornali, invoca le armi, gonfiando il petto e incitando all’eroismo.

Una maggioranza rassegnata

A prescindere dal giudizio che si può esprimere a proposito dei contendenti, criminali o meno, delle loro imprese, delle loro ragioni, insisto: la vedo “rassegnata” questa presunta maggioranza , che ha voce, che strilla, che insulta e censura, rassegnata all’idea che non vi sia altra via all’infuori di quella semplice, una scorciatoia, indicata dal fucile, dal missile, dal cannone. Rassegnata e miope, misera e triste, incurante e irresponsabile, “indifferente” alle sofferenze di milioni di persone, alle distruzioni, alla rovina di una economia fragile in un paese, ben prima della guerra, considerato tra i più poveri d’Europa, rispolverando, a giustificazione, retoriche patriottiche incompatibili con una realtà globalizzata.

“Nostra patria è il mondo intero”, cantavano più di un secolo fa gli anarchici. “Si svuotino gli arsenali, si colmino i granai”, invocava il presidente socialista Sandro Pertini. Una bellissima immagine, di fronte alla fame autentica di tanta gente.

Certo, passerà anche la guerra, arriverà la Cina (che ora sta a guardare come un falco rapace, misurando la preda), e ricostruirà. A quale prezzo?
Ricordo un episodio che rimanda al Vietnam, episodio letto e ascoltato. Ad una delegazione di vietnamiti del Nord, giunta a Roma, chiesero quali aiuti gli italiani avrebbero potuto inviare a Saigon. “Non vogliamo armi – risposero i vietnamiti – Invece, scendete in piazza, manifestate, mostrate i vostri sentimenti di pace”.Le armi ai vietnamiti saranno sicuramente arrivate dall’Urss o dalla Cina, ma credo che gli Stati Uniti siano stati sconfitti anche dall’isolamento subìto, dalle bandiere sventolate in tutto il mondo (anche attorno alla Casa Bianca).

Forse avremmo “tutti” dovuto seguire le raccomandazioni di quei vietnamiti, prima della guerra, molto prima della guerra e ora in guerra. Per “tutti” si intendono individui della specie umana e istituzioni e nazioni, l’Onu e l’Unione Europea, gli Stati Uniti e Pechino, la Nato e la Germania. Anche oggi, a guerra stanziale, dovrebbe valere quell’insegnamento, per una mobilitazione universale. Ma non è andata così e non sta andando così, il pacifista bersagliato, offeso, “senza coraggio”, e forse questa assenza dei principali protagonisti di qualsiasi ipotetico accordo, questo demandare il compito di aprire la porta alla trattativa, ora all’uno ora all’altro paese, rivelano l’autentica ragione del conflitto: una superpotenza contro una potenza risorgente (nei piani di chi la governa), contro una futura possibile potenza, l’Europa, se fosse unita (mentre l’altra superpotenza si defila)…

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Pechino: “Gli Usa prolungano volutamente il conflitto in Ucraina” – Fabrizio Verde

 

Gli Stati Uniti non vogliono la fine dell’operazione speciale della Russia in Ucraina e stanno facendo tutto il possibile per ritardare la de-escalation, a scriverlo è il quotidiano cinese Global Times che così tocca un punto centrale nella vicenda.

Un nodo fondamentale per comprendere appieno l’evolversi degli eventi in Ucraina e punto centrale occultato dalla martellante propaganda del circuito informativo mediatico mainstream.

Proprio per questo motivo ogni voce pur se timidamente dissonante dalla narrazione imposta viene zittita e criminalizzata.

“Gli Stati Uniti non vogliono che Russia e Ucraina coesistano pacificamente”, scrive il quotidiano cinese. Nella loro analisi affermano che è dimostrato dalla riluttanza della Casa Bianca a parlare di eventuali garanzie di sicurezza per Kiev, poiché ciò, secondo i redattori, accelererà i negoziati.

Inoltre, adesso l’Ucraina è ancora più dipendente da Washington, che continua a fornire armi e ulteriore assistenza militare.

Il Global Times cita inoltre le parole di Li Haidong, professore all’Università cinese degli Affari Esteri, che vede nell’attuale azione statunitense un tentativo di raggiungere due obiettivi: rafforzare il controllo sull’Europa e indebolire la Russia.

“Se Ucraina e Russia si riconciliano, gli Stati Uniti non saranno in grado di far sanguinare la Russia fino all’ultima goccia di sangue”, ha detto Li al Global Times.

Li ha poi aggiunto che un altro motivo per cui gli Stati Uniti non vogliono risolvere presto la crisi Russia-Ucraina è che vogliono usare la crisi per controllare efficacemente l’Europa ed emarginare la Russia. Dati i recenti eventi guidati dagli Stati Uniti, Washington ha almeno realizzato parte dei suoi obiettivi. Ad esempio, gli Stati Uniti e l’UE hanno firmato un accordo storico sul gas: superficialmente, l’accordo mira ad aiutare l’Europa a ridurre la dipendenza dalla Russia, ma essenzialmente renderà l’Europa più dipendente dagli Stati Uniti.

Il 24 marzo, la NATO ha riaffermato che “continuerà a fornire ulteriore sostegno politico e pratico (leggi armi) all’Ucraina” e che “gli alleati stanno aumentando sostanzialmente le spese per la difesa”. Potenziando il ruolo della NATO, gli USA legano l’Europa più saldamente al suo carro; e attraverso la loro posizione dominante, gli Stati Uniti hanno costretto l’Europa a schierarsi dalla loro parte aumentando la crisi e persino la guerra. L’obiettivo finale è tenre l’Europa sotto il loro ferreo controllo. Anche se questo va a scapito degli interessi dei popoli europei. Tenore di vita e pace in Europa sono gravemente in pericolo a causa dell’imperialismo di Washington e l’inadeguatezza della classe politica europea completamente asservita agli interessi statunitensi.

Mentre sabotano attivamente sui colloqui di pace Russia-Ucraina, gli Stati Uniti stanno intensificando i loro sforzi per fomentare il conflitto. Tale agire è in linea con le esigenze strategiche degli Stati Uniti. Se l’appello dell’Ucraina per una garanzia di sicurezza verrà accolto, si aprirà un nuovo modello di garanzia di sicurezza internazionale, il che significherà indebolire il ruolo di USA e NATO. Gli Stati Uniti chiaramente non vogliono vedere questo risultato. Si può dire che gli Stati Uniti costituiscono la più grande minaccia per la sicurezza in tutta Europa.

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Quel “giornalismo di guerra” che non aiuta a comprendere il conflitto – Lorenzo Guadagnucci

 

L’invasione russa dell’Ucraina, lo scorso 24 febbraio, ha messo alla prova il giornalismo di tutto il mondo, poiché la guerra non è solo il cimitero della verità, ma anche un evento estremo che mette in primo piano le domande di fondo: qual è il compito precipuo dell’informazione, la sua ragion d’essere? I manuali di giornalismo indicano chiaramente la via: informare verificando ogni notizia, scansando la propaganda; contribuire a un dibattito serio e approfondito, che colga e valuti ogni aspetto del conflitto in corso.

In attesa di analisi più articolate e scientificamente fondate, possiamo già dire qualcosa sul giornalismo italiano osservato nei giorni successivi all’aggressione militare. La prima impressione è netta: il nostro sistema mediatico -quello mainstream, diciamo i tre quotidiani più diffusi, i principali network tele e radiofonici- ha mostrato enormi difficoltà a seguire tale via maestra. L’informazione è stata tempestiva e abbondante, coi fatti seguiti ora per ora, con numerosi corrispondenti dai luoghi del conflitto, ma si è ceduto rapidamente, secondo abitudini consolidate, a un registro prevalentemente emotivo, nei canoni sperimentati dalla cosiddetta “tv  del dolore” (e della paura). Molto cuore, molta commozione, ma scarsa attitudine a proporre analisi, prospettiva storica, pluralità di punti di vista. Scarsa attitudine, soprattutto, a stimolare una discussione profonda prima di compiere scelte delicate, come, ad esempio, il sostegno militare all’Ucraina.

Il governo italiano ha preso le sue decisioni -le forniture di “armi letali” e lo stato d’emergenza- senza esplicitare davvero né le motivazioni né i possibili effetti di tali scelte. Non si è nemmeno chiarito se l’invio di materiali bellici sia compatibile con l’articolo 11 della Costituzione sul ripudio della guerra come strumento di soluzione delle controversie internazionali e con la legge 185 sul commercio di armi. Né si è stabilito se l’Italia debba considerarsi o no, dopo tale scelta, co-belligerante, come alcuni giuristi ed ex generali hanno subito affermato. I principali commentatori ed editorialisti hanno immediatamente assunto una postura che potremmo definire “interventista”, in sintonia con governo e Parlamento, in un clima di sovraeccitazione, tanto da far correre il pensiero al fervore del “maggio radioso” di oltre un secolo fa, quando una travolgente campagna politica e mediatica spinse l’Italia nella Grande guerra.

La logica di schieramento ha preso il sopravvento sul bisogno di riflessione. Le voci dissonanti (chi ha paventato un’estensione del conflitto, chi si è impegnato a ricostruire il ruolo della Nato dopo la fine dell’Urss con la sua discutibile espansione verso Est, chi ha fatto notare la discrepanza fra gli interessi della Nato a guida Usa e l’Unione europea, chi ha chiesto alla Ue di assumere un ruolo di mediazione anziché di parte in causa nel conflitto, chi ha parlato di resistenza civile da preferire a quella armata) è stato escluso dal dibattito, o relegato ai suoi margini.

O, peggio ancora, è stato indicato come “amico di Putin”. La stessa manifestazione contro la guerra del 5 marzo è stata mal sopportata e quindi mal raccontata e poi espressamente attaccata (si è affermato nei media e in politica un esplicito antipacifismo). Un comodo “giornalismo di guerra” sembra avere preso il posto di un più difficile, ma necessario, “giornalismo nella guerra”. Comunque vada a finire, sarà difficile recuperare la credibilità perduta.

da Altreconomia

 

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Emerge la verità (drammaticamente inquietante) su Bucha – Laura Ru

 

La realta’ a Bucha purtroppo sta assumendo dei contorni ancora piu’ inquietanti e tragici della sceneggiata ad uso e consumo dei media internazionali.

In effetti, molti civili sono stati uccisi a Bucha. Secondo fonti ucraine, circa 400 corpi sono stati consegnati agli obitori.

Non si sa dove queste persone sono state uccise prima che i loro corpi fossero abbandonati lungo le strade.

Le Forze Armate russe hanno lasciato definitivamente Bucha il 30 marzo – cioè il giorno dopo i colloqui tra Ucraina e Russia a Istanbul in ottemperanza delle aperture negoziali. Il giorno dopo, il 31 marzo, il sindaco di Bucha, Anatolij Fedoruch, in un discorso pubblico ha confermato che “in città non c’è rimasto nemmeno un soldato russo” e non ha parlato di “civili uccisi per le strade con le mani legate”.

Resta il fatto poi che il 2 aprile la polizia nazionale ucraina aveva pubblicato un video dal titolo “Bucha: ripulire la città dagli occupanti” in cui non si vedono i civili morti per le strade. Perché non è stata detta una parola sul “massacro” in ben 8 minuti di video?

I corpi sono apparsi all’improvviso il 3 aprile e da ieri tutti ne parlano…

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Giornalista ucraino su Bucha: “Lo scopo di queste fake news è causare ancora più atrocità” – Dmitri Kovalevich*

 

La guerra delle fake news si sta intensificando. Per quanto riguarda le presunte atrocità a Bucha, nella regione di Kiev, i russi hanno lasciato Bucha il 30 marzo.

Il 31 marzo il sindaco di Bucha ha riferito che la città è libera.

Il 2 aprile la polizia ucraina e i distaccamenti nazionalisti sono entrati a Bucha e non c’erano cadaveri nelle strade.

Il 3 aprile appaiono immagini di cadaveri nelle strade. Perché proprio Bucha e non Hostomel, Irpen o Makariv – città vicine anch’esse lasciate dai russi.  Perché il nome Bucha per gli anglofoni risuona con il termine ‘macelleria’.

Contemporaneamente i russi ricevono messaggi su presunte atrocità degli ucraini. Tramite chat anonime viene detto loro che i prigionieri di guerra russi scambiati sono stati castrati e con le dita tagliate. I russi hanno controllato soprattutto gli ex prigionieri di guerra rilasciati – e dicono che è falso, non è successo niente del genere agli ex prigionieri di guerra. I messaggi sono evidentemente diffusi per generare ancora più rabbia.

Scopo delle fake news è causare più atrocità reali da entrambe le parti.

 

*Post Facebook del 4 aprile 2022

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Un terribile amore per la guerra – Massimiliano Fortuna

…Se abbiamo a cuore la costruzione della pace dunque non limitiamoci, di fronte a dichiarazioni come quelle di Luttwak, a una sdegnata irritazione, ma cerchiamo di esplorare a fondo i motivi dell’attrazione che la guerra può esercitare, per cercare di contrastarli con antidoti più adeguati rispetto alla semplice mozione dei buoni sentimenti. A questo proposito, ad esempio, costituisce una lettura preziosa uno degli ultimi libri che scrisse James Hillman, Un terribile amore per la guerra (Adelphi, 2005), nel quale provava a scandagliare le ragioni di questo intreccio continuamente presente nella storia umana tra violenza e bellezza. La guerra è oggetto d’amore, per Hillman da qui si dovrebbe partire, perché se «non entriamo dentro questo amore per la guerra, non riusciremo mai a prevenirla né a parlare in modo sensato di pace e disarmo».

Hillman non ci lascia crogiolare nell’illusione che la guerra sia confinata unicamente a ragioni economiche o alle ingiustizie sociali; cerca di penetrare in qualcosa di più originario e di più oscuro, che possa ad esempio rendere ragione delle parole di una donna francese intervistata da J. Glenn Gray dopo la seconda guerra mondiale: «lei sa che non amo la guerra e mai vorrei che si ripresentasse. Ma se non altro mi faceva sentire viva, viva come non mi ero mai sentita prima e come non mi sono più sentita dopo».

Non arrestarsi alle soluzioni semplici significa cercare di provare a comprendere il senso e l’ambivalenza di dichiarazioni come quelle di questa donna, che si possono riscontrare anche in chi, come Vera Brittain, è stato un pacifista a 24 carati. Il libro più famoso della Brittain, Testament of Youth, che in Inghilterra è considerato un classico della letteratura del Novecento, è tutto attraversato dalla sconvolgente esperienza della prima guerra mondiale, alla quale l’autrice partecipò come infermiera volontaria e che le strappò alcuni degli affetti più cari; eppure la Brittain non ha timore di rilevare, analizzando in primo luogo se stessa, il fascino che la guerra può generare: «può essere come il semplice delirio della febbre che appena la guerra è finita svanisce e si mostra per quel fuoco fatuo che realmente è, ma mentre dura nessuna emozione conosciuta all’uomo sembra aver avuto finora lo stesso convincente potere di quella ingigantita vitalità».

E aggiunge: «non credo che una Società delle Nazioni, un Patto Briand-Kellog o una Conferenza per il disarmo riusciranno mai a salvare il nostro il nostro povero residuo di civiltà dalla minacciose forze della distruzione, finché non riusciremo in qualche modo ad addestrare i processi razionali del pensiero costruttivo e sperimentare quell’elemento di sacra bellezza che di tanto in tanto glorifica la guerra» (V. Brittain, Generazione perduta, Giunti, 2015, pp. 301-2).

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Oltre il pensiero binario – Dmitri Makarov, Mary Kaldor

Per lottare per la pace servono connessioni che oltrepassino la cortina di capitalismo e nazionalismo. Alleanze che sfuggano alle divisioni artefatte che vorrebbero riportarci a una nuova Guerra fredda

L’unico modo per porre fine alla guerra in Ucraina passa per la combinazione tra resistenza ucraina e opposizione russa. Nonostante la repressione di tutte le forme di opposizione in Russia, migliaia di persone sono state abbastanza coraggiose da protestare contro la guerra in almeno 53 città della Russia; migliaia sono state arrestate, eppure le proteste continuano. Molti consiglieri locali, due membri del Parlamento, direttori teatrali, personalità sportive, conduttori di talk show, nonché il quotidiano Novaya Gazeta [che in seguito ha annunciato l’interruzione delle pubblicazioni, Ndt] stanno pubblicamente esprimendo opposizione alla guerra.

L’atmosfera in Russia è un misto di confusione, disperazione e sfida. Coloro che fanno parte del gruppo di sostegno al regime sono impegnati in una profezia che si autoavvera, indicando la risposta occidentale alla guerra come prova dell’aggressione occidentale. Molti altri hanno perso la speranza e stanno discutendo su come lasciare il paese. E ci sono anche moltissimi che si chiedono come costruire un movimento contro la guerra di fronte alla repressione diffusa. Questa petizione è stato un primo passo in questa direzione; ora ci sono molte discussioni tra diversi gruppi e reti su come portare avanti questo obiettivo.

Ciò che serve ora è che gli attivisti per la pace e per i diritti umani in Occidente organizzino un dialogo intenso con gli attivisti per la pace in tutta la Russia al fine di sviluppare una strategia transnazionale comune. È un dialogo che deve includere anche attivisti della Bielorussia e dell’Ucraina…

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Non vogliono la guerra ma la fanno. Nulla è più come prima, ma la politica continua come prima – MIR Italia

 

Tutti condannano la guerra come il peggiore crimine dell’umanità, ma poi si continua a giustificare le guerre e a prepararne altre. E’ una delle grandi contraddizioni umane.  Morti, feriti, anche tra i bambini, distruzioni,  profughi e miseria, non bastano ancora per convincere che non nulla di peggio della guerra. Nulla di peggio della guerra, significa che non si deve mai giustificare e portare avanti.

Tra i paesi in guerra succede (si fa per dire), come tra i bambini, che per possedere un giocattolo si picchiano, si fanno male e alla fine si ritrovano col giocattolo rotto e con la rabbia dentro, e si accusano  a vicenda “E’ stato prima lui!”. Le parti in conflitto dovrebbero fermarsi prima di distruggere anche quello che vorrebbero; dovrebbero cercare un accordo senza peggiorare sempre più la situazione, attraverso il dialogo negoziale, con la mediazione di istituti internazionali e di altri stati vicini alle due parti, che aiutino a guardare avanti, a vedere le conseguenze delle decisioni del momento.

Ma quando, come nel caso del conflitto russo-ucraino, uno dei due è il prepotente che aggredisce, cosa dovrebbe fare l’aggredito e cosa dovrebbero fare gli amici dell’aggredito? L’ideale sarebbe che ci fosse qualcuno esterno che si interpone e fa da arbitro; ma l’arbitro internazionale, l’ONU, purtroppo non funziona. Gli amici dell’aggredito potrebbero in teoria intervenire al fianco dell’amico, ma non devono rischiare che il prepotente distrugga il giocattolo col quale anche loro vorrebbero giocare o addirittura la casa in cui giocano. Dovrebbero allora intervenire per convincere i due a sospendere  lo scontro o almeno per trattenere l’amico dal proseguire uno scontro fatale per tutti.  Nel Vangelo di Luca 14, 31-32 Gesù diede questo saggio consiglio: “quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace”. Poi Gesù ha dato consigli ancor più impegnativi per vivere in pace, consigli di amore e nonviolenza che, se fossero stati applicati dai cristiani nei secoli, non ci sarebbero né guerre né eserciti, almeno dei cristiani e tra cristiani. Ora invece molti cristiani trovano assurdi gli appelli al disarmo ripetuti da Papa Francesco, il quale non fa che attualizzare coerentemente gli insegnamenti di Gesù.

E’ evidente che né la Russia né l’Ucraina, che professano in gran parte la fede cristiana, non danno credito ai consigli evangelici di amore anche verso i nemici e all’esempio di Gesù, che chiese ai suoi discepoli di rimettere la spada nel fodero e di non battersi contro i soldati aggressori.

Così continua questa guerra, come le altre guerre, folle, criminale, assurda e terribile. La gente, che poi ne paga le conseguenze, è in maggioranza contro il cinico realismo dei potenti che condannano  la guerra ma l’accettano e la continuano, cioè accettano e continuano il male peggiore. Alla fine essi disquisiranno su chi ha vinto e chi ha perso, faranno i loro calcoli, ma alla fine sarà la guerra a vincere. Si sposterà forse qualche linea di confine, ma la vita della gente sarà dura come prima, peggio di prima. Sarà ancora una volta un’inutile strage, per ottenere quello che si potrebbe avere senza fare vittime e distruzioni.

Come? Arrendendosi all’aggressore? Certo che no. Ma, pur comprendendo le giuste ragioni di sovranità e autodeterminazione dell’Ucraina, ritengo sconveniente combattere militarmente contro il prepotente nemico russo che bombarda l’Ucraina. Oggi mezza Ucraina è distrutta. E allora chiedo: non sarebbe stato meglio (e ancora oggi sarebbe meglio) concedere qualcosa dell’integrità territoriale, rinunciare all’ingresso nella Nato, accettare di essere uno stato neutrale, magari smilitarizzato? Col tempo il popolo ucraino , che sta dimostrando di essere determinato, unito e capace di soffrire, avrebbe la possibilità di far valere i propri diritti e troverebbe sostegno all’esterno, anche da tanti russi contrari al regime di Putin. Cosa sarà invece del futuro, specialmente  nel Donbass e in Crimea, con la popolazione ancor più divisa tra russofili e russofobi,  dopo quest’altra fase di guerra, peggiore di quella già durata otto anni? Con quale soddisfazione il governo russo o il governo ucraino potranno dire di avere vinto a Mariupol piuttosto che a Kharkiv o in qualsiasi altra città che finirà rasa al suolo con la loro guerra?

Preferisco l’utopia nonviolenta al realismo fatalista di chi opta per la soluzione armata, sostenuta dalle armi inviate dagli Stati occidentali.

Noi pacifisti nonviolenti, ignorati e giudicati con sufficienza anche da tanta parte dei media, non siamo passivi e non siamo equidistanti tra aggrediti e aggressori, ma non ci limitiamo a ripetere luoghi comuni: sosteniamo per esempio i nonviolenti russi e ucraini, che si oppongono con coraggio al pensiero dominante nei loro paesi e non chiedono sostegni militari per le loro patrie. Il movimento pacifista ucraino, per bocca del suo portavoce Yurii Sheliazhenko, docente alla KROK University a Kiev, ha scritto: « Per risolvere l’attuale conflitto militare a due binari, Ovest vs Est e Russia vs Ucraina, nonché per fermare qualsiasi guerra ed evitare guerre in futuro, dovremmo usare tecniche di politica nonviolenta, sviluppare una cultura di pace e educare alla pace le prossime generazioni. Dovremmo smettere di sparare e iniziare a parlare […]Sarebbe meglio resistere ai comportamenti sbagliati senza violenza e aiutare le persone fuorviate e militanti a comprendere i benefici della nonviolenza organizzata

In verità il metodo nonviolento non è conosciuto, studiato e sviluppato, mentre quello violento militarista è di istintiva immediatezza ed ha alle spalle strutture collaudate e foraggiate con i soldi dei contribuenti. Così la pratica della nonviolenza, lasciata al volontariato, non riesce ad avere la forza necessaria per vincere. Sarebbe necessario che fosse più strutturata ed organizzata, ed è per questo che i movimenti nonviolenti in Italia da un decennio chiedono che venga strutturato un Dipartimento nazionale per la difesa civile non armata. Constatiamo con Papa Francesco che “L’umanità, che si vanta di andare avanti nella scienza, nel pensiero, in tante cose belle, va indietro nel tessere la pace. È campione nel fare la guerra. E questo ci fa vergognare tutti”.

Eppure mentre le guerre dimostrano la loro bestialità e incapacità a risolvere i problemi, si continua a prepararle. Si è detto che con la pandemia tutto era cambiato, che occorre unirsi nella lotta ai virus; si è detto che la vita sul nostro pianeta è minacciata, che la natura non sopporta altra crescita di CO2, che occorre cambiare sistema di vita, che occorre evitare sprechi e consumi inquinanti; allora da più parti sono venuti appelli alla solidarietà, alla fratellanza universale, all’ecologia, alla riduzione dei consumi delle energie fossili, alla riduzione delle spese militari (lo hanno scritto scienziati, religiosi, premi Nobel), poi è bastata l’insensata criminale operazione militare ordinata da Putin per ribaltare tutto. Il complesso militare industriale sembra non aspettasse altro. E i politici hanno deciso di continuare come prima, peggio di prima, aumentando le spese militari. Con amarezza lo ha constatato il Papa Francesco una settimana fa: “si continua a governare il mondo come uno “scacchiere”, dove i potenti studiano le mosse per estendere il predominio a danno degli altri […]. Io mi sono vergognato quando ho letto che un gruppo di Stati si sono impegnati a spendere il due per cento del Pil nell’acquisto di armi, come risposta a questo che sta succedendo adesso. La pazzia! La vera risposta non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo ormai globalizzato – non facendo vedere i denti, come adesso – , un modo diverso di impostare le relazioni internazionali. […] È la scuola di Gandhi, che ha guidato un popolo alla libertà sulla via della nonviolenza”.

Penso che la maggioranza degli italiani siano d’accordo con lui, infatti secondo i sondaggi il 54% è contrario all’aumento delle spese militari. Ma forse questo ai politici nostrani non importa. Come può venire qualcosa di buono dall’aumento delle spese militari? E’ dal 2015 che aumentano progressivamente in tutti i Paesi. Con quale beneficio? Che necessità c’è che la Nato accresca il potenziale bellico, quando già spende  1.103 miliardi di dollari, pari al 56% dell’intera spesa militare mondiale (secondo il prestigioso istituto di studi SIPRI di Stoccolma)? Nello stesso anno 2020 la spesa militare della Cina è stata di 245 mld $ e della Russia 67 mld $ (quella dell’Ucraina è arrivata a 6 miliardi dopo averla triplicata in 10 anni). Cosa farà allora la Russia? La decisione di elevare le spese militari dei paesi Nato, istigherà la Russia, la Cina e tutti gli altri a fare altrettanto, in una escalation  continua e sempre più minacciosa. Le spese militari crescono perché aumentano le minacce di guerra oppure le minacce di guerra aumentano perché ci sono sempre più armi? Qual è la causa e quale l’effetto? Occorre rompere questo circolo mortale. E lo si può fare a vari livelli: mentre le armi c’è chi le ordina, chi le usa, chi le produce, chi le commercia, chi le trasporta,  c’è anche chi dice no! C’è chi in Parlamento non vota per aumentarle, chi obietta al servizio militare per non usarle, chi si rifiuta di produrle e si impegna per la riconversione dell’industria bellica, chi come i portuali di Genova, si rifiuta di caricare e scaricare navi che trasportano armi. Noi stiamo con costoro e con i pacifisti che in Russia e in Ucraina  non si rendono corresponsabili della guerra, manifestano il loro dissenso ai governi, obiettano e non si arruolano, non odiano i nemici e sono i più predisposti a riconciliarsi e a costruire davvero la pace.

Perché la pace si fa senza armi, con la nonviolenza attiva.

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Ucraina: un film già visto. Riusciremo questa volta a cambiarne il finale? – Patrick Boylan

 

2014: la prima “guerra in Ucraina” tra Mosca, Kiev e – dietro le quinte – la NATO. Allora come oggi, tutti i mass media blaterarono la narrativa manichea di un Putin che, SENZA PROVOCAZIONE e di punto in bianco, avrebbe deciso di invadere l’Ucraina per ricostituire l’ex impero sovietico, se non la Russia imperiale. Un Putin così folle e intransigente che bisognava eliminarlo e basta – con l’assassinio se possibile, col nucleare, se necessario.

Per fortuna Angela Merkel intervenne allora per sfatare quella narrativa – riconoscendo implicitamente le provocazioni NATO all’origine del conflitto – e per riportare la pace, almeno nel breve termine.  (Poi, quando il reggimento ucraino filo-nazista Azov ruppe la tregua cannoneggiando il Donbass filo-russo, si riprese una guerra “strisciante” che ci riporta ai giorni nostri.)

Oggi, chi potrà svolgere il ruolo di Angela Merkel? Forse l’unico è Xi Jinping.

L’attuale guerra in Ucraina ha origini lontane nei piani strategici della NATO, ha scritto, documenti alla mano, il noto giornalista Manlio Dinucci sull’edizione online de il manifesto lo scorso 8 marzo. Dopo qualche ora l’articolo è stato fatto sparire – anche dalla successiva edizione di carta – non perché contenesse errori o inesattezze, bensì – secondo Dinucci, dopo aver chiesto spiegazioni al caporedattore – in quanto metteva troppo in questione la narrativa ufficiale degli eventi in Ucraina. Per protestare contro questo atto di censura, il giornalista ha dato le sue dimissioni da il manifesto dopo 10 anni di servizio.

Non c’è che dire: il breve articolo di Dinucci intacca la narrativa mainstream del conflitto, eccome!

Secondo i mass media mainstream, infatti, Putin sarebbe un demone assettato di sangue e di potere, che improvvisamente e senza provocazione ha assalito un innocente vicino di casa. Ora, è fuori discussione che l’invasione di Putin sia un atto criminale e nulla, proprio nulla, può giustificarla; ma che Putin abbia agito senza provocazione è una affermazione che proprio non sta in piedi. Pertanto, se vogliamo davvero la pace, dobbiamo sforzarci di capire se ci siano state istigazioni e, in tal caso, da parte di chi e per quale motivo. Come nelle banali liti tra fratellini in famiglia, per riportare la pace, TUTTI i responsabili del conflitto – i protagonisti venuti alle mani nonché gli eventuali istigatori – devono essere individuati e riuniti intorno ad un tavolo per ricomporre le fratture.

Secondo il reportage di Dinucci, dunque, esisterebbero sì degli istigatori dietro gli eventi in Ucraina e anche una strategia a monte. A comprova di ciò, il giornalista cita un documento ufficiale della RAND Corp. (centro studi del Pentagono) del 2018 in cui viene descritto proprio lo scenario che si sta verificando in Ucraina in questi mesi: il documento è consultabile qui https://www.rand.org/pubs/research_briefs/RB10014.html oppure, se sparirà dal sito della RAND, qui https://bit.ly/ucraina-b in permanenza.

Riferendosi anche ad un suo studio antecedente, questo documento della RAND suggerisce al Pentagono di attuare – lungo la frontiera russo-ucraina, punto nevralgico per il Capo del Cremlino – provocazioni sufficientemente forti da spingere Putin a commettere un passo falso così grave da giustificare una valanga di rappresaglie economiche da parte dell’intero Occidente, mettendo così in ginocchio la Russia. In pratica, il documento della RAND spiega alla NATO come vincere una guerra contro la Russia senza scendere direttamente in campo (1.) provocando Putin, (2.) lasciandolo reagire con violenza (3.) per poi punirlo isolando la Russia politicamente e svenandola economicamente. In questo modo i soldati della NATO non avrebbero dovuto sparare un colpo; a dover pagare il prezzo di sangue dovuto alle reazioni violente del Cremlino sarebbero stati esclusivamente i militari e la popolazione dell’Ucraina, evidentemente considerati spendibili dagli estensori del documento.

In sostanza, nel 2018 la RAND ha descritto quello che sta succedendo in Ucraina oggi.

Ma l’attuale guerra russo-ucraina ha origini ancora più lontane.

Si tratta dell’anno 2014. Ventitré anni dopo aver abiurato il suo passato Sovietico e dopo aver abbracciato l’economia del mercato, la Russia aveva saputo creare, con i paesi dell’Unione Europea, legami di amicizia e di mutuo rispetto. La NATO aveva persino accolto la Russia come partner, fatto che nessuno oggi sembra ricordare! I legami commerciali – ma sopratutto scientifici e tecnologici – con l’Europa erano diventati fittissimi: nella biotecnologia, nell’informatica, nella ricerca spaziale, il tandem UE-Russia stava diventando una nuova super potenza mondiale. Una potenza che si estendeva dall’Atlantico fino agli Urali… e che cominciava ad inquietare gli Stati Uniti. “Bisogna silurare questo fidanzamento!”, qualcuno a Washington avrà sicuramente detto. “Già fatichiamo a tener testa ai cinesi; non abbiamo certo bisogno di un concorrente ugualmente formidabile. Questo matrimonio non s’ha da fare!”

Così gli USA mettono in atto, per la prima volta, una serie di istigazioni non dissimili da quelle messe in atto oggi: prima, viene creato un grave pericolo lungo la sensibilissima frontiera russo-ucraina, tale da provocare da parte del bullo Putin una risposta smisurata e quindi illegale; poi, per punire l’illegalità, vengono rotti i legami tra la Russia e l’Occidente (Europa in particolare) e vengono applicate sanzioni sufficientemente pesanti da affossare l’economia russa. Così l’Europa rimane dipendente dagli USA e la Russia viene cacciata dalla scacchiera mondiale.

Il piano ha funzionato. Ma solo a metà.

Il 2014, infatti, è l’anno delle proteste popolari a Kiev, l’EuroMaidan, contro un governo ucraino corrotto e autoritario. Ma la rivolta viene espropriata da milizie ucraine filo-naziste, addestrate in una base NATO della Polonia, le quali impongono un presidente che, quasi subito, inizia la persecuzione dei cittadini russofoni dell’Ucraina e promette di cacciare la flotta russa dalla sua base in Crimea – una base d’importanza vitale alla Russia e garantita da un trattato della durata di 100 anni. Per il nuovo governo golpista di Ucraina, invece, quel trattato è solo carta straccia: il porto va tolto ai russi e dato alla NATO. Questo, poi, a pochi chilometri dalla frontiera russa.

Quanto basta per provocare Putin a compiere due passi falsi: annettere la Crimea, per salvare il porto, e dare assistenza militare ai russofoni del Donbass, per salvarli da un genocidio. Entrambe queste mosse costituiscono violazioni della carta ONU (che stabilisce l’integrità territoriale di un paese terzo e la non ingerenza nelle sue guerre civili): sono quindi meritevoli di sanzioni severe.

Ma le sanzioni non sono state varate interamente. L’annunciata valanga di rappresaglie contro la Russia fu fermata a metà strada dall’intervento di Angela Merkel. La Cancelliera tedesca seppe portare russi e ucraini – anche l’OSCE e persino osservatori NATO – ad un negoziato sfociato poi in una effettiva interruzione, seppur momentanea, delle ostilità. Ciò consentì alla Germania e all’Europa di interrompere i meccanismi sanzionatori studiati per debilitare la Russia (e per assoggettare l’Europa ad una sempre maggiore dipendenza energetica e commerciale dagli USA).

L’attuale conflitto in Ucraina va dunque letto come la prosecuzione del tentativo di destabilizzazione della Russia iniziatosi otto anni fa, ma poi interrotto e successivamente riproposto a partire dal 2018, con l’abrogazione da parte degli USA, nello stesso anno, del trattato sui missili nucleari intermedi (IRBM). Quella abrogazione ha dato alla NATO la possibilità di dispiegare i temibili missili IRBM, a lungo vietati in Europa, persino sulle frontiere russe, dove in due minuti potrebbero raggiungere Mosca che non avrebbe il tempo per poterli intercettare. Questa è stata la prima istigazione di tutta una serie di provocazioni a partire dal 2018 – alle quali la Russia ha risposto con una serie di provocazioni proprie, come lo hacking, i missili a Kaliningrad e lo sconfinamento dei velivoli militari russi.  Il resto è storia dei nostri giorni.

Ma per cogliere appieno gli eventi di oggi, dobbiamo capire più a fondo gli eventi – assolutamente cruciali – dell’anno 2014. Chi scrive propone dunque la lettura di un suo articolo del 30 agosto di quell’anno. S’intitola Ci sono ancora speranze in Ucraina? e offre tanti paralleli con gli eventi che si svolgono in Ucraina oggi. Il link per leggerlo si trova in fondo a questo articolo.

Un’ultima considerazione: potrebbe Xi Jinping svolgere oggi il ruolo pacificatore che Angela Merkel ha svolto nel 2014?

Per ora la Cina non sembra disposta ad accettare il compito: nella sua telefonata con il presidente degli Stati Uniti Joe Biden lo scorso 18 marzo, il presidente Xi, per tenersi fuori dalla mischia, ha citato un antico proverbio cinese: “Spetta a chi ha messo il sonaglio al collo della tigre il compito di toglierlo.” Vale a dire, “Voi americani avete voluto provocare la tigre russa con la ventilata espansione missilistica IRBM della NATO, ora tocca a voi togliere l’oggetto irritante da dosso. Noi cinesi abbiamo altro da fare.”

Tuttavia, la Cina ha troppi interessi in gioco per rimanere davvero alla finestra. Perderebbe troppo con l’annientamento, anche se solo economico, dell’alleato russo. Ha infatti bisogno di una Russia sempre forte per non restare sola ad affrontare il colosso statunitense che, con Biden al posto di Trump, ha saputo riunire intorno a se tutta l’Europa continentale. In pratica, Xi Jinping ha bisogno di salvare Putin da se stesso, ovvero dal suo grossolano e criminale tentativo di tenere la NATO lontana dalle proprie frontiere usando la violenza, un errore di calcolo diventato un boomerang.

E pensare che Putin era già caduta nella medesima trappola della NATO nel 2014!!

Ricascarci è segno davvero di una tracotanza e di una impetuosità che sono agli antipodi del modo di fare dei politici cinesi, basato sul profilo basso, sull’attesa paziente e sui passi in avanti incrementali.

In conclusione, se la Cina ha indubbiamente bisogno della Russia, non ha certo bisogno di Putin. Tutt’altro. Perciò potrebbe decidere – in maniera assai più discreta del Presidente Biden e nonostante la sua proverbiale politica di non ingerenza negli affari interni di altri paesi – di favorire un avvicendamento all’interno della dirigenza russa. Il final cut di questo penoso remake lo deciderà forse Xi Jinping.

L’articolo del 2014, Ci sono ancora speranze in Ucraina?
– che sembra scritto oggi –
 è visibile qui:
https://www.peacelink.it/editoriale/a/40534.html

da qui

 

 

 

Un dovere sacro. Yurii Sheliazhenko sulla difesa non armata della Patria.

Tre mesi fa, quando il mondo ha celebrato la Giornata dei Diritti Umani, ho partecipato a una conferenza organizzata dall’Accademia del Diritto dell’Università Nazionale di Odessa e ho parlato della violazione di un diritto umano che si verifica in Ucraina, quella relativa all’obiezione di coscienza al servizio militare. Ho parlato della mancanza di accesso a servizi alternativi, degli ostacoli burocratici e dell’estorsione di tangenti, delle richieste discriminatorie di appartenenza a organizzazioni religiose approvate dal governo e del mancato rispetto da parte dell’Ucraina delle raccomandazioni del Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite.

La mia presentazione è stata ben accolta; altri partecipanti hanno condiviso la loro esperienza nella lotta contro la detenzione arbitraria dei coscritti. E poi il professor Vasyl Kostytsky, un ex parlamentare, ha commentato che il servizio nelle forze armate dell’Ucraina è un dovere sacro di ogni uomo. Sapevo che il professore è un cristiano devoto, così ho risposto che non mi risultava alcun dovere sacro del genere tra i dieci comandamenti. Al contrario, ricordavo che è scritto “non uccidere”.

Questo scambio mi viene in mente ora, mentre la mia casa a Kiev è scossa dalle esplosioni delle granate russe nelle vicinanze e le sirene dell’allarme aereo mi ricordano ripetutamente, giorno e notte, che la morte vola sopra la testa.

Dopo l’invasione russa, in Ucraina è stata proclamata la legge marziale e tutti gli uomini tra i 18 e i 60 anni sono stati chiamati alle armi con il divieto di lasciare il Paese. Per alloggiare in un hotel è necessario il permesso dei militari, e si corre il rischio di essere arruolati a ogni posto di blocco.

Il governo ignora il diritto umano di rifiutarsi di uccidere, e lo stesso fa il governo russo mandando i coscritti alla morte e dichiarando pubblicamente che non è così.

Ammiro i russi che hanno protestato in massa contro le menzogne guerrafondaie e contro la guerra, e mi vergogno che il popolo ucraino non abbia insistito per una soluzione nonviolenta durante gli otto anni di guerra tra il governo e i separatisti. Anche adesso l’opinione pubblica è più favorevole allo sforzo bellico che ai colloqui di pace.

Continuo a credere che tutti, compreso il governo, non dovrebbero uccidere. La guerra è un crimine contro l’umanità; perciò sono determinato a non sostenere nessun tipo di guerra e a lottare per l’eliminazione di tutte le cause di guerra. Se tutte le persone si rifiuteranno di uccidere, non ci sarà mai la guerra.

Yurii Sheliazhenko, segretario esecutivo del Movimento Pacifista Ucraino

(dalla newsletter di Pax Christi Scozia)

da qui

 

 

 

 

Tra umano e disumano: andar oltre l’afasiaAldo Bonomi

 

Come andare oltre l’afasia cui induce la guerra? Come trasformare l’angoscia del ritrovarsi nel labirinto delle paure in volontà di mettersi in mezzo, dopo che la lunga fase di distanziamento da pandemia aveva già lacerato il tessuto delle relazioni costringendoci a fare esodo per ritessere nuova trama sociale?

In un disordinato tumulto del sentire e del pensare cerco tracce di parole per andare dentro e oltre la paura, oltre quella dimensione del disagio esistenziale che Franz Kafka chiamava “la parte migliore di me”. Ho sempre pensato che a questo riconoscimento di fragilità umana dello scrittore praghese dovesse accompagnarsi il tentare di fare discorso e racconto, per me di farne sociologia delle macerie da trasformare in visione critica del mondo per andare oltre. Ed è questo che ho umilmente cercato di fare in questi giorni nel dialogare con Marco Revelli, ripartendo dalle macerie di Paraloup, dai paesi abbandonati e dai comuni polvere raccontati da Antonella Tarpino e dallo stesso Marco. Abbiamo cercato, in quei luoghi ai margini della storia dove più facile è la ricerca di senso, di costruire in questi anni angoli di spazio pubblico di decantazione e di elaborazione emotiva per contrastare ed evitare le continue tentazioni del rinserramento e del rancore, spesso alimentato e teorizzato dagli imprenditori politici delle paure. Abbiamo, con qualche presunzione, cercato di essere flebili “imprenditori politici della pace” anche quando la paura e il rancore si sono fatti comunità maledetta del sangue del suolo e delle religioni in guerra nella ex Iugoslavia, con tanto di nostrani teorici della “guerra giusta” e di concreti bombardamenti su Belgrado. Le virgolette sono necessarie perché allora, come ben ricorda anche Marco, iniziammo tra noi un ragionare partendo da due parole potenti del ‘900: impresa e militante, dando spazio pubblico ai sussurri del volontario come figura del “mettersi in mezzo” ai processi economici ed alla politica in una fase in cui l’Europa, come ebbe a dire allora Jacques Delors, “aveva perso il senso del tragico”.

 

Oggi non siamo forse ritornati nel pieno della tragedia con la guerra in Ucraina? Parafrasando Giuseppe De Rita che ai tempi della guerra in Iraq scrisse “Bevagna non va alla guerra”, potremmo dire oggi che Paraloup non va alla guerra e non manda armi per la guerra. In questo periodo Marco sta ripercorrendo la geografia della ritirata di Russia vissuta dal padre Nuto, così come dal mio, che attraversarono quegli stessi luoghi, oggi bombardati e sotto assedio, per giungere, nel caso di Nuto, a Paroloup per organizzare e partecipare alla resistenza poi diventata racconto di una tragedia epocale che è oggi monito di fronte ad una nuova tragedia bellica. Immagino che il prossimo 25 aprile a Paraloup si parlerà di come Paraloup non va alla guerra, ma basta ricordare e testimoniare? Certo vale il monito della storia verso un’Europa che ha perso il senso del tragico, ma che fare nel presentismo della guerra in cui siamo immersi, ove dominano le categorie del prussiano von Clausewitz del “padroneggiare il combattimento”, della “forza della passione” e della “politik”, cioè la geopolitica da imprenditori della guerra? Altro che Kafka… Basta mettersi in mezzo all’analisi geopolitica e dire, come ha fatto giustamente Fausto Bertinotti, che due torti non fanno la ragione e quindi prendere le distanze dalla Russia di Putin che fa la guerra e dalla Nato che l’ha accerchiata, con l’Ucraina in mezzo? Non basta, perché in mezzo non c’è solo il confine geopolitico, c’è quello tra l’umano e il disumano. Così come non basta fare esodo, forma di resistenza a cui eravamo già arrivati ben prima della guerra, quando analizzavamo il lento attraversamento del deserto post-pandemico delle carovane dei lavori in direzione ostinata e contraria, una in fuga dal lavoro e l’altra alla ricerca del lavoro, con le oasi delle economie in metamorfosi in adorazione del vitello d’oro del PNRR, manna dal cielo europeo.

In questo quadro già ci eravamo detti che non bastava andare di oasi in oasi facendo carovana tra le comunità concrete alla Paraloup. Dialogando con De Rita sulla società frammentata e dispersa avevamo iniziato a ragionare sulla necessità di cercare carovanieri della rappresentanza e tracce di riconnessione della moltitudine nell’esodo attraverso il deserto. Ora, nella tempesta di sabbia della guerra, la fuga dalle città ucraine bombardate ci appare in una dimensione di esodo biblico, la carovana dei profughi fugge da quello che Elena Granata chiama URBICIDIO, tragica parola di distruzione dell’abitare e delle forme di convivenza, anche questa coniata dai suoi colleghi architetti ai tempi della guerra nella ex Iugoslavia. Ma nella sua dimensione di potenza geopolitica e nella dimensione di lunga deriva storica nell’Europa del tragico e nella potenza apocalittica della fuga di massa delle carovane dei profughi ucraini rispetto alle guerre iugoslave in cui cercammo di metterci in mezzo allora, oggi non vedo e non vediamo uno spazio pubblico promosso e interpretato da “imprenditori politici della pace” all’interno del quale aprire un dibattito nelle contraddizioni delle politiche, si diceva allora, contro i sostenitori delle guerre giuste poi continuato contro gli esportatori di democrazia manu militari. Mi pare che tutti si siano messi l’elmetto: vi armiamo per la guerra, purché non nel nostro giardino. Che poi, a ben vedere, è un giardino arso e riarso, a rischio di desertificazione ed alla canna del gas, ma oggi noi lasciamo da parte la conversione ecologica, torniamo al carbone, come se quella fosse una tragedia rimandabile.

Ma torniamo, senza andare molto distanti nel tempo, a come è cambiato il presidio del confine polacco. Sino a poche settimane si arrestavano quelli che accendevano le lanterne verdi per segnalare ai profughi che arrivavano da sud est o dall’ Afghanistan una possibile via di accesso e di aiuto qualora avessero oltrepassato il filo spinato. Ora, giustamente, le frontiere sono aperte e le lanterne verdi sono diventati parte dei “volontari reclutati” nella catena logistica bellica, perdendo il loro essere contraddizione vivente capace di mettersi in mezzo per la pace, come fu ancora a Sarajevo o nelle città di frontiera tra Serbia e Bosnia. Non più lanterne per uscire dal labirinto delle paure, ma crocerossine di un esodo, che, mi auguro, non selettivo per il colore della pelle o per provenienza, cancellando la domanda “da dove vieni straniero?”. Nel nostro ragionare nell’esodo postpandemico avevamo già affrontato il tema della crisi del welfare e della sussunzione del terzo settore reclutato nello stemperare la sua radicalità da voce del margine che chiede inclusione a crocerossina della società dello scarto. Nel salto d’epoca e nel salto di secolo abbiamo seguito il declino del militante e lo stemperarsi della radicalità del volontario. Forse dovremmo prendere atto che non si tratta più di cercare il soggetto tondino di ferro del cambiamento o i luoghi emblematici da territorialisti che fanno resistenza tra flussi e luoghi come oasi di utopia ma capire, e la guerra lo fa capire, come metterci in mezzo tra l’umano e il disumano. Senza dimenticare che lavorare per un umanesimo adeguato ai tempi dell’esodo senza terra promessa attiene, in prima battuta, alla sfera prepolitica. Quindi, come “metterci in situazione” per andare oltre l’afasia e l’angoscia delle paure, oltre il rinserrarsi a Paraloup che non va alla guerra, oltre il “not in my name”?

Ho provato a scomporre e ricomporre il nostro essere situazionisti nella duplice accezione di rimando alla società dello spettacolo e di “situarsi”, di trovare luogo, oasi di pace, tra i flussi della società dello spettacolo con tanto di missili ed il luogo occupato dai carri armati. C’è stato un salto di qualità nel racconto della guerra in Europa e forse anche per questo, non sembra più una tragedia reale da evitare, ma spazio di un metaverso da società dello spettacolo, in cui collocare anche i buoni sentimenti, purché ciò non presupponga il situarsi là dove stanno i carri armati, terreno per gli inviati con l’elmetto, loro stessi a rischio per alimentare lo spettacolo, anche quello di bambini che imparano a fabbricare molotov. In questo metaverso, lo spazio mediato del pacifismo viene occupato da imprenditori politici della paura travestiti da agnelli, da realisti propugnatori di forniture di armi, mentre i giovani in piazza vengono ridotti a quelli che fanno la loro parte di giovani. Intanto passa lo stanziamento di bilancio tedesco per il riarmo, a proposito della perdita del senso del tragico, e la risposta più che cercare la pace come imprenditori della pace attraverso la diplomazia di pace, passa alle sanzioni nel metaverso della finanziarizzazione, anche questa non raccontata nei suoi effetti reali nel situarsi con effetti reali dentro la vita nuda di chi “rimane sotto”, sia in Russia che nello spazio europeo. Direi che per la prima volta, dopo la lotta di classe dall’alto, stiamo assistendo alla devastazione delle coscienze in primis e poi sul terreno della guerra dall’alto praticata con la potenza dei mezzi della società dello spettacolo, rete finanziaria globale e social compresi, stiamo assistendo alla realizzazione di un metaverso disumano. Il mio amico Michele Mezza, sempre alla ricerca del soggetto, mi dice che ci salverà Anonymous nel suo hackerare la rete degli uni e degli altri. Pia illusione. La guerra non è un metaverso ma il suo esatto opposto, il disumano oltre l’umano e fatto di corpi martoriati e devastati. Qui occorre ricollocare il racconto disarticolando lo storytelling suadente dell’andiamo tutti alla guerra prima che sia troppo tardi, ricordando a noi la ritirata di Russia dei nostri padri e a Putin di rileggersi Dostoevskij che ci mette in guardia da quelli “convinti come sono che sia necessario rinchiudere il proprio vicino per convincersi del proprio buonsenso”.

Dunque, quale racconto e quali categorie mettere in mezzo tra il metaverso e il situato nel territorio? Frugando nella cassetta degli attrezzi saltano all’occhio due concetti utilizzati nell’analisi dei sommersi e dei salvati nel salto di secolo, quelli della “nuda vita” e della “vita nuda”. Con nuda vita ci si riferisce alla sfera umana del pensiero, del ricordo, della comunicazione oggi messa al lavoro nella società automatica dell’algoritmo. E’ una composizione sociale che nella pandemia ha ingrossato lo sciame dei lavoratori da remoto, riversando quel po’ di militanza sciamando nei social, assumendo nel metaverso mille sfumature sulla guerra, sino alla volatilità radicale di Anonymous. Ma sono anche corpi, corpi al riparo dalle bombe, ma non per questo corpi fermi visto che, per fortuna, sono ancora in tanti a partecipare alle manifestazioni in presenza, pur attraversate dai molteplici distinguo nello sfumarsi della memoria militante del ‘900 e negli interrogativi del volontario. Sono i salvati, siamo i salvati, che guardano da qui ciò che avviene là, in un altro luogo. Là c’è la vita nuda dei sommersi, dei corpi umani ridotti alle esigenze primarie della sicurezza fisica, dell’alimentarsi, del dissetarsi, del ripararsi dalle intemperie. La difficoltà o l’impossibilità di soddisfare questi bisogni fondamentali fa di questi corpi dei profughi di guerra in cerca di rifugio altrove. Mi domando e vi domando, pur tenendo conto delle differenti quanto fondamentali condizioni materiali, quale sia la natura dell’empatia che mette in relazione i militanti dei social, quelli che ancora camminano per strada manifestando e la nuda vita dei sommersi, dei profughi, accolti nella mobilitazione. E un un’empatia che si fa simbiosi contro la guerra, o un’empatia che a suo modo alimenta la guerra situata e non fermata? Non vediamo forse chi sta sopra e altrove dividersi senza comprendere che solo espellendo il codice della guerra sarà possibile allontanarla da sé e da quelli che ce l’hanno in casa ridotti a nuda vita in fuga? E’ una questione della quale avremmo dovuto essere già consapevoli guardando perché in fondo ci si era già presentata qualche settimana fa guardando all’andamento dell’economia e ci era già entrata dentro nei miti e nei riti del quotidiano attraversamento del deserto. Nel nostro attraversare mossi dal miraggio delle terre del digitale e della riconversione ecologica era di attualità dirci che nella terra promessa avremmo persino trovato il nucleare pulito, mettendo in difficoltà quelli che nell’esodo sostenevano giustamente di andare verso le oasi delle energie dolci. Oggi, nel flusso della guerra e delle sanzioni tornano di attualità le centrali a carbone, l’incubo di Chernobyl, mentre la manna del PNRR rischia di trasformarsi in pioggia acida. Altro che pensare a come alimentare la guerra, la pace ci è necessaria come l’acqua, anche per noi che siamo in mezzo al deserto senza il miraggio della manna. Anche per questo occorre frenare questa triste euforia guerresca che serpeggia nel metaverso e far capire quanto anche noi abbiamo bisogno di bere pace raccontando l’arsura delle nostre analisi. Senza una piattaforma di pace diventano polvere la piattaforma digitale, le piattaforme manifatturiere, le piattaforme agricole, quelle dell’urbano-regionale, quelle della conversione ecologica, quelle del sociale inclusivo e del nuovo welfare di cui ho scritto (“Oltre le mura dell’impresa” Bonomi 2021) invitando a guardare oltre le mura dell’impresa a quel territorio in metamorfosi che mette al lavoro la società tutta dentro un meccanismo di iper-industrializzazione della vita quotidiana.

 

Marco Revelli nel commentare il libro suggeriva di ritornare al Gramsci di “Americanismo e fordismo” per capire il neo-fordismo della tecnica e degli algoritmi che fanno della moltitudine dispersa nelle piattaforme un volgo disperso messo al lavoro. E Putin traccia con l’invasione piattaforme con i suoi carri armati che diventano sacche per una umanità esposta alla morte. Dal metaverso si risponde mettendo in gioco quella che i commentatori hanno chiamato “l’arma nucleare delle sanzioni”, ovvero la potente piattaforma SWIFT che dal metaverso colpisce oligarchi ma anche quelli situati in basso. E’ un gioco di specchi tra la piattaforma finanziaria che sorvola le colonne di carri armati e l’incedere inarrestabile delle stesse verso Kiev. E’ una rappresentazione emblematica dei due fordismi intrecciati che si confrontano nella guerra: quello iperfordista degli algoritmi che legano la finanza globale e quello che ancora si regge su gas, petrolio, acciaio dell’industria pesante, compresa quella per i carri armati. Si confrontano due fasi e due modelli di verticalizzazione. Due processi di dominio dei flussi che impattano nei luoghi: quello della piattaforma del metaverso e quello che invade per disegnare piattaforme territoriali strategiche tra Crimea e Donbass. Per usare il nostro linguaggio (mio e di Marco) in mezzo a questi due fordismi appare il capitalismo molecolare delle molotov della resistenza ucraina come stracci umani  che volano. Discorso che ci porta dritti dalla geoeconomia alla geopolitica con tanto di esperti, cosa che noi non siamo, subentrati ai virologi nello spiegarci come va il mondo.

 

Timidamente avanzo un appunto sul quale lavorare: questo dispiegarsi del capitalismo politico si confronta nei tre modelli geoeconomici americano, cinese e russo. Non pare esserci dubbio che l’invasione dell’Ucraina confine d’Europa acceleri la formazione di un capitalismo politico europeo, con tanto di stanziamenti di bilancio per il riarmo, che accelererà il divenire di un’Europa dall’alto, con continue crisi e salti dei processi democratici, che poi a ben vedere è la cifra che caratterizza il capitalismo politico. Fibrillazioni che ridisegnano lo spazio globale, basti pensare alla Turchia o all’India, alla ricerca di ruoli in una globalizzazione senza più impero. Da oltre un decennio la globalizzazione soft dei mercati si è fatta hard con tanto di “terza guerra mondiale a pezzi”, come aveva profeticamente detto il Papa. Oggi uno di questi pezzi riappare là dove la seconda si era conclusa a monito per l’umano. Monito della storia di fronte al quale l’umano di oggi appare prostrato, silente, senza voce; proprio in quei luoghi attraversati dai nostri padri nell’esodo dalla guerra, in quei luoghi che ricordano lo sterminio e la shoah e il genocidio nella non lontana Armenia sembra che l’umano abbia perso la memoria. Ma ammesso e non concesso questo dilagare dell’internazionale dell’indifferenza, che per ciò che riguarda Putin, primo responsabile nell’avere valicato i confini territoriali ed il confine della guerra, è ancor più grave pensando ai milioni di morti del popolo russo della seconda guerra mondiale (in Russia chiamata guerra patriottica), continuo a chiedermi perché non prevalga la parola pace, almeno di fronte alle catene di immagini della vita nuda dei profughi. Quale apocalisse culturale ci ha così prostrati da essere proni e disponibili ad alimentare guerra sul terreno? Forse perché siamo convinti che ormai ebbri di finanzcapitalismo a noi basta fare la guerra con i soldi ai soldi attraverso le sanzioni, indifferenti a nostra volta sul come ed a chi cadranno in testa come bombe nel vivere quotidiano? Eppure, a proposito di apocalisse nel salto di secolo, non bastasse la memoria del ‘900 abbiamo scavallato il secolo con l’11 settembre della comunità maledetta del sangue e delle religioni volata nel cielo per portare la guerra cui hanno fatto seguito le guerre per “esportare la democrazia”. Siamo poi giunti sull’orlo del baratro interrogante della crisi ecologica per ragione sul come contenere e cambiare i flussi che impattavano nei territori, che mangiavano la terra, che estraevano risorse nell’epoca dell’antropocene.

 

La nostra generazione, qui era arrivata cercando di mettersi in mezzo tra i flussi e i luoghi; quelli della finanza, delle transnazionali, delle reti hard e soft, delle internet company. Sempre cercando, per dirla con Paul Ricoeur, di decodificare e mettersi in mezzo alla bulimia dei mezzi che produce l’atrofia dei fini. Nel cercare di mettersi in mezzo per cambiare ci è venuto dentro, non solo nei luoghi ma dentro i nostri corpi, il flusso della pandemia con la sua carica virale della distanza fisica che si è fatta distanza sociale codificata dallo stato di emergenza. Così si è fatto avanti, per paura del corpo malato, il virus dell’immunitas rispetto alla communitas, tant’è che scrivevo e teorizzavo la necessita di ricostruire una comunità larga per fare esodo ed attraversare il deserto. Ed ora come ultimo flusso, capace di piegare quelli delle economie, compresa quella del metaverso, irrompe quello della guerra nel suo imporre la continuità, come ci fossimo abituati, tra stato di emergenza e stato di eccezione. Non pieghiamoci: la guerra con il suo immunizzarci nella logica binaria amico-nemico si può fermare solo ricostruendo, mettendo in mezzo tra l’umano e il disumano le forme di convivenza, ripartendo dal fare communitas delle forme di convivenza… e poi speriamo.

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«Non andrò a uccidere i miei fratelli!». Il soldato coraggioso è quello che diserta – Tiziana Barillà

 

«L’altro giorno, ho dato fuoco all’ufficio di registrazione e arruolamento militare nella città di Lukhovitsy, nella regione di Mosca, e l’ho filmato su gopro. Ho dipinto il cancello con i colori della bandiera ucraina e ho scritto: “Non andrò a uccidere i miei fratelli!” Dopodiché ho scavalcato la recinzione, ho cosparso di benzina la facciata, ho rotto i vetri e ci ho lanciato bombe molotov. L’obiettivo era distruggere l’archivio con i file personali delle reclute, che si trova lì. Ciò dovrebbe impedire la mobilitazione nel distretto. Spero di non vedere i miei compagni in cattività o nelle liste dei morti… Gli ucraini devono sapere che in Russia si combatte per loro, non tutti hanno paura e non tutti sono indifferenti. I nostri manifestanti devono essere ispirati e agire in modo più deciso. E questo dovrebbe spezzare ulteriormente lo spirito dell’esercito e del governo russi. Fai sapere a questi figli di puttana che la loro stessa gente li odia. La terra comincerà presto a bruciare sotto i loro piedi, l’inferno attende anche in casa»

Kiril ha 21 anni ed è un dissidente antimilitarista, un disertore

la notte del 28 febbraio ha lanciato una molotov contro la porta chiusa dell’ufficio di arruolamento dell’esercito a Loukhivitsy, nella regione di Mosca

dopodiché si è sbarazzato del telefono e, senza mai mettersi in contatto con i suoi parenti, è fuggito verso l’Ucraina

l’8 marzo è stato arrestato al confine tra la Bielorussia e la Lituania ed è stato estradato d’urgenza, portato alla stazione della polizia di Lukhovitsy dove è stato aperto a suo carico un procedimento penale per “vandalismo”

il 13 marzo, di buon mattino, ha chiesto di andare in bagno, le manette sono state rimosse e dopo il bagno Kirill è stato scortato all’ufficio del dipartimento investigativo criminale dove lo aspettava un interrogatorio

Kiril è saltato fuori dalla finestra ed è scappato riuscendo a scavalcare una recinzione alta tre metri e raggiungere l’autostrada

qualcuno dice di averlo intravisto nella foresta

l’azione di Kiril è un atto simbolicamente potente che lo ha esposto a un enorme pericolo: un’azione simbolica mentre le bombe uccidono migliaia di persone e la repressione ne arresta e perseguita altrettante

la sua molotov da sola non fermerà Vladimir Putin né la guerra tra le nazioni ma è il simbolo di un popolo che non si piega al “fascismo antifascista” di zar Putin

da qui

 

 

 

Il paragone oltraggioso e pericoloso fra l’invio di armi all’Ucraina e la Resistenza – Raul Mordenti

 

In occasione del bel Congresso dell’ANPI, la stampa di guerra (unanime e sfacciata come sempre) ha risollevato ancora il paragone fra la guerra in Ucraina e la Resistenza. Il paragone con la guerra partigiana di Liberazione per sostenere la necessità dell’invio di armi all’Ucraina invasa dalla Russia è la motivazione più oltraggiosa e – al tempo stesso – più insidiosa a sostegno della guerra. Tanto più se tale paragone è proposto non solo dalla nuova destra ultra-atlantica e bellicista rappresentata oggi dal PD ma anche da personalità come Luigi Manconi, Paolo Flores, Erri De Luca o altri ex di Lotta Continua e – purtroppo – non solo da costoro.

Il paragone con la Resistenza è anzitutto oltraggioso perché propone di mandare armi anche (o specialmente) a forze apertamente neo-naziste, cioè a milizie di volontari (inquadrate però nell’esercito regolare ucraino) le quali esibiscono svastiche, ritratti di Hitler e simboli nazisti, e che nella loro guerra in Donbass (in corso da otto anni, nel silenzio complice dell’Occidente, con 14.000 vittime nella minoranza russofona) si sono macchiate di stragi di civili, di torture e stupri “etnici”, addirittura teorizzati dal fondatore del “battaglione Azov” Andrij Biletsky (cfr. il documentato articolo di Marianna Cenere, del 4 marzo 2022, in www.micromega.net, un testo che almeno Paolo Flores dovrebbe conoscere bene). Senza contare la rivalutazione da parte del regime ucraino del criminale di guerra Bandera, a cui sono dedicate statue e celebrazioni, e i comizi in cui si invoca che la “gloriosa Ucraina” si liberi “dei russi e degli ebrei”.

Sia ben chiaro: se ricordo tutto questo non è per sostenere che tutti gli ucraini siano nazifascisti e meno che mai per giustificare l’invasione russa (che, come tutte le guerre di aggressione, non ha per me giustificazione alcuna) ma per evidenziare l’assoluta diversità del contesto storico che rende oltraggioso, improponibile e francamente poco onesto, il paragone con la Resistenza, o addirittura quello con la Shoà proposto spudoratamente da Zelensky al Parlamento israeliano. Senza contare le sostanziali differenze di tipo giuridico-politico su cui ha giustamente richiamato l’attenzione il presidente dell’ANPI Pagliarulo: l’Italia non ha dichiarato guerra alla Russia nè la Russia ha dichiarato guerra all’Italia, al contrario di quanto accadde nella II guerra mondiale fra l’URSS, gli Alleati e i partigiani da una parte e l’Asse nazifascista dall’altra. Con l’invio delle armi l’Italia entra in guerra, da cobelligerante, in una guerra contro la Russia mai dichiarata dal nostro Parlamento, con conseguenze future gravi e imprevedibili.

Se poi difendere con le armi il proprio territorio configurasse di per sé una situazione di Resistenza da armare e sostenere allora questa argomentazione si rivolgerebbe contro Zelensky e i suoi tifosi italiani, giacché anche il popolo del Donbass russofono è stato perseguitato e attaccato militarmente dall’Ucraina e in specie dalla sue milizie naziste. E ciò almeno a partire dal febbraio 2014, cioè dal golpe contro il presidente Yanukovich, un golpe appoggiato e sostenuto dagli USA quasi ufficialmente e alla luce del sole, con la guida di Victoria J. Nuland, oggi sottosegretario di Biden (dopo aver collaborato con Bush e Cheney). Costei ha confessato apertamente di aver finanziato quel golpe con 5 miliardi di dollari, così come Biden ha ufficialmente dichiarato (il 16 marzo u.s.) che da sette anni gli USA-NATO armano l’Ucraina e addestrano il suo esercito. Ma allora la guerra del Donbass, costata a quei popoli – lo ripetiamo – 14.000 morti in otto anni, è da considerarsi una Resistenza che giustificherebbe e anzi richiederebbe un sostegno militare esterno (questa volta russo)? Dunque è evidente che nemmeno i sostenitori italiani della guerra possono prendere sul serio il paragone con la Resistenza.

Ma si tratta di un paragone oltre che oltraggioso anche insidioso, perché ripropone un paradigma truffaldino già sperimentato dalla propaganda occidentale, sempre con esiti micidiali per la pace e per i popoli: Putin è il nuovo Hitler, come anche Khomeyini era “il nuovo Hitler”, anche Saddam Hussein era “il nuovo Hitler”, anche Milosevic era “il nuovo Hitler”, anche Assad era “il nuovo Hitler”, anche Bin Laden era “il nuovo Hitler”, anche i talebani erano “il nuovo Hitler”, così come anche Gheddafi era “il nuovo Hitler” etc., e – insomma – erano “nuovi Hitler” tutti coloro di cui l’Occidente riteneva opportuno sbarazzarsi con una guerra…

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scrive Franco Cardini

 

…a Bruxelles si sono celebrate le ufficiali e definitive esequie di quel che molti di noi sognavano: un’Europa unita anche istituzionalmente e dignitosamente disposta a rivendicare a se stessa un ruolo storico di cerniera libera, indipendente e sovrana tra Oriente e Occidente, equidistante dai blocchi e mediatrice ideale. Gli organi e le forze che ci governano, per quanto sia discutibile che ce ne abbiano mai chiesto delega e che noi gliel’abbiamo concessa, hanno deciso per l’infeudamento definitivo e l’inglobamento (almeno per ora) irreversibile dell’Europa nell’Occidente. La nefasta logica di Yalta resta intatta, in un mondo molto mutato e con prospettive geopolitiche del tutto stravolte. Non siamo “tornati indietro di tre quarti di secolo”, come qualcuno sostiene: perché la storia non torna mai indietro. Siamo andati tre quarti di secolo avanti: sulla via del baratro. Ora il problema è: quanto continueremo a scivolare prima di precipitare nel baratro?
A questo punto è ora la notte. Continuiamo così, continuiamo a farci del male. Sed quo usque tandem?

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dice il generale Li Gobbi

 

…Ancora non si spegne la polemica sulle armi, era giusto darle?
Il problema è complesso e può essere valutato sotto due diverse prospettive: politiche ed etiche. Dal punto di vista “politico” è chiaro che una tale decisione comporta uno schieramento, ovvero anche se non “combattiamo” direttamente veniamo considerati come “nemici” da uno dei due (senza peraltro essere considerati veri “alleati” dall’altro). Schieramento che ci impedisce oggi e, temo anche in futuro, di assolvere un ruolo di mediazione. Certo un tale ruolo poteva eventualmente essere assolto dall’UE nel suo complesso e non dall’Italia da sola. Quindi la decisione “politica” doveva necessariamente essere assunta a livello europeo. È un peccato che, nonostante gli sforzi di Macron, l’UE non sia riuscita ad imporsi come arbitro tra Russia e Ucraina in relazione ad un conflitto in piena Europa. Questa è una valutazione politica che trascende dall’aspetto etico. Dal punto di vista “etico” è certamente giusto aiutare Davide contro Golia. Ma se è veramente l’etica e non la real politk a guidare le nostre scelte allora non si capisce perché non intervenire anche militarmente. Quindi, in fondo quella assunta dall’UE, su pressione statunitense, è una posizione di compromesso tra interesse politico e difesa dei valori etici. Forse l’unica soluzione possibile, oggi, ma forse non soddisfacente né sotto l’aspetto politico né sotto quello etico.

Lei le avrebbe date le armi?
Ripeto è una decisione politica. Certo se l’Europa fosse riuscita a imporsi come elemento neutrale di riferimento per negoziare, sarebbe stato molto meglio. Non si è stati in grado di assolvere un tale ruolo, che sarebbe spettato all’Europa, e allora è inevitabile dare le armi, anche per tranquillizzare, forse ipocritamente, la nostra coscienza. Ma resta sempre una soluzione di compromesso.

Perché l’Europa ha perso la possibilità di mediare?
Perché forse non ha affrontato problema ucraino come UE dal 2014 ad oggi, nonostante due nazioni europee, Francia e Germania, avessero un ruolo nell’ambito degli accordi di Minsk. Forse ci sarebbe stata la possibilità di fare di più per prevenire, ma ormai è inutile fare recriminazioni…

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La risposta nonviolenta ai conflitti non si improvvisa – Raffaele Barbiero

 

La principale osservazione fatta quando si introduce il tema della risposta nonviolenta ai conflitti armati è: siete anime belle, ma queste cose funzionano solo in tempo di pace, o non è semplice organizzare una società che si para inerme davanti ai carri armati (dando alla nonviolenza per acquisito il sinonimo di non azione, di nudità di fronte ad un pericolo violento, o di speranza che l’avversario del momento sia di buon cuore).

 

Facciamo alcune premesse e diamo alcuni numeri per capire un po’ di più la questione.

 

La difesa armata, oltre che essere praticata da sempre, si insegna anche istituzionalmente da secoli: solo per stare in Italia e solo per citarne alcune vi ricordiamo l’Accademia militare di Modena attiva dal 1678, la Scuola militare Nunziatella di Napoli dal 1787, la Scuola militare Teulie di Milano dal 1802, la Scuola militare di Cecchignola (Roma) dal 1920 e, per stare al passo con i tempi, anche la Scuola militare aeronautica di Firenze dal 2006.

 

Per la guerra e per il bilancio della difesa in Italia si spendono annualmente 25 miliardi di euro (escluso il finanziamento delle cosiddette “missioni di pace” o di piani di ammodernamento straordinari delle nostre Forze Armate) e sull’onda della guerra fra Russia (aggressore) e Ucraina (aggredito) il 16 marzo 2022 la Camera dei Deputati ha impegnato il governo ad alzare il bilancio di altri 13 miliardi (più del 50% di aumento, mentre sanità e scuola subiscono ancora tagli).

 

Nel campo militare gli addetti alle Forze Armate sono più di 90.000 persone, che vengono regolarmente stipendiate, addestrate e assicurate e che, se non vanno direttamente in pensione come militari di carriera, ma lasciano anticipatamente le Forze Armate, possono accedere ad altri corpi dello Stato, perché godono di corsie privilegiate.

 

La nonviolenza nel mondo, come pratica operativa di soluzione dei conflitti,  è stata sistematizzata e codificata in manuali di apprendimento ed azione solo da Gandhi in poi (quindi dagli inizi del ‘900); in Italia non esistono di fatto scuole, accademie, istituti per insegnarla, molto più presenti all’estero invece, specialmente dentro il mondo accademico anglosassone (esemplare è la trilogia di Gene Sharp, “Politica dell’Azione Nonviolenta” volume I -potere e lotta-, II -le tecniche- e III -la dinamica-, edito in Italia da EGA, 1985-1986; il manuale “Handbook for nonviolent Campaigns” edito da War Resister’s International, 2010-2011; “Working with conflict” di Simon Fisher e altri autori (skills and strategies for action), Zed Books, 2000.

 

Per la nonviolenza non si spende ufficialmente neanche un euro e nessuno è impiegato, stipendiato, assicurato, addestrato appositamente per questo.

Tutto quello che si muove in questo campo o è frutto del volontariato, o è legato all’applicazione del Servizio civile nazionale (purtroppo ultimamente sempre più orientato ad essere una modalità occupazionale aggiuntiva o di “parcheggio”), o deriva da interventi sporadici dello Stato (vedi finanziamento a missioni di pace di associazioni o realtà della società civile) o di Enti Locali e Istituzioni universitarie lungimiranti.

 

Questa è la fotografia della situazione e in questa situazione, quando ci si trova di fronte alla domanda: “Accetti un’ingiustizia, un’aggressione, una violenza o reagisci ad essa?” l’unica risposta possibile e ammessa (anche a livello di informazione di massa) è quella armata e violenta, perché come dice la canzone di De Andrè: “La guerra di Piero”, se tu non spari per primo finisci a dormire in un campo di grano.

 

Se si vuole veramente rispondere con le metodologie della nonviolenza, non si deve improvvisare e bisogna subito investire risorse economiche ed umane per rendere concreta questa alternativa, che richiede necessariamente studio, sperimentazione e formazione.

 

Dove si possono impegnare queste risorse economiche ed umane?

 

Nel Parlamento Europeo dal 1994 vi è la proposta avanzata da Alexander Langer di istituire i Corpi Civili di Pace Europei, proposta che fu poi approvata con una risoluzione del Parlamento Europeo nel 1999 e a cui venne dato corpo con due studi di fattibilità realizzati nel 2004 e nel 2005 – Feasibility Study on the establishment of a European Civil Peace Corps (ECPC), Final report 29.11.2005, Channel Research-.

Da allora però tutto tace e solo la Repubblica di San Marino, con la legge 2.12.2021 nr.194, ha recentemente istituito i Corpi Civili di Pace.

 

Nel Parlamento Italiano dal 2017 vi è la proposta di legge di iniziativa popolare per istituire il “Dipartimento della difesa civile non armata e nonviolenta” che prevede la creazione di un contingente da impegnare in azioni di pace non governative nelle aree di conflitto, o a rischio conflitto, o nelle aree di emergenza ambientale e che prevede anche la creazione dell’Istituto di ricerca sulla Pace e il Disarmo.

 

La nonviolenza funziona?

 

Se guardiamo gli esempi storici, laddove ha operato anche in condizioni di difficoltà (al di là dell’India con Gandhi; Danimarca e Norvegia durante la seconda guerra mondiale; Cecoslovacchia durante la cosiddetta guerra fredda, ecc.), ha funzionato anche se solo parzialmente. Dobbiamo comunque tenere presente che in questi esempi, tranne l’India, nessuno era preparato ed organizzato per farlo e ci si è arrivati solo perché in quel momento era l’unica strategia disponibile, o perché si è ritenuto che lo fosse.

D’altronde, per esempio, le guerre che si sono succedute nel mondo dal 1991 in poi hanno forse risolto i problemi emersi dai conflitti?

 

Per ridurre “il tasso” di violenza nel mondo, cosa si può fare?

 

A livello mondiale, a partire dalla Guerra nel Golfo del 1991, vi è poi la richiesta di modificare il diritto di veto all’ONU, diritto che, appartenendo a cinque Nazioni, impedisce di fatto l’azione di pace e di mediazione nel conflitto (anche con la modalità armata che l’ONU potrebbe esercitare).

Vi è anche la richiesta al nostro Governo di firmare il “Trattato  di proibizione delle armi nucleari” (TPNW) dell’ONU, entrato in vigore il 22 gennaio 2021, che invece i nove Paesi che posseggono l’armamento atomico e quelli collegati all’Alleanza Atlantica (NATO) non hanno firmato.

 

L’Europa potrebbe dotarsi di un esercito europeo in grado di intervenire prontamente in situazioni di conflitto con funzioni di “polizia” internazionale (non ci si dota di F35 con possibilità di armamento atomico, se si vuole essere “polizia”). Un esercito europeo con a riferimento un unico ministero della difesa, questo ci darebbe anche maggiore autorevolezza negli scenari inmternazionali e forse comporterebbe una razionalizzazione delle spese e un loro migliore utilizzo. Potrebbe  inoltre essere la leva per aprire un vero ragionamento sugli “Stati Uniti d’Europa” e finalmente dare una spinta decisiva ad avere un ‘Europa più unita non solo nell’ambito militare.

Non vi sono ragioni di sicurezza per aumentare il budget delle spese militari: i Paesi europei spendono in armi circa 216/250 miliardi di euro all’anno, la Russia 65 miliardi (fonte: dati SIPRI, Svezia, anno 2019). Invece noi dipendiamo da gas e petrolio dall’esterno: perchè non usare queste risorse che si vogliono spendere per le armi per “spingere” ancora di più sulla transizione ecologia e incominciare a diminuire realmente questa dipendenza? Con giovamento anche per il singolo cittadino perchè ogni aumento di gas e di petrolio ricade poi nelle sue tasche.

Quali livello di maschio testosterone o, soprattutto, di interessi economici legati all’industria bellica impediscono questa azione?

 

Il percorso è sicuramente ancora lungo e la nonviolenza, anche se attuata, dovrà coesistere con la risposta armata degli eserciti (ma magari in modalità difensiva e non offensiva -vedi per es. gli F35 che possono portare armamento atomico-), ma se non si investe SUBITO neanche un euro, sicuramente saremo condannati alla violenza  di una prossima guerra che verrà e il dibattito si dividerà ancora fra pacifisti pavidi e/o collaborazionisti e guerrafondai, o militaristi da tastiera o da divano.

Un dibattito che non solo non mi interessa, ma che non tenta in nessun modo di ridurre la violenza nel mondo, per quello che già oggi potremmo tutti fare.

 

Raffaele Barbiero, Forlì, 30.03.2022

 

Note:

1) per informazioni e dettagli sul “Dipartimento della difesa civile non armata e nonviolenta” vedi il sito: www.difesacivilenonviolenta.org;

2) Feasibility Study on The European Civil Peace Corps, author Catriona Gourlay, 2004

(www.isis-europe.org; www.berghof-hanbook.net; studio richiesto dal Parlamento Europeo);

Feasibility Study on the establishment of a European Civil Peace Corps (ECPC), Final report,

29.11.2005 (Channel Research COWI-B6S, www.channelresearch.com);

3) ICAN = International Campaign to Abolish Nuclear Weapons, ha vinto il Nobel della

Pace nel 2017 (www.icanw.org).

 

 

 

“UKRAINE KRISIS M.C.”. Chi c’è dietro la Ong che tiene in pugno Zelensky (e paralizza le trattative con la Russia) – Pierluigi Fagan

 

PUPAZZI E PUPARI.

Alla sua elezione nel 2019, Zelensky ricevette un caldo benvenuto da parte di una organizzazione che si chiama: UKRAINE KRISIS M.C.

Questi, pubblicarono una lunga lista di “linee rosse” che il nuovo presidente non avrebbe dovuto oltrepassare, pena la perdita di consenso internazionale occidentale che vale a due livelli: il grande pubblico, il piccolo vertice dei “portatori di interesse” ovvero governi e loro diramazioni, tra cui i finanziatori, protettori, armatori della giovane democrazia ucraina.

Il documento era sottoscritto da una lunga lista di organizzazioni ucraine e non che troverete in fondo al testo. Il movente era dato dal fatto che su quel primo mese di governo del neo-presidente, eletto su una piattaforma anti-corruzione e di relativa pacificazione con la Russia, l’organizzazione aveva da ridire allarmata. Tanto da scrivergli non dei ragionamenti politici o punti di vista legittimi, ma una chiara lista della spesa di “linee rosse”, da non superare in alcun modo, un diktat insomma, l’oggetto di un contratto.

 

  1. CHI FINANZIA L’UKRAINE KRISIS? L’elenco completo è nell’allegato. Segnaliamo con distinzione: International Renaissance Foundation (IRF membro del network Open Society Foundation di George Soros); il National Endowment for Democracy (una stella di primaria grandezza della galassia di fondazioni ed ONG americane tese a “promuovere” con ogni mezzo la democrazia ed il mercato, non l’una o l’altro ma l’abbinata perché controllando il mercato si controlla la democrazia; la NATO; istituzioni della Lega del Nord Europeo-Anglosassoni (olandesi, svedesi, norvegesi, finlandesi, polacchi, canadesi, estoni, cechi, tedeschi ed americani a capo di tutto)
  2. QUALI ERANO LE LINEE ROSSE DA NON OLTREPASSARE SEGNALATE A ZELENSKY? Una selezione delle tante cose che il neo-Presidente NON avrebbe dovuto fare pena a perdita di finanziamenti e protezione comprendeva:

– Consultare il popolo con appositi referendum per decidere come negoziare con la Russia.

– Fare negoziati diretti con la Russia senza i partner occidentali

– Cedere qualsivoglia punto nei negoziati con la Russia sulle varie questioni (NATO, Donbass, Crimea, allineamento internazionale etc.) non cedere neanche un millimetro di territorio, non riconoscere a Mosca alcun punto per il quale l’Occidente ha elevato sanzioni alla Russia (Crimea)…

continua qui

 

 

 

ARMI  SEMPRE  ARMI – Antonia Sani

 

Ho trovato molto efficace la denuncia presentata dal Centropace di Viterbo contro l’uso delle armi e la difesa dell’art. 11/Cost.

Attraverso quel foglio , diffuso più volte nel corso delle settimane, la denuncia viene riproposta alla meditazione dei cittadini su vari aspetti che rendono

improponibile la forma militare.

 

Continuano a essere presentati in rete, uno dietro l’altro senza tregua,articoli sulla guerra e invocazioni alla pace; una sorta di disperati protagonismi, la foga di esprimere il proprio pensiero, il percorso rivisitato negli anni, nei decenni….Non so se i cittadini di tutti  gli Stati europei si comportino con le loro esternazioni

a  somiglianza dell’ Italia …Non avrei mai immaginato nel nostro paese una cosi estesa preparazione e consapevolezza in tanti soggetti, maschili e femminili, in grado di reggere confronti , dibattiti , chiamando in ballo riferimenti storici, fornendo informazioni assai circostanziate a un pubblico fino al mese precedente all’oscuro degli antefatti.

 

Quale il risultato? – L’ incertezza dominante dovuta alla sfiducia nella comunicazione radiotelevisiva – la curiosità alimentata da quanto viene

quotidianamente propinato dalle nuove tecnologie ; -una famigliarita’ improvvisa,  e via via penetrante, verso un mondo orientale fin qui pressoché indifferente riguardo a  storia, costumi,alimenti, parole e segni in lingue sconosciute . Il mese di guerra e l’ altalena dei risultati fin qui conseguiti dalle forze in campo ha aperto scenari inediti divenuti abituali.

 

La guerra , per chi l’ha vissuta da bambini, era un fuggire da “sfollati ” , di luogo in luogo ,dove non giungevano notizie all’infuori di racconti a voce riferiti nelle cerchie in cui casualmente ci si trovava a riparare. Era un detto diffuso che i Russi avrebbero rapito i bambini e portati in Russia. Erano le idee politiche del momento, del tutto estranee ai bambini di allora…

 

Oggi  la forma del mondo non è più una cartina muta. In tutte le famiglie si trasmettono immagini e informazioni , dagli adulti ai bambini, intrecciate a spaventosi video ritratti a gara, e a

spericolati droni fuori da ogni realtà. .

 

Improvvisamente la guerra non è più un gioco dei bambini “maschi ” dedicato alle distruzioni in campo avversario, mentre le bimbe “femmine”giocano il ruolo di vivandiere. Il tutto coi castelli di sabbia sulla riva del mare..

Ciò che torna prepotentemente in campo  sono le ARMI .

I giovani, ragazzi e ragazze,

prendono sul serio quanto viene mostrato in tv: giovani come loro muoiono uccisi, insanguinati, colpiti da un’arma. Allora, bisogna addestrarsi, imparare come farle funzionare. Quello che era sembrato un gioco , o osservare in casa con timore reverenziale la rivoltella paterna, è divenuto realtà.

Ma quale realtà? Una realtà che per i nostri giovani continua a rivestire le sembianze del gioco.

La guerra appare in tutte le sue sembianze , ma da noi realtà non è…allora ci si può divertire a dipingersi volti insanguinati con tinta rossa fluente, a imbracciare un’ arma per la prima volta sentendosi per la prima volta parte in causa, e nello stesso tempo , una spinta eroica a incarnare chi veramente muore tra le bombe. Grandi striscioni perlopiù rivolti alla pace.

Le tante manifestazioni dei giovani denotano uno stato di insicurezza tra una realtà brutale , il rifugio in un volontariato inatteso, la percezione di un futuro europeo ben distante dalla vita scolastica quotidiana.

 

 

 

Guerra: il suicidio del discernimento – Teri Volini

 

Gli intelligentoni che governano il mondo dovrebbero sapere che inviare armi durante una guerra è come gettare legna sul fuoco sperando di spegnere le fiamme. La politica al servizio dei signori della guerra fa rabbrividire. (G.Polipo)

Venite, signori della guerra

voi che costruite i cannoni

voi che costruite gli aeroplani di morte

voi che costruite le bombe

voi che vi nascondete dietro muri
voi che vi nascondete dietro scrivanie

voglio solo che sappiate

che posso vedere attraverso le vostre maschere
(Masters of War, Bob Dylan 1963)

 

 

Ucraina, 400 civili morti dall’inizio della  guerra, 2 milioni di profughi

 

Voi che non avete mai fatto altro

che costruire per distruggere

giocate con il mio mondo

come fosse il vostro giocattolo

mettete un fucile nella mia mano

e vi nascondete dal mio sguardo

e vi voltate e scappate lontano

quando volano i proiettili

Guerra in Ucraina, prime 3 settimane, morti 7.000 soldati russi 

Come Giuda dell’antichità
voi mentite e ingannate

Volete farmi credere che

una guerra mondiale può essere vinta

Ma io vedo attraverso i vostri occhi
e vedo attraverso il vostro cervello

così come vedo attraverso l’acqua

che scorre nella mia fogna

 

 

    Guerra nel Donbass, 13mila morti (2014-2018)

 

Voi armate i grilletti

perchè altri sparino

poi vi sedete a guardare

il conto dei morti farsi più alto

Vi nascondete nei vostri palazzi

mentre il sangue di giovani

fluisce fuori dai loro corpi

ed è sepolto nel fango

 

 

Striscia di Gaza,  2125 – 2310 morti, tra cui
495-578 bambini, ignoto il numero delle donne

 

Voi avete sparso la paura peggiore

che si possa avere la paura
di mettere figli al mondo

Per minacciare il mio bambino

non nato e senza nome

non valete il sangue

che scorre nelle vostre vene

 


Siria,
 mezzo milione di morti in 11 anni di guerra

 

Cosa ne so io

per parlare quando non è il mio turno?

Potreste dire che sono giovane

potreste dire che non sono istruito

ma c’è una cosa che so

sebbene sia più giovane di voi:

nemmeno Gesù perdonerebbe mai

quello che fate…

 

 

 

Conflitto curdo-turco,  morti 50.000,
 la stragrande maggioranza dei quali erano civili curdi uccisi dalle forze armate turche.
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato la Turchia per migliaia di violazioni dei diritti umani.

 

Lasciate che vi faccia una domanda

il vostro denaro è così potente

che pensate potrà

comprarvi il perdono?

Io penso che scoprirete

quando la Morte chiederà il suo pedaggio

che tutto il denaro che avete fatto

non riscatterà la vostra anima

 

 

 

Afghanistan, circa 170.000 morti  nel corso di 20    di anni    di guerra
47.000 civili afghani e circa 66.000 soldati e uomini delle forze dell’ordine afghane.Ai morti del posto si sommano i 2.448 militari americani che hanno perso la vita e i 1.144 militari morti degli eserciti alleati degli Stati Uniti. Completano il quadro le 51.191 vittime tra i talebani e le forze che si sono opposte alla presenza degli Stati Uniti e dei loro alleati. Inoltre ci sono le 72 vittime tra operatori umanitari e giornalisti.

 

E spero che moriate

e che la vostra morte arrivi presto

Seguirò la vostra bara

nel pomeriggio opaco

Veglierò mentre siete sepolti

nel vostro letto di morte

e resterò sulla vostra tomba

finchè sarò sicuro che siete morti.

 

(Masters of War. Bob Dylan. 1963).

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

7 commenti

  • Francesco Masala

    Ukrainwood non è Hollywood e Zelensky non è John Wayne, ma qualcuno vuole dare il premio Oscar a “Grosso guaio a Bucha”, un filmetto amatoriale senza qualità (https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-bugie_globali_su_bucha_come_vengono_manipolate_le_menti_delle_persone/45289_45848/ e https://www.controinformazione.info/la-sbu-sta-preparando-una-cinica-provocazione-con-cadaveri-per-accusare-la-russia-di-crimini-di-guerra/?fbclid=IwAR1AgYPd2r97E_BdifEuD-Zvd_Ge9mkKQka_WLBxuipvSg4Mi7TpjJk_T-Q)

    da Hollywood arriva un tweet che suggerisce di cambiare il titolo in “Grosso guaio a Buchatown”, è meglio per la distribuzione

  • RICEVIAMO DA SALVATORE NOCERA
    Ho letto ì’editoriaale e condivido pienamente la critica alle devastazioni operate dagli USA in Siria e, purtroppo, anche in altri Paesi.
    Però non posso accettare la giustificazione che da molte parti viene espressa nei co nfronti dell’invasione operata da Putin nei confronti dell’Ucraina. Certamente il presidente dell’Ucraina è stato un folle a non voler accettare la neutralità che ora è disposto a subire; certo è stato un ” fascista ” nell’aver privato i russofoni dell’uso del russo; certo è stato un oltranzista nel non aver voluto dare l’autonomia alla Regione abitata in prevalenza da russi.
    Però tutto questo non può giustificare l’invasione militare da parte di Putin. Ammesso pure che Putin sia stato provocato da comportamenti sconsiderati, non ci sono provocazioni che tengano di fronte alla reazione bellica di qualunque tipo.
    Se si accettasse questa logicca, allora, dovremmo assurdamente giustificare l’assassinio criminale degli oltranzisti islamisti operato contro i giornalisti che si erano permessi di offendere con le vignette blasfeme contro Maometto…..
    Il pacifismo condanna qualunque uso delle armi, specie se aggressive che non ammettono giustificazione alcuna.
    Cordiali saluti
    Salvatore Nocera

    • Francesco Masala

      nessuno approva niente, Salvatore, ma dopo qualche domanda uno se la fa.

      ma che una parte del mondo che ha terrore degli Usa, o per sana paura o per esperienza diretta, e non si unisce alle sanzioni, e lo si dice, possiamo far finta che non sia così?

      e chiedersi se al mondo conviene che quelle due repubbliche siano indipendenti (anzichè una fonte di problemi per l’Ucraina) o che per una questione di astratto principio sia meglio una guerra mondiale?

      e se la Corsica volesse diventare indipendente, e la Francia volesse buttare una bomba atomica sull’isola, per punirli, diremmo che va bene perché i confini della patria sono sacri, Dio li ha tracciati e guai a chi li tocca?

      quando qualche anno vicino a casa c’è stata un’alluvione con dei morti, in case costruite sul letto del fiume, la colpa era del fiume e chi si faceva domande sui permessi edilizi concessi dal comune (magari in cambio di soldi, capitano anche queste cose) era uno sciacallo.

      nessuno giustifica niente, ma farsi qualche domanda a volte fa capire tante cose, del presente del passato e del futuro.

      e se i confini e la pace fossero definiti dai pacifisti ucraini e russi?
      sarebbe la cosa più bella del mondo

      e le armi? perchè non vanno i figli di Draghi, di Letta, Di Maio in persona, che è giovane. a usare quelle armi, se ci credono tanto?

      gli stati mandano armi, che provocano profughi, i volontari, i cittadini fanno le carovane della pace per mandare cibo, vestiti e medicine.
      non sarebbe meglio il contrario, che i cittadini per una volta possano applaudire le carovane della pace finanziate e gestite dai governi (magari senza nascondere bombe fra i pannolini?)

  • Luigi Fioravanti

    Tautologie

    Nella tautologia il primo termine di un’affermazione è già contenuto nel secondo, o viceversa.

    Dire crimine di guerra è una tautologia perché il primo termine è già nel secondo: la guerra stessa è crimine. Dice infatti Erasmo da Rotterdam “ E che cosa è la guerra se non l’omicidio indiscriminato dei molti?” Con le armi moderne, che uccidono da lontano (cannoni, missili, bombe, mine) e sono sempre più micidiali (da homicidium). l’assassinio indiscriminato dei molti aumenta sempre di più: la guerra rivela sempre più il suo volto criminale.

    Quanto ai crimini di guerra, secondo la definizione tradizionale, ognuno addita quelli degli altri e nasconde e dimentica i suoi: un esempio nostrano per i tanti che si potrebbero fare. Chi ricorda quelli compiuti dagli italiani in Etiopia con i gas, le stragi di Addis Abeba e di Debre Libanos nel 1937? E Dresda, Hiroshima, i tanti My Lai della guerra del Vietnam? E Gaza?…

    Ma restiamo al cuore del problema che la tautologia nasconde. E’ la guerra il grande crimine che l’umanità compie contro se stessa. Non si può né regolarizzare e tanto meno umanizzare; si può – e si deve!- soltanto abolire, come continuava a ripetere Gino Strada e non si stanca di predicare papa Francesco.

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